Le benevole

Littell, Jonathan (2006). Le benevole (Les Bienveillantes). Torino: Einaudi. 2007

Le benevole

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Libro importante e impegnativo, come si può intuire dalla mole (956 pagine) e dalla bella copertina che riproduce un’opera di Lucio Fontana. Libro anche discusso e indigesto, che non si può definire bello, anche se la densità della scrittura è del tutto funzionale alla narrazione. A me è piaciuto molto e ne consiglio vivamente la lettura, anche se richiede coraggio tanto per l’asprezza dei temi sia per le asperità stilistiche.

Anche la recensione sarà lunga, e vi prego di avere pazienza. Cominciamo con il riassunto che ne fa lo stesso editore.

Nato in Alsazia da padre tedesco e madre francese, Maximilien Aue dirige sotto falso nome una fabbrica di merletti nel nord della Francia. Svolge bene il suo lavoro, è un uomo preciso ed efficiente. Preciso ed efficiente, del resto, lo era stato anche negli anni del nazismo, quando fra il 1937 e il 1945, aveva fatto carriera nelle SS in Germania. Pur essendo un nazionalsocialista convinto, il giovane e brillante giurista era entrato per caso nel corpo, punta di diamante del Reich hitleriano: fermato dalla polizia dopo un incontro omosessuale, aveva accettato di arruolarsi per evitare la denuncia, grazie anche all’intercessione di Thomas Hauser, un giovane ufficiale che in seguito sarà sempre al suo fianco nei momenti decisivi.

Nel 1941 Max è sul fronte orientale, dove nell’ambito delle Einsatzgruppen dà il suo contributo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti. Trasferito nel Caucaso e poi nella Stalingrado accerchiata dall’Armata rossa, sopravvive miracolosamente a una grave ferita alla testa. Durante la convalescenza ristabilisce per la prima volta dopo molti anni i contatti con la madre che vive in Costa Azzurra con il secondo marito, un uomo d’affari francese. A lei attribuisce, con odio feroce, sia la scomparsa del padre, sia il distacco da Una, la sorella gemella, alla quale sin dall’infanzia è legato da un mai risolto rapporto incestuoso. I fatti sanguinosi legati a questo soggiorno in Costa Azzurra rimangono anche per lui avvolti in una fitta nebbia.
Dopo il rientro in Germania, lavora a stretto contatto con Himmler, con Speer, con Eichmann, con tutta la gerarchia nazionalsocialista, cercando di innalzare la produttività dei detenuti nei campi di concentramento. Per la Germania tuttavia, la guerra ormai è persa, la Wehrmacht arretra su tutti i fronti: nel corso di una licenza in Pomerania nella villa della sorella, Max resta intrappolato dietro le linee nemiche. Thomas lo salva anche in questa occasione e insieme raggiungono la capitale del Reich, devastata dai bombardamenti alleati. Qui, al crepuscolo del nazismo, gli viene in aiuto il suo bilinguismo: assumendo l’identità di un francese deportato in Germania, riesce a fuggire.

Grande affresco epico e tragico, non romanzo storico, ma storia assoluta in cui sembrano condensarsi i temi di tutta la letteratura occidentale, dall’Orestea di Eschilo a Vita e destino di Vassilij Grossman, Le Benevole ci fa rivivere gli orrori della Seconda guerra mondiale dal punto di vista terribile e ripugnante dei carnefici. Trascinato dalla corrente della Storia e inseguito da fantasmi che, come le furie «benevole» dei Greci, le Eumenidi, cercano vendetta, Maximilien Aue è parte di noi, la parte più nera. E forse l’impresa e lo scandalo di questo grande romanzo, come ha scritto lo storico Pierre Nora, sono proprio quelli di «ricondurre all’umano l’inumano totale».

Poi vorrei suggerirvi due recensioni d’altri che ho trovato pertinenti, quella di Wu Ming 1 comparsa su Carmilla e su L’Unità (Nessuno è immune dal diventare nazista) e quella di Emanuele Trevi comparsa su il manifesto del 31 ottobre 2007 (Monologo d’un pazzo all’ombra delle Furie). Poiché il manifesto non mi consente di ripubblicare l’articolo (vergogna! ma questa è un’altra storia…), riporto alcuni passi che mi sembrano significativi:

Poiché non c’è alcuna differenza ontologica tra le Furie o Erinni e le Eumenidi, le Benevole, non bisogna lasciarsi ingannare: tra le pagine del romanzo le Eumenidi, divinità sorridenti e dispensatrici di pace, non si sostituiscono alle Furie che tormentano Oreste dal momento in cui ha sparso il sangue di sua madre, perché ciò che cambia è solo l’atteggiamento che queste divinità – antichissime, pre-olimpiche, figlie della Notte, legate al regno dei morti e al mondo sotterraneo – assumono nei confronti dei mortali e delle loro colpe. Perciò, tutto il discorso di Maximilien, nonostante la sua programmatica freddezza e la macabra ironia che volentieri si concede, è da intendersi come pronunciato all’ombra delle Furie, inchiodato al loro tormento.

[…] il nodo decisivo del suo destino consiste in un paradosso: convinto sostenitore delle teorie razziali naziste, Maximilien è un sangue misto, tedesco per parte di padre ma francese di madre (glielo farà notare, con un pizzico di disapprovazione, Himmler in persona, uno dei tanti sommi gradi della gerarchia del Reich che entrano in veste di personaggi nel libro di Littell).
Dunque la lingua madre del futuro matricida non è il tedesco ma il francese, ed è appunto in francese che Littell ha concepito e realizzato la confessione del suo personaggio a noi «fratelli umani». Di tutti gli elementi agghiaccianti contenuti nel libro, il francese usato da Maximilien non è certo il meno perturbante. Al tedesco del padre perduto il testo riserva solo una parte ben delimitata, quella del lessico parlato dalla gerarchia nazista e usato per nominare le tecniche dello sterminio di massa, a sigillo di una unicità che è anche intraducibilità. La scelta linguistica dello scrittore (americano di origine, nato nel 1967 a New York e cresciuto in Francia) funziona come una immensa figura retorica, una specie di effetto teatrale capace di conferire al discorso una ulteriore connotazione macabra e visionaria.

[…) Miracolosamente sopravvissuto al proiettile che gli ha trapassato la testa da parte a parte, Maximilien interpreta ben presto quel buco che gli è rimasto sulla fronte come un terzo occhio, la chance di una vista ulteriore – forse assimilabile a quella che Leo Sestov, in un saggio famoso su Dostoevskij, attribuiva al passaggio dell’angelo della morte. Maximilien definisce a più riprese «pineale» questa seconda vista, e conviene approfondirne il significato per non farsi sfuggire la metafora rivelatrice che nasconde. L’occhio pineale, in effetti, è un organo generato dall’epifisi, paragonabile a un occhio vero e proprio e presente in certe antichissime razze di rettili. Quella che si risveglia nello sguardo di Maximilien è dunque una specie di latenza bestiale e primordiale, che somma in sé la velocità e l’indifferenza del predatore. Puntualmente, in questo modo di vedere si rispecchia il modo di raccontare, un modo in cui ogni criterio di rappresentazione finisce per assoggettarsi alle necessità dettate dalla paura, dal desiderio, dal bisogno.
Maximilien è dotato di un occhio-diaframma, una finestra che mette in relazione l’interno con l’esterno, la vita nuda e la Storia, il sintomo e il paesaggio, tutto accomunando e rendendo indistinto nelle macabre tinte di un orrore irrimediabile. E questa vista ulteriore è anche, dalla prospettiva della tecnica romanzesca, uno straordinario punto di vista, che struttura alla sua maniera la vastissima architettura dell’intreccio, quel suo afflato epico così intimamente corrotto, così sgradevole, così privo di onore e compassione che anche la geografia vi appare come una ulteriore patologia.

[…] Se in questo libro è implicita una qualche forma di intento pedagogico, esso sembra consistere nella constatazione per cui più ci addentriamo in un mondo che siamo costretti a riconoscere come il nostro stesso mondo, più desideriamo che esso non sia mai esistito, non sia mai stato creato. Condurci fin qua non è impresa di poco conto per uno scrittore. E fermo restando il fatto che si farà sempre in tempo a cercare i peli nell’uovo di un libro così ambizioso e generoso, con altrettanta intemperanza, e correndo i rischi che sempre ci impongono le opere dei nostri contemporanei, dirò che mi sembra del tutto lecito riconoscere nelle Benevole il timbro e la necessità di un capolavoro.

Al di là degli eccessi di erudizione (ragazzi, è pur sempre una delle spesso illeggibili pagine culturali de il manifesto – che peraltro non sfugge alla logica “parcondicista” di affiancare a questa recensione entusiasta una stroncatura), sono sostanzailmente d’accordo con questa analisi. Quindi, non aggiungerò altro per dare spazioa a qualche pagina del libro.

Cominciamo dall’incipit (tutto il primo capitolo, Toccata, meriterebbe di essere citato):

Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata. Non sia­mo tuoi fratelli, ribatterete voi, e non vogliamo saperlo. Ed è ben vero che si tratta di una storia cupa, ma anche edificante, un ve­ro racconto morale, ve l’assicuro. Rischia di essere un po’ lungo, in fondo sono successe tante cose, ma se per caso non andate trop­po di fretta, con un po’ di fortuna troverete il tempo. E poi vi ri­guarda: vedrete che vi riguarda. Non dovete credere che cerchi di convincervi di qualcosa; in fondo, come la pensate è affar vostro. Se mi sono deciso a scrivere, dopo tutti questi anni, è per mette­re in chiaro le cose per me stesso, non per voi. A lungo uno stri­scia su questa terra come un bruco, nell’ attesa della diafana e splen­dida farfalla che porta in sé. E poi il tempo passa, la ninfosi non arriva, rimani larva, desolante constatazione, ma che farci? Cer­to, il suicidio resta un’ opzione. Ma per la verità, il suicidio mi ten­ta poco. Ci ho pensato molto, ovviamente; e se dovessi ricorrervi, ecco come farei: mi piazzerei una bomba a mano proprio sul cuo­re e me ne andrei in un violento scoppio di gioia. Una piccola bom­ba a mano rotonda a cui toglierei con delicatezza la sicura prima di rilasciare la linguetta, sorridendo al lieve rumore metallico del­la molla, l’ultimo che sentirei, oltre ai battiti del mio cuore nelle orecchie. E poi, finalmente, la felicità, o perlomeno la pace, e le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne. Toccherà alle domestiche pulire, sono pagate per questo, affari loro. Ma come ho detto, il suicidio non mi tenta. Non so perché, del resto, un vecchio residuo di morale filosofica, forse, che mi fa dire che in fondo non siamo qui per divertirci. Per far che, allora? Non ne ho idea, per durare, probabilmente, per ammazzare il tempo prima che lui ammazzi noi. E in tal caso, come occupazione, a tempo per­so, scrivere vale come qualsiasi altra (p. 5).

Un incidente di poco conto illuminò d’un tratto quelle crepe che andavano allargandosi. Nel grande parco innevato, dietro la statua di Sevcenko, portavano alla forca una giovane partigiana. Si stava radunando una folla di Tedeschi: Landser della Wehrmacht e Orpo, ma anche uomini dell’organizzazione Todt, Goldfasanen dell’Ostministerium, piloti della Luftwaffe. Era una ragazza piuttosto magra, con un viso alterato dall’isteria, incorniciato dai folti capelli neri, tagliati corti, molto alla buona, come con le cesoie. Un ufficiale le legò le mani, la mise sotto la forca e le passò la corda al collo. Allora i soldati e gli ufficiali presenti le sfilarono davanti e la baciarono sulla bocca a uno a uno. Lei rimaneva in silenzio, tenendo gli occhi aperti. Alcuni la baciavano affettuosamente, quasi castamente, come scolaretti; altri le tenevano la testa con entrambe le mani per aprirle a forza le labbra. Quando fu il mio turno, mi guardò, uno sguardo chiaro e luminoso, lavato da ogni cosa, e vidi che lei, lei capiva tutto, sapeva tutto, e di fronte a quel sapere così puro esplosi in fiamme. I miei vestiti crepitavano, la pelle del ventre si spaccava, il grasso sfrigolava, il fuoco mi ruggiva nelle orbite e nella bocca e ripuliva l’interno del cranio. La vampata era cosi intensa che lei dovette distogliere il capo. lo mi calcinai, i miei resti si trasformavano in statua di sale; dei pezzi, raffreddatisi in fretta, si staccavano, prima una spalla, poi una mano, poi metà della testa. Infine crollai completamente ai suoi piedi e il vento spazzò via quel mucchio di sale e lo disperse. Già si faceva avanti l’ufficiale successivo, e quando furono passati tutti, la impiccarono. Riflettei per giorni su quella strana scena; ma la riflessione si ergeva di fronte a me come uno specchio, e mi rimandava sempre soltanto la mia immagine, capovolta, certo, ma fedele. Anche il corpo di quella ragazza era per me uno specchio. La corda si era rotta o era stata tagliata, e lei giaceva nella neve del giardino dei Sindacati, con la nuca spezzata, le labbra gonfie, un seno nudo rosicchiato dai cani. La sua capigliatura ricciuta le formava una cresta da medusa intorno al capo e mi sembrava favolosamente bella, insediata nella morte come un idolo, Nostra Signora delle Nevi. Qualunque itinerario scegliessi per andare dall’albergo ai nostri uffici, la trovavo sempre sdraiata sulla mia strada, una domanda ostinata, ottusa, che mi gettava in un labirinto di vane speculazioni e mi faceva perdere il controllo. Durò per settimane (p. 175).

Penso che possa bastare. Ci sono molto pagine come questa, intollerabili e memorabili. Alcune sembrano avere una vita a sé, come quella del vecchio ebreo che ha visto il luogo dove dovrà morire… Leggetelo da soli. Un’idea dell’affascinante mistura di fredda osservazione e di delirio che percorre il romanzo penso di avervela data.

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Romania e musica (3)

Tra i musicisti (colti) del XIX secolo che maggiormente hanno risentito delle influenze popolari zingare(cioè Rom), i più noti sono Brahms e Liszt. In realtà, quello che va sotto il nome di ungherese, è spesso tzigano. Tra i pochi pezzi in cui il debito è riconosciuto esplicitamente è questo Rondò alla zingarese (Presto) che conclude il Quartetto per pianoforte e archi n. 1 in sol minore, op. 25, di Johannes Brahms. Qui lo sentiamo in una vivace esecuzione di giovanissimi interpreti.

Acchito

Conosciamo tutti la frase “di primo acchito”: al primo colpo, subito, all’istante.

Ma “acchito” che significa? Ci soccorre il De Mauro online: nel biliardo è la posizione della palla o del pallino all’inizio del gioco e, per estensione, il cerchietto segnato sul tappeto verde su cui sono posati i birilli; anche nel gioco delle bocce, è la posizione del pallino all’avvio del gioco.

L’etimologia è interessante: è un composto dei termini latini ad (a, verso) e quietus (fermo, in posizione di quiete). La radice di quietus ha in sé anche il concetto di lasciare in pace, lasciar libero e sciolto, e quindi anche di liberazione da un’obbligazione, da cui l’italiano quietanza e l’inglese to quit (render libero, ma anche lasciare). To acquit (in inglese) e acquitter (in francese) significano entrambi “saldare un debito”, e il cerchio con l’acchito si chiude, dal momento che acchitare (nei giochi citati sopra) significa mettere il pallino o la boccia in un punto in cui l’avversario abbia l’agio di battere.

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Kristallnacht, rumeni e Rom

La notte tra il 9 e il 10 novembre 1938 i nazisti organizzarono un pogrom antisemita in tutto il Reich: càpita a fagiolo nella discussione che stiamo facendo su rumeni e Rom nell’Italia di oggi.

L’evento è noto come Kristallnacht, la notte dei cristalli perché furono sistematicamente distrutte le vetrine di 8.000 negozi gestiti da ebrei (che ovviamente vennero anche saccheggiati) e moltissime abitazioni. All’attività parteciparono, oltre alle milizie del partito nazista (SS ed SA), anche numerosi “normali cittadini”.

Secondo il bilancio di Heydrich, il capo delle SS: 191 sinagoghe furono distrutte e 76 rase al suolo; 100.000 ebrei furono arrestati; 815 negozi distrutti. Furono arrestati per saccheggio anche 174 cittadini tedeschi.

Le cifre accertate dagli storici parlano della distruzione o del danneggiamento di 1.574 sinagoghe in Germania e di 94 in Austria; della dissacrazione di quasi tutti i cimiteri; della distruzione e del saccheggio di 7.000 negozi e di 29 grandi magazzini. 91 ebrei furono uccisi, molti altri si suicidarono. 30.000 vennero avviati ai campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen: si stima che tra i 2.000 e i 2.500 morirono nel periodo immediatamente successivo.

La comunità ebraica fu obbligata al pagamento di una multa di 1.000.000 di marchi.  Altri 4.000.000 furono necessari per riparare i danni.

Hugh Carleton Greene, giornalista del Daily Telegraph , mandò questa corrispondenza da Berlino:

Mob law ruled in Berlin throughout the afternoon and evening and hordes of hooligans indulged in an orgy of destruction. I have seen several anti-Jewish outbreaks in Germany during the last five years, but never anything as nauseating as this. Racial hatred and hysteria seemed to have taken complete hold of otherwise decent people. I saw fashionably dressed women clapping their hands and screaming with glee, while respectable middle-class mothers held up their babies to see the “fun”.

Non pensiamo, quindi, di chiamarci fuori con una levata di spalle. Siamo già vittime di una sconsiderata propaganda anti-rumena da parte degli organi di stampa e della televisione. Ad applaudire alla distruzione delle baracche rumene (come se fosse una loro scelta quella di vivere in condizioni subumane) manca veramente poco.

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Rom e rumeni: il tormentone continua

Vorrei dare diffusione a due interventi comparsi in questi giorni.

Il primo è di Valerio Evangelisti ed è comparso su Carmilla.

Romania fa rima con etnia?

L’identità dei rumeni è tale da rendere difficoltose le campagne d’odio razziste cui siamo ormai abituati. Sono di pelle bianca. Sono in maggioranza di fede cristiana (sia pure nelle variante greco-ortodossa). Parlano una lingua che discende in linea diretta dal latino. Fanno parte dell’Unione Europea.
Non si possono applicare loro, insomma, i consueti alibi che giustificano il razzismo dilagante in questa porcheria di paese: lo “scontro di civiltà”, la “lotta al terrorismo”, la differenza di culture, e via delirando. I rumeni si chiamano così proprio per l’impronta lasciata loro dall’annessione a Roma – ammesso che simili argomenti abbiano un senso. Anzi, quando l’impero romano era ormai scomparso, là se ne teneva vivo un brandello. Dico questo per prevenire le obiezioni delle canaglie fasciste, sempre pronte ad asservire la storia per giustificare i propri delitti. Non vi serve cercare Dna particolari. La Romania era ed è più latina di quanto non lo sia l’ipotetica “Padania”. Se siete fascisti, siatelo fino in fondo. Se siete “padani”, andate affanculo. Da bravi barbari, vi bevete l’acqua del dio fiume, con larve annesse. Prosit!

Veniamo al caso che invade le cronache. Un rumeno, per la precisione un Rom, violenta e uccide una povera donna. Dove abito io, l’ultima violenza carnale di una lunga serie è stata commessa, se ricordo bene, da un calabrese ubriaco. Non mi risulta che, per questo, la Regione Emilia-Romagna abbia rotto le relazioni con la Regione Calabria, né che si sia scatenata una caccia al calabrese.
Invece, se le cronache dicono il vero, il governo Prodi avrebbe richiamato l’ambasciatore in Romania. Non so se la notizia sia fondata, però ho visto Walter Veltroni, segretario del futuro Partito Democratikkko e sindaco di Roma, lamentare a Ballarò che i rumeni in Italia sono troppi (riecheggiando Beppe Grillo, altra brava persona), e rivendicare con orgoglio la distruzione delle loro baracche (dove siano finite le famiglie degli “sfollati” non si sa). Intanto, grazie anche alle indirette istigazioni dello stesso Veltroni, squadre di “giustizieri” sprangavano rumeni qualsiasi mentre, carichi di borse, uscivano da un supermercato, e distruggevano un negozio di “specialità dalla Romania”. Il Giornale applaudiva questa reazione spontanea delle masse.
A mia conoscenza, mai il governo degli Stati Uniti ha convocato diplomatici italiani per rinfacciare loro ciò che stavano facendo, in territorio americano, gli affiliati alla Mano Nera o a Cosa Nostra. Pescava i colpevoli, se ci riusciva, e li sbatteva in galera.
Solo da noi si fa ricadere un crimine su un popolo intero, e si prende a pretesto un delitto per criminalizzare una nazionalità nel suo complesso. Che i rumeni si consolino. Prima era già accaduto agli albanesi, ai nordafricani, ai polacchi, agli “slavi” in genere, ai meridionali. Nel Medioevo, i Veltroni di allora (o i Fini, o i Casini, o i Berlusconi, o i leghisti del tempo) imprecavano contro gli ebrei, che dissanguavano bambini cristiani. La – da me non tanto – compianta Oriana Fallaci inveiva contro i somali, rei di sporcare Firenze. Ogni epoca ha il suo stronzo, e la sua vittima.
Tornando ai rumeni, delinquenti per vocazione genetica, cos’abbiamo fatto noi a loro? Una qualche reciprocità esiste.
Era appena caduto il regime di Ceausescu e già migliaia di “imprenditori” italiani (chiamiamoli con il loro nome: “padroni” e “padroncini”) si fiondavano in Romania, come in altri paesi dell’Est, alla ricerca di manodopera sottopagata. L’avvilente epopea di questi tristi avventurieri è appena stata narrata da Andrea Bajani in un bellissimo romanzo, altamente consigliabile: Se consideri le colpe, Einaudi, 2007. I “portatori di progresso” italiani si rendevano complici di un doppio crimine: togliere lavoro in Italia e instaurare lavoro schiavistico altrove. Intanto un paese, sottratto a una dittatura ma lasciato nelle braccia del neoliberismo più brutale, assisteva a un degrado progressivo, e diventava tra i massimi esportatori di delinquenti e, soprattutto, prostitute. Nessuno, come i clienti di queste ultime, apprezza i benefici del capitalismo. D’altronde la merce è varia: un volo aereo e c’è, alla periferia di Timisoara, un bordello in cui sono in vendita minorenni dei due sessi. I padroncini vi si affollano.
Fa comodo la miseria altrui, purché resti a casa propria. Se viene qua, si trasformerà in puro accidente o in scelta criminale.
Che schifo! Che paese (o etnia, a questo punto?) di merda è diventato l’Italia!

Il secondo è di Wu Ming ed è apparso sulla newsletter telenmatica Giap! (la trovate anche qui).

Atmosfera da pogrom. Nel 1997 accadde qualcosa di molto simile con gli Albanesi – se non peggio, perché in quel caso non c’era nemmeno un omicidio con stupro a fare da detonatore, soltanto disperati che fuggivano in massa da un futuro di merda.

Siamo andati a ripescare gli articoli di allora: governo Prodi, Veltroni vicepremier, fiumi di inchiostro sul popolo di sinistra che si scopre razzista e tutto sommato non diverso dall’elettorato della Lega Nord, un decreto xenofobo varato su pressione del centrodestra e condannato dalla comunità internazionale (in quel caso la possibilità, per la nostra Marina, di bloccare navi albanesi anche fuori dalle acque territoriali italiane), infine una strage (terribile, più di cento albanesi morti annegati nel canale d’Otranto, quasi certamente speronati da una nave italiana, caso immediatamente insabbiato e rimosso dalla coscienza collettiva).

***

La sovrapposizione totale tra Rom e cittadini della Romania è un processo di “identificazione” che lascerebbe attoniti, se qualcosa fosse ancora in grado di attonarci.

I Rom non sono tutti rumeni e non tutti i cittadini rumeni sono Rom. I Rom in Romania sono il 2,46% della popolazione. Il nome “Romania” deriva dalla storia delle conquiste imperiali romane, mentre il termine “rom” nella lingua romané (lingua di ceppo indo-ariano) significa “uomo”, anzi, più precisamente significa “marito” (e “romni” significa “moglie”). Esistono individui di etnia Rom in quasi tutti i paesi dell’Europa sud-orientale, e molti vivono anche in altri continenti.

L’identificazione surrettizia tra etnia e cittadinanza (oramai accettata anche “a sinistra”) emana sempre un fetore nazista: gli ebrei non potevano essere tedeschi, polacchi, russi, italiani… erano ebrei e basta, quindi “allogeni”, e il corpo sociale andava depurato da quella tossina. E una nazione che tollera un gran numero di allogeni non può che essere allogena essa stessa.

Peccato che in Romania gli unici veri “allogeni” siano i padroni italiani che hanno chiuso baracca e burattini in Italia per andar là a sfruttare una manodopera sottopagata e priva di diritti. Categoria di cui si è fatto rappresentante, poche settimane fa, il demagogo Beppe Grillo.

***

Sulla base di cosa, poi? Del fatto che i Rom/rumeni sono delinquenti, stupratori, assassini che hanno valicato i “sacri confini” della Patria e oggi seminano il terrore.

Peccato che stupro e ginocidio (= assassinio di donne) siano una specialità molto italiana. Secondo dati Istat del 2005, nel 20,2% dei casi denunciati (che a loro volta sono solo il 43% dei casi segnalati) lo stupratore è il marito della vittima; nel 23,8% il colpevole è un amico; nel 17,4% è il fidanzato; nel 12,3% è un conoscente. Soltanto nel 3,5% dei casi il colpevole è un estraneo.

Lo ripetiamo perché suona vagamente importante: soltanto nel 3,5% dei casi denunciati il colpevole di stupro è un estraneo.

E secondo il Soccorso Violenze Sessuali della Clinica Mangiagalli di Milano, il 50% delle vittime di stupri che avvengono in strada sono donne straniere.

Ma ovviamente fa notizia soltanto il caso (terribile ma sporadico) della donna italiana aggredita dallo straniero, dal barbaro, dall’allogeno.

Quanto agli omicidi, poco tempo fa il Procuratore di Verona Guido Papalia ha dichiarato: “Oramai uccide più la famiglia che la mafia.”

In Italia i carnefici delle donne sono sei volte su dieci italiani, italianissimi, e agiscono tra le mura domestiche, con armi da fuoco o coltelli da cucina, strangolando o picchiando a sangue, appiccando il fuoco o annegando nella vasca da bagno.
La media italiana è di 100 uxoricidi all’anno.

Però il problema sono i rumeni.

Che razza di paese è quello dove il Palazzo e la Piazza si scontrano/incontrano/aizzano a vicenda sulla base della stessa condivisa ignoranza, senza pudore, senza rispetto, obnubilati da un razzismo e provincialismo ottuso, che fa sembrare Peppone e Don Camillo due illuminati cosmopoliti?

È l’Italia. Non c’è modo di definirlo. Questo posto è unico al mondo e non regge paragoni, fa categoria a sé, ogni aggettivo è inadatto, superato dalla notizia di domani.

E nel frattempo?
Aspettiamo la strage?
Va bene, purché sia Democratica.

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La squadra 8 (14)

Puntata di transizione, direi.

Due cose mi sono piaciute:

  • “Il compromesso non è contemplato” (la brigatista in passamontagna e occhi verdi alla sua vittima)
  • la scena finale con citazione di Dressed to kill di Brian de Palma.

7 novembre – Ottobre!

90 anni fa aveva inizio un grande e indubbiamente coraggioso esperimento sociale. È andato a finir male, probabilmente da subito, o quasi. Alcuni dicono che il tribunale della storia è ancora in camera di consiglio. Temo che la condanna sia definitiva, si discute sulle eventuali attenuanti.

Il film girato per il decimo anniversario da Sergei Eisenstein non l’ho trovato. Accontentativi di un frammento. Notate il montaggio (praticamente un’invenzione di Eisenstein). Le musiche (aggiunte) sono di Dmitri Shostakovitch.

La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (2)

Penso che tutti sappiano chi era Tchaikovsky (1840-1893), non fosse che per lo Schiaccianoci e per il celeberrimo Concerto per pianoforte. Ha fama di essere un musicista facile e adatto a un pubblico di bocca buona, ma vi assicuro che è stato un grande. È nota anche la sua tormentata vita sessuale, che alla fine lo condusse al suicidio, per un film di Ken Russell (mi pare che il titolo italiano fosse L’altra faccia dell’amore).

Il brano scelto per la colonna sonora dell’incontro d’amore ideale è l’Andante cantabile (secondo movimento) del suo 1° Quartetto per archi, in re maggiore. Si racconta che il giovane Tchaikovsky facesse la fame con lo stipendio di insegnate al Conservatorio di Mosca. Per raggranellare un po’ di quattrini, nel 1871 organizzò un concerto in cui presentò, tra l’altro, il Quartetto, composto per l’occasione. Il secondo movimento – che spesso si ascolta anche in una versione per orchestra d’archi – ha due temi: il primo è tratto da una canzone popolare russa che Tchaikovsky aveva appreso da un falegname di Kamenka; il secondo è un tema originale cantato dal violino su un tappeto pizzicato di note discendenti del violoncello.

L’esecuzione che sentiamo qui è forse la migliore, quella del Quartetto Borodin:

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6 novembre 2007 – Marc Ribot

Sala Petrassi, Auditorium Parco della musica.

Eravamo davvero pochi, per il concerto di un chitarrista straordinario.

Concerto sconcertante, se mi permettete il bisticcio. Ribot l’avevo sentito due volte qualche mese fa, nei concerti Masada di John Zorn, con il trio Asmodeus e con Electric Masada, di cui ho doverosamente riferito.

Da solo, è in parte completamente diverso, se mi posso esprimere così. Suona completamente assorto (e questo lo fa anche in gruppo, sfiorando l’autismo), ma da solo l’effetto è più straniante, perché devi fare uno sforzo continuo per non perdere il filo del suo pensiero musicale. Tecnicamente è certamente molto preparato (affiora una preparazione classica), ma non sono infrequenti le “sporcizie” soprattutto ritmiche, non so se volute per accentuare un intento “espressionistico” o messe in conto per non perdere di vista il filo dell’improvvisazione. Alterna acustica ed elettrica, ma dell’elettrica ci tiene a far sentire il suono “della corda”, avvicinando il microfono.

Il meglio, forse, è che giudichiate da soli. Un esempio acustico:

E uno elettrico:

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Remember remember the fifth of November

1605. La congiura delle polveri. Guy Fawkes e i suoi amici cattolici progettano di far saltare il parlamento, il re e la famiglia reale. Ne abbiamo già parlato a proposito di V per vendetta, ricordate.

Gli inglesi, che hanno inventato il sense of humour, ricordano l’evento con i fuochi d’artificio. E con due poesiole, che riporto qui sotto. La prima è la più famosa, ma la seconda è di scottante attualità e la dedico a Ratzinger.

Remember, remember the Fifth of November,
The Gunpowder Treason and Plot,
I know of no reason
Why Gunpowder Treason
Should ever be forgot.
Guy Fawkes, Guy Fawkes, t’was his intent
To blow up King and Parliament.
Three-score barrels of powder below
To prove old England’s overthrow;
By God’s providence he was catch’d
With a dark lantern and burning match.
Holloa boys, holloa boys, let the bells ring.
Holloa boys, holloa boys, God save the King!
 

Ecco la seconda:

 
A penny loaf to feed the Pope
A farthing o’ cheese to choke him.
A pint of beer to rinse it down.
A faggot of sticks to burn him.
Burn him in a tub of tar.
Burn him like a blazing star.
Burn his body from his head.
Then we’ll say ol’ Pope is dead.
Hip hip hoorah!
Hip hip hoorah hoorah!