Pink Elephants on Parade

Il 23 ottobre 1941 esce sugli schermi americani Dumbo, lungometraggio d’animazione di Walt Disney.

Non uno dei più belli (sdolcinato, e visibilmente a basso costo dopo Biancaneve e Pinocchio), ma per me è memorabile per la scena allucinatoria del sogno degli elefanti rosa. Tutte le volte che bevo un po’ troppo (e non è un evento così raro), temo di avere lo stesso tipo di allucinazioni. Siamo più di 45 anni prima di Yellow Submarine dei Beatles.

Romania e musica (2)

Per motivi che ignoro (posso fare qualche ipotesi, ma è così fragile che non mi sembra il caso di esporla), la capacità di fare, concepire, suonare buona musica non è equidistribuita sul globo terrestre. Noi viviamo in un Paese, l’Italia, universalmente considerato musicale, da Monteverdi a Verdi alla canzone napoletana. In Occidente, la Germania gode di fama analoga, almeno in ambito “colto”. Nell’ambito delle musiche popolari e tradizionali, secondo me due Paesi stanno al di sopra di tutti gli altri per originalità, quantità e qualità della loro produzione musicale: il Mali (e ne parleremo qualche altra volta) e la Romania.

All’inizio del 1900, Bela Bartok (che era nato in quella parte di Ungheria che divenne Romania dopo la prima guerra mondiale) batté per oltre vent’anni le campagne ungheresi e romene raccogliendo testimonianze e materiali etnomusicologici (oltre 6.000 brani) che, in parte, incorporò nelle sue composizioni. Ne sono un esempio le danze rumene per pianoforte (ma ne esiste una trascrizione per pianoforte e violino), composte nel 1915 a partire da melodie raccolte tra il 1910 e il 1912 a Maros-Torda, Bihar, Torda-Aranyos e Torontal. Adesso, i Taraf de Haidouks – una banda di lautari, o anche (questo significa il loro nome) di banditi gentiluomini – chiudono il cerchio, reinterpretando con i modi della musica popolare la musica colta di ispirazione popolare di Bartok.

Il disco dei Taraf de Haidouks merita una recensione più ampia, che mi riprometto di fare. Ma in questi giorni di vergognoso razzismo diretto contro i rumeni e in particolare i Rom, mi sembra doveroso un omaggio alla loro grandezza.

Ascoltate:

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La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (1)

Cominciamo una nuova rubrica: brani musicali che potrebbero essere (a parer mio) la colonna sonora dell’incontro d’amore ideale.

Iniziamo da un brano relativamente poco noto: il 3° movimento (Notturno: andante) dal Quartetto d’archi n. 2 di Alexander Borodin.

Borodin (1833-1887) era un musicista dilettante, che di mestiere faceva il professore di chimica all’università. Musicalmente, faceva parte di un gruppo di musicisti “nazionalisti” russi (nazionalisti nel senso che volevano far emergere nella loro musica elementi folklorici e nazionali) noto come il Gruppo dei cinque (Balakirev, Rimsky-Korsakov, Mussorgsky e Cui, oltre a Borodin). La sua composizione più famosa sono le Danze polovesiane tratte dall’opera Il principe Igor: famosa perché in un musical di Broadway del 1953, Kismet, una delle melodie divenne la nota canzone Stranger in Paradise.

Il Quartetto d’archi da cui è estratto questo terzo movimento fu scritto nel 1881, pare in occasione del ventesimo anniversario dell’incontro di Borodin con la moglie Ekaterina. Per quanto irrilevante sotto il profilo musicale, mi piace pensare che si tratti fin dalla sua ispirazione di un canto d’amore.

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Colours – Donovan

Donovan non è stato un genio, né un pilastro della canzone (gli inglesi cercavano di venderlo come la risposta nazionale a Bob Dylan, figuratevi) e questa canzone non è un capolavoro.

Però è una canzone semplice e delicata, che ha il potere di rendere radioso un mattino. Provate a cantarla a piena voce. Coraggio. Vi metto anche le parole.

Qui Donovan la canta e suona con il grande (ma questa è un’altra storia) Pete Seeger al banjo. Se non riuscite a vederlo qui sotto, andate su YouTube, ne vale la pena.

Yellow is the colour of my true love’s hair
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise,
That’s the time, that’s the time,
I love the best.
Green’s the colour of the sparklin’ corn
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise.
in the mornin’ when we rise.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Blue’s the colour of the sky
In the mornin’ when we rise,
In the mornin’ when we rise.
in the mornin’ when we rise.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Mellow is the feeling that I get
when I see her, mm hmm,
when I see her, uh huh.
That’s the time, that’s the time
I love the best.
Freedom is a word I rarely use
Without thinkin’, mm hmm,
Without thinkin’, mm hmm,
Of the time, of the time
When I’ve been loved.

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L’estate fredda dei morti

Novembre, di Giovanni Pascoli,

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Una bella analisi della poesia la trovate qui.

Tutti in Trentino

Dopo Cortina, sono sempre più i cittadini che chiedono che il loro comune faccia parte del Trentino-Alto Adige invece che della Regione cui apparteneva finora.

Che fare? Anzitutto, pollice verso alle reazioni scomposte alla Galan: si sentiranno anche “governatori”, ma i cittadini non sono sudditi e hanno espresso le loro preferenze democraticamente. Quindi propongo che si dia immediatamente corso alle loro legittime richieste.

E gli altri? Quelli che non hanno la fortuna di risiedere in comuni contermini al Trentino-Alto Adige? Non avrebbero il diritto di esprimere la medesima preferenza? Vogliamo fare una palese ingiustizia, introdurre un’incostituzionale disparità di trattamento (“Tutti i cittadini […] sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” art. 3) per questa solo circostanza contingente? impedire ai cittadini, che so, di Tivoli o di Palazzolo Acreide di diventare parte del Trentino per il solo motivo della distanza geografica?

La soluzione è a portata di mano. Indiciamo un referendum costituzionale (che, tra l’altro, costerebbe alla nostra disastrata finanza pubblica molto meno di quasi 8.000 consultazioni locali) e trasferiamo tutti i comuni italiani alla Regione Trentino-Alto Adige. Già che ci siamo, aboliamo tutte le Regioni tranne una e tutte le Province tranne due. Sciogliamo le camere e sostituiamole con le assemblee provinciali e regionale. E mettiamo al Governo gli oculati amministratori di quella Regione.

Non funzionerebbe, dite? Perché i trentini e gli alto-atesini non vogliono nuovi concittadini? Questo vi fa sorgere il sospetto che tutti vogliano diventare trentini non tanto perché la Regione è ben amministrata, ma perché i cittadini di questa Regione a statuto speciale godono di privilegi fiscali e amministrativi e percepiscono una quota pro capite più elevata di trasferimenti pubblici? Alla base delle preferenze espresse con il voto non c’è un’esigenza di eguaglianza, ma al contrario la ricerca di un privilegio, motivata dall’esistenza di una “differenza di potenziale” nei benefici che (a parità sostanziale di tassazione) i cittadini delle diverse Regioni percepiscono? Sapete che non ci avevo pensato…

Ma se è così, è un motivo di più per abolire le Regioni e fare marcia indietro sulla devolution. O no?

Zelig

Zelig, 1984, di e con Woody Allen.

Un capolavoro, un po’ compiaciuto – come è spesso Woody Allen – ma un capolavoro di ironia, di battute fulminanti, di nostalgia. Il tutto in 79 minuti.

Ma non è questo che volevo dire. Volevo dire che io sono un po’ Leonard Zelig. Ed essere un po’ Zelig è essere Zelig al quadrato, se ci riflettete. Sono Zelig perché (come tutti voi) – e in questo Zelig è un personaggio universale, un simbolo del nostro tempo come il miglior Chaplin – sono disposto a cambiarmi per essere assimilato, accolto: non riesco (ancora) a trasformarmi del tutto fisicamente, ma riesco a mimetizzarmi nel linguaggio, nei tic, nell’atteggiamento mentale di chi mi circonda. Non per conformismo, ma per timore di non essere accettato. E per non mettermi troppo in vista.

Lo zeligismo è però anche una forma di empatia: mettersi nei panni degli altri aiuta a capirli, a capirne le ragioni. Per questo, uno Zelig nazista è incongruo e il Ku-Klux-Klan vede in Zelig un triplice nemico (negro, indiano ed ebreo). Per questo, c’è anche uno zeligismo dell’amore: quando ci innamoriamo ci sentiamo trasformati (è l’inizio del processo) e ,via via che il processo si compie, le coppie di lunga data si trasformano fino a sembrarci un po’ autosimili, più fratelli che sposi, più famiglia che amanti.

29 ottobre – Joseph Goebbels

Nato il 29 ottobre 1897, oggi compirebbe 110 anni.

Esponente di spicco del nazismo, Gauleiter di Berlino dal 1926 e ministro della propaganda dal 1933, fu anche cancelliere del Reich per poche ore, dopo la morte di Hitler.

Figlio di genitori ferventi, fu educato in ambienti cattolici. La sua frase più famosa – Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità – sembra a me tecnicamente ispirata al modo in cui operano le religioni per fare proseliti (si veda, su questo blog, la recensione a god is not Great). E certamente questa tecnica non è morta con lui: ne siamo tutti vittime ogni volta che la stampa e la televisione decidono per noi che cosa è importante e attuale, e che cosa no.

La sequenza della morte di Goebbels e della sua famiglia è uno dei momenti più sconvolgenti del controverso film La caduta. La sera del 1° maggio, Magda Goebbels e un medico delle SS somministrarono ai sei figli della morfina. Una volta addormentati, lei stessa li uccise rompendo una capsula di cianuro nella bocca di ognuno. Poi entrambi si suicidarono (secondo alcuni, lui uccise lei e poi si sparò; secondo altri si fecero sparare alla nuca da un attendente). Infine, i corpi furono cremati.

Il filmato che ho trovato su YouTube è in parte modificato (anche nella colonna sonora).

Macaroni Symphony Hour

Il concerto della domenica di Boris:

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L’amico americano (1977)

L’amico americano (Der Amerikanische Freund), di Win Wenders, con Dennis Hopper e Bruno Ganz.

Non necessariamente, quando si incontrano due geni, il risultato è geniale. Sono molti i brutti film tratti o ispirati da romanzi straordinari, e c’è anche qualche bel film tratto da un romanzo mediocre. In questo caso, l’incontro tra Patricia Highsmith e Wim Wenders ha prodotto un risultato stupefacente.

Di Patricia Highsmith, scrittrice americana trasferitasi in Europa, è famosa soprattutto per la serie di 5 romanzi di cui è protagonista l’amorale Tom Ripley, più volte portati sullo schermo:

  1. The Talented Mr Ripley, 1955: Plein Soleil, 1960, per la regia di René Clement e con Alain Delon nella parte del protagonista; e di nuovo con il titolo originario nel 1999 con Matt Damon (regia di Anthony Minghella).
  2. Ripley Under Ground, 1970: Ripley Under Ground, 2005, per la regia di Roger Spottiswoode con Willem Dafoe (ma Ripley è Barry Pepper)
  3. Ripley’s Game, 1974: da questo romanzo è tratto L’amico americano, ma fu anche riproposto da Liliana Cavani nel 2002 con il titolo originario e John Malkovitch nella parte di Ripley
  4. The Boy Who Followed Ripley, 1980
  5. Ripley Under Water, 1991.

Quelli della Ripliade non sono gli unici romanzi della Highsmith a essere stati adattati per lo schermo. Il suo primo, Strangers on a Train divenne nel 1951 un capolavoro di Hitchcock. The Blunderer, il suo secondo romanzo (1954) divenne nel 1963 Le meurtrier di Claude Autant-Lara. This Sweet Sickness del 1961 divenne nel 1977 Dites-lui que je l’aime con Gerard Depardieu e Miou-Miou.

Fine dello sfoggio di cultura e veniamo al film di Wenders.

Dicevo prima che è un film stupefacente: lo è in molte delle accezioni del termine. Wenders racconta una storia di genere, un thriller tradizionale (gangster, pistole, treni in corsa…) e lo distorce a quello che vuole dirci. Non a caso uno dei temi del film (e del romanzo) è la contraffazione, quella delle opere d’arte (il falsario Nicholas Ray) e quella della realtà che operano i cineasti (come Nicholas Ray): la contraffazione è un crimine, l’attività cinematografica pure, e infatti tutti i gangster del film sono interpretati da registi (come Samuel Fuller, Daniel Schmid, Jean Eustache e Peter Lilienthal). La contraffazione del quadro di Derwatt messo all’asta è colta da Jonathan Zimmermann (Bruno Ganz, il corniciaio leucemico – anche la Highsmith è morta di leucemia) in una diversa sfumatura di blu. Parallelamente, in tutto il film, i colori sono saturati e distorti in modo da accrescere – espressionisticamente – il senso di straniamento.

Ci pensa la morte a riportare tutto in ordine, a dare una cornice (Ganz fa il corniciaio e Der Rahmen, “La cornice” era il titolo provvisorio del film) d’ordine letale al tumulto della vita: Ganz dà la morte agli altri per timore della propria. Sospettando di essere condannato a morte dalla malattia (forse non lo è, è una trappola che gli ha teso Ripley perché Ganz si è rifiutato di stringergli la mano – no, lo è: quando si è finalmente convinto di non essere malato, Ganz muore), come in un sogno, lascia cadere tutte le sue remore morali.

Ganz è già morto, in realtà. Uccide come uno zombie. Non è più toccato dai sentimenti: né dall’amore per la bella moglie, né dalla tenerezza per il figlio, Nè dalla possibile amicizia con Ripley, l’amico americano (“l’amicizia è impossibile”, gli dice).

Infine – l’hanno detto in molti, e c’è effettivamente una lucidità profetica in questo – il film parla dello scontro di civiltà tra USA e vecchia Europa: Ripley è circondato dai simboli del colonialismo culturale americano, dall’auto alle Marlboro, dalla birra Canada Dry al jukebox Wurlitzer. L’America porta la morte e la distruzione in Europa. I vecchi edifici sul fronte del porto di Amburgo, come la casa di Zimmermann, dovranno essere essere distrutti dal “nuovo che avanza”. Ma – anche se Wenders non poteva saperlo 30 anni fa – nemmeno i simboli dell’America sono eterni: in una delle scene iniziali a New York con l’omerico falsario cieco di Nicholas Ray compare sullo sfondo nebbioso il profilo sfumato delle torri gemelle…

Qui vi dovete accontentare del trailer: