Daniel Lanois – The Messenger

Canzoni che piacciono (quasi) solo a me.

Got a letter from a messenger
I read it when it came
It said that you were wounded,
you were bound and chained

You had loved and you were handled
You were poisoned, you were pained
oh no, oh no –
you were naked, you were shamed

You could almost touch heaven
right there in front of you
liberty just slipped away on us
now there’s so much work to do

Oh the door that closes tightly
is the door that can swing wide
oh no, oh no –
Not expecting to collide

For a minute I let my guard down
not afraid to be found out
Completely forgotten
what our fears were all about

oh no, oh no –
There’s no need to be without

There’s a chance and I will take it
this desire I can’t kill
Take my heart, please don’t break it
I will crawl to your foothill

I’m frightened but I’m coming,
please baby, please lay still
oh no, oh no –
Not coming for the kill
oh no, oh no –
Not coming for the kill
oh no, oh no –
Not coming for the kill

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L’uomo dei cerchi azzurri

Vargas, Fred (1996). L’uomo dei cerchi azzurri (L’Homme aux cercles bleus). Torino: Einaudi. 2007.

Che dire? Finalmente Einaudi si è deciso a pubblicare i “vecchi” romanzi della Vargas. Qui abbiamo la prima comparsa di Adamsberg (mi risulta che in realtà il romanzo è stato scritto nel 1990).

Mi aspettavo una Vargas meno matura, dei personaggi meno definiti. Non è così: il romanzo non delude le aspettative di noi fedeli lettori della Vargas, il meccanismo narrativo e la trama “gialla” sono riusciti.

La bella traduzione è della mia adorata Yasmina Melaouah.

In più, c’è un’inaspettata dichiarazione di poetica:

Scrivere cosa? E perché poi, scrivere? Per raccontare la vita, rispose a se stessa. Cazzate! […] Perché scrivere? Per sedurre? È così? Per sedurre gli sconosciuti, come se i conosciuti non ti bastassero? Per illudersi di raccogliere la quintessenza del mondo in poche pagine? Ma quale quintessenza, poi? Quale emozione del mondo? Che dire? […] Scrivere significa fallire (p. 215).

Le solite piccole perle:

Ma Adamsberg aveva l’impressione di non avere alcun rapporto con la propria immagine pubblica, quindi era come sdoppiato. Poiché tuttavia già dall’infanzia si era spesso sentito diviso in due, da una parte Jean-Baptiste e dall’altra Adamsberg, che stava a guardare Jean-Baptiste e lo seguiva passo passo ridacchiando, adesso risultavano essere in tre: Jean-Baptiste, Adamsberg e l’uomo pubblico, Jean-Baptiste Adamsberg. Stenta e dilaniata Trinità (p. 29).

Per questa settimana abbiamo chiuso con la compassione, la consolazione paziente, i lucidi incoraggiamenti e gli svariati ideali umanitari. Si nasce e si crepa e nel mezzo ci si ammazza di fatica per perdere tempo fingendo di guadagnarlo, e questo è tutto quello che ho voglia di dire sugli uomini. Lunedì prossimo li troverò fantastici con tutti i loro minimi indugi e la loro traiettoria millenaria, ma per oggi è impensabile. Per oggi solo cinismo, caos, futilità e piaceri immediati (p. 55).

Infine, questo toccante monologo interiore di Jean-Baptiste:

Morta morta morta. Camille morta. Certo morta. E finché l’aveva immaginata viva, anche se lo tradiva quanto lui aveva tradito lei, anche se lo evitava in tutti i suoi pensieri, anche se accarezzava le spalle del groom nel suo letto d’albergo al Cairo dopo che lui era venuto a cacciar via gli scarafaggi, anche se fotografava tutte le nuvole del Canada – perché Camille faceva collezione di nuvole dal profilo umano, tutto sommato piuttosto difficili da trovare – e anche se aveva dimenticato persino la sua facci, e persino il suo nome, anche con tutto questo, se Camille si muoveva da qualche parte sulla terra, allora andava tutto bene. Ma se Camille era morta chissà dove nel mondo, allora la vita si strozzava. Non valeva più tanto la pena agitarsi la mattina e correre tutto il giorno, se Camille era morta, l’improbabile discendente di un dio greco e di una prostituta egizia, come lui vedeva le sue origini. Non valeva neanche più tanto la pena stressarsi a cercare degli assassini, sapere quanto zucchero vuoi nel caffè, andare a letto con Christiane, guardare tutte le pietre di tutte le vie, se Camille non faceva più dilatare la vita intorno a sé, con le sue cose del serio e del futile, una sulla fronte, l’altra sulle labbra, che si allacciavano insieme in un otto che disegnava l’infinito (p. 69).

Quasi una poesia di Montale. È profondamente vero: la persona amata fa dilatare la vita intorno a sé, sul viso della persona amata si disegna l’infinito.

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Ernesto Che Guevara e Beppe Grillo

Devo confessare un’atrocità che ho commesso e che mi porto dentro da 40 anni.

il 9 ottobre 1967 cadeva in un’imboscata in Bolivia Ernesto ‘Che’ Guevara. Non ho bisogno di spiegare chi è. Se volete andate a leggere su Wikipedia. Non voglio nemmeno pubblicare la celebre foto di Korda ma quella, ben più cruda e vera, del Che ucciso: quasi un Cristo morto del Mantegna.

La mia atrocità. Milano fu presto coperta di manifesti che gridavano: Il Che è vivo! Il mio amico del cuore Andrea (non il suo vero nome) aggiunse a penna: I funerali si terranno alle ore 10. Non mi ribellai, non lo mandai affanculo, non gli misi le mani addosso, non lo invitai a ragionare, non ruppi l’amicizia. Mi misi a ridere. Mi sembrò una cosa divertente, spregiudicata e coraggiosa. Era un’atrocità. Me ne vergogno da 40 anni.

E non l’avevo mai rivelato a nessuno, o quasi.

Senza pretesa di redimermi, ma almeno con la consapevolezza della parte da cui non stare, se non di quella da cui stare, rendo omaggio ai rumeni e ai rom in Italia, dileggiati in Italia da Beppe Grillo (il nuovo beniamino dei mass media e degli opinionisti un tanto al pezzo) con toni degni dei nazisti (che, infatti, di rom ne hanno sterminati tra 400.000 e 800.000).

“…y sobre todo, sean siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un revolucionario” (Ernesto Che Guevara).

È la stampa, bellezza (2)

Ne hanno parlato stamattina quotidiani, giornali radio e telegiornali: gli infortuni sul lavoro sono in calo.

Boris è andato alla fonte e vi riporta il comunicato-stampa dell’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro):

Roma, 4 ottobre 2007. Si è svolto questa mattina presso la Residenza di Ripetta a Roma, il seminario organizzato da Legacoop “Il lavoro in edilizia: sicurezza ed opportunità” che ha appunto toccato il tema della sicurezza sul lavoro nel settore delle costruzioni. […]

“Secondo le stime provvisorie dei primi otto mesi di quest’anno – ha dichiarato il direttore generale dell’INAIL, Piero Giorgini – si sta registrando una decelerazione degli incidenti mortali, dovuta in particolare alla riduzione dei casi mortali nelle costruzioni: 150, rispetto ai 222 dello stesso periodo del 2006”.

Nei primi otto mesi del 2007 sembrano diminuire anche le morti sul lavoro in agricoltura (da 82 del 2006 a 58 del 2007) e nel settore dell’industria e servizi dove si è passati dai 778 casi dello scorso anno a 692. “Le stime finali per il 2007 – ha concluso Giorgini – si attestano su una riduzione complessiva di circa un punto-un punto e mezzo”.

“L’INAIL, seppur su dati provvisori, segnala una calo di morti sul lavoro nei primi mesi del 2007. È una notizia bellissima”, ha dichiarato il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, Cesare Damiano. “Ogni morto in meno è una vita umana salvata e questo è frutto di un impegno corale: risultato dell’autorevole monito del presidente della Repubblica, della forte azione di contrasto del lavoro nero e del Pacchetto sicurezza varato lo scorso anno, delle prime applicazioni della legge delega che ha avuto il conforto dell’opposizione, ma anche del ruolo giocato dalle parti sociali – sindacati e imprenditori del settore in primo luogo”.

Una notizia bellissima, senza dubbio. Me ne rallegro profondamente, anche se – come ho già avuto occasione di scrivere – vorrei che di morti (e di feriti) per infortunio sul lavoro non ce ne fosse neppure uno.

E però c’è qualcosa che non torna. A fine aprile i giornali avevano dato l’allarme e scrivevano che “le morti bianche sono ormai una vera e propria emergenza nazionale”. Boris aveva fatto 4 conti ed espresso qualche dubbio, sostenendo che i dati disponibili suggerivano anzi una certa diminuzione nell’anno in corso. Sono contento – va da sé – di aver avuto ragione e, se permettete, di aver avuto ragione due volte: una, perché le morti sul lavoro sono effettivamente diminuite; l’altra, perché le considerazioni che facevo sulla ricerca di sensazionalismo degli organi d’informazione mi sembrano tutte confermate.

I giornali di oggi non ricordano quello che avevano scritto meno di 6 mesi fa, quando parlavano di emergenza e avevano indotto a intervenire persino il Quirinale. Si guardano bene dal chiederci scusa per averci allarmato senza una solida documentazione, ma non per cattiveria o per sfrontatezza. I media non hanno memoria. I media vivono sul quotidiano. I media contano sul fatto che non abbiamo memoria neppure noi lettori.

Il ministro Cesare Damiano, persona fino a prova contraria rispettabilissima, cade come un farlocco nella medesima fallacia che qualche mese fa faceva gridare alla strage: una piccola fluttuazione (in quell’occasione era il concentrarsi in pochi giorni di alcuni casi particolarmente atroci, in questa un dato provvisorio che fa prevedere una diminuzione dei morti sul lavoro) induce a individuare un cambiamento di tendenza, l’inizio di una nuova era. Magari fosse così! Magari potessi condividere l’entusiasmo del ministro. In realtà, è impossibile escludere che una variazione così piccola non sia l’effetto del caso e non è corretto estrapolare una tendenza da una serie così breve. Nella migliore delle ipotesi, la proiezione in ragione d’anno dei morti sul lavoro nel 2007 ci riporterà sui livelli del 2005, dopo la lieve crescita del 2006. C’è ancora molto da fare.

4 ottobre 1957 – Sputnik

Il primo satellite artificiale, una sfera d’alluminio piena di azoto, 58 cm di diametro e quasi 84 kg di peso. Rimase in un’orbita ellittica a 250 km d’altezza per circa 3 mesi, effettuando un’orbita ogni 96 minuti.

Per radio trasmisero il suo leggendario bip-bip, un suono veramente da film di fantascienza.

A me, che ero davvero molto piccolo, sembrò una cosa straordinaria ma al tempo stesso assolutamente naturale: avevo la fortuna di vivere nell’era della scienza, fiducia che – nonostante i numerosi colpi – non ho mai realmente perso.

La squadra 8 (11)

Non ho mai avuto dubbi: mai fidarsi di qualcuno che gioca a golf, soprattutto se è un notaio.

E le donne che giocano a golf sono altrettanto pericolose.

Brecht aveva espresso un concetto simile, quasi 80 anni fa, nell’Opera da tre soldi: “Was ist der Einbruch in eine Bank gegen die Gründung einer Bank?” (Che cos’è una rapina in banca davanti alla fondazione di una banca?).

3 ottobre 1283 – Pena di morte

Traduco un articolo Tony Long comparso su Wired.

1283: Dafydd ap Gruffydd, l’ultimo Principe di Galles gallese per nascita in un Galles turbolento ma ancora libero, fu la prima persona a essere uccisa per impiccagione, sbudellamento e squartamento.

Benché la capacità umana in tema di crudeltà sia infinita, è difficile superare quella medievale in tema d’inventiva quando si tratti di esecuzioni capitali, soprattutto per alto tradimento.
Catturato dopo aver attaccato il castello di Hawarden per pasqua, durante il fallito tentativo gallese di conservare la propria indipendenza dall’Inghilterra dei Plantageneti, Dafydd fu imprigionato da un furioso re Edoardo I, accreditato di aver escogitato personalmente il supplizio. La sentenza diceva (semplicemente!) che la morte di Dafydd doveva essere lenta e dolorosa, e la fantasia regale si mostrò all’altezza.

Il giorno fissato, il 3 ottobre, Dafydd fu trascinato da una cavallo per le strade di Shrewsbury. Poi fu impiccato fino a perdere conoscenza, fatto rinvenire e sbudellato. I suoi intestini furono arsi sul rogo, mentre il condannato era costretto a osservare la scena, come pena simbolica per il sacrilegio di aver commesso i suoi crimini durante la settimana santa. Infine fu decapitato e squartato per aver complottato per la morte del re.

Questa modalità di pena capitale fu perfezionata nel tempo. Ad esempio, fu introdotta la castrazione come preludio allo sbudellamento. Lo squartamento fu praticato in tutta la Gran Bretagna fino al XVIII secolo e fu ufficialmente abolito soltanto nel 1870.

Fortunatamente, nel frattempo la tecnologia ha consentito fondamentali progressi, come la ghigliottina, la camera a gas e l’iniezione letale.

Aggiungo di mio che questo è il supplizio cui è sottoposto Braveheart nell’omonimo film (su YouTube lo trovate, ma mi rifiuto di metterlo qui!), nonché Jack Shaftoe nel Ciclo barocco di Neal Stephenson.

Magic Moments

Due curiosità su questa canzoncina:

  1. è il primo grande successo scritto da Burt Bacharach (1958)
  2. quando ero bambino ne girava una (all’epoca celeberrima) versione in milanese. Non l’ho trovata su YouTube, ma provate voi a fare il karaoke…
    Sun chi de per mì
    in d’la vasca da bagn
    cul bigul a gala.
    Me giri de chi,
    me giri de la,
    (ahi!) me schisci una bala.
    Poi ciapi el savun,
    me grati i cuiun
    (ahhh..) che bela truada.
    Magic, moment …
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Vorrei

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Il castello bianco

Pamuk, Orhan (1979). Il castello bianco. Torino: Einaudi. 2006.

La copertina, come potete vedere, è bellissima. Il romanzo molto meno.

In un momento di lucidità, o forse di autocompiacimento, l’autore scrive:

Eccomi giunto oramai all’epilogo. Probabilmente, gli accorti miei lettori hanno già da tempo intravveduto l’esito del mio racconto e hanno deciso di disfarsene buttandolo da qualche parte (p. 144).

Ecco, confesso di aver avuto questa tentazione, e di avere resistito un po’ per testardaggine (non mi piace non finire i libri, anche se da tempo – da quando sono consapevole del fatto che, per quanto a lungo viva, non sarò mai in grado di leggere tutto quello che vorrei, e nemmeno tutto quello che ho in casa! – mi dico che dovrei farlo) , un po’ per rispettare un impegno unilaterale assunto con chi legge questo blog. Non che il romanzo sia brutto. È, piuttosto, irrilevante.

L’istinto mi diceva di non leggere un “caso letterario” (Pamuk ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2006), come non ne ho letti altri. In genere, preferisco aspettare che il polverone si posi e si cominci a capire se siamo in presenza di un autore “vero”. Ma poi è arrivato un consiglio di amici…

Il castello bianco è un’opera giovanile del nostro e non è uno dei suoi romanzi più noti. Forse gli dovrebbe essere concessa una prova d’appello. La lingua è un po’ faticosa, ma non sono in grado di dire quanto la responsabilità sia dell’autore e quanto del traduttore.

Al centro della storia – per esplicita dichiarazione di poetica nel romanzo stesso e nella postfazione del romanziere – c’è il tema dell’identità e del sosia: E.T.A. Hoffman, Edgar Allan Poe, Dostoevskij, Stevenson. Ma a me, nelle strampalate imprese del Maestro e del suo schiavo – dai fuochi d’artificio all’astrologia, dai racconti illustrati alle macchine da guerra – sono venuti in mente soprattutto Bouvard e Pécuchet. Temo che non sia un accostamento gradito all’autore.

Interessante, anche se anacronistica, l’analisi scientifica per comprendere i meccanismi dell’epidemia di peste. Mi dà comunque l’occasione di raccontare una storia vera:

John Snow (1813-1858) era un medico inglese. Nel 1849 pubblicò On the Mode of Communication of Cholera dove suggeriva che il “veleno del colera” si riproduceva nel corpo umano e si diffondeva con cibi o acqua contaminati (la teoria prevalente era quella dei “miasmi”, cioè che il contagio avvenisse per inalazione di vapori infetti). Il libro fu lodato, ma Snow non poteva provare la sua ipotesi.

Nel 1854 scoppiò una nuova epidemia di colera a Londra. Snow allora rappresentò su una mappa i decessi e giunse alla conclusione che il principale focolaio era dovuto a una fontanella contaminata dalle fogne, all’intersezione tra Cambridge Street e Broad Street. La chiusura della fontanella si rivelò una misura profilattica efficace. L’ipotesi di Snow poté dirsi dimostrata. La sua mappa è un esempio ormai classico dell’efficacia dell’analisi spaziale per comprendere e risolvere i problemi sociali ed economici.

Qui sopra una parte della mappa originale di Snow.