god is not Great

Hitchens, Christopher (2007). god is not Great: how religion poisons everything. New York: Twelve. 2007.

La minuscola nel titolo non è un errore: è un’espressione chiara e programmatica del punto di vista di Hitchens. Forse l’altro locus del libro in cui Hitchens chiarisce al meglio la sua posizione (nel senso tanto di stance quanto di posture) è negli Acknowledgments finali:

My old schoolfriend Michael Prest was the first person to make it plain to me that while the authorities could compel us to attend prayers, they could not force us to pray. I shall always remember his upright position while others hypocritically knelt or inclined themselves, and also the day that I decided to join him. All postures of submission and surrender should be part of our prehistory (p. 285).

Hitchens è un polemista lucido ed espressivo. Scrive in un modo molto efficace, ed è un piacere leggerlo sia nei ragionamenti argomentati e documentati, sia nelle invettive e nelle memorabili battute finali. Molte delle cose che racconta, soprattutto con riferimento alle malefatte del Cattolicesimo e più in generale del Cristianesimo, le conosciamo bene. Ma lo strutturato elenco che Hitchens ci propone lascia abbastanza impressionati comunque. Più interessante per noi è la parte in cui ci chiarisce che le cosiddette religioni orientali non sono poi migliori di quelle “del libro”.

Hitchens, come già Dawkins (per The God Delusion) e Dennett (per Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon), non è recensito favorevolmente. Come tutti questi autori hanno opportunamente sottolineato, non si può polemizzare sulla religione come su qualunque altra cosa. Il tabù opera ancora e alla religione e ai religiosi è dovuto, apparentemente, un rispetto che non è dovuto (che ne so) ai vegetariani o ai comunisti. E a chi non mostra questo rispetto – sta, appunto, in piedi senza genuflessioni – si attribuisce la colpa di essere faziosi e comunque esagerati. Tra l’altro, Hitchens ne ha per tutti, anche per le religioni ideologiche dei totalitarismi del XX secolo, e quindi si non fa troppi amici. Ma il libro merita di essere letto, anche da chi è credente o da quella maggioranza silenziosa (?!) che, pur senza credere, sostiene che le religioni “fanno del bene” o sono buoni “compagni di viaggio” verso la progressiva meta che volta per volta si propone.

Il mio pezzo preferito è il commento al Vangelo di Giuda, pubblicato da National Geographic nella primavera del 2006:

The book is chiefly spiritualistic drivel, as one might expect, but it offers a version of “events” that is fractionally more credible than the official account. For one thing, it maintains as do its partner texts that the supposed god of the “Old” Testament is the one to be avoided, a ghastly emanation from sick minds. (This makes it easy to see why it was so firmly banned and denounced: orthodox Christianity is nothing if it is not a vindication and completion of that evil story.) Judas attends the final Passover meal, as usual, but departs from the customary script. When Jesus appears to pity his other disciples for knowing so little about what is at stake, his rogue follower boldly says that he believes he knows what the difficulty is. “I know who you are and where you have come from,” he tells the leader. “You are from the immortal realm of Barbelo.” This “Barbelo” is not a god but a heavenly destination, a motherland beyond the stars. Jesus comes from this celestial realm, but is not the son of any Mosaic god. Instead, he is an avatar of Seth, the third and little-known son of Adam. He is the one who will show the Sethians the way home. Recognizing that Judas is at least a minor adept of this cult, Jesus takes him to one side and awards him the special mission of helping him shed his fleshly form and thus return heavenward. He also promises to show him the stars that will enable Judas to follow him.
Deranged science fiction though this is, it makes infinitely more sense than the everlasting curse placed on Judas for doing what somebody had to do, in this otherwise pedantically arranged chronicle of a death foretold. It also makes infinitely more sense than blaming the Jews for all eternity. For a long time, there was incandescent debate over which of the “Gospels” should be regarded as divinely inspired. Some argued for these and some for others, and many a life was horribly lost on the proposition. Nobody dared say that they were all man-inscribed long after the supposed drama was over, and the “Revelation” of Saint John seems to have squeezed into the canon because of its author’s (rather ordinary) name. But as Jorge Luis Borges put it, had the Alexandrian Gnostics won the day, some later Dante would have drawn us a hypnotically beautiful word-picture of the wonders of “Barbelo”. This concept I might choose to call “the Borges shale”: the verve and imagination needed to visualize a cross section of evolutionary branches and bushes, with the extraordinary but real possibilitiy that a different stem or line (or tune or poem) had predominated in the labyrinth. Great ceilings and steeples and hymns, he might have added, would have consecrated it, and skilled torturers would have worked for days on those who doubted the truth of Barbelo. beginning with the fingernails and working their way ingeniously toward the testicles, the vagina, the eyes, and the viscera. Nonbelief in Barbelo would, correspondingly, have been an unfalling sign that one had no morals at all (pp. 113-114).

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Trenitalia

Boris è stato fuori qualche giorno (per questo ha trascurato il blog), godendo del privilegio di viaggiare con Trenitalia (se vi siete chiesti perché, alla fine di ogni viaggio, Trenitalia vi ringrazia per aver scelto di viaggiare con loro, quando apparentemente non ci sono alternative – è perché su alcune limitate tratte avreste potuto scegliere di viaggiare con Cisalpino, una società italo-svizzera, per esempio da Viareggio a Lugano).

Il viaggio è stato allietato, oltre che dalla letteratura che avevo portato con me, dalla patinata rivista Riflessi, Mensile per i viaggiatori di Trenitalia realizzato da ART Servizi editoriali SpA. Il periodico vanta una redazione di 10 persone e al numero di ottobre hanno collaborato altre 10 redattori.

La rivista, che ho avuto altre volte occasione di sfogliare, appartiene più alla categoria dell’inutile che del francamente dannoso: un blando irritante, direi, non un veleno.

Ma questo è un numero speciale, che annuncia fin dalla copertina: “al top della tecnologia” (sì, senza lettere maiuscole e con un superfluo anglicismo) – “Primato mondiale delle Ferrovie dello Stato nei sistemi intelligenti”.

Tutto fantastico. Avevo l’onore di viaggiare su uno dei nuovi ETR 500 AV (alta velocità), con il restyling effettuato da Giorgetto Giugiaro (che ha corretto gli errori di progettazione dell’altrettanto celebrato Pininfarina, i cui tavolini impediscono di muovere le gambe a chiunque sia più alto di Vittorio Emenuele III): “comfort, qualità, ottimi servizi a bordo”. Nella mia carrozza di seconda classe, nessuna delle 2 toilette funzionava: fuori servizio. Così nelle altre carrozze di 2° classe: ma che cosa pretende il viaggiatore, in fin dei conti ha pagato soltanto 51€ per la tratta Milano-Roma. Boris ha raggiunto la prima toilette fruibile di 1° classe chiedendosi se, sorpreso da un controllare, avrebbe dovuto pagare un supplemento di tariffa.

Colgo l’occasione anche per segnalarvi che da qualche mese, o forse da un paio d’anni, le toilette sono segregate per sesso (o per genere, non saprei). Sono identiche, disponendo entrambe di vani per i sacchetti per gli assorbenti, ma segregate. Non che faccia differenza, quando sono tutte guaste; ma quando i guasti colpiscono soltanto una frazione dei bagni, questa bella idea della segregazione dimezza la possibilità di trovare una toilette. Chissà se è il frutto delle elucubrazioni di qualche comitato di funzionari, convinto di possedere l’esatta cognizione dei desideri e delle priorità dei viaggiatori, o se è stato il risultato di un’indagine di customer satisfaction, oppure ancora una richiesta esplicita del cardinale Ruini e della senatrice Binetti.

Pubblicato su Grrr!. 2 Comments »

10 ottobre 1917 – Thelonious Monk

90 anni fa nasceva Thelonious Monk, pianista, uno dei grandi del jazz.

Lo ricordiamo con due brani giustamente famosi, ‘Round Midnight e Straight, No Chaser.

Nel 1988 Clint Eastwood ha prodotto un documentario sulla vita di Thelonious Monk, intitolato (guarda un po’) Straight, No Chaser, disponibile su YouTube a pezzi ma pressoché integralmente.

5 cose da non fare nelle riunioni

La rete è piena di consigli, più o meno buoni. Spesso si tratta di cose ovvie, curiose, o francamente ridicole.

  1. Arrivare sistematicamente in ritardo. Qualche volta può succedere a tutti, ma farlo sistematicamente implica: a) l’incapacità di organizzarsi; b) lo scarso rispetto per tutti gli altri partecipanti; c) l’incapacità di seguire regole condivise.
  2. Usare il cellulare. Sarebbe addirittura meglio non portarlo. Almeno silenziate la suoneria. Vietatissimo farsi beccare a fare i giochini.
  3. Chiacchierare con il vicino. Non ha bisogno di commenti.
  4. Non concentrarsi e fare qualcos’altro. Almeno non fatevi beccare: quindi no alla lettura di giornali, libri e riviste. Se la riunione è inutile e noiosa, consiglio di mettersi a scrivere qualcos’altro, lasciando credere che state prendendo appunti.
  5. Parlare inutilmente e a lungo. A volte intervenire è necessario per motivi tattici (mettersi in luce con il capo, o perché vi hanno chiesto di sostenere una posizione): ma almeno siate brevi ed efficaci. Le riunioni dovrebbero servire a comunicarsi idee, non per rappresentazioni teatrali.

Empirico

Significa due cose apparentemente opposte (De Mauro online):

  1. relativo all’empirismo; che si basa sull’esperienza, sull’osservazione dei fatti: conoscenza empirica
  2. che si basa sull’esperienza e sulla pratica: norme, pratiche empiriche | per estensione, che manca di fondamento scientifico; approssimativo: un rimedio empirico.

Ohibò: da una parte la conoscenza empirica è, virtuosamente, quella conseguita applicando metodi scientifici e sperimentali; dall’altra, un rimedio empirico manca di fondamento scientifico. L’apparente contraddizione si risolve pensando che in passato (prima, appunto, della rivoluzione scientifica propugnata da empiristi come Francis Bacon e Galileo Galilei) era scientifico ciò che era sostenuto dall’autorità dei sapienti come Aristotele (ipse dixit) o dalla presunta rivelazione divina, e chi basava la propria conoscenza sull’esperienza era disprezzato in quanto praticone.

Etimologicamente, il termine viene dal greco peira (prova, ricerca) preceduto dal prefisso en- (in). Dalla stessa radice indoeuropea vengono anche perito e pericolo in italiano, e l’inglese fear (paura).

Pubblicato su Parole. 2 Comments »

Romania e musica (1)

Brividi: forse non tutti sanno o ricordano che parte della magia di Picnic at Hanging Rock è da ascrivere al flauto di Pan di Gheorghe Zamfir (rumeno):

Pubblicato su Musica. Leave a Comment »

Rumeni, rom e Grillo

Continua il dibattito sul post razzista di Beppe Grillo, ad esempio su www.murderbynumbers.it, un sito che ci piace pensare come apparentato al nostro.

Mi sembra interessante l’opinione di Giovanna Zincone pubblicata oggi da La Stampa:

I rom non ci invidiano
per questo non si integrano

I romeni ovviamente non sono tutti zingari rom e i rom notoriamente non sono tutti romeni. Comunque, la questione dei rom, in particolare se di provenienza romena, scatta spesso al centro del dibattito pubblico. I rom sono alternativamente descritti come parassiti e delinquenti o fragili emarginati. La realtà è più sfumata: ci presenta una minoranza con grossi problemi di integrazione sociale e culturale. I rom sono intrappolati in una cultura caratterizzata non solo da tratti «simpatici», come il rifiuto di lasciarsi stritolare dal lavoro e il gusto per una vita meno costretta nel tempo e nello spazio, ma anche da aspetti spinosi e inquietanti. È una cultura estranea, vista con diffidenza. Il deperimento di tradizionali fonti di sostentamento della popolazione zingara ha aumentato rischi e sospetti. In un’economia che non ripara e non ricicla, gli zingari non possono fare gli arrotini o aggiustare pentole. In un’epoca di grandi parchi giochi e domestici videogiochi, anche il mestiere di giostraio diventa sempre meno redditizio e più «inquinato» da attività parallele. La cultura di una vita «liberata dai vincoli del tempo di lavoro» cozza con il nostro modo di consumare e produrre. Il loro è un costume di vita sempre più difficile da praticare, costretto a trasformarsi.

Molti dei cosiddetti nomadi hanno accettato da tempo la costrizione dello spazio: sono diventati stanziali. I campi sono luoghi in cui si vive per lo più stabilmente. Non si tratta però di camping a 5 stelle. Quelli irregolari sono terribili: ho visto bambini con i piedi nudi nel fango in pieno inverno. Quelli ufficiali, dipende, possono anche produrre un effetto di gaiezza, ma anche lì sono frequenti e gravi le deficienze nei servizi. Molti rom e altre categorie di «pseudonomadi» sono stanziali e cittadini italiani: si stima che lo siano più della metà. Altri sono stranieri, che però vivono qui da generazioni, magari senza permesso di soggiorno. Gli stranieri sono aumentati. In particolare, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu e ora con l’ingresso nell’Unione, sono aumentati i rom romeni. Erano persone abituate a vivere in abitazioni periferiche e svolgere lavori poco redditizi, ma sicuri. L’economia di mercato li ha messi in crisi e la loro accresciuta povertà ha attratto aggressioni razziste, di qui l’esodo. A seguito delle diverse ondate i rom di origine romena in Italia dovrebbero aggirarsi oggi intorno ai 50 mila, gli zingari in generale sarebbero circa 160 mila. Non si tratta di dati, ma di stime. Non esiste un’affidabile rilevazione sulla presenza delle minoranze zingare sul territorio nazionale. Non conosciamo l’entità e i caratteri specifici del fenomeno. Tuttavia l’allarme suscitato da nuovi cospicui flussi, seppure anch’essi di entità ignota, i brutti fatti di cronaca, la confusione tra rom e romeni, generano paura e reazioni istantanee.

Ma i problemi connessi alle minoranze zingare erano già sul tappeto da un pezzo. Bambini che non vanno a scuola, che ci vanno in modo discontinuo, che non imparano. Accattonaggio imposto a donne e minori, matrimoni precoci, tirannide dei maschi e degli anziani non sono eccezioni. La trappola d’una cultura che disprezza la routine lavorativa, unita alla perdita di occasioni di lavoro compatibili con questo disprezzo, ha favorito non solo l’accattonaggio, che sconfina talora nel borseggio, ma ha invogliato a intensificare pratiche più pesanti come il furto con scasso.

Il problema non si esaurisce qui. Il fastidio per i banali ritmi del lavoro, unito a un rispetto eccessivo per il lusso, ha condotto una certa componente di zingari a commettere crimini più gravi: traffico di armi e di droga, sfruttamento della prostituzione, aggressione e sequestro di persona. Né i comportamenti diffusi di fastidioso accattonaggio e microcriminalità, né quelli più circoscritti di grave crimine riguardano tutti i rom. E però hanno generato un notevole allarme sociale e dato luogo a un circolo vizioso. È difficile per un rom che voglia cambiare strada, magari lasciando il campo, farlo. Perché è difficile trovare un lavoro e un alloggio. Datori di lavoro e proprietari di casa sono sospettosi. Ma c’è di peggio. Chi vuole lasciare il campo o mandare i figli a scuola, a volte, è minacciato dai boss. Si sono tentate varie strade per contrastare questa situazione: separare i mansueti dai criminali, espellendo o reprimendo questi ultimi. Tuttavia, l’espulsione dei cittadini italiani rom è impossibile e, per quella dei comunitari – come ha osservato il ministro Amato – occorrono modifiche normative. Ai più disponibili sono stati offerti «patti di cittadinanza»: se mandi i bambini a scuola avrai un posto nel nuovo campo che ha dimensioni ridotte ed è ben tenuto. Sono state sperimentate offerte d’istruzione meno costrittive. Sono state offerte alternative di reddito legali: spazi nei mercati e permessi per la vendita di abiti usati e altro materiale di recupero, che gli zingari tradizionalmente raccolgono. Insomma molte soluzioni sono state tentate anche prima dei nuovi arrivi, perché il problema c’era già ed era già grosso. Alcune hanno persino funzionato.

I nuovi arrivi non aprono un problema, complicano un quadro già difficile. Al centro di quel quadro sta un nodo antico e molto duro da sciogliere. Per questa minoranza, ben di più che per la minoranza islamica, il problema non è solo l’integrazione sociale è anche e soprattutto l’integrazione culturale. Il nostro mondo a loro non piace. Dovremmo convincerli che, a comportarsi come noi, non si vive poi troppo male. Non è compito facile. Qualche volta non è facile convincere neanche noi stessi. I secchioni a mille euro al mese, la sparuta squadra di professionisti e top manager esuberanti di soldi e a secco di tempo non suscitano invidia.

9 ottobre 1997 – Dario Fo

Dieci anni fa, Dario Fo vinse il premio Nobel per la letteratura. Per me, che l’avevo visto bambino in televisione e poi seguito, dai primi anni 70, prima nel garage vicino a corso Lodi (se ricordo bene) e poi alla Palazzina Liberty occupata, fu una notizia bellissima.

Avrei voluto mettere il brano bellissimo di Bonifacio VIII (...tento tè!), ma da Mistero buffo ho trovato soltanto questo (che però non è niente male):

Questo è invece un raro Carosello, con un Fo molto più giovane (per il riferimento allo Sputnik II e alla cagnetta Laika, lo daterei al 1957-58):

I miti ebraici

Graves, Robert e Raphael Patai (1963), I miti ebraici. Milano: TEA. 1998.

È un libro affascinante, che volevo leggere da molto tempo, dopo avere letto I miti greci e soprattutto l’affascinante La dea bianca.

Molte cose sono meravigliose anche per chi conosce la Bibbia, perché Graves cita anche molte fonti tradizionali alternative. I risultati sono a volte esilaranti, a volte inquietanti, a volte commoventi.

Esilarante:

Avendo deciso di dare ad Adamo una compagna, perché non si sentisse solo del suo genere nel mondo, Dio lo fece cadere in un profondo sonno, rimosse una delle sue costole, formò con questa una donna e richiuse la ferita. Adamo si destò e disse: “Costei sarà chiamata donna perché è stata tratta da un uomo [logica inoppugnabile – nota mia]. Un uomo e una donna saranno la stessa carne”. Le impose il nome Eva, “la madre di tutti i viventi” [fin qui la storia che tutti conosciamo].
Alcuni dicono che nel sesto giorno Dio creò uomo e donna a sua somiglianza, dando loro l’incarico di vegliare sul mondo, ma dicono altri che Eva non esisteva ancora. Dio aveva detto ad Adamo di dare un nome a ogni animale, uccello ed essere vivente. Quando costoro gli passarono davanti in coppie, maschio e femmina, Adamo, che era già un uomo di vent’anni, si sentì invidioso del loro amore e, benché cercasse di accoppiarsi a turno con ogni femmina, non ne ebbe alcuna soddisfazione. Quindi esclamò: “Ogni creatura ha la sua compagna, ma io non l’ho”, e pregò Dio di rimediare a quell’ingiustizia.
Dio allora formò Lilith, la prima donna, così come aveva formato Adamo, ma usando soltanto sedimenti e sudiciume invece di polvere pura. Dall’unione di Adamo con questa demone, e con un’altra chiamata Naamah […] nacquero Asmodeo e innumerevoli demoni che ancora piagano l’umanità. […]
Adamo e Lilith non ebbero mai pace insieme, perché quando egli voleva giacere con lei, la donna si offendeva per la posizione impostale [quella “del missionario” – nota mia]: “Perché mai devo stendermi sotto di te?”, chiese. “Anch’io sono stata fatta di polvere e quindi sono tua eguale”. Poiché Adamo voleva ottenere la sua ubbidienza con la forza, Lilith irata mormorò il sacro nome di Dio, si librò nell’aria e lo abbandonò.
Adamo si lamentò con Dio: “La mia compagna mi ha abbandonato”. Dio mandò subito gli angeli Senoy, Sansenoy e Semangelof a rintracciare Lilith. La trovarono vicino al mar Rosso, una regione dove abbondavano lascivi demoni, con i quali essa concepiva lilim [demonietti] in misura di più di 100 al giorno. “Ritiorna da Adamo immediatamente”, dissero gli angeli, “altrimenti ti annegheremo”. Lilith chiese: “Come posso ritornare da Adamo e vivere come una moglie onesta dopo questo mio soggiorno presso il mar Rosso?” [Per questo italiani e italiane vanno tuttora a Sharm-el-Sheik]. […]
Scontento della fallita speranza di dare ad Adamo una degna compagna, Dio provò un’altra volta, e gli permise di osservarlo mentre creava l’anatomia di una donna: mise insieme ossa, tessuti, muscoli, sangue e secrezioni ghiandolari, poi coperse il tutto con la pelle, ponendo ciuffi di peli nei posti prescelti. Tale vista causò un tale disgusto in Adamo che, quando la prima Eva gli stette dinanzi in tutto il suo splendore, egli provò un’invincibile ripugnanza. Dio si accorse di avere sbagliato un’altra volta e si riportò via la prima Eva. Dove la portasse nessuno lo seppe mai. […]
Altri ancora dicono che Dio aveva originariamente creato due esseri umani (maschio e femmina), ma poi a uno di essi diede un viso d’uomo, volto in avanti, e all’altro un viso di donna, volto all’indietro. Cambiò ancora idea, e fece sì che lo sguardo di Adamo si volgesse all’indietro e ne creò un corpo femminile.
Voci discordi sostengono che Adamo era stato originariamente creato come un androgino, corpo maschile e corpo femminile uniti sul dorso. Siccome tale posizione rendeva loro difficile il camminare, e impossibile la conversazione, Dio divise il corpo androgino dando a ogni metà il proprio dorso. Poi li pose nell’Eden e impedì loro di accoppiarsi (pp. 78-81).

Con buona pace della teoria dell’intelligent design. Ci dev’essere un’intera galassia popolata degli errori di dio.

Commovente:

[Dopo che Eva ebbe mangiato il frutto proibito] Adamo si meravigliava della nudità di Eva, perché la sua pelle radiosa, la sua prima pelle, era caduta da lei come una seta luminosa e liscia come la patina delle unghie. Benché fosse affascinato dalla bellezza del corpo svelato, lucente come una bianca perla, egli combatté tre ore contro la tentazione di mangiare il frutto e diventare come lei; tuttavia teneva quel frutto stretto nella mano. Alla fine egli disse: “Eva, vorrei morire piuttosto che vivere senza di te! Se la morte dovesse chiamare il tuo spirito, Dio non riuscirebbe mai a consolarmi con un’altra donna, bella come sei tu”. Così dicendo, morse il frutto (p. 94).

Peter Gabriel & Sinead O’Connor – Blood of Eden

Capolavori che (spero) piacciano a molti.

Se non mi ricordo male in Bis ans Ende der Welt (fino alla fine del mondo) di Wim Wenders, la canzone accompagna il volo del piccolo aereo sul deserto australiano, quando tutte le comunicazioni del mondo si interrompono. Un momento magico, denso d’emozione.

I caught sight of my reflection
I caught it in the window
I saw the darkness in my heart
I saw the signs of my undoing
They had been there from the start
And the darkness still has work to do
The knotted chord’s untying
They’re heated and they’re holy
Oh they’re sitting there on high
So secure with everything they’re buying

In the blood of Eden
Lie the woman and the man
With the man in the woman
And the woman in the man
In the blood of Eden
Lie the woman and the man
We wanted the union
Oh the union of the woman
The woman and the man

My grip is surely slipping
I think I’ve lost my hold
Yes, I think I’ve lost my hold
I cannot get insurance anymore
They don’t take credit, only gold
Is that a dagger or a crucifix I see
You hold so tightly in your hand
And all the while the distance grows between you and me
I do not understand

At my request, you take me in
In that tenderness, I am floating away
No certainty, nothing to rely on
Holding still for a moment
What a moment this is
Oh for a moment of forgetting, a moment of bliss
Heyyyyyyyyyyyyyyyyy

I can hear the distant thunder
Of a million unheard souls
Of a million unheard souls
Watch each one reach for creature comfort
For the filling of their holes

In the blood of Eden
Lie the woman and the man
With the man in the woman
And the woman in the man
In the blood of Eden
We wanted the union
Of the woman and the man

In the blood of Eden
Lie the woman and the man
I feel the man in the woman
And the woman in the man

In the blood of Eden
Lie the woman and the man
I feel the man in the woman
And the woman in the man

In the blood of Eden
We’ve done everything we can
In the blood of Eden
Saw the end as we began
With the man in the woman
And the woman in the man
It was all for the union
Oh, the union of the woman, the woman and the man

Pubblicato su Musica. 3 Comments »