Robert Harris – The Fear Index

Harris, Robert (2011). The Fear Index. London: Hutchinson. 2011.

In pratica, l’unica cosa che posso scrivere senza rovinarvi il romanzo (è un thriller) è che è il secondo di Robert Harris ad avere l’articolo nel titolo (l’altro era The Ghost, che ho recensito qui)

Vi avverto di nuovo: da qui in avanti quello che scrivo potrebbe rovinarvi la lettura.

* * *

In realtà, la lettura rischia di rovinarvela lo stesso Harris, dal momento che la prima delle epigrafi che premette a ognuno dei 19 capitoli è tratta da Frankenstein di Mary Shelley (meglio, di Mary Wollstonecraft Godwin). Ma se Frankenstein (e Prometeo, che il romanzo della Wollstonecraft richiama già nel suo titolo completo, e Pandora, che Harris evoca a proposito del World Wide Web in questo romanzo– la citazione è qui sotto) sono il genus cui narratologicamente questa storia appartiene, la sua specie è l’HAL9000 di “I’m sorry, Dave” in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, il computer che diviene più intelligente, dunque superiore all’uomo, e inesorabilmente lo sfratta dal primo posto nella classifica dell’evoluzione (e della catena alimentare) e ne minaccia la stessa sopravvivenza. Il tema è anche tipicamente anche uno di quelli cari a Michael Crichton, e questo non è necessariamente un complimento.

Ma ho detto troppe cose in una frase sola. Tiriamo fiato un attimo e andiamo con ordine:

  1. Riferimenti a Frankenstein: l’io narrante del romanzo di Mary Wollstonecraft è di Ginevra, città in cui si svolge il romanzo di Harris. Anche il cognome Walton compare in entrambe le opere.
  2. Riferimento a Pandora:
    […] she noticed an old computer in a glass case. When she went closer, she read that it was the NeXT processor that had started the World Wide Web at CERN in 1991. The original note to the cleaners was still stuck to its black metal casing: ‘This machine is a server – DO NOT POWER DOWN!’ Extraordinary, she thought, that it had all begun with something so mundane.
    ‘Pandora’s Box,’ said a voice behind her, and she turned to find Walton; she wondered how long he had been watching her. ‘Or the Law of Unintended Consequences. You start off trying to create the origins of the universe and you end up creating eBay.
  3. Riferimento a 2001: Odissea nello spazio:

Insomma, tanto per essere chiari, tutti i riferimenti alla crisi globale, alla speculazione finanziaria, agli hedge funds e tutto il resto sono – per quanto ben studiati e ben raccontati – tutto sommato secondari rispetto al cuore narrativo del romanzo. Che è e resta una piacevolissima lettura (che peraltro ho divorato quasi senza riuscire a metterlo giù se non per le più elementari esigenze biologiche), ma non è opera di sconvolgente originalità.

Mi è molto piaciuta anche la morale: non c’è nuovo padrone, per quanto alieno, che non trovi sùbito una genia di zelanti servitori. L’eterna familiare morale del Franza o Spagna purché se magna – o qui, nella sua versione più anglo-calvinista, Franza o Spagna purché se guadagna.

Harris scrive piuttosto bene e ha una vena alla Le Carré (che esplicitamente ammira, e cui a volte si avvicina, come potrete leggere nelle citazioni qui sotto).

* * *

Come di consueto un florilegio di citazioni (faccio riferimento alla posizione sul Kindle).

[A proposito del Pronto soccorso di un ospedale:] the kingdom of the sick, where every citizen was second class. [629]

[Sull’information deluge:] over the past couple of years a whole new galaxy of information has come within our reach. Pretty soon all the information in the world – every tiny scrap of knowledge that humans possess, every little thought we’ve ever had that’s been considered worth preserving over thousands of years – all of it will be available digitally. Every road on earth has been mapped. Every building photographed. Everywhere we humans go, whatever we buy, whatever websites we look at, we leave a digital trail as clear as slug-slime. And this data can be read, searched and analysed by computers and value extracted from it in ways we cannot even begin to conceive. [1578]

[…] various lawyers and advisers exuding the natural bonhomie of men charging hourly fees while simultaneously enjoying a free meal. [2760]

‘I cannot eat veal,’ said Elmira, leaning confidingly across the table to Hoffmann, offering him a brief glimpse of her pale brown breasts. ‘The poor calf suffers so.’
‘Oh, I always prefer food that’s suffered,’ said Quarry cheerfully, wielding his knife and fork, his napkin back in his collar. ‘I think fear releases some especially piquant chemical from the nervous system into the flesh. Veal cutlets, lobster thermidor, pâté de foie gras – the nastier the demise the better, that’s my philosophy: no pain, no gain.’ [2796]

He felt as if he had been smiling solidly for about fifteen hours that day already. His face ached with bonhomie. [3203]

[Citazione di una frase originariamente attribuita a Bill Clinton:] “normalcy is overrated: most normal people are assholes” [3421]

[Sull’effetto che può avere su un ricercatore la chiusura del suo progetto]
‘I’m afraid I had to tell Alex that that particular line of research was too unstable to be continued.’
[…]
‘And that was when he had his breakdown?’
Walton nodded sadly. ‘I never saw a man so desolate. You would’ve thought I’d murdered his child.’ [4037-4040]

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Think Different

Un coro unanime: Steve Jobs santo subito! Sono refrattario a ogni santificazione e idolatria, e questa roba mi sta venendo a noia.

E però non resisto alla tentazione di mettere qui sotto il famoso spot “Think Different” del 1997, se non sbaglio la prima campagna pubblicitaria dopo il rientro in Apple di Steve Jobs. Non resisto per 2 motivi: il primo è che – anche se ovviamente lo spot è stato realizzato da un’agenzia di pubblicità – testimonia molto bene dell’appartenenza di Jobs alla controcultura anni Sessanta di cui parlavo ieri qui. Il secondo è che questa versione, che non è mai stata trasmessa in tv, è recitata da Jobs stesso (la versione trasmessa fu doppiata dall’attore Richard Dreyfuss).

I riferimenti (contro)culturali sono piuttosto evidenti nel testo che Jobs legge:

Here’s to the crazy ones. The misfits. The rebels. The troublemakers. The round pegs in the square holes. The ones who see things differently. They’re not fond of rules. And they have no respect for the status quo. You can quote them, disagree with them, glorify or vilify them. About the only thing you can’t do is ignore them. Because they change things. They push the human race forward. And while some may see them as the crazy ones, we see genius. Because the people who are crazy enough to think they can change the world, are the ones who do.

Ma ancora di più nella sequenza delle persone che scorrono sullo schermo:

Albert Einstein, Bob Dylan, Martin Luther King, Richard Branson, John Lennon, Buckminster Fuller, Thomas Edison, Muhammad Ali, Ted Turner, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Amelia Earhart, Alfred Hitchcock, Martha Graham, Jim Henson (con Kermit the Frog), Frank Lloyd Wright e Pablo Picasso.

E una bambina che apre gli occhi sul mondo, o forse ha appena espresso un desiderio prima di soffiare sulla torta del compleanno …

Stay Hungry, Stay Foolish [2]

Oggi, il giorno dopo la morte di Steve Jobs, molti lo commemorano ricordando il famoso discorso fatto a Stanford del 2005. Noi, su questo blog, l’avevamo già fatto il 25 agosto scorso, il giorno dopo quello in cui Jobs si era dimesso dalle sue cariche alla Apple (il post di allora è qui).

Mi limito oggi a 3 considerazioni:

  1. Jobs era un figlio della controcultura degli anni Sessanta, quella che qui da noi chiamiamo il Sessantotto, e che in America è stato un misto di hippies, Vietnam, psichedelia e compagnia cantante (lo stesso motto Stay Hungry, Stay Foolish è tratto da un prodotto di culto di quell’epoca, il Whole Earth Catalog) . Per capirsi, Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. Steve Jobs ha cambiato il mondo, in modo visibile e coerentemente con gli ideali e le aspettative di allora, anche se forse in modi e direzioni diverse da quelle che allora l’ideologia ci dettava. Ha democratizzato la conoscenza e umanizzato la tecnologia, mettendola nella mani di molti, se non di tutti. Molti altri l’hanno fatto, anche se in modo meno visibile di lui, e allora forse la nostra non è stata del tutto una generazione buttata.
  2. Jobs era anche il figlio di un immigrato siriano, e fu sùbito dato in adozione. Che 2 dei rappresentanti più simbolicamente significativi degli Stati Uniti d’America di oggi (l’altro è Barack Obama) siano figli di musulmani dà da pensare (anche se in realtà non so bene cosa).
  3. Dei tanti messaggi di cordoglio e di commemorazione che si sono succeduti in queste ore (ne ho trovato un bel riassunto qui), vorrei citare quello che possiamo considerare il necrologio di Steve Jobs scritto da lui stesso (è anche questo un brano del discorso di Stanford):

Your time is limited, so don’t waste it living someone else’s life. Don’t be trapped by dogma — which is living with the results of other people’s thinking. Don’t let the noise of others’ opinions drown out your own inner voice. And most important, have the courage to follow your heart and intuition. They somehow already know what you truly want to become. Everything else is secondary.

Neal Stephenson – REAMDE

Stephenson, Neal (2011). REAMDE. London: Atlantic Books. 2011.

Atlantic Books

Atlantic Books

Ho già parlato di Neal Stephenson, a proposito del suo precedente romanzo, in questo blog (qui e qui; e ne ho parlato anche a proposito di Spook Country di William Gibson e di John Wilkins).

Neal Stephenson è autore di culto, almeno negli Stati Uniti, e io sono uno dei suoi cultori: il che significa che ho letto tutti i suoi libri, compresi quelli minori e quelli scritti a 4 mani con altri, e che non appena esce il suo nuovo romanzo mi precipito al comprarlo e a leggerlo. Cosa che ho fatto anche questa volta, grazie a Kindle.

E, tanto vale dirlo sùbito, sono rimasto molto deluso. Sapevo già – per colpa di una recensione su Salon che non ero riuscito a non leggere – che avrei trovato uno Stephenson più avventuroso e meno filosofico di quello di Anathem (che filosofico lo era fin troppo). Qui, ahimè, di filosofico non c’è quasi niente. Purtroppo, il fascino di Stephenson, per me, era tutto qui, nella capacità di inserire in una trama di fiction avventurosa e ironica grandi narrazioni storico-filosofiche: il computer digitale, la crittografia, il danaro, la scienza, l’esistenza della realtà oggettiva, persino la teologia. Quando aveva voluto dedicarsi all’avventura e basta (Interface e Cobweb) lo aveva fatto nascondendosi sotto uno pseudonimo e in collaborazione con uno zio (anch’egli sotto mentite spoglie).

Qui c’è soltanto l’avventura, e le digressioni di Stephenson, acute come sempre, sono per lo più soltanto digressioni che poco aggiungono alla vicenda. Ma questo sarebbe il meno. Mi si consenta l’anacoluto: Interface basta sapere che stiamo parlando di uno Stephenson scritto con (mezza) mano sinistra e resta un thriller piacevolissimo. Reamde non è così: via via che si va avanti diventa inesorabilmente noioso. Gli scontri a fuoco che durano centinaia di pagine con un’attenzione maniacale ai tipi e alle caratteristiche delle armi usate sono noiosissimi per chiunque non sia un cultore della materia intriso della cultura NRA statunitense.

Speriamo sia un incidente di percorso e aspettiamolo alla prossima prova.

* * *

A fatica trovo qualche piccola perla da proporvi (faccio riferimento alla posizione sul Kindle). E noterete che si fanno via via meno frequenti procedendo nella lettura, a riprova del fatto che le considerazioni più intelligentemente stephensoniane sono un riempitivo che, allo svolgersi della vicenda, deve fare spazio all’azione.

The gravamen of the F. M.’s complaints was Richard’s failure to be “emotionally available.” [538. Questo merita un minimo di spiegazione. Richard è il personaggio meglio riuscito del libro e verosimilmente l’alter ego di Stephenson stesso, un sessantenne ora miliardario ma con un passato da draft dodger e da contrabbandiere. Le F. M. sono le Muse Furiose, il coro da tragedia greca, del tutto interiorizzato naturalmente, delle ex fidanzate di Richard. E molti maschietti sicuramente almeno qualche volta nella vita si sono sentiti fare la stessa accusa]

“THAT GUY JUST tasked your boyfriend,” Richard remarked, shortly after Peter had sat down across from the stranger by the fire.
“Tasked?”
“Gave him a job to do. ‘Get the waiter’s attention. Order me a drink.’ Something of that nature.”
“I don’t follow.”
“It’s a tactic,” Richard said. “When you’ve just met someone and you’re trying to feel them out. Give them a task and see how they react. If they accept the task, you can move on and give them a bigger one later.”
“Is it a tactic you use?”
“No, it’s manipulative. Either someone works for me or they don’t. If they work for me, I can assign them tasks and it’s fine. If they don’t work for me, then I have no business assigning them tasks.” [1414: buono a sapersi, direi]

She didn’t have to decide. She just had to pass on the news. [1823]

“You’re just clever enough to be stupider than if you weren’t clever at all,” […] [2066]

[…] you kids nowadays substitute communicating for thinking, […] [2107]

[…] “bandwidth” […] [2612: usato come sinonimo di intelligenza” in senso lato]

“There are rules,” Zula said. For Uncle Richard had explained to her, at the beginning of her employment at Corporation 9592, that most of the people she’d be working with were burdened with Y chromosomes and that what worked at Boy Scout camp should work here. Boys, he said, only want to know two things: who is in charge, and what are the rules. And indeed this worked magically. [2650: Stephenson è equanime, e questa visione dell’universo maschile è quasi il contraltare della “disponibilità emotiva” richiamata in precedenza]

“It is a classic Dilbert situation where the technical objectives are being set by management who are technically clueless and driven by these, I don’t know, inscrutable motives.”
“Then we just need to scrutinize them harder. […] [3086]

[…] whatever neurological circuits were responsible for laughing took no account of what the higher brain might consider inappropriate. [3142]

“In management-speak, there are metrics that we can use to set expectations and show progress toward a goal.” [3408]

“It’s a selective retirement,” Richard explained, “a retirement from boring shit.” [3627]

[…] he was a big believer in delegating responsibilities to people who actually cared about […] [4578]

The GPS unit became almost equally obstreperous, though, over Richard’s unauthorized route change, until they finally passed over some invisible cybernetic watershed between two possible ways of getting to their destination, and it changed its fickle little mind and began calmly telling him which way to proceed as if this had been its idea all along. [4670. Il pensiero corre al gioco del “purtroppo” che il padre di Caos calmo di Veronesi faceva con la figlia]

“Either that, or I’m wrong,” […] [5957]

“Polar bears and seals,” […] [7902: un riferimento alla tecnica di caccia degli orsi bianchi, che sorprendono le foche attaccandole da sotto]

To paraphrase Tolstoy, all rich places were alike, but each poor place was poor in its own way. [7967]

“Who’s ‘we,’ white man?” [8394: un riferimento culturale complicato all’eroe dei fumetti Lone Ranger e al suo amico pellerossa Tonto. In un’avventura sono assaliti dai Comanci e il cow boy dice: “Siamo circondati”. Al che Tonto risponde: “Siamo chi?, uomo bianco”]

“No good deed goes unpunished” was one of Uncle Richard’s favorite aphorisms. [8647: vecchio ma sempre efficace]

If his experience as the creator of REAMDE had taught Marlon anything at all, it was that something always got massively screwed up with any plan, and you never knew what that something was until it happened. [9139]

[…] she even permitted herself a brief excursion into meta/ironical land wondering if anyone else in the world—in history—had been in danger from gangsters, terrorists, and bears in the space of a single week. When would the pirates and dinosaurs show up? [12413: classico sfondamento della quarta parete da parte dell’autore che lo fa dire a uno dei suoi personaggi. E comunque, niente pirati e dinosauri, ma più tardi arriva un puma…]

It was a long day but, in the end, not radically worse than flying between continents in an economy-class airline seat. And like such a flight, it seemed interminable when she was in the middle of it. At the end of the day, though, it seemed to have taken no time at all, since nothing really had happened. [12520]

The inherently soporific nature of software installation […] [12750]

A profusion of ideas spewed forth from his mind. There was no such thing as a bad idea, apparently. But, perhaps more important, there was no such thing as a good idea either, until it had been tried and coolly evaluated. [13959]

She could only mumble corporate-sounding buzzwords: drilling down, expanding the envelope, going into the corners of the search space. [14295]

[…] vector for sprawl […] [14641: detto di una strada come direttrice di un’espansione urbana]

“As hire As, and Bs hire Cs,” […] [15182: una teoria secondo la quale se assumi soltanto persone di prima qualità, queste ne attrarranno altre dello stesso livello, ma se abbassi gli standard, quelle di seconda tacca ne attrarranno altre di terza fila, e così via]

“De gustibus non est disputandem,” […] [15521: forse l’unica svista in oltre 1000 pagine di editing maniacalmente accurato]

[…] the whooshy, saccharine jingle made by Windows […] [15700: con buona pace di Brian Eno]

“In a perfect world,” / “Matters being what they are,” [16258/16260]

But all deaths were as different as the persons who had died. Each death meant that a particular set of ideas and perceptions and reactions was gone from the world, apparently forever, and served as a reminder to Richard that one day his ideas and perceptions and reactions would be gone too. [16776]

As long as you made a point of hanging out exclusively with people who had the wit to see and to understand that objective reality, you didn’t have to waste a lot of time talking. When a thunderstorm was headed your way across the prairie, you took the washing down from the line and closed the windows. It wasn’t necessary to have a meeting about it. [18283]

[…] chivalry sometimes came with a price. [19675]

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Edward O. Wilson – Anthill: A Novel

Wilson, Edward O. (2010). Anthill: A Novel. New York: W. W. Norton & Co. 2010.

W.W. Norton
W.W. Norton

E. O. Wilson è (stato) un autore molto controverso. Quando, nel 1975, pubblicò Sociobiology. The New Synthesis gli diedero addosso un po’ tutti: la destra religiosa (americana) che vedeva nella sociobiologia il potenziale di trasformarsi in una mitologia del materialismo scientistico, ma anche i progressisti che aderivano al “modello standard delle scienze sociali”, secondo il quale i comportamenti umani sono culturalmente (e non geneticamente) acquisiti. La stessa comunità scientifica, specialmente una parte del “campo darwiniano”, con Stephen Jay Gould e Richard Lewontin in testa, contestò vivacemente le sue idee. Che adesso, a 35 anni di distanza, sono accettate abbastanza pacificamente. Ma all’epoca Wilson fu accusato di essere razzista e misogino, e a favore dell’eugenetica. Nel novembre del 1978, a una conferenza dell’AAAS (American Association for the Advancement of Science, di cui mi onoro di essere un membro) un collega gli versò in testa una brocca d’acqua. Wilson si vantò poi di essere stato l’unico scienziato in epoca moderna a essere stato aggredito per un’idea.

A vederlo adesso, ultraottantenne (questa foto è di un paio di anni, quando Wilson aveva per l’appunto appena compiuto 80 anni) non lo si direbbe uomo capace di scatenare polemiche così accese.

Wikimedia Commons
Wikimedia Commons

Wilson ha anche vinto due premi Pulitzer, il primo nel 1979 per On Human Nature, il secondo nel 1991 per The Ants (scritto con Bert Hölldobler). Profondamente innamorato del suo lavoro e aiutato da una grande capacità di raccontare in termini chiari e rigorosi, Wilson è anche un grande “divulgatore” (abbiamo già parlato qui del diverso approccio, e della diversa terminologia, con cui nel mondo anglosassone si affronta il tema della popular science): proprio per questo nel 1994 è stato insignito di un altro premio, il Carl Sagan Award for Public Understanding of Science.

Con questo curriculum non mi sembra sorprendente che Wilson abbia voluto cimentarsi con la narrativa. Anzi, forse lo è piuttosto il fatto che abbia atteso la tarda età per farlo. I motivi di questa scelta, forse, è meglio lasciarli esporre allo stesso Wilson, nel Prologo del romanzo:

THIS IS A STORY about three parallel worlds, which nevertheless exist in the same space and time. They rise together, they fall, they rise again, but in cycles so different in magnitude that each is virtually invisible to the others.

The smallest are the ants, who build civilizations in the dirt. Their histories are epics that unfold on picnic grounds. Their colonies, like those of humans, are in perpetual conflict. War is a genetic imperative of most. The colonies grow and struggle and sometimes they triumph over their neighbors. Then they die, always.

Human societies are the second world. There are of course vast differences between ants and men. But in fundamental ways their cycles are similar. There is something genetic about this convergence. Because of it, ants are a metaphor for us, and we for them. Homer might have written equally of ants and men, Zeus has given us the fate of winding down our lives in painful wars, from youth until we perish, each of us.

Thousands of times greater in space and time is the third of our worlds, the biosphere, the totality of all life, plastered like a membrane over all of earth. The biosphere has its own epic cycles. Humanity, one of the countless species forming the biosphere, can perturb it, but we cannot leave it or destroy it without perishing ourselves. The cycles of the other species can be destroyed, and the biosphere corrupted. But for each careless step we take, our species will ultimately pay an unwelcome price—always. [139 – sono costretto come di consueto a citare la posizione sul Kindle]

Il problema, secondo me, è che scrivere un saggio scientifico (ancorché “divulgativo”) e scrivere un romanzo sono due cose molto diverse. Se dovessi giudicare Anthill secondo il metro critico con cui giudico abitualmente i romanzi dovrei dire che questo non è poi un granché. Soprattutto perché mi sembra che spesso l’autore si faccia prendere da un intento didattico-moralistico (ne potete cogliere le tracce già nel Prologo appena citato) che proprio non dovrebbero mai trasparire in un romanzo riuscito. E tuttavia, al termine della recensione, riprodurrò – come faccio sempre – alcuni passaggi che mi hanno colpito particolarmente (il che, ve lo confesso, è soprattutto un pro-memoria per me, che tuttavia condivido volentieri). All’interno di questo giudizio poco lusinghiero, vi devo confessare che però ho trovato una parte affascinante e straordinaria, la Parte IV, che sono le Anthill Chronicles, 8 capitoli scritti dal punto di vista delle formiche. Qui ho ritrovato il Wilson da me amato nelle sue opere saggistiche, un profondo conoscitore delle sue amate creature e un narratore affascinante. Anche in questo caso lascio a lui la parola:

“The Anthill Chronicles,” a section of the present narrative, is derived from scientific information about several real ant species compounded into one, documented individually, for example, by Bert Hölldobler and Edward O. Wilson in The Ants (1990) and The Superorganism (2009). It is written in a manner that presents the lives of these insects, as exactly as possible, from the ants’ point of view.

* * *

Ecco, infine, le citazioni (senza commenti, o quasi):

[…] the cat, which had drifted off into a ball of sleep […] [770]

He undertook what small children do when stripped of mechanical toys and playmates and placed in a natural environment. They explore. They become hunter-gatherers. If they are fearless, and Raff was innocently fearless, they discover a multitude of creatures of kinds they have never seen in a zoo or picture book or on television, and for which there is no name. Each kind of plant and animal, because of the immediacy and its novelty and strangeness, is for a small child an entity of boundless possibility. [1411]

The velvet ant taught Raff an elemental principle of natural history: don’t mess with colorful creatures who show no fear of you. [1422]

It was enjoyable, and thereby true to the way the brain is constructed. It was ordained by genes to which modern classrooms and textbooks are ill-fitted. [1465]

In time he understood that nature was not something outside the human world. The reverse is true. Nature is the real world, and humanity exists on islands within it. [1669]

When defending the nest, elders were among the most suicidally aggressive. They were obedient to a simple truth that separates our two species: where humans send their young men to war, ants send their old ladies. [2266 – qui siamo “dalla parte delle formiche”, e questa osservazione – fatta con il sorriso sulle labbra – è veramente profondissima]

When any organized system, whether a university, a city, or any assembly of organisms themselves, reaches a large enough size and diverse enough a population, and has enough time to evolve, it also becomes qualitatively different. The reason is elementary: the greater the number of parts interacting with one another, the more the new phenomena that emerge within it, therefore the more surprises student and teacher alike encounter each day, and the stranger and more interesting the world as a whole becomes. [3287 – anche questa molto bella, e anche molto familiare a chi ama esplorare e conoscere]

He assayed her as every heterosexual male does every good-looking young woman who comes into view, however fleetingly. The saccade proceeded in the usual, genetically programmed sequence. [3338 – avevo dimenticato di dire che Wilson è un gentiluomo del Sud, cresciuto nella fascia costiera tra Alabama e Florida, e che la storia è ambientata in quei posti]

He was familiar with the oft-quoted definition of investigative journalism: seduction followed by betrayal. [3787]

Raff lived by three maxims. Fortune favors the prepared mind. People follow someone who knows where he’s going. And control the middle, because that’s where the extremes eventually have to meet. [4189 – 3 massime che farei bene a tenere a mente anch’io]

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Pizza

Vi risparmierò per questa volta il lemma del Vocabolario Treccani perché il significato della parola è universalmente noto.

Si discute sull’etimologia del termine.

Secondo il famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, disponibile online al sito etimo.it, pizza non sarebbe che la corruzione di pinza (in alcune regioni dell’Italia centrale si usa tuttora questa variante), riconducibile in ultima istanza al verbo pìnsere (“pigiare, pestare”), imparentato con lo spagnolo pisar (“calpestare”). Insomma, secondo questa teoria una pizza non sarebbe nient’altro che una schiacciata.

Pizza

it.wikipedia.org

A me piace molto di più l’ipotesi alternativa. La parola ci sarebbe arrivata insieme all’invasione dei longobardi (che, come sapete, sono arrivati fino al’Italia meridionale, con i ducati di Salerno e Benevento) e deriverebbe dall’antico alto-tedesco bizzo o pizzo (“boccone, pezzo di pane, focaccia”). Condividerebbe, per capirci, l’origine con parole dell’inglese corrente come bit e bite.

Insomma, la parola che denota una delle cose che più associamo al nostro Mezzogiorno ci arriva dritta dritta dalle invasioni barbariche (che non erano poi altro che massicce e invero poco pacifiche migrazioni di massa). L’Unità d’Italia passa anche di qui.

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La classe e lo stile

Trovo, su un libro che sto leggendo e di cui riferirò a tempo debito (2666 di Roberto Bolaño), un’interessante discussione sulla differenza tra classe e stile. Si sta parlando di abitazioni, ma penso che i concetti potrebbero essere agevolmente estesi.

Perché la mia casa le piaceva più della sua? Perché la mia aveva classe mentre la sua aveva solo stile, capisce la differenza? La casa di Kelly era bella, molto più comoda della mia, con più comfort, voglio dire, una casa luminosa, con un salone grande e piacevole, l’ideale per ricevere visite o dare feste, con un giardino moderno, con l’erba e il tagliaerba, una casa razionale, come si diceva in quegli anni. La mia, come può vedere, perché è questa, anche se naturalmente molto più trascurata di come è adesso, un palazzone che puzzava di mummie e di candele, più che una casa una gigantesca cappella, ma in cui erano presenti gli attributi della ricchezza e della continuità del Messico, ma di classe. E sa cosa vuol dire avere classe? Vuol dire essere, in ultima istanza, sovrano. Non dovere nulla a nessuno. Non dover dare spiegazioni di nulla a nessuno. [p. 643]

Casa messicana

casainterno.net

In modo abbastanza scontato, a me è sùbito venuto in mente il famoso saggio di Bourdieu sulla distinzione (La distinzione. Critica sociale del gusto), di cui abbiamo già parlato qui.

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Smacco

Secondo il Vocabolario Treccani:

Insuccesso, sconfitta materiale o morale, che comporta una diminuzione di prestigio o una vergogna e umiliazione in chi la subisce: il non essere stato rieletto alla presidenza è stato per lui un grave smacco; se la proposta di mediazione sarà respinta sarà un bello smacco per gli alleati; speriamo che la nostra squadra, dopo lo smacco subìto, si prepari con più impegno per il prossimo campionato; che smacco, per lui, essere bocciato per la seconda volta!

Parola di origine tedesca e quindi – massì, aderiamo per una volta ai luoghi comuni più corrivi – con un percorso del tutto prevedibile e lineare. Dalla radice *smahhan, legata all’antico alto tedesco smachi (“piccolo, basso”, ma al tempo stesso “vile, abietto”). Come dire che per gli antichi tedeschi piccolo è brutto. Ma l’onnipresente greco, uscito dalla porta, rientra dalla finestra della comune grande madre indoeuropea: la medesima radice ci ha dato infatti μικρός (“piccolo”). E se è per quello, anche il lituano mâzas (attraverso *mac-sas), con il medesimo significato (così, tanto per fare sfoggio d’erudizione).

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Amoveatur ne promoveatur [Proverbi pessimisti 11]

È nota la locuzione latina: Promoveatur ut amoveatur. Wikipedia ne parla così [ma mi concedo qualche libertà]

Promoveatur ut amoveatur è una locuzione latina. La traduzione letterale è “sia promosso per rimuoverlo”. Viene usata spesso nel linguaggio burocratico per esprimere la necessità di liberare un ruolo chiave dell’organigramma dalla persona che lo occupa, promuovendo la stessa persona a un qualunque altro ruolo di rango superiore, per lo più meramente onorifico, essendo questo l’unico mezzo per poterlo “legalmente” [o comunque senza problemi, nota mia] allontanare dalla posizione occupata.
Volendo si potrebbe associare questa espressione al famoso Principio di Peter “Ogni membro di una gerarchia tende a essere promosso fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza, dove si ferma.” [Qui Wikipedia ha una nota, che recita: La conseguenza di questo principio è: “Con il tempo, ogni ruolo dell’organigramma tende a essere occupato da un incompetente.”]
Si potrebbe cioè sostenere che talvolta l’unico modo per liberarsi di un incompetente sia quello di promuoverlo a una posizione nominalmente di prestigio, ma in realtà inutile, dove non possa fare danni.

Registro nel post di oggi un’altra pratica burocratico-amministrative, che in un certo senso ne è il complemento, e in un altro l’esatto opposto: Amoveatur ne promoveatur (eh sì, ho dovuto rispolverare il mio latino e spero di non avere fatto qualche errore da matita blu), cioè “sia spostato a una diversa posizione per non promuoverlo.”

Supponiamo – in via puramente teorica, naturalmente, perché non sono a conoscenza di alcun caso in cui questa pratica sia stata effettivamente attuata – che un candidato sia particolarmente adatto a ricoprire una posizione vacante (o di nuova creazione) di livello immediatamente superiore a quella attualmente ricoperta. Questo può accadere per diversi motivi (caratteristiche personali, curriculum vitae, esperienza maturata c0n successo nella posizione attualmente rivestita, job-description associata alla nuova posizione), ma per altri motivi (non necessariamente abietti) i vertici dell’amministrazione intendano assegnare la nuova posizione a un diverso candidato.

Come fare a sbarazzarsi dell’imbarazzante candidatura del quasi-incumbent? soprattutto se non sono disponibili altre possibili promozioni? Et voilà! Amoveatur ne promoveatur! Lo spostiamo ssenza promuoverlo in una posizione dello stesso livello di quella precedentemente occupata, evitando così che possa infastidire il candidato (e ormai vincitore) gradito all’amministrazione.

Naturalmente se il costo della prima pratica ricade sull’amministrazione e in ultima istanza sui contribuenti (osserva sapere.it: “un modo elegante ma costoso per aggirare l’ostacolo, non raccomandabile per i casi d’inefficienza organizzativa od operativa.”), il costo della seconda ricade in primo luogo sul “rimosso” (che non subisce conseguenze economiche ma certo viene fortemente demotivato dal mancato apprezzamento del proprio operato, che viene percepito come ingiusto) ma anche sull’efficienza (o l’efficientamento?) dell’amministrazione (che sposta un dirigente da una posizione in cui la sua competenza è relativamente maggiore a una in cui è meno preparato e meno motivato).

Empirico [2]

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. Nel linguaggio filosofico, di ciò che appartiene all’esperienza, opposto a innato, razionale, sistematico, puro. In particolare:
    a.
    In antitesi a razionale, che si riferisce alla metodologia di alcune scienze (per es. la fisica), le quali esigono il concorso attuale dell’esperienza (in questo senso è sinonimo di sperimentale).
    b.
    Nella filosofia kantiana, in antitesi a puro, di ciò che nel complesso della conoscenza non deriva allo spirito dalle sue stesse forme, ma perviene ad esso dal di fuori (in questo senso è sinonimo di a posteriori).
    c. In contrapposizione a sistematico, che risulta immediatamente dall’esperienza e non si deduce da altra legge o proprietà conosciuta: criterî empirici; norme empiriche; spiegazioni empiriche; con significato peggiorativo, che è il risultato di osservazione superficiale, priva di principî e norme metodiche: metodo empirico; medicina empirica; medico empirico (in questo senso anche sostantivo maschile: si è fatto curare da un empirico); rimedî empirici, tratti dalla comune esperienza, non scientifici.
  2. In botanica, diagramma empirico, la rappresentazione grafica di un fiore costruita in base a quanto si osserva effettivamente (in contrapposizione a diagramma teorico).
  3. In fisica, detto di relazione o legge descrivente un certo fenomeno, la quale derivi dall’esperienza diretta e, almeno inizialmente, non trovi esatta giustificazione nell’ambito di una teoria generale del fenomeno in questione. Grandezze empiriche, grandezze il cui valore e le cui relazioni con altre grandezze non possono essere valutate altrimenti che con l’esperienza.
  4. Nella tecnica, formule empiriche, le relazioni dedotte dall’esperienza con le quali si riesce a dimensionare con una certa approssimazione elementi strutturali di cui risulterebbe difficile, se non impossibile, il calcolo esatto.
  5. In chimica, formula empirica, sinonimo meno comune di formula bruta.

Insomma, anche dal brevissimo excursus che un vocabolario può consentire si comprende che il termine empirico non ha sempre avuto la connotazione positiva che tendiamo ad attribuirgli ora. Ma questo lo dico per inciso, e del resto ne avevmo già parlato in un altro post.

Ci torno su perché vorrei diffondermi di più sugli strani percorsi e detour (sugli strani viaggi, come vedremo) che ci consente l’etimologia. La derivazione immediata è abbastanza lineare e comune a molte parole della nostra lingua: da latino dal empirĭcus, a sua volta ripreso dal greco ἐμπειρικός, che è l’aggettivo derivato dal sostantivo ἐμπειρία , “esperienza”. Qui le cose si fanno appena più interessanti, perché ἐμπειρία è una parola composta da ἐν, ἦν (“in, all’interno”) e πεῖρα (“prova”): come a dire che con l’esperienza siamo posti in grado di saggiare la realtà all’interno, dall’interno. La radice proto-indoeuropea di πεῖρα è  apparentata con significati che ruotano intorno a “tentare, rischiare” e ci ha dato parole come perito e perizia, esperto ed esperire, sperimentare, pratico, prova. Fin qui tutto bene, siamo pur sempre nel medesimo ambito semantico. Ma poi, anche in italiano, ci ha dato anche pericolo, e persino pirata. In inglese abbiamo fear (paura, strettamente collegata al pericolo, quindi) e in tedesco fahren (viaggiare). Viaggiare era e resta un’attività pericolosa, ma consente di accumulare esperienza: e il cerchio si chiude.

Da Psycho di Alfred Hitchcock

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