Il giorno del pi greco

La data di oggi, negli Stati uniti, si scrive 3.14 (dài che lo sapevate, l’11 settembre loro lo scrivono 9.11): per questo, dal 1988, questo giorno è dedicato al π (sì, lo ammetto: da una sparuta minoranza di maniaci).

Martin Gardner – uno dei principali profeti del culto matemagico seguito dalla sparuta minoranza – ha scritto:

Il numero pi greco, correttamente interpretato, contiene l’intera storia dell’umanità.

Iniziatore delle celebrazioni fu il fisico Larry Shaw nel 1988, all’Exploratorium di San Francisco.

Il sito ufficiale dell’iniziativa lo trovate qui, mentre per le celebrazioni italiane potete andare qui (sito da cui traggo l’immagine sottostante).

www2.polito.it/didattica/polymath

Pubblicato su Uncategorized. 1 Comment »

Pensa come uno statistico – senza la matematica

Riprendo (e traduco) da FlowingData un post comparso lo scorso 4 marzo 2010. Mi sembra un punto di vista interessante, in un momento storico in cui in Italia ci si appresta a chiudere le facoltà di statistica.

Mi definisco statistico perché, beh, sono laureato in statistica. Eppure, se mi fate domande specifiche sul test delle ipotesi o sulla dimensione campionaria, probabilmente la mia risposta non sarà del tutto corretta.

L’altro giorno stavo cercando di ricordarmi quando fosse stata l’ultima volta che ho fatto il test di un’ipotesi o condotto un’analisi formale. Non ci sono riuscito. Sono dovuto andare a scovare vecchi appunti dei tempi dell’università. È stato 4 anni fa, durante l’ultimo anno di corso. Ero bravo all’università, e sono sicuro che mi basterebbe una bella rinfrescata per essere in grado di farlo di nuovo. Ma non è la risposta che cercavo. La verità è che non sono cose che faccio abitualmente.

Invece, le cose veramente importanti che ho imparato non sono quelle formali, ma altre, che si sono dimostrate estremamente utili quando lavoro o gioco con i dati. Eccole, un po’ alla rinfusa.

Attenzione ai dettagli

Spesso sono le piccole cose a risultare le più importanti. Un giorno il professore ci proiettò un grafico: era una nuvola di punti con una curva di regressione. Ci chiese che cosa vedevamo. Beh, cresceva all’inizio, diventava pressoché orizzontale nel mezzo, e poi saliva ancora. Quello che non avevo notato era un punto dove la curva iniziava a crescere. Era quello che avremmo dovuto notare.

La lezione era che le tendenze e le configurazioni generali sono importanti, ma lo sono anche gli outlier, i dati mancanti e le incongruenze.

Il quadro generale

Nonostante quello che ho appena detto, è importante non farsi prendere troppo da singoli punti o da una piccola parte di un dataset veramente grande. L’abbiamo visto di recente a proposito di recessione e ripresa. Come qualcuno ha notato, se si fa un passo indietro e si prende in considerazione un arco di tempo più lungo, il contrasto tra l’era di Bush e quella di Obama non è poi così impressionante.

Senza programmi predefiniti

Non dovrebbe essere nemmeno necessario dirlo: avvicinatevi ai dati il più oggettivamente possibile.Non sto dicendo che non dovete avere idea di che cosa state cercando, ma non permettete ai vostri preconcetti di influenzare i risultati. Perché se cercate abbastanza a lungo una certa configurazione, probabilmente finirete per trovarla. Sì, ma a scapito di risultati più accurati.

Guarda all’esterno dei dati

Contesto, contesto, contesto. A volte ve lo forniscono i metadati. A volte altri dati.

Più cose sapete sul modo in cui i dati sono stati raccolti, da dove vengono, a quando si riferiscono, che cosa d’altro stava succedendo in quel periodo, più i vostri risultati saranno ricchi d’informazione e più fiducia potrete riporre nelle vostre scoperte.

Chiedetevi perché

Infine – e questa è la cosa più importante che ho imparato – chiedetevi sempre perché. Quando vedete un’anomalia in un grafico, dovreste chiedervi perché c’è. Se trovate qualche correlazione, chiedetevi se ha senso o no. Se ce l’ha, bene, ma se non ce l’ha bisogna scavare più a fondo. I numeri sono una gran cosa, ma ricordatevi che – quando ci sono di mezzo le persone – gli errori sono sempre possibili.

Teatro

Vado molto raramente a teatro, per una ragione principale (tra quelle secondarie c’è la pigrizia): il teatro non mi piace e non lo capisco.

L’altra sera, per un motivo che con il teatro aveva ben poco a che fare, sono andato a vedere uno spettacolo, di autore contemporaneo, in un piccolo teatro di Trastevere. E ho capito che cosa mi urta – anche più delle voci impostate, della mimica esagerata (il che potrebbe essere ascritto a carenze degli attori), della improbabilità dei dialoghi (il che potrebbe essere ascritto alla pochezza degli autori).

Insomma, per tutto il tempo, il protagonista si è lamentato del caldo, a parole, asciugandosi la fronte con un fazzoletto (credevo di essere rimasto l’ultimo sulla faccia della terra a usare i fazzoletti di lino), passandosi il dito tra collo e colletto della camicia (peraltro sbottonato). Indossava una camicia e sopra un gilet di lana senza maniche, di quelli con i disegni a rombi. “Ma se hai caldo, toglitelo”, pensavo io. Chiunque di noi l’avrebbe fatto, in una situazione non teatrale. Avrei voluto gridarglielo.

[Non sono così stupido o così ingenuo da non capire che l’autore, il regista e l’autore volevano usare il caldo come metafora di una situazione soffocante sotto il profilo psicologico. E so anche che il teatro non è necessariamente naturalistico, che si sono versati fiumi d’inchiostro sullo straniamento e tutta quella roba lì. Ma insomma: prima sfilati quel gilet e poi parliamo dei tuoi guai.]

La genetica spiegata al popolo

Dopo il golpe

Ieri (6 marzo 2010, the day after) continuavo a pensare a una mia amica cui per un cavillo formale è stata negata una progressione di carriera (non aveva segnalato le sue 5 pubblicazioni che riteneva più importanti, e così la commissione non ne ha valutata nessuna). Ma a tutti possono venire in mente decine di esempi (basterà essere presenti in università con il libretto e gli appunti per poter affermare di aver sostenuto un esame?)

Non commenterò oltre, ma mi limito a riportare 3 citazioni raccolte sulla stampa.

Cominciamo da Alessandro Robecchi (il manifesto, 7 marzo 2010):

VOI SIETE QUI

Questione d’interpretazione

Alessandro Robecchi

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del Pdl eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice «è stata data una interpretazione autentica della legge», urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza.
Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice «disposto a tutto» non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, i poliziotti del G8 di Genova.
Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

Numero 2: l’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale (n. 836 | 5 / 11 marzo 2010):

La settimana

Sostanza

Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma. Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori. Non serve far bombardare la sede del parlamento, è sufficiente impedire agli elettori di scegliere i parlamentari. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che siedono nei consigli d’amministrazione. E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa. E anche la forma è salva. – Giovanni De Mauro

Infine, Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano (7 marzo 2010)

Care pirla e cari pirla

di Marco Travaglio

Care pirla e cari pirla che avete consumato diottrie a studiarvi le norme elettorali fino all’ultimo codicillo in corpo 2, avete consumato scarpe andando in giro a raccogliere firme regolari, vi siete congelati stazionando per ore ai banchetti per convincere i passanti a sottoscrivere le liste, avete rinunciato al tempo libero per inseguire gli autenticatori in capo al mondo e vi siete svegliati alle tre del mattino per presentarvi per tempo agli uffici elettorali, questo discorso a reti unificate è dedicato a voi imbecilli ancora convinti di vivere in uno Stato di diritto, in una democrazia fondata su elezioni regolari, cioè conformi alle leggi vigenti. Spiacente di informarvi, casomai non ve ne foste ancora accorti, che viviamo in un regime fondato sulla legge del più ricco e del più forte, di chi grida e minaccia di più. Una legge che varia a seconda delle esigenze del più prepotente. Se, puta caso, costui viola la legge, non ha sbagliato lui: è sbagliata la legge, che viene cambiata su due piedi. Se poi, puta caso, la Costituzione non lo consente, non è sbagliata la nuova legge: è sbagliata la Costituzione. Che si può cambiare come un calzino sporco.   Se penso che da cinquant’anni mi chiamano “il figlio del re” per la mia somiglianza con Umberto II, mi scompiscio. Hanno sbagliato re: io sono l’erede di Vittorio Emanuele III, quello che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 se ne fuggì a Brindisi. Sempre di notte. Infatti quando ho firmato il decreto salva-Banana? Di notte. Del resto chi sono io per respingere una legge con messaggio motivato alle Camere come previsto dall’articolo 74 della Costituzione? Mica sono il garante della Costituzione. L’ho già detto per lo scudo fiscale: se non firmo, quelli mi rimandano indietro la stessa legge e poi devo firmarla comunque. Tanto vale farlo subito. A chi mi prospetta le dimissioni, rispondo che non conosco questa parola: sono in Parlamento dal 1953, figuriamoci. E in vita mia ho fatto ben di peggio che firmare leggi illegali: ho plaudito all’invasione sovietica dell’Ungheria, ho attaccato Berlinguer che evocava la questione morale, ero amico di Craxi, ho scritto pure alla vedova che il marito corrotto era un perseguitato.   Conosco l’obiezione: non c’è elezione senza qualche lista esclusa per ritardi o irregolarità. In Molise nel 2000 aveva vinto la sinistra con Giovanni Di Stasi, poi la destra di Michele Iorio fece ricorso contro alcune liste irregolari, Tar e Consiglio di Stato lo accolsero, si rifecero le elezioni e vinse Iorio che ancora governa. E il governo D’Alema non ci pensò neppure di fare un decreto per legalizzare le illegalità: peggio per lui, poi dicono che è intelligente. Del resto al Quirinale c’era ancora Ciampi, mica io. Due anni fa invece c’ero già io, quando alle Provinciali in Trentino venne esclusa, dopo i ricorsi di Lega e Pdl, la lista Udc alleata della sinistra. Nemmeno allora l’Unione pensò di salvare l’alleato con un decreto interpretativo: peggio per loro, pirla. Ecco, care pirla e cari pirla: la prossima volta, anziché prendere sul serio la legge e rischiare l’assideramento per raccogliere le firme e presentarle in tempo utile, fate come me: statevene a casetta vostra davanti al caminetto, con la vestaglia di lana e le babbucce di velluto. Poi fate come i bananieri: all’ultima ora dell’ultimo giorno vi presentate in Corte d’Appello con le firme tarocche di Romolo Augustolo, George Clooney, Giovanni Rana e soprattutto Gambadilegno, magari vi fate pure un panino e una pennica per non arrivare proprio in orario, poi minacciate la marcia su Roma, portate in piazza una dozzina di esaltati, mi urlate “buh” sotto le finestre del Quirinale, mi fate sparare dai vostri giornali e io vi firmo la qualsiasi.   Anche la lista della spesa, il menu del ristorante, la ricevuta del parrucchiere, lo scontrino dell’intimissimo. Tanto Santoro l’hanno chiuso e per un mese non rompe con le sue notizie: fa tutto Minzolini, che sta dalla parte del Banana, cioè dalla mia. Statemi allegri. Il vostro presidente della Repubblica. Vostro, si fa per dire.

Pubblicato su Grrr!, Opinioni. 2 Comments »

La cena

Koch, Herman (2009). La cena (Het Diner). Vicenza: Neri Pozza. 2010.

Troppe portate, in questa cena.

L’autore ci mette praticamente tutto quello che gli passa per la testa. Io sono per l’economia del racconto (a meno che le divagazioni siano programmatiche, come in Sterne). Qui troppe cose sono evocate e alla fine non capiamo se sono rilevanti o irrilevanti per la storia narrata. E non aiuta neppure il troppo non detto (la malattia di Paul, per esempio).

Scrittori non ci si improvvisa. E dei bestseller inaspettati (Firmin docet) è meglio diffidare.

Le perfezioni provvisorie

Carofiglio, Gianrico (2010). Le perfezioni provvisorie. Palermo: Sellerio. 2010.

Le perfezioni provvisorie

ilsole24ore.com

Un po’ di stanchezza. Non so se mia o dell’autore, per la verità. Propendo per la seconda delle ipotesi: nella letteratura di genere, e soprattutto nel poliziesco in cui ritorna, di solito, l’investigatore, l’autore è costretto a qualche bieco trucchetto. Il più facile è lo stereotipo, e subito dopo viene la memoria di casi passati: un modo per imbarcare anche il lettore neofita, che non ha letto le storie precedenti, e al tempo stesso per strizzare l’occhio a quello affezionato. E così la storia della letteratura “gialla” pullula di coltivatori d’orchidee, di cellule grigie e baffi a manubrio, di soluzioni al 7%. In questo caso, Guerrieri prende a pugni il Sacco (con la S maiuscola), e beve sempre un po’ troppo (ma in questo è in buona compagnia).

In questo romanzo non si sfugge all’impressione di essere dentro un abile gioco di citazioni. È abbastanza evidente che siamo in presenza della riscrittura di un celebre racconto di Sherlock Holmes  – anche se il gioco, almeno all’inizio, non è troppo scoperto, immagino, per il lettore episodico (il richiamo al Mastino dei Baskerville è in realtà fuorviante, gioco nel gioco): purtroppo io sono stato un lettore sistematico della raccolta completa (Arthur Conan Doyle, The Penguin Complete Sherlock Holmes), e quindi a me non mi ha fuorviato, e dunque non mi sono lasciato distrarre (peggio per me, cui un po’ del divertimento insito nel fattore sorpresa è stato sottratto). Più una citazione di Auguste Dupin, in particolare quello della Lettera rubata: ma qui il gioco era leggero.

Un romanzetto post-moderno, alla fine.

Pur sempre cosparso di perle, però:

«Le amiche, sì. Premetto che io sono sempre molto cauto con le mie sensazioni sulla spontaneità o sulla sincerità dei testimoni o degli indagati. Sa qual è un buon modo per verificare se un  investigatore è un fesso?»
«No, me lo dica. Può tornare utile».
«Chiedergli se è capace di accorgersi quando qualcuno gli sta mentendo. Quelli che rispondono di sì e dicono che è impossibile raccontare loro delle bugie sono i più fessi di tutti. E sono quelli che un bugiardo bravo si mette in tasca con più facilità e maggiore gusto». [pp. 88-89]

«I manuali suggeriscono di procedere in due fasi, quando si sente un informatore. Nella prima, è meglio lasciarlo parlare liberamente, senza interruzioni e intervenendo solo per fargli percepire che stiamo seguendo il suo discorso. Quando questo racconto libero si è esaurito bisogna passare alle domande specifiche, per i chiarimenti e gli approfondimenti. E alla fine bisogna sempre lasciare una porta aperta. Bisogna dire al teste che sicuramente, dopo, nelle prossime ore o nei prossimi giorni, ricorderà qualche altro dettaglio. Magari gli sembreranno dettagli insignificanti e sarà portato a tenerseli per sé. Questo non deve accadere. Fra quei dettagli apparentemente insignificanti può nascondersi la chiave per risolvere il caso».
«E dunque?»
«E dunque bisogna dire al teste che se gli viene in mente qualche altra cosa – qualsiasi cosa – deve richiamarci. Serve a non disperdere informazioni, ma anche a rinforzare il senso di responsabilità del teste. Se si sente responsabile, si manterrà in uno stato mentale attivo, e questa è la premessa fondamentale per recuperare ulteriori dettagli». [pp. 93-94]

Carofiglio ci offre chiaramente il meglio di sé, quando ci propone il know-how specifico della sua professione.

Particolare soddisfazione – per il lettore compulsivo come me – la offre lo scoprire una citazione implicita (altro sintomo del post-moderno), come questa:

Ha detto qualcuno che gli uomini si dividono nelle categorie degli intelligenti o dei cretini, e dei pigri o degli intraprendenti. Ci sono i cretini pigri, normalmente irrilevanti e innocui, e ci sono gli intelligenti ambiziosi, cui possono essere assegnati compiti importanti, anche se le più grandi imprese, in tutti i campi, vengono quasi sempre realizzate dagli intelligenti pigri. Una cosa però va tenuta a mente: la categoria più pericolosa, da cui ci si possono aspettare i più gravi disastri e da cui bisogna guardarsi con la massima circospezione, è quella dei cretini intraprendenti. [pp. 124-125]

Bellissima parafrasi, con una scelta delle parole,  una padronanza lessicale davvero invidiabili. Magistrale e rigorosissimo l’uso di o-e-o, che ti disegna sotto gli occhi la matrice delle possibili combinazioni. E civettuolo quell’ha detto qualcuno… Ma siamo in grado di svelare l’arcano: l’ha detto Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord, e l’ha citato Hans Magnus Enzensberger nel suo bel libro Hammerstein o dell’ostinazione. Nel mio post su quel libro avevo riportato proprio quella citazione.

Un’ultima cosa: bellissima e raffinatissima l’immagine di copertina.

Pubblicato su Recensioni. 4 Comments »

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Gadda, Carlo Emilio (1957). Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. In: Romanzi e racconti II. Milano: Garzanti. 2007.

Non penso di doverlo dire io (molti l’avranno certo detto in modo più autorevole) ma siamo qui davanti a uno dei grandi romanzi del Novecento. Su scala mondiale, intendo dire. Ma c’è qualcosa di più, secondo me, che affratella questo romanzo agli altri grandi che vengono in mente: ed è la sensazione che la realtà sia un inestricabile garbuglio senza un discernibile senso e che la città, la grande città, sia il più ambizioso tentativo umano di mettere ordine al caos.

Gadda – bravo ingegnere oltre che grande scrittore – la sua ipotesi la illustra fin dalla seconda pagina:

Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come agnello d’Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d’uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. «Già!» riconosceva l’interessato: «il dottor Ingravallo me l’aveva pur detto.­» sosteneva, tra l’altro, che le inopinate catatastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui un’opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi ghigno, tra amaro e scettico, a cui per «vecchia» abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei «suoi» delitti. «Quannome chiammeno!… Già. Si me chiammeno a me… può stà ssicure ch’è nu guaio: quacche gliuommero… de sberretà…» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano.

La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo». [pp. 16-17]

Va da sé che, date queste premesse, ci troviamo davanti a un poliziesco sui generis e non ci aspettiamo di trovare un colpevole, e tanto meno una causa, o causale che sia.

Prima di tornare al tema principale (il caos e la città), consentitemi una digressione sullo gnommero e sullo gliuommero. Lo “gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo” non l’ho trovato attestato altro che in questo celebre brano gaddiano, ed è dunque un hapax [in linguistica e in filologia, un hapax, dal greco ἅπαξ λεγόμενον (hàpax legòmenon, “detto una volta sola”) è una forma linguistica (parola o espressione), che compare una sola volta nell’ambito di un testo, di un autore o dell’intero sistema letterario di una lingua]. Lo gliuommero è invece attestato nel Vocabolario Treccani, sia pure nella variante gliommero.

glïòmmero s. m. [lat. glŏmusmĕris «gomitolo»]. – Voce del dialetto napoletano («gomitolo»), usata anche per indicare un componimento poetico dei secoli 15° e 16°, formato di una serie di endecasillabi con rima al mezzo, in cui si affastellano gli argomenti più varî, allusioni a fatti del giorno, ricordi di vecchie storie, proverbî, ecc.

Ma, per tornare ai grandi romanzi del Novecento, ecco la Roma fascista di Gadda gemellarsi con la Dublino di Joyce (quella di Ulysses e ancora di più quella di Finnegans Wake – che però quasi nessuno ha letto e che nemmeno io sono riuscito a finire), la Praga di Kafka (penso soprattutto a Il processo e a Il castello), la Vienna di Musil (L’uomo senza qualità; Musil non è un ingegnere, ma si laureò in filosofia sulle teorie di Mach…) e, in misura minore, la Parigi di Proust (Alla ricerca del tempo perduto).

Al “nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero”, al caos del reale si contrappone l’ordine cercato della città (e della legge), letteralmente come un meccanismo a orologeria progettato per imbrigliare il caso:

Da ritta, ove il piano s’infoltiva di abitacoli e discendeva a fiume, Roma gli apparì distesa come in una mappa o in un plastico: fumava appena, a porta San Paolo: una prossimità chiara d’infiniti penzieri e palazzi, che la tramontana avea deterso, che il tepido sopravvenire di scirocco aveva dopo qualche ora, con la cialtroneria abituale, risolto in facili imagini e dolcemente dilavato. La cupola di madreperla: cupole, torri: oscure macchie de’ pineti. Altrove cinerina, altrove tutta rosa e bianca, veli da cresima: uno zucchero in una haute pâte, in un mattutino di Scialoia. Pareva n’orloggione spiaccicato a terra, che la catena dell’acquedotto claudio legasse… congiungesse… alle misteriosi fonti del sogno. [p. 191]

E subito dopo, per me irresistibile (anche se poco ci azzecca con quanto andiamo argomentando – o forse un po’ sì, essendo un altro modo di mettere ordine ancorché morto al vitale brulicante caos) questa annotazione sui tempi della burocrazia:

Come delle pere, delle nespole, anche il maturare d’una pratica s’insignisce di quella capacità di percettibile macerazione che la capitale dell’ex-regno conferisce alla carta, si commisura ad un tempo non revolutorio, ma interno alla carta e ai relativi bolli, d’incubazione e d’ammollimento romano. S’addobbano, di muta polvere, tutte le filze e gli schedari degli archivi: di ragnateli grevi tutti gli scatoloni del tempo: del tempo incubante. Roma doma. Roma cova. In sul pagliaio de’ decreti sua. Un giorno viene, alfine, che l’ovo della sospirata promulga le erompe alfine dal viscere, dal collettore di scarico del labirinto decretale: e il relativo rescritto, quello che abilita il macilento petente a frullar quel cocco, vita natural durante a frullarlo, vien fulgorato a destino. In più d’un caso ci arriva insieme l’Olio Santo. Abilita il destinatario entrato in coma, carta canta villan dorme, a esercitar quell’arte assonnata, quel mestieruccio zoppo che aveva tocche tocche esercitato fin là, fino all’Olio: e che d’allora in poi, de jure decreto, si studierà esercitare un po’ per volta all’inferno con tutto l’agio partecipatogli dall’eternità. [pp. 191-192]

Naturalmente, la recherche d’Ingravallo (e nostra) resta frustrata. Anche se il nostro “cercava, cercava di tirar le somme a ragione: di tirare i fili, si sarebbe detto, all’inerte burattino del probabile.” [p. 272]

Sono tentato di iscriverlo come motto o impresa dei miei propositi: “Tirare i fili all’inerte burattino del probabile”.

Del film e della canzone di Alida Chelli parleremo un’altra volta. Consentitemi invece di concludere con questo vertiginoso baccanale, in cui un topazio diventa un topaccio trasformato da Circe nella pineta di Castel Porcano/Porcino…

Avea veduto nel sonno, o sognato… che diavolo era stato capace di sognare?… uno strano essere: un pazzo: un topazzo. Aveva sognato un topazio: che cos’è, infine, un topazio? un vetro sfaccettato, una specie di fanale giallo giallo, che ingrossava, ingrandiva d’attimo in attimo fino ad essere poi subito un girasole, un disco maligno che gli sfuggiva rotolando innanzi e pressoché al di sotto della ruota della macchina, per muta magia. La marchesa lo voleva lei, il topazio, era sbronza, strillava e minacciava, pestava i piedi, la faccia stranita in un pallore diceva delle porcherie in veneziano, o in un dialetto spagnolo, più probabile. Aveva fatto una cazziata al generale Rebaudengo perché i suoi carabinieri non erano buoni a raggiungerlo su nessuna strada o stradazia, il topazio maledetto, il giallazio. Tantoché al passaggio a livello di Casal Bruciato il vetrone girasole… per fila a dest! E’ s’era involato lungo le rotaie cangiando sua figura in topaccio e ridarellava topo-topo-topo-topo: e il Roma.Napoli filava filava a tutta corsa dietro al crepuscolo e pressoché già nella notte e nella tenebra circèa, diademato di lampi e scintille spettrali sul pantografo, lucanocervo saturato d’elettrico. Fintantoché avvedutosi come non gli bastava a salvezza chella rotolata pazza lungo le parallele fuggenti, il topo-topazio s’era derogato di rotaia, s’era buttato alla campagna nella notte verso le gore senza foce del Campo morto e la macchia e l’intrico del litorale pometino: le donne del casello strillavano, gridavano ch’era ammattito: lo fermassero, lo ammanettassero: il locomotore lo rincorreva in palude, coi due occhi gialli tutta perscrutava e la giuncaia e la tenebra fino laggiù, dove i nomi si diradano, appiè il monte della contessa Circia, ove luminarie e ghirlande dondolavano sopra le altane a lido, nello spiro seròtino del mare. Nereidi, ivi, appena emerse dal flutto e subito ignudàtesi della lor veste d’alghe e di spuma fra l’andirivieni dei camerieri in bianco e de’ sifoni ghiacci e delle fistule, solevano allegrare la notte fascinosa di Castel Porcano. La contessa, tra languide nenie, dimandava una fiala al sonno, all’oblio: ai ghirigori vani, agli smarrimenti del sogno. Del sogno di non essere. A Castel Porcino, sotto festoni di pere gialle da due watt e palloncini sbronzi e dolcemente obesi nell’alitare e nello smorire d’ogni mèlode, la maga dalla tabacchiera in apertura (perpetua) elicitava al fiuto gli imminenti suini, coloro che di quel filtro, e di quell’olezzo, erano per tornare in porci grifuti, dopo essersi fatti orecchiuti asini a la scuola: del manganello del machiavello. Già le alunne si divincolavano, bianchissime eccettoché il trigono cesputo, da ogni torquente veto dei padri, si storcevano in una muta profferta: che di moresca lenta e ritenuta sarabanda s’esaltava a mano a mano fino al ritmo trocàico d’una estampida, ove il bàttito risoluto del piede regalasse fiere arsi al piancito: mentre la sùbita erezione e lo scotimento e del collo e del capo ridava all’abisso i capelli, significando la indomita alterezza e della cervice e dell’animo, ribadita dal taratatà delle nàcchere. Intervenendo indi nel coro l’aggressione degli ignudi (e non per anco ebefatti) la stampita si esasperava a sicinnide, a danza simulatamente apotropàica: una frotta di spaurite mamillone facevan le viste d’aborrire un branco di satiri, di farsi schermo e ricovero e delle mani e della fuga verso i rubescenti e fumiganti lor tirsi: di già mezzo imbecillati, per vero, delle trasmodate officiature: del naso. Piombatogli in quel punto tra le gambe come la nera fólgore d’ogni solletico e d’ogni nero evenire, il topaccio pazzo aveva impaurato a un tratto le belle. Schegge d’un cuore esploso, erano chizzate via in ogni direzione in ogni canto, dimesso d’un subito, alla sola vista di quella spiritata pantegana, il loro ancheggiante e mamillato sacerdozio. Ed erano gridi ed acuti da non dire, mentre saettava qua e là il baffone come cocca di balestra, nera acuminata polpetta. Molte, smemoratesi d’essere ignude, avevano fatto il gesto d’abbassare la gonna ai ginocchi, a proteggere una delicatezza indifesa: ma la gonna se la sognaveno. E la delicatezza artrettanto.

Così, nel delirio, avevano domandato scampo alla fuga, agli specchi del padùle, alle ombre dei giunchi, alla notte, all’argentata macchia dei lecci, dei pini a lido, alle risciacquature libere del lido, signoreggiato da bullicante maretta: altre, poetesse ed oceanine precipiti da le scogliere lunari del circèo, s’erano buttate a le spume del frangente. Ma la contessa Circia ebriaca arrovesciava il capo all’indietro, ricadendole i capelli zuppi (mentre palloncini gialli ridevano e dondolavano in cinese) nella torpida benignità della notte: zuppi d’uno shampo di white label: la fenditura della bocca, quale in un salvadanaio di coccio, s’inarcava sguaiata fino a potersi appuntare agli orecchi, le spaccava il volto come il cocomero dopo la prima incisione, in due batti batti, in due sottosuole di ciabatte: e dagli occhioni strabuzzati, che gli si vede il bianco di sotto a l’iridi come d’una Teresa riposseduta dal demonio, le gocciolavano giù per il volto lacrime etiliche, stille azzurrine>: opalescenti perle d’un contrabbandato pernod. Invocava la fiasca del ratafià, chiamava le sovvenzioni del Papà, del Papè, del grande Aleppo; dell’invisibile Onnipresente, ch’era, tutt’al contrario dell’Onnivisibile fetente salutato salvatore d’Italia, onnipotente nel praticare il solletico, ogni maniera di solletico: quanto era quello impotente a combinare checchefosse, e men che meno le sue verbose bravazzate. Stillava perle azzurrine, lacrime di àloe, di terebinto e di wodka: arrovesciato il capo, smarriti nella notte i capelli, coi due diti pollice indice con un topazio giallo cadauno aveva sollevato la gonna, sul davanti, palesato a tutti che ciaveva le mutanne. Ce l’aveva, la santa donne, le mutanne: sì sì ce l’aveva ce l’aveva. Lo spiritato ratto aveva infilato quella via, ch’era la via del dovere per lui e per l’annasante sua fifa, le rampicava ora le cosce come un’edera, grasso e nel suo terrore fremente, la faceva ridere e ridere a cascatella grulla, smaniare dal solletico: ecco là: ce l’aveva di cartone e di gesso, le mutanne, quella volta. Perché una volta in vita le avevano ingessato la trappola. [pp. 192-194]

Pubblicato su Recensioni. 6 Comments »

Oressìgeno

Non mi capita tanto di frequente di incontrare un vocabolo che non conosco: non tanto perché sono colto (anche se statisticamente, senza falsa modestia, lo sono), quanto perché sono in là con gli anni e da quando ne avevo 4 leggo (o, meglio, divoro libri).

Secondo il Vocabolario Treccani online, nel linguaggio medico l’aggettivo oressigeno si riferisce a ciò “che genera appetito.”

È composto della parola greca ὄρεξις «appetito» e del suffisso –geno «che genera, che produce». Naturalmente, ὄρεξις è anche all’origine di anoressia, dove la a- privativa ci spedisce dritti dritti alla mancanza di appetito e addirittura al disgusto per il cibo.

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

Tara

Il Vocabolario Treccani online offre più accezioni:

1. a. Quanto deve detrarsi dal peso lordo di una merce per avere il peso netto: spesso è il peso dell’imballaggio, a volte è il peso delle impurezze, delle sostanze estranee che accompagnano un prodotto (come per le bietole o le patate che vengono portate agli stabilimenti di lavorazione sporche di terra, frammiste a foglie, sassi, ecc.). Si distinguono: tara effettiva (o reale o netta), quando la pesatura effettiva dell’imballaggio viene effettuata prima della confezione o dopo estratta la merce; tara legale, quella la cui misura è fissata dalla legge; tara naturale, quella in cui si tiene conto della riduzione convenzionale di peso per certe merci (animali, cacciagione, ecc.) al fine di determinare il peso netto cui è riferito il prezzo; tara convenzionale o presunta, quando il peso dell’imballaggio è attribuito per convenzione, senza bisogno di procedere alla sua effettiva constatazione; tara scritta (o di origine), quando sia determinata dal primo venditore e impressa sull’imballaggio, rimanendo ferma in tutte le successive rivendite; tara (per) merce, quando la tara, nella vendita, non è detratta ma è fatta pagare all’acquirente come se fosse merce.

1. b. Insieme di piccoli oggetti di varia natura (bulloncini, viti, ecc.) che, nel metodo di pesata detto metodo della tara di sostituzione, si mette sul piatto della bilancia per equilibrare il peso del corpo da pesare e che viene successivamente confrontato con la massa campione.

1. c. Anticamente, la somma defalcata da un conto; sconto, detrazione.

2. Figuratamente: Fare la tara, sminuire le asserzioni altrui, quando appaiono esagerate, in modo da ridurle alle giuste proporzioni: tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti (Manzoni); sono notizie, o sono dati, che non possono accogliersi senza farci la tara.

3. Figuratamente: Malattia, anomalia o deformazione ereditaria, o altro difetto che comunque comprometta l’integrità fisica o psichica di un individuo (nell’uso popolare: magagna): tare ereditarie; sembra sano, ma ha o c’è qualche tara.

Il termine deriva dall’arabo ar “detrazione”, “ciò che si toglie e si mette in disparte. Sempre in arabo, araḥ significa “lontano” e araḥa “lanciare, allontanare, gettare via”. Dall’arabo, probabilmente con il diffondersi della connessa pratica mercantile, la parola si è diffusa pressoché invariata in tutte le lingue europee (tare in francese e inglese, atara in spagnolo, tara in portoghese e così via).

Pubblicato su Parole. 1 Comment »