Clessidra

Tutti sanno, o pensano di sapere, che cos’è una clessidra. Ma quando si parla di lingua, le cose non sono mai facili come sembrano. Secondo il Vocabolario Treccani:

Orologio usato nell’antichità, formato essenzialmente da un vaso contenente acqua o sabbia, che può gradatamente vuotarsi dal fondo: la valutazione del tempo trascorso si ricava dall’abbassamento del livello nel vaso, oppure dalla quantità di liquido o sabbia affluita in un altro vaso collocato inferiormente. La clessidra è stata adoperata anche in seguito per misurare grossolanamente brevi intervalli di tempo (per esempio, a bordo delle navi, col nome di ampollina, per il computo della velocità della nave stessa, oppure per misurare le unità di una conversazione telefonica interurbana, il tempo della cottura di un uovo, eccetera) o per uso decorativo, e in questo caso ha assunto e conservato la forma caratteristica di due ampolle comunicanti fra loro per mezzo di un sottile orifizio attraverso cui fluisce la sabbia o l’acqua (capovolgendo poi lo strumento, si inverte la posizione dei due vasi o si protrae lo scorrimento del fluido e, quindi, l’intervallo di tempo misurato). Nell’iconografia, è simbolo dello scorrere del tempo e della caducità della vita terrena.

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Allora, tanto per cominciare, la clessidra vera, o comunque quella originaria o primigenia, non è quella cosa che viene in mente a tutti e ho rappresentato qui sopra: un’ampolla di sottile vetro, con un vitino di vespa, in cui la sabbia scorre lentamente definendo un certo volgere di tempo. Quella cosa che qualche vecchia zia teneva in salotto vicino al telefono o che qualche professionista teneva sulla scrivania. Il progetto originario era quello di un orologio ad acqua: un vaso con un buco sul fondo. La figura qui sotto ne chiarisce il funzionamento:

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Ecco farsi allora immediatamente chiara l’etimologia del nome: passando dal latino clepsydra, deriva dal greco antico κλεψύδρα, composto del verbo κλέπτω «rubare» e ὕδωρ «acqua». La clessidra è un vaso che ruba acqua, per colpa del buco sul fondo.

Nonostante il nome greco, se l’erano già inventata gli egizi (ce n’è una nella tomba del faraone Amenhotep I, vecchia di 3.500 anni). I greci l’hanno copiata, ma non erano soddisfatti della sua precisione, molto inferiore a quella delle meridiane. Ma le meridiane non si potevano usare di notte, e per la verità neppure nelle giornate nuvolose (horas non numero nisi serenas), ed ecco che anche la clessidra aveva un suo perché.

Dal principio della clessidra derivano – oltre al modello nordafricano costituito «da un contenitore di metallo forato sul fondo che, posto a galleggiare in un contenitore più grande, affondava in un tempo determinato» (Wikipedia) – anche gli orologi ad acqua, invenzione ellenistica di Ctesibio: altrettanto imprecisi, ma spesso molto belli.

L’orologio del Pincio a Roma wikimedia.org/wikipedia/commons

La clessidra a sabbia si chiama più propriamente clepsamia.

Perché stando a lungo in acqua vengono le righe sui polpastrelli?

È un argomento che mi perseguita e mi assilla da qualche decina d’anni. Fin da bambino, facendo il bagno in mare, a un certo punto i genitori mi intimavano: «Fammi vedere i polpastrelli!» Se erano segnati da profonde scanalature verticali (il che avveniva senza fallo) significava che era ora di uscire dall’acqua.

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Non crediate che non mi sia e che abbia chiesto il perché. Le mie mattinate sulla spiaggia era un lungo fastidio (con la carnagione chiara e delicata la combinazione tra sole crema antisolare e sabbia è una tortura) interrotto da un brevissimo bagno alle 11:30. Del pomeriggio non parliamo neppure: riposino obbligatorio (non ho mai chiuso occhio) e poi per il bagno era troppo tardi. Di mattina, la lunga attesa era dovuta al rischio di congestione: non sapevo bene che cosa fosse, ma implicava una brutta morte, pare. Ma le scanalature dei polpastrelli? Che rischi comportavano?

Crescendo, divenuto un adolescente ribelle e soprattutto da quando mi sono sottratto alla patria potestà durante le vacanze (voglio dire, quando ho cominciato ad andare al mare con gli amici in campeggio e non con i genitori) sono stato in acqua mattina e pomeriggio per tutto il tempo che mi andava, con le dita così scanalate da far temere una trasformazione in pinne. All’altra regola, quella delle 2 ore dopo aver mangiato, mi sono sempre attenuto, perché ogni estate i giornali pubblicavano notizie di bagnanti stroncati dalla famigerata congestione. Ma non ho mai letto nulla su morti, e nemmeno su ricoveri al pronto soccorso, di persone che avevano disatteso il puntuale invito a uscire dall’acqua discretamente inviato dai polpastrelli.

Mi ero anche dato una spiegazione del fenomeno che ritenevo razionale: i polpastrelli si scanalano perché la pelle glabra delle palme delle mani e dei piedi è relativamente permeabile, si gonfia un po’ d’acqua e distendendosi si increspa (una superficie di pelle più ampia è confinata nello stesso spazio e si corruga, come accade nell’orogenesi). Un mio amico medico aveva confermato la mia ipotesi.

Che però è sbagliata (anche se è stata la spiegazione prevalente fino a poco tempo fa). Uno studio pubblicato ieri (8 gennaio 2013) sulle Biology Letters della gloriosa Royal Society britannica (una preziosa fonte di informazioni, di cui ci siamo già occupati qui) propone una nuova spiegazione: il fenomeno non è l’effetto di un rigonfiamento osmotico dello strato corneo (il più esterno) della pelle dei polpastrelli, ma – al contrario – di una riduzione del volume della carne dei polpastrelli, dovuto a una vasocostrizione indotta dal sistema nervoso autonomo. Il fatto che si tratti del risultato di un’azione del sistema nervoso, piuttosto che di una semplice reazione fisica (il rigonfiamento osmotico), rende più probabile che si tratti di un adattamento funzionale al contatto con l’acqua. Ma con quale funzione?

Lo studio di Kyriacos Kareklas, Daniel Nettle e Tom V. Smulders del Centro di scienze del comportamento e dell’evoluzione dell’Istituto di neuroscienze dell’Università di Newcastle (si può gratuitamente scaricare il .pdf dell’articolo Water-induced finger wrinkles improve handling of wet objects) avanza l’ipotesi che le rughe sui polpastrelli migliorino la manipolazione di oggetti sommersi o bagnati e la sottopone a test con un ingegnoso esperimento condotto su 20 volontari.

news.bbcimg.co.uk

La notizia l’ho trovata qui: The Reason for Wrinkled Fingers | The Scientist Magazine®.

Those unbecoming prune fingers after long baths may have evolved for a reason, according to a paper published this week (January 8) in Biology Letters. They study showed that people with wrinkly fingers were faster at sorting marbles and other objects in water than those with smooth fingers.

In 2011, another group had proposed that wrinkled fingers act like tire treads, improving traction and grip in slippery environments, but it wasn’t until now that the hypothesis had been tested. Researchers from Newcastle University in the United Kingdom asked volunteers to soak their fingers in warm water for 30 minutes before moving submerged objects from one side of a box with two sections, through a hole to the other side, where their other hand would catch the item and drop it through a final hole. People with wrinkled fingers completed the task 12 percent faster than when their fingers weren’t wrinkled.

Now the question is how prune fingers offer this advantage. “What we haven’t done yet is show why—to see if the wrinkles remove the water, or whether it’s some other feature of those wrinkles such as a change in their stickiness or plasticity, or something else,” lead researcher Tom Smulders told BBC News. “The next thing will be to measure precisely what’s happening at that interface between the objects and the fingers.”

Qui potete vedere un’intervista agli autori dell’articolo.