Catoblepa

Ieri l’Italia si è svegliata con sulle labbra una parola nuova, catoblèpa. Un animale fantastico africano – secondo la Storia naturale di Plinio il Vecchio – dalle forme indefinite, ma con 2 caratteristiche note:

  1. il suo sguardo è mortale
  2. e tuttavia la probabilità di esserne uccisi è bassa, perché la pesantezza della testa lo costringe a tenere sempre lo sguardo volto a terra.

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Claudio Eliano, tornando sull’argomento nella sua opera Sulla natura degli animali, lo identifica praticamente con lo gnu. Il suo sguardo non è più mortale, ma in compenso uccide con un rutto o una fiatata letale, perché si nutre di erbe velenose.

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Mi fermo qui, perché tanto sul significato della parola e sul lemma del Vocabolario Treccani si sono dilungati a sufficienza i quotidiani.

Il motivo dell’improvvisa popolarità di un vocabolo per il resto piuttosto oscuro è l’uso che ne fa Fabrizio Barca nella sua “memoria politica” (Un partito nuovo per un buon governo, Memoria politica dopo 16 mesi di governo), con riferimento però a Raffaele Mattioli e non a Plinio il Vecchio.

E tutti a dargli addosso, a Fabrizio Barca: perché usa una parola difficile, perché scende in campo o sale in politica non con un videospot, con o senza calza a nascondere le rughe, o con 8 punti di 149 caratteri l’uno, ma con un documento di 55 pagine, con ragionamenti a volte complessi e addirittura qualche riferimento bibliografico. Tutti a dargli addosso e tutti a proporre bignamini del barca-pensiero [uno per tutti: Il documento di Barca, corto. Le 55 pagine presentate oggi dal ministro uscente riassunte in 8 punti e un haiku, per chi non ha tempo (e cosa c’entra il catoblepa), di Gianni Zagni su ilpost del 12 aprile 2013].

Fabrizio Barca non ha certo bisogno di essere difeso da me. Ma se i suoi improvvisati biografi si fossero presi la briga di consultarne la biografia – niente di più arduo che googlarne la biografia sul sito del Governo o la voce di Wikipedia – avrebbero scoperto che, prima di prendere il master in economia a Cambridge, si è laureato in statistica alla Sapienza di Roma.

Mi piace immaginare che questo passaggio formativo nella sua biografia abbia lasciato un segno nel modo di pensare di Fabrizio Barca. Perché, se io dovessi provare a riassumere in poche parole l’essenza della statistica come scienza dell’informazione, direi che è la scienza di semplificare fenomeni complessi conservandone gli aspetti rilevanti, al costo di una perdita d’informazione e dell’introduzione consapevole di errori, in un processo controllato. Insomma, quello che viene spesso espresso in una citazione falsamente attribuita ad Albert Einstein:

Everything should be made as simple as possible, but no simpler.

In realtà la cosa più vicina a questo che Einstein abbia mai scritto la riporto qui sotto, ma anche la forma apocrifa è corretta ed efficace, e va bene anche se non l’ha scritta un grande scienziato ma – putacaso – un bravo giornalista come Donato Speroni.

It can scarcely be denied that the supreme goal of all theory is to make the irreducible basic elements as simple and as few as possible without having to surrender the adequate representation of a single datum of experience. [Albert Einstein, “On the Method of Theoretical Physics” The Herbert Spencer Lecture, delivered at Oxford (10 June 1933); also published in Philosophy of Science, Vol. 1, No. 2 (April 1934), pp. 163-169., p. 165]

Insomma, se il ragionamento politico di Barca aveva bisogno di 55 pagine di considerazioni anche difficili, ha fatto bene a non farsi condizionare dalle mode dei cinguettii e degli slogan. Se poi sono d’accordo con lui, lo dirò solo dopo averle lette, e non frettolosamente, quelle 55 pagine, che meritano comunque rispetto e non giudizi sommari (e somari).

Ma abbassiamo i toni, come si suol dire. Ricordiamo piuttosto che il catoblepa compare anche in una canzone di EELST del 1992, Supergiovane (e questo l’hanno scritto in molti) e in una storia del grande Don Rosa.

Scatta Supergiovane e derapa soccorrendo il Catopel il Canopeta il Capotel il Catop Catoblepa Catoblepa. Supergiovane derapa soccorrendo il Catoblepa, che purtroppo sta tirando le cuoia. “Addio Supergiovane. Per me ormai è finita” “No!” “L’analcolico moro è entrato in circolo” “Non dire così amico catoblepa. Ecco, prendi questo!” “No, ma… cosa…?” “Ah” “Ah” “Sss” “Ah h h ” “Ah… Catoblepa?! Catoblepa. No. Assassini. No. Governo bastardo.”

Catoblepa catoblepa, io ti dono le mie Tepa per il viaggio che conduce all’aldilà. Catoblepa, catoblepa, catoblepa, catoblepa. Catoblepa, tu mio amico morto, io vendicherotti, tu. E Supergiovane dà fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all’istante, passa all’uso di eroina e muore pieno di overdose.

La storia di Don Rosa (da molti considerato l’erede di Carl Barks) compare sul n. 96/1997 di Zio Paperone con il titolo “Paperino e il serraglio mitologico” (l’originale era comparso su Walt Disney’s Comics and stories n. 523 del 1990 con il titolo “Donald Duck. Mythological Managery”). Zio Paperino, per dimostrare la sua (presunta) superiorità sulle Giovani Marmotte, costruisce animali fantastici addobbando di trovarobato posticcio gli animali della fattoria di Nonna Papera, ma Qui Quo e Qua sono comunque più bravi di lui. L’immagine che presento è una scansione della mia copia del giornalino e spero che tanto basti a convincere gli agguerriti legali della WD della mia buona fede.

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Nello stesso numero di Zio Paperone trovo anche un articolo di Luca Boschi (“Fra mito e realtà”) in cui si cita come possibile fonte il Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Marguerita Guerrero (tradotto per Einaudi dal grande Franco Lucentini):

Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, «fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto».
Catoblepas, in greco, vuol dire «che guarda in basso ». Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnu (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio [di Gustave Flaubert; nota mia] si legge:
Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico, fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante.

Eur, parco delle cascate

Stamattina all’alba il quartiere romano dell’Eur era bellissimo. [Per i pignoli e gli amanti di Robert Musil, erano le 6:50 del 27 febbraio 2013.] Il cielo era sereno, azzurro intenso, striato di cirri delicatamente tinti di rosa dalle dita di Aurora. Ho iniziato la mia passeggiata mattutina infreddolito ma beato e pieno di ottimismo. Nel cratere lasciato dalla sciagurata distruzione del velodromo olimpico (ne abbiamo parlato qui e qui) ristagnava candida e batuffolosa la nebbia.

Poco più avanti, anche sul laghetto dell’Eur si muovevano pigramente alcuni fiocchi di nebbia. Ho cominciato a percorrere la Passeggiata del Giappone, che fa il periplo del lago e che prende il nome “[dal]l’impianto in massa di Prunus da fiore donati dalla città di Tokyo” [La Passeggiata del Giappone all’Eur]: donati, penso (ma non sono riuscito a trovarne attestazione), in occasione delle Olimpiadi romane del 1960, come ideale staffetta verso le Olimpiadi di Tokyo del 1964. Le bocchette dell’acqua che alimenta il lago fumavano nell’aria gelida, dando al paesaggio un vago sentore newyorchese.

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Manco del necessario lirismo per descrivere l’incanto della passeggiata e lo stato di grazia in cui mi trovavo stamattina. Per mia fortuna, parole sufficientemente alate non difettano a Francesco Tonini, il blogger che ho già citato poco fa:

Percorrere i vialetti di questa area è molto piacevole, un continuo avvicendarsi di quinte chiuse ed aperte si susseguono tra percorsi sinuosi contornati da specie vegetali sempre diverse, tra sali scendi che permettono di apprezzare visuali diverse dei grattacieli dell’eur, il tutto immersi in un clima rilassato ed isolato dal traffico cittadino.
Il successo della Passeggiata è evidente: centinaia di persone la percorrono ad ogni ora per passeggiare, fare jogging e sostare sulle panchine all’ombra degli alberi con serenità.[La Passeggiata del Giappone all’Eur]

Il percorso, oltrepassato il primo dei 2 ponti sotto via Cristoforo Colombo (se pensate che l’espressione “dormire sotto i ponti” sia una trita metafora, mettetevi nei panni di quel poveretto che, infagottato, ci dorme davvero), arriva alla sezione di passeggiata che si chiama Parco delle cascate.

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Ecco, la vedete al centro dell’immagine: quella è la passerella realizzata pochi anni fa per consentire il periplo completo del lago (al momento, per la verità, reso di nuovo impraticabile dai lavori per la costruzione del nuovo acquario Mare Nostrum, sulla sponda opposta). Ma lasciamo parlare ancora una volta Francesco Tonini:

Per permettere la connessione integrale del periplo del lago dell’Eur composto dalla Passeggiata del Giappone, tra 2006 e 2007 Eur SPA ha realizzato due progetti di Franco Zagari, quello della terrazza galleggiante Cythera e quello della passerella Hashi. Entrambe le opere sono contraddistinte da composizioni di materiali che ne tracciano la presenza nella contemporaneità, acciaio, vetro e legno.
La passerella è posizionata esattamente in corrispondenza dell’asse di caduta dell’acqua e promette uno spettacolo unico nei momenti di funzionamento della cascata. Per la descrizione dell’opera ci affidiamo nuovamente alle sognanti parole di Franco Zagari:
“HASHI” è una nuova passerella pedonale posta sulla cascata centrale del Lago dell’Eur. Il nome significa “ponte” in giapponese, nel suo doppio senso di passaggio e limite. La dedica è alla Passeggiata del Giappone, vi era infatti – dopo il passaggio a Ovest reso possibile da Cythera – ancora una discontinuità del percorso in corrispondenza della cascata centrale, aggirabile solo con un lungo sentiero che obbligava ad entrare in profondità nel giardino, in una zona per il momento non aperta al pubblico se non per avvenimenti eccezionali. Quattro nuovi cancelli colorati introducono al Giardino delle Cascate, in previsione della ricostituzione della recinzione originaria di rose rampicanti lungo i due rami del viale Cristoforo Colombo. La passerella connette direttamente le due rive della cascata centrale, scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%), in modo di avere un impatto visivo contenuto. In questo modo si raggiunge la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua. Per dare un riscontro armonico alla geometria voluta da De Vico, un elegante disegno a forma di diapason, si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta. La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa. La struttura portante, tutta in acciaio inox, ha un’anima centrale con mensole a sbalzo che sostengono il piano di calpestio. Il pavimento è in doghe di legno esotico pregiato, sui due lati, e in vetro serigrafato in corrispondenza del passaggio sull’acqua. Le balaustre sono in rete inox per la parte che corre sulla cataratta, garantendo il massimo della trasparenza (la stessa soluzione della terrazza galleggiante), mentre i raccordi in corrispondenza delle rive sono in lamiera traforata per adattarsi meglio alla conformazione del suolo e favorire attraverso i fori la crescita della vegetazione delle ripe. Hashi, pur essendo in fondo solo una breve passerella, ha una notevole qualità tecnologica, che ha permesso di ottenere una particolare leggerezza e trasparenza.
Ho trovato sufficientemente interessante percorrere la passerella, che sembra progettata per essere ben inserita nel contesto, anche se per il momento ci sono segni inequivocabili che indicano ancora un po’ di tempo per il completamento dei lavori. Sono sicuro che non appena l’opera sarà totalmente assorbita dalla vegetazione e dall’acqua della cascata, la Passeggiata del Giappone troverà in questo punto un luogo indimenticabile. [Hashi, la passerella di completamento della Passeggiata del Giappone]

paesaggiocritico.com / foto di Francesco Tonini

Malimor…, come si dice a Roma. Luogo indimenticabile di sicuro. E non certo per responsabilità di Francesco Tonini, il cui parere estetico condivido e che comunque sul posto, a giudicare dalla data dei suoi post, c’è andato alla fine di maggio di quasi 3 anni fa. Per responsabilità di quella mente eccelsa, di quel visionario professionista che tutto il mondo ci invidia, Franco Zagari.

Perché ce l’ho con lui? – mi precipito a dirlo prima che scatti la denuncia nei miei confronti. Ce l’ho con lui perché io oggi ci sono rovinosamente caduto, sulla sua passerella. E non soltanto per mia imperizia e imprudenza (una modica quantità gliela posso concedere, che non si nega a nessuno, come il concorso di colpa che appioppano al povero pedone travolto sulle strisce pedonali mentre attraversava con il semaforo verde), ma perché il suo progetto di passerella è demenziale. E per di più – come potete ben vedere qui sotto – ride, ride, come quell’infame di Franti.

ilsole24ore.com

Ci sono rovinosamente caduto perché oggi la passerella, nella sua parte vitrea, ancorché serigrafata, era una perfetta lastra di invisibile ghiaccio. E io ci sono scivolato, nonostante mi sia reso conto per un interminabile istante del guaio in cui mi stavo cacciando e abbia tentato in extremis di aggrapparmi alle inutili «balaustre in rete inox». Ora io posso capire che le giornate di gelo di Roma (25-30 all’anno secondo i dati climatologici) possano sembrare poche al professor Zagari; oppure il prof. Zagari si immagina che i giardinieri dell’Eur verifichino ogni mattina le condizioni della passerella e collochino, zelanti come addetti alle pulizie dei bagni dell’autogrill o dell’aeroporto, apposita segnaletica di pericolo, oppure chiudano per precauzione i «quattro nuovi cancelli colorati» che dànno accesso al Giardino delle cascate.

safeatwork.ch

Ma oltre ai giorni di gelo – grosso modo 30 su 365 – il prof. Zagari si è interrogato sulle altre circostanze in cui la passerella «in doghe di legno esotico pregiato […] e in vetro serigrafato» avrebbe potuto essere bagnata, e dunque scivolosa? Praticamente sempre, caro professore: anche senza esami di meteorologia o di fisica dei fluidi, ma con un modicum di capacità di ragionamento e di osservazione si sarebbe potuto (e dovuto) giungere alla conclusione che un ponticello vicino a un lago e in prossimità dei 10 getti d’acqua della monumentale fontana (guardate, vi prego, la 2ª foto di questo post) sarebbe stato perennemente bagnato, soprattutto se si è avuta la lungimiranza di far raggiungere «la quota minima del calpestio al centro della passerella, appena fuori dal pelo dell’acqua».

Ma non basta, la passerella è in pendenza [«scendendo e risalendo con pendenze progressive molto comode (dal centro verso le estremità dallo 0,0 al 4,0%)»] e se non bastasse è in curva [«si è adottato un profilo in curva anche in pianta, accorgimento che permette anche di rispettare meglio la visibilità del filo della cataratta»].

Dunque il prof. Zagari è un sadico? Il suo ghigno è davvero quello infame di Franti? Non lo penso davvero, e non è certo questo il mio punto. La mia convinzione, in questo caso e in molti altri, è che il progettista abbia privilegiato i valori formali ed estetici [«La doppia curvatura, in pianta e sezione longitudinale, conferisce alla passerella una particolare eleganza, con un continuo cambiamento di prospettiva nell’incedere di chi passa»], trascurando del tutto, e colpevolmente, quelli pratici e funzionali.

Avrei potuto farmi molto male (ho rischiato di battere anche la nuca, oltre alla regione sacro-coccigea), e invece sono qui a ragionarne e a riderne con voi. Proprio una gran botta di culo!

francozagari.it