Françoise Sagan – That Mad Ache / Douglas Hofstadter – Translator, Trader

Sagan, Françoise (1965). That Mad Ache (La Chamade) / Hofstadter, Douglas R.  (2009). Translator, Trader. New York: Basic Books. 2009.

Devo confessare subito di non avere letto il romanzo di Françoise Sagan nella traduzione di Hofstadter, ma soltanto il saggio di quest’ultimo che compare sul libro se lo si capovolge. Mi sembrava (e mi sembra tuttora) assurdo, per uno la cui lingua madre è l’italiano, leggere in inglese un romanzo originariamente scritto in francese. Forse ho sbagliato, ma mi assumo tutte le responsabilità.

Il saggio di Hofstadter, dunque. Sempre godibile, naturalmente. Ma.

Da giovane – altra confessione – sono stato marxista (e molti della mia generazione lo sono stati), ma anche marxiano e marxologo. Mi compravo i volumi delle Opere complete di Marx ed Engels degli Editori riuniti, e li leggevo pure, comprese le quasi quotidiane lettere che i due si scambiavano quasi quotidianamente.

Uno dei miei testi preferiti era l’Introduzione (Einleitung) del 1857 a Per la critica dell’economia politica, pubblicata poi nel 1859. A un certo punto, nel 3° capitolo dell’Introduzione, Marx si perde in una puntigliosa discussione se sia più corretto muovere dall’astratto verso il concreto, o dal concreto verso l’astratto. Una di quelle discussioni teoriche sulle quali, nel movimento operaio sono scorsi fiumi d’inchiostro e, ahimè, anche più d’un fiotto di sangue.

Se esaminiamo dal punto di vista politico-economico un Paese dato, cominciamo con la sua popolazione, la sua divisione in classi, la città, la campagna, il mare, i differenti rami della produzione, l’export-import, la produzione e il consumo annuali, i prezzi delle merci, ecc.
Sembra corretto cominciare con il reale e concreto, con il presupposto effettivo e, dunque, nell’economia, per es., con la popolazione, che è il fondamento e il soggetto dell’intera attività produttiva sociale. Ma, ad una considerazione più attenta, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione se, per es., trascuro le classi, di cui consiste. Queste classi, a loro volta, sono una vuota espressione, se non conosco gli elementi su cui si basano. Per es., lavoro salariato, capitale, ecc. Questi sottendono scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Capitale, ad es., senza lavoro salariato è nulla,[ed anche è nulla] senza valore, denaro, prezzo, ecc. Se, dunque, cominciassi con la popolazione, comincerei con una rappresentazione caotica del tutto e, mediante un’ulteriore determinazione, dovrei pervenire analiticamente a concetti sempre più semplici; dal concreto rappresentato (vorgestelltes Konkretum) ad astrazioni sempre più fini, finché non fossi arrivato alle determinazioni più semplici. Da quel punto, il percorso sarebbe da ricominciare all’indietro, finché non ritornassi alla popolazione, ma questa volta non come la rappresentazione caotica di un Tutto, ma sì piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti (Beziehung). La prima via è quella che, storicamente, l’economia ha preso al suo nascere. Gli economisti del XVIII secolo ad es. cominciano sempre con il Tutto vivente (lebendiges Ganze), con la popolazione, la nazione, lo Stato, molti Stati, ecc.; ma finisce sempre che essi trovano, analiticamente, alcuni determinanti rapporti (Beziehung) astratti, generali – come divisione del lavoro, denaro, valore, ecc.. Non appena questi singoli momenti furono più o meno fissati e astratti, cominciarono i sistemi economici, che dal semplice –come il lavoro, la divisione del lavoro, il bisogno, il valore di scambio – risalirono fino allo Stato, alla scambio fra le nazioni e al mercato mondiale. Quest’ultimo chiaramente è il metodo scientificamente corretto. Il concreto è concreto, perché è sintesi (Zusammenfassung) di molte determinazioni, dunque, perché è unità della molteplicità. Nel pensare, il concreto si presenta, dunque, come processo della sintesi, come risultato, non come punto di partenza, pur se effettivamente proprio il concreto è il punto di partenza e, quindi, è tale anche per l’intuizione e la rappresentazione. Con la prima via, la densa rappresentazione illanguidisce fino a divenire un’astratta determinazione; con la seconda, le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto secondo il modo di procedere del pensare. È così che Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensare che si raccoglie, si approfondisce in sé e si muove a partire da se stesso, mentre il metodo di risalire dall’astratto al concreto è, solo, il modo del pensare per appropriarsi il concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito (geistiges Konkrete). Ma non è, certo, il modo del processo di generazione del concreto. Per es., la categoria economica più semplice, diciamo il valore di scambio, presuppone la popolazione, ed esattamente una popolazione che produca in determinati rapporti (Verhältnis); come anche un certo tipo di famiglia, di comunità, di Stato ecc. Quella categoria non può esistere, se non come astratto, unilaterale rapporto (Beziehung) di un Tutto vivente, concreto e già dato. In quanto categoria, invece, il valore di scambio ha un’esistenza antidiluviana. Per la coscienza, dunque, – e quella filosofica è, appunto, coscienza –, a cui il pensare concettualizzante (das begreifende Denken) si presenta come l’uomo reale e il mondo concettualizzato come il mondo effettivo –, il movimento delle categorie appare essere l‘effettivo atto della produzione – il quale purtroppo riceve un semplice impulso dall’esterno – , che ha come risultato il mondo; ed è giusto – ma di nuovo una tautologia – che la concreta totalità in quanto totalità del pensiero (Gedankentotalität), in quanto concreto del pensiero (Gedankenkonkretum), sia, di fatto, un prodotto del pensare, del pensare concettualizzante (begreifen); in nessun modo, però, è un prodotto del concetto, che pensa a prescindere ed al di sopra della rappresentazione e dell’intuizione, generandosi così da se stesso. Piuttosto è un risultato dell’elaborazione in concetto dell’intuizione e della rappresentazione. Il Tutto – che nella testa si presenta come un Tutto del pensiero – è un prodotto delle testa pensante, che si appropria il mondo nell’unico modo che le è possibile, modo che è diverso da quello dell’appropriazione artistica, religiosa e pratico-spirituale di questo stesso mondo. Il soggetto effettivo resta, prima e dopo, al di fuori della testa nella propria autonomia; fin tanto che la testa si comporta in modo solo speculativo, solo teoretico. Anche nel caso, dunque, del metodo teoretico, il soggetto – la società – deve continuare a stagliarsi come un presupposto di fronte alla rappresentazione. [la traduzione, che non so se è quella canonica, ma non mi va di arrampicarmi sui polverosi scaffali, l’ho trovata in rete qui]

Insomma, anche se con un po’ di fatica si riesce a dipanare il ragionamento marxiano, il nostro Karl si è cacciato in un bel ginepraio: Insomma, viene da chiedersi alla fine, prima di gettarsi in un’ennesima rilettura, meglio dall’astratto al concreto o dal concreto all’astratto? Al postutto, come scriverebbe Scalfari? At the end of the day, come banalizzerebbe un americano? In una parola sola, un rigo appena?

Marx sembra cogliere il problema e si chiede e ci chiede:

Ma queste categorie semplici non hanno, anche, un’esistenza storica e naturale indipendente rispetto a quelle più concrete?

E la sua risposta si riassume in 2 parole:

Ça dépend.

Giuro. E poi via di nuovo, per pagine, dalla Filosofia del diritto di Hegel al lavoro come categoria astratta ad Adam Smith …

E che cosa c’entra tutto questo con il saggio di Hofstadter? Hofstadter si interroga se la traduzione sia anche tradimento e conclude di no, che è piuttosto trading, commercio, intermediazione tra due lingue e due culture. E già a pagina 8 individua 4 paradossi da evitare quanto la peste. Peccato che poi impieghi gran parte delle restanti 92 pagine del saggio a spiegare come e perché abbia ritenuto lecito, anzi opportuno, anzi doveroso, violarne ora l’uno ora l’altro, fino a non rispettare l’articolazione in capitoli e parti del romanzo originario.

Appunto, ça dépend.


Pubblicato su Recensioni. 1 Comment »

Una Risposta to “Françoise Sagan – That Mad Ache / Douglas Hofstadter – Translator, Trader”

  1. morgaine Says:

    Un eterno problema del traduttore è: ma se lo scrittore scrive male, in modo ermetico, con uno stile sgradevole, devo essere io a renderlo leggibile e apprezzabile?
    Da una parte ci sono le traduzioni geniali fatte da Pavese e Vittorini, che però non rispettano la lettera del testo, dall’altra ci sono le numerose porcherie in circolazione oggi da cui si deduce facilmente che il traduttore non ha fatto neanche lo sforzo di scrivere in italiano.
    Il nostro propende certamente per la prima opzione.
    Hofstadter ha tradotto questo romanzo per pura passione usando un metodo affascinante e del tutto amatoriale: prima ha copiato tutto il testo in un quaderno, lasciando sufficiente spazio tra le righe, per poi tradurlo frase per frase.
    Ne è venuto un gran bel testo, ma dai pochi esempi che riporta mi sembra che alla fine la traduzione sia quasi migliore dell’originale, che a questo punto dovrò cercare di procurami per poter giudicare dopo averlo letto.


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