L’anno dei dodici inverni

Avoledo, Tullio (2009). L’anno dei dodici inverni. Torino: Einaudi. 2009.

Ho parlato più volte di Tullio Avoledo, un autore italiano che mi piace. I suoi libri tendo a divorarli, sia perché in genere ti “prendono” dalle prime pagine, sia perché Avoledo ha quella che si usa chiamare “grande facilità di scrittura”. Ma, spesso, sono rimasto deluso dalla sua capacità di chiudere le storie che ha intessuto.

Tullio Avoledo ha più di un registro.

Ne ha uno – quello per il quale l’abbiamo conosciuto con L’elenco telefonico di Atlantide che ho definito “satirico” recensendo Breve storia di lunghi tradimenti. Nei romanzi di questo registro (ci metterei anche Lo stato dell’unione e Mare di Bering), la storia è sostanzialmente sempre la stessa, come ho già scritto: “il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro).”

Il secondo registro è quello di Tre sono le cose misteriose: lo stile e molti degli ingredienti e delle inquietudini del “primo” Avoledo sono messi al servizio di una storia più impegnata (qui si parla di giustizia penale internazionale e di crimini contro l’umanità e la leggerezza brillante cui Avoledo ci aveva abituati lascia spazio a una scrittura a tratti più faticosa e non sempre risolta).

La ragazza di Vajont era, a mio parere, una sintesi dei due registri che toccava i vertici del capolavoro. Il tema restava alto, ma era trattato all’interno di una vicenda e di una scrittura nervosa e leggera, in cui non sentivi mai la stanchezza della lettura, in cui non c’erano parti di “bassa marea” nella narrazione. I temi erano veramente inquietanti e attuali, quelli di un fascismo nuovo che aveva preso il potere prima che ce ne fossimo potuti nemmeno rendere conto, senza che potessimo nemmeno abbozzare una reazione o una resistenza. In più, elementi di fantascienza, di ucronia, di giustificata paranoia e di riflessione sull’ergodicità per nulla gratuiti, ma assolutamente giustificati ed essenziali allo svolgimento della storia.

L’anno dei dodici inverni continua su questa strada – almeno in parte: come era già avvenuto con il “ciclo” Atlantide-Unione-Bering-Tradimenti, Avoledo evidentemente fatica a chiudere in un solo romanzo o in una sola narrazione un nodo di temi che gli sta a cuore. Soltanto che qui il capolavoro non è riuscito. Qui il debito con Philip K. Dick (evidentemente uno dei numi tutelari di Avoledo) è pagato esplicitamente, e i temi della paranoia, dell’ucronia, dell’ergodicità, della controstoria sono tutti sviluppati. Ma la maionese impazzisce. Lo si capisce dalle prime pagine, quando il racconto non ci cattura come ci eravamo abituati a esserlo: si procede con fatica, il tono è discontinuo (l’artificio dei capitoli in tondo e in corsivo non salva l’autore!), i personaggi non decollano, le tre parti della storia restano macchinose come una scenografia teatrale…

Avrei dovuto capirlo dalla copertina, veramente brutta.

Un libro da leggere, comunque, sulla stima. Aspettando Avoledo a una prova migliore.

Tre sono le cose misteriose

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

2 Risposte to “L’anno dei dodici inverni”

  1. Avoledo-Dileo – Un buon posto per morire « Sbagliando s’impera Says:

    […] sue opere (Breve storia di lunghi tradimenti, Tre sono le cose misteriose, La ragazza di Vajont e L’anno dei dodici inverni) che Avoledo è un autore che sa catturarti fin dalle prime pagine e, in genere, non si lascia […]


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