Imparare dagli errori

Ho sempre detto ai miei figli (che forse possono testimoniarlo) che imparare dai propri errori non significa fare gli stessi errori sempre meglio, ma farne possibilmente di meno e comunque di nuovi.

Gironzolando per la rete, ho trovato su un blog che si chiama Ten Things queste 10 leggi immutabili degli errori, che mi sembra utile riproporre:

  1. Tutti commettono errori
    Per questo tutte le matite hanno una gomma (proverbio giapponese).
  2. Non tutti gli errori sono cattivi errori
    L’uomo che non fa errori è un uomo che non fa nulla (Teodoro Roosevelt). Noi diciamo: chi non fa, non falla.
  3. Gli errori che nessun altro nota non sono errori
    L’albero che cade nella foresta senza che nessuna sia presente non fa rumore.
  4. L’ignoranza non giustifica i tuoi errori
    Variante di: Ignorantia legis non excusat.
  5. Gli errori capitano sempre nel momento peggiore
    Variante della legge di Murphy.
  6. Gli errori generano altri errori
    Le persone disperate fanno gesti disperati
  7. Gli errori fatti con un computer fanno più danni e si propagano più rapidamente
    Ma anche le armi da fuoco non scherzano
  8. Gli errori di omissione sono anch’essi errori
    Non mi preoccupo mai di un’azione, ma solo dell’inazione (Winston Churchill)
  9. Non riconoscere un proprio errore è un errore
  10. Non imparare niente da un errore è un errore

Conclusione: “La follia è fare e rifare la stessa cosa, aspettandosi risultati diversi” (Rita Mae Brown: chiunque sia – ma la risposta è qui – condivido).

Chi volesse leggersi tutto il post di Alan Norton (in inglese) lo trova qui, insieme a questo bel grafico di flusso:

Errori

Alan Norton

Ctonio

Secondo il Vocabolario Treccani:

Sotterraneo. Nella mitologia greca, divinità ctonie, dèi ctonî, divinità sotterranee il cui mito era in qualche modo collegato con la vita terrestre o sotterranea; divinità ctonia per eccellenza fu Ade, signore degli Inferi, per i Greci, Dite per i Latini. Nella storia delle religioni il termine è riferito anche a divinità, figure mitiche e leggendarie, sempre connesse con la terra, di civiltà religiose diverse da quella greca.

Per me, ancora più di Ade (divinità abbastanza oscura, anche perché ovviamente non abitava con gli altri sull’Olimpo), la divinità ctonia per eccellenza è sua moglie Persefone (Proserpina nella tradizione latina), che almeno ha una bella storia. Persefone era figlia di Demetra, madre terra o la dispensatrice, dea delle messi e dell’agricoltura, peraltro anch’essa figlia di Crono e dunque sorella di Ade e di Zeus (e anche di Poseidone con cui era sposata, ma si sa che gli dei non ci andavano per il sottile). Un giorno che giocava con le ninfe sulle sponde del lago di Pergusa, in Sicilia, Ade – che la desiderava – la rapì con l’aiuto di Zeus (sempre in prima fila se si trattava di compiere malefatte, soprattutto se a sfondo sessuale). Demetra la cercò disperatamente per 9 giorni, e il decimo seppe del rapimento. Furiosa, scatenò una carestia che avrebbe estinto il genere umano e la stessa vita sulla terra (secondo altre versioni, la vita vegetale si arrestò nel momento stesso in cui Ade trascinò Persefone agli inferi). Fatto sta, che a fronte di una prospettiva così apocalittica, Zeus a questo punto cercò di far rappacificare i due. Convinse Ade a liberare Persefone, che sarebbe potuta tornare sulla terra perché si era astenuta dal nutrirsi di cibo ctonio. Ma Ade, con un sotterfugio, la indusse a mangiare alcuni semi di melograno, legandola in questo modo al mondo sotterraneo. Nuova ira di Demetra, e nuove minacce. Allora Zeus propose un compromesso: poiché Persefone non aveva mangiato un frutto intero, ma soltanto sei grani, la sua permanenza agli inferi sarebbe durata sei mesi (quelli autunnali e invernali, in cui la vita vegetativa si arresta), mentre nel resto dell’anno sarebbe rimasta con la madre, in un rigoglio di messi e di frutti.

Nella mitologia moderna, ritengo che all’aggettivo ctonio (in inglese si scrive chthonic) abbia pensato, più meno consapevolmente, Howard Phillips Lovecraft per immaginare la creatura cosmica di Cthulhu, personificazione (secondo Wikipedia) della morte termica dell’universo. Anche se, come i suoi lettori ben sanno, Lovecraft non brilla per la precisione delle sue descrizioni, Wikipedia azzarda anche una sua “fotografia”:

Cthulhu

Wikimedia Commons

Per quanto riguarda l’etimologia, ctonio discende direttamente dal greco χϑόνιος, a sua volta derivato da χϑών -ονός “terra”. La radice proto-indoeuropea è *dhghem- e significa anch’essa “terra, suolo”. Molte le parole che ne sono derivate, per la maggio parte attraverso il greco. In primo luogo, autòctono (“aborigeno, indigeno”: ma detto, originariamente, di quelle popolazioni che, per essere stanziate in un determinato territorio da epoca assai remota, si ritenevano essere scaturite dalla terra medesima). Ma anche – attraverso il greco χαμαί “in basso, a terra” – camaleonte (“leone che striscia”!) e camomilla (“mela di terra”). In latino, la radice indoeuropea si trasforma in humus (terra) e ci porta a umido e umile, ma anche a uomo (homo): giusto per non montarci troppo la testa.

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Salvatore Scibona – The End

Scibona, Salvatore (2008). The End. New York: Riverhead. 2009.

Strano romanzo d’esordio, questo The End di Salvatore Scibona (non fatevi trarre in inganno dal nome, Scibona è born in the USA e scrive in inglese, e il suo essere d’origine italiana non gli evita i piccoli errori tipici degli americani, come di scrivere Sienna per Siena e cose simili).

Un romanzo importante per dimensioni (350 pagine) e per ambizioni (è stato segnalato dal New Yorker nel concorso 20 under 40, i venti migliori giovani scrittori d’America).

Un romanzo riuscito soltanto a metà, secondo me (le mie opinioni sono sempre personalissime e condizionate dagli umori prevalenti durante la lettura e soprattutto la stesura della  recensione). Una bella impresa, cui manca per essere memorabile il taglio del traguardo finale, come quelle fughe di 200 km in solitario sulle Alpi o i Pirenei dove si viene riacciuffati dal gruppo a 900 m dall’arrivo.

Scibona è molto consapevole dei suoi mezzi, e mi pare sempre alla ricerca della bella frase, del termine ricercato, di una compiutezza formale; è anche consapevole dei suoi debiti e delle sue ascendenze nobili, da James Joyce, a Virginia Woolf, a Graham Greene (come peraltro hanno notato anche alcune recensioni che ho guardato dopo aver finito il libro).

Di Joyce, direi, c’è soprattutto l’unità di tempo e di spazio. Il Bloomsday di The End è il 15 agosto 1953, festa dell’Assunta; al posto di Dublino c’è la neighborhood di Elephant Park a Cleveland, una Little Italy già assediata dalle avanguardie della penetrazione afro-americana. Sullo sfondo di quella giornata torrida, che seguiamo dall’alba a notte inoltrata, si muovono un manipolo di personaggi, tutti (fuorché uno) di origine italiana e accomunati dalle loro storie di emigrazione, sradicamento, speranze, spaesamento. Questo dà la possibilità a Scibona di muoversi dal giorno e dal luogo della storia, allontanandosene nel tempo e nello spazio, fino all’Italia dell’inizio del Novecento. E gli dà anche modo – ma questo è un piccolo trucco del mestiere – di riportare le sue lunghe divagazioni al campo-base (Elephant Park 15 agosto 1953) facendoci vedere una scena già descritta con gli occhi di un personaggio diverso.

Il romanzo è sostanzialmente un monologo interiore dei diversi protagonisti ma – e qui Scibona mi sembra più vicino a Virginia Woolf che a James Joyce – più che delle voci ben distinte dei singoli si tratta sempre, direi, di quella ben riconoscibile dell’autore, con tutte le sue ossessioni: il sé immutabile nei cambiamenti esteriori e interiori, i luoghi e la loro autocoscienza, l’inattingibilità della verità.

Ma su questo tornerò tra poco con qualche citazione. Prima però vorrei candidamente confessare che mi è sfuggito – temo – il fatto, o meglio il misfatto, che tiene insieme la storia e che, secondo le recensioni che ho letto, la porta alla sua naturale conclusione. Certo, ho ben colto la tensione, la cupa atmosfera di attesa e di non detto (quella che fa pensare a Graham Greene), ma evidentemente il non detto era troppo profondo per la mia comprensione (naturalmente, non tutto mi è sfuggito e ho delle mie ipotesi e persino qualche certezza, ma non le scriverò qui per non togliervi il gusto di leggere The End come un thriller, se vi va).

Ecco le citazioni (sono costretto a citare la posizione, avendolo letto sul Kindle):

Europe was happening, right here, and it didn’t fit. This wasn’t the continent of the group, socialism, a million jam-packed cities. This was the country of the particular person, private enterprise, vast and empty grassland counties, the Protestant Jesus who went by his first name and saved souls one by one, depending on Do you believe, in your private heart, or don’t you? This crowd did not belong in this place. [691 – una bella riflessione sulla più profonda differenza culturale tra Stati Uniti ed Europa, tuttora valida]

And young Rocco thought, If I could understand one moment I would understand all moments. [1012]

Her mind was not a chamber in which a crowd of lawyers competed to direct and obstruct her will; it was a forest, and deep inside, alone, in a cool pond, her I swam freely on its back and scrutinized the tangled canopy of thought overhead. [1289]

It was only her own brain generating phantasmal senators to impede the exercise of her imperial rights. [1347]

The new people had no politics. When Plato had gone to Sicily, hoping to put his political ideas into practice, the locals had sold him into slavery. As far as the new people cared, the body politic included their blood relations and nobody else. Equally and oppositely depressing: The individual also included the blood relations. I was we. [1386 – questa mi sembra invece una profondissima parafrasi dell’italico “familismo amorale”]

Politics, or the life of others as lived by oneself, was the mind’s natural subject. Conversation was its natural sport. [1392 – dalla politica al gossip: attualissimo]

Agriculture was the domination of a landscape by the hand of man. [1609 – abbastanza scontato ma profondo e soprattutto “citabile”]

When being chased, avoid open places. [2242]

Exhaust the enemy. [2245]

Imagine a house repainted with a hundred thousand coats, under which the original wood has rotted away; and yet the house still stands, composed now entirely of paint. [3219]

The way people didn’t mean the same thing when they said “location” as when they said “place.” They said “place” meaning the self of the location. [3229 – veramente profondissima]

The way people said, “she,” “you,” “I,” and they didn’t mean only bodies or faces, they meant her self, your self, my self. And she could tell they were doing the same thing she was doing. They were looking for the self behind her changed face, as she was looking for the selves behind their changed faces. [3237]

There was an invisible membrane between a child’s world and the world of grown people. The child’s was hypothetical; the adult’s was actual. [3458 – anche questa è molto felice; e nelle eredità joyciane c’è anche un ritratto dell’artista da giovane, nel giovane Ciccio nelle mani dei gesuiti]

They were killing him with work. He didn’t know what they were trying to turn him into. But he didn’t know what he was, either. [3682]

But he felt a solace in this: that what is solemn to me can be laughable to you and still be no less solemn. Because the person he believed had laughed at him, or else had sung merrily along with him, was still, of necessity—he promised himself not to forget, but he did forget—looking right into him, apprehending the self that he felt, that his name failed adequately to name. As misery and mercy are the same, the first being what God wishes you to feel and the second the version of empathy he feels for you when you are miserable. [4237]

[…] the boy had two names, a first and a last, one for the little self, one for the big self, the shared identity across centuries and an ocean, a name that, when you spoke it, others connected you with a clan and a place. [4287]

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