Pensateci un momento prima di cliccare «Mi piace»

Cliccare «Mi piace»: un piccolo gesto che facciamo d’istinto, senza pensare alle conseguenze: forse abbiamo ferito una persona amica, forse abbiamo contribuito a diffondere un pettegolezzo o una maldicenza. Forse abbiamo rivelato di noi qualche cosa in più di quello che intendevamo fare su FB. Forse abbiamo rivelato molto di più: il nostro orientamento politico, ma anche quello sessuale; se siamo alcolizzati o tabagisti o drogati …

Sono le conclusioni cui giunge uno studio pubblicato dagli autorevoli PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA) l’11 marzo 2013 e svolto da Michal Kosinski e David Stillwell dell’Università di Cambridge e da Thore Graepel di Microsoft Research: Private traits and attributes are predictable from digital records of human behavior. Se volete potete scaricare e leggere l’articolo per intero cliccando il link precedente. Me se volete soltanto il succo, ecco come gli autori stessi presentano il proprio lavoro per un pubblico di non specialisti:

A study demonstrates that a variety of personal characteristics—such as political and religious views, gender, ethnicity, and sexual orientation—can be predicted from a person’s record of “Likes” on Facebook. Michal Kosinski and colleagues developed a mathematical model to predict an individual’s traits and preferences based on 58,000 U.S. Facebook users’ records of Likes. The authors trained the model using demographic information from the volunteers’ Facebook profiles and other traits such as intelligence, personality, and satisfaction with life that were measured in online surveys and tests. The model accurately predicted study participants’ gender, ethnic origin, and sexual orientation, correctly identifying males and females in 93% of the cases, African Americans and Caucasians in 95% of the cases, and homosexual and heterosexual men in 88% of the cases. The model also correctly classified Democrats and Republicans as well as Christians and Muslims in more than 80% of the cases, but was less accurate at predicting relationship status, substance abuse, and parents’ relationship status. The authors further found that the model was nearly as accurate as a short personality test for predicting a user’s degree of openness to experience. The findings may be useful for improving the delivery of numerous products and services, but may also have negative implications for personal privacy, according to the authors. [Digital records of online behavior may reveal private traits and attributes].

salon.com / Credit: AHMAD FAIZAL YAHYA / Shutterstock.com

Ancorché pubblicata da una rivista scientifica tra le più reputate, la notizia è troppo ghiotta perché la stampa se la facesse sfuggire. Qui potete trovare gli articoli di Kathy McDonough su Salon (Study: Your Facebook “likes” might be overexposing you) e di Raphael Satter dell’Associated Press (Study: ‘Likes’ likely to expose you | The Portland Press Herald / Maine Sunday Telegram).

Forse la mia è una deformazione professionale, ma le conclusioni dello studio non mi sorprendono per nulla. Forse dobbiamo rassegnarci e goderci i vantaggi dei social media, dei big data, del quantified self, consapevoli del fatto che tutto ha un prezzo e quello che stiamo pagando è la fine della privacy, niente di più e niente di meno. Uno scambio più faustiano che economico: ma al Faust di Goethe non è poi andata così male …

Alles Vergängliche
ist nur ein Gleichnis;
das Unzulängliche,
hier wird’s Ereignis;
das Unbeschreibliche,
hier ist es getan;
das Ewigweibliche
zieht uns hinan.
Tutto ciò che passa
è soltanto un simbolo,
l’insufficiente
qui ha compimento;
l’indescrivibile
qui ha già esistenza;
in alto ci attira
l’eterna femminea essenza.
[Traduzione di Quirino Principe]

Obituary: Kevin Ayers

Kevin Ayers se n’è andato un’altra volta, verrebbe da dire. Come se n’era andato dai Soft Machine, dopo averli fondati. Come se n’era andato dalla scena di Canterbury, dopo averla fecondata (anche in senso letterale: il leggendario concerto del 1° giugno 1974 al Rainbow Theatre di Londra – che vedeva insieme sulla scena Kevin Ayers, Mike Oldfield, Nico, Brian Eno e John Cale – fu messo in forse quando quest’ultimo, la notte della vigilia, beccò la moglie che scopava con il nostro bel Kevin).

Kevin Ayers nel 1974 / wikimedia.org/wikipedia/commons

Kevin Ayers era il più scanzonato, lunare, autenticamente hippie e disimpegnato dei Soft Machine e della colonia di Canterbury. Non so se davvero sia morto solo e triste come lo immagina Marinella Venegoni su La stampa del 22 febbraio 2013:

Addio triste e solitario a Kevin Ayers
Fondò i Soft Machine e scappò subito

Kevin Ayers doveva proprio amare la vita fuorimano. La notizia della sua morte a 68 anni, il 18 scorso a Montolieu in Linguadoca, villaggio di neanche mille anime, ci ha messo qualche giorno a uscire dalle campagne francesi, e l’ha dovuta dare il sindaco perché Kevin viveva lì da 15 anni da solo, in modo anche misterioso e precario, ed evidentemente le sue tre figlie lo cercavano poco. Gli abitanti se lo ricordano perché spesso suonava la chitarra al caffè, così per sport.
Accanto al letto hanno trovato, dice già la leggenda, un foglio con su scritto «You can’t shine if you don’t burn», non puoi brillare se non bruci. Kevin, polistrumentista e compositore, membro fondatore dei leggendari Soft Machine, aveva molto brillato, e molto si era bruciato nei modi più appropriati alla distruzione, in quella generazione di fenomeni che ha prodotto grandissimi musicisti e moltissime morti premature.
Amava la vita fuorimano, Ayers. Era stato a casa sua, nel 1973, durante un party ad Aylesbury nelle natia Inghilterra, che il socio co-fondatore e amicone Robert Wyatt era caduto giù dalla finestra (o si era buttato, secondo altre versioni), fatto come un’acciuga al sale, rimediando una paralisi permanente agli arti inferiori.
I Soft Machine si erano chiamati così ispirandosi a un libro di Williams Borroughs, che aveva pure concesso l’uso del nome. Si rivelarono subito una band seminale della psichedelia nella cosiddetta scena di Canterbury. Sbarcarono a Londra nei tardi ‘60 e fecero faville: si metta su da You Tube una qualunque «Dim Dam Dom» del ‘67 o un live dell’Ufo Club dove stazionarono a lungo, per avere una piccola, immediata idea di cosa si parla. Pop, jazz, rumoristica, improvvisazione ribalda.
Nella Swinging London dell’epoca, Ayers stringe amicizia con Syd Barrett e con Jimi Hendrix che lo convince a comporre, e sarà con lui che i Soft faranno la prima tournée Usa, dove registreranno il primo album. Ma Ayers non ama la caccia alla fama e al denaro, abbandona subito e inizia una carriera solista all’insegna dell’eclettismo, incidendo 17 album a partire dal fulminante «Joy of a Toy». La stima nei suoi confronti è alta, collaborerà con Brian Eno, Phil Manzanera e naturalmente Nico dei Velvet. In mezzo, pause e disperazioni con droghe pesantissime, e un’irrequietezza che lo porta poi da Ibiza a Montolieu. L’ultimo album è del 2007, «The Unfairground», con la collaborazione di gente della nuova scena musicale, dai Teenage Fanclub ai Neutral Milk Hotel.

lastampa.it/

Io non riesco a immaginarlo, un Kevin Ayers disperato. Solitario sì, melanconico come nella foto qui sopra sì, disperato no, nonostante canzoni come Song from the Bottom of a Well:

This is a song from the bottom of a well
I didn’t move here, I just fell.
But I’m not complaining, I don’t even care
‘Cause if I’m not here, then it’s not there.

Lo immagino piuttosto irridente e devoto all’eterno femminino: «Let’s drink some wine and have a really good time». «What else?», gli risponderebbe quello della pubblicità. Mike Oldfield, giovanissimo e ben prima di Tubular Bells, fa il celeberrimo assolo di chitarra.

I’m looking ‘round madly
for something to find
That might give me a front
To put something, something behind.

Just bouncing this ball
Up and down the hall
But it’s full of best wishes
and suffocating fishes, and all.

So, let’s drink some wine
And have a good time.
But if you really want to come through
Let the good time, good time have you.
It’s what you’ve got to do.

You said it was foolish
for me to be sad;
But I’m very hungry, and you..
You’re very well fed,
You’re such a fat lady.

And I’m talking to you
just for something to do
‘Cause I’d much rather kiss you
But I know, I’m gonna miss you
Again and again, I know I’m gonna miss you.

So, let’s drink some wine, etc.

I sing to the island
That sings in your head
‘Cause I know you’d much rather be there
Be there instead.
I know you’d rather be there…

But you won’t find the answer
Even when the wind blows;
‘Cause the answer, my friend
is in front..
Right there in front of your nose
Everybody knows, it’s their nose.

So, let’s drink some wine, etc. (repeat)

S’io fossi Robert Wyatt (com’io sono e fui), dall’amico mi congederei così:

Open your window
lend an ear
and then
pull back the curtain
hurry
so you can hear

Listen to the
hum
as it rises
riding the breeze
leaving gravity’s children
agrounded

Onwards and upwards
that’s the way
ever on
beyond the highest plateau
that’s OK

There’s a reason why some people float
sometimes
are floored
God knows this reason
that’s what gods are for

Press on your window
feel the pane

Clessidra

Tutti sanno, o pensano di sapere, che cos’è una clessidra. Ma quando si parla di lingua, le cose non sono mai facili come sembrano. Secondo il Vocabolario Treccani:

Orologio usato nell’antichità, formato essenzialmente da un vaso contenente acqua o sabbia, che può gradatamente vuotarsi dal fondo: la valutazione del tempo trascorso si ricava dall’abbassamento del livello nel vaso, oppure dalla quantità di liquido o sabbia affluita in un altro vaso collocato inferiormente. La clessidra è stata adoperata anche in seguito per misurare grossolanamente brevi intervalli di tempo (per esempio, a bordo delle navi, col nome di ampollina, per il computo della velocità della nave stessa, oppure per misurare le unità di una conversazione telefonica interurbana, il tempo della cottura di un uovo, eccetera) o per uso decorativo, e in questo caso ha assunto e conservato la forma caratteristica di due ampolle comunicanti fra loro per mezzo di un sottile orifizio attraverso cui fluisce la sabbia o l’acqua (capovolgendo poi lo strumento, si inverte la posizione dei due vasi o si protrae lo scorrimento del fluido e, quindi, l’intervallo di tempo misurato). Nell’iconografia, è simbolo dello scorrere del tempo e della caducità della vita terrena.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Allora, tanto per cominciare, la clessidra vera, o comunque quella originaria o primigenia, non è quella cosa che viene in mente a tutti e ho rappresentato qui sopra: un’ampolla di sottile vetro, con un vitino di vespa, in cui la sabbia scorre lentamente definendo un certo volgere di tempo. Quella cosa che qualche vecchia zia teneva in salotto vicino al telefono o che qualche professionista teneva sulla scrivania. Il progetto originario era quello di un orologio ad acqua: un vaso con un buco sul fondo. La figura qui sotto ne chiarisce il funzionamento:

wikimedia.org/wikipedia/commons

Ecco farsi allora immediatamente chiara l’etimologia del nome: passando dal latino clepsydra, deriva dal greco antico κλεψύδρα, composto del verbo κλέπτω «rubare» e ὕδωρ «acqua». La clessidra è un vaso che ruba acqua, per colpa del buco sul fondo.

Nonostante il nome greco, se l’erano già inventata gli egizi (ce n’è una nella tomba del faraone Amenhotep I, vecchia di 3.500 anni). I greci l’hanno copiata, ma non erano soddisfatti della sua precisione, molto inferiore a quella delle meridiane. Ma le meridiane non si potevano usare di notte, e per la verità neppure nelle giornate nuvolose (horas non numero nisi serenas), ed ecco che anche la clessidra aveva un suo perché.

Dal principio della clessidra derivano – oltre al modello nordafricano costituito «da un contenitore di metallo forato sul fondo che, posto a galleggiare in un contenitore più grande, affondava in un tempo determinato» (Wikipedia) – anche gli orologi ad acqua, invenzione ellenistica di Ctesibio: altrettanto imprecisi, ma spesso molto belli.

L’orologio del Pincio a Roma wikimedia.org/wikipedia/commons

La clessidra a sabbia si chiama più propriamente clepsamia.

Che cosa hanno in comune Bersani e Boris

Oltre alla B, rispettivamente del cognome e del nome, anche la B di Blasco.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Riprendo da ilPost di oggi 1° marzo 2013 l’articolo di Luigi Zagni Bersani e l’orgoglio:

Oggi il segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani, in un’intervista con Massimo Giannini di Repubblica, dice che gli insulti di Grillo a lui rivolti non lo “impressionano”. Bersani è noto da tempo per la sua passione per Vasco Rossi.

Ma se Grillo le risponde picche, e le ripete che lei è un “morto che cammina” che si fa?
«Mi aspettavo che Grillo rispondesse così. Ma sbaglia di grosso, se pensa di aver davanti uno che si impressiona. A Grillo voglio solo dire che accolgo il suggerimento di Vasco Rossi: “fottitene dell’orgoglio”»

La canzone di Vasco Rossi cui Bersani cita un verso è Giocala ed era nell’album Bollicine, del 1983. Confesso di saperne quasi a memoria le parole e di averla usata come un mantra in più di un momento difficile. Ma vedi tè, direbbe Vasco.

Che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirgli cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
si chiama orgoglio
quello che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala
giocala…giocala…giocala

ma c’è qualcosa che ti frena
certo è il tuo orgoglio
che ti frena
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
prendila…prendila…prendila
prendila…prendila…prendila
prendila

che cosa c’è
ti sei pentita
vorresti ritornare indietro
e dirmi cosa
che sei cambiata
che sei diversa
che in questi quattro soli giorni
sei cresciuta
ma c’è qualcosa che ti frena
è sempre il solito orgoglio
che ti frega
corri e fottitene
dell’orgoglio
ne ha rovinati più lui
che il petrolio
ci fosse anche solo
una probabilità
giocala…giocala…giocala…
prendila…prendila…prendila…
prendila