Marco Magini – Come fossi solo

Magini, Marco (2013). Come fossi solo. Firenze-Milano: Giunti. 2013. ISBN 9788809789463. Pagine 224. 8,99 €

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Sono indeciso: in inglese si dice I am of two minds, e per una volta l’inglese mi sembra a un tempo più preciso e più vago. Più preciso, perché in moltissimi casi si può essere in due diversi stati mentali, di due diverse opinioni o posizioni senza che sia in gioco nessuna decisione; più vago, perché fa pensare, almeno a me, a due stati d’animo indefiniti, che magari si disperdono come la nebbia quando si cerca di mettere a fuoco il problema. Da una parte, ho molta simpatia per Marco Magini e per le motivazioni – che non rivela ma che mi sembrano abbastanza trasparenti, soprattutto nel personaggio di Romeo González – che lo hanno spinto a scrivere questo libro. Dall’altra, ho molte riserve proprio sulla riuscita dell’operazione letteraria.

Marco Magini è molto giovane, quanto meno dalla prospettiva della mia età: è nato nel 1985, come il più piccolo dei miei figli.

Marco Magini era un ragazzino – raccontano le note di copertina dell’editore – durante i terribili fatti della ex Jugoslavia, li conosceva solo dai telegiornali. Ma quando da studente si imbatte nella storia di Dražen quella vicenda diventa un’ossessione. Quella storia raccontava di un ventenne costretto a combattere una guerra voluta da un’altra generazione e messo davanti a decisioni che nella loro eccezionalità mostrano a nudo l’animo umano come in un antico dramma greco. Qui risiede la forza di questo romanzo che narra la strage di Srebrenica e insieme quella di molte coscienze costrette a rinunciare a un cammino di giustizia.

Magini fa molto bene a riprendere la strage di Srebrenica. Il fatto che noi non fossimo ragazzini all’epoca fa emergere in tutta la sua evidenza le responsabilità della diplomazia europea e occidentale in genere, divisa nelle simpatia per le diverse fazioni in lotta (etnie, le chiamavano e le chiamano, ma io non mi sono ancora rassegnato) e perciò paralizzata, e quelle della stampa e dei mezzi d’informazione, che nei telegiornali che vedeva anche Marco Magini ci propinavano un pastone incomprensibile. Alla fine, forse, ci hanno aiutato a capire di più Pavarotti e Bono (e Brian Eno): vi ho messo il video in fondo, ma adesso abbiate pazienza e andate avanti a leggere la recensione.

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A  Srebrenica è successa una cosa che forse non succedeva più, in quel modo e su quella scala, dalle operazioni compiute in Polonia, Bielorussia, Ucraina e Russia e crudamente ed efficacemente raccontate da Jonathan Littell nel suo Le benevole (in questo blog ne abbiamo parlato qui e qui). Quando i massacri della II guerra mondiale erano stati rivelati si era alzato unanime un mai più, ma era anche quella (per molti, ma non per tutti) un’ipocrisia. La tentazione di quelli che – riprendendo una proposta formulata in tutta serietà nel 1924 da Al Carthill nel suo The Lost Dominion per mantenere l’ordine pubblico nelle colonie – Hannah Arendt [The Origins of Totalitarianism] ha chiamato massacri amministrativi era sembrata allontanarsi con il dissolversi degli imperi coloniali da una parte, e con il consolidarsi della democrazia (i massacri amministrativi sono possibili soltanto dove e quando la democrazia è sospesa, come lo era nelle colonie per “le razze soggette”, e dove la burocrazia regna senza contrappesi).

[Permettetemi un commento preoccupato. So benissimo che la degradazione della democrazia rappresentativa implicita nell’abbandono del metodo proporzionale non è la stessa cosa della sospensione della democrazia tout-court, e che il dominio dell’esecutivo senza contrappesi è diverso del regno della burocrazia che operava nelle colonie europee, ma qualche preoccupazione io ce l’ho lo stesso. Sono differenze di grado o diversità che penetrano nella natura delle cose? Prima di rispondere, chiedetevi se la scuola di Bolzaneto e la caserma Diaz hanno visto operare un meccanismo tanto diverso da quello di Srebrenica, anche se fortunatamente con obiettivi e risultati meno estremi.]

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È stato sufficiente che quelle garanzie si allentassero in una fase di cambiamento degli equilibri dell’ordine mondiale – a un passo dall’Unione europea orgogliosamente democratica, ma distratta e divisa come a Monaco nel 1938 – perché i massacri amministrativi si riproponessero nella loro forma classica, quella della banalità del male [Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil]. Magini, come già aveva fatto Littell ne Le benevole, ce lo racconta in un pagina agghiacciante, che mozza il fiato:

Non penso a niente.
Fuoco!
Sparo.
Fuoco!
Sparo.
Fuoco!
E non accade niente, o almeno niente di straordinario, tutto è anzi terribilmente meccanico. Uccidere un bambino è un rumore secco che esce dal mio fucile.
[…]
Ormai sono in trance, la mente anestetizzata, mentre i corpi accatastati uno sopra l’altro cominciano a puzzare, diventando pranzo di mosche e tafani.
Continuano a arrivare pullman pieni di uomini bendati. Nessuno parla più, anche le nuove reclute paiono stanche, proseguiamo con il lavoro in maniera meccanica, quasi come se uccidere fosse per noi una routine. Preferisco quelli che muoiono sull’istante, che scivolano al suolo come se qualcuno avesse staccato loro la spina. Mentre cerco di non ascoltare quelli che rimangono a terra feriti, non voglio vedere le loro lacrime, non voglio sentire i loro lamenti. Mi abituo al suono del mitra, cerco di tenermelo in testa, meccanico, sicuro, copre qualsiasi rumore e allontana i miei dubbi.
[…]
Quante persone ho ucciso? Dieci? Venti? Cento? Mi metto a pensare. Dieci, no, almeno venti viaggi del pullman. A ogni viaggio ho ucciso almeno tre, se non quattro persone. Oggi ho ucciso almeno settanta persone. Mio Dio, ora non solo non riesco più a ricordare i loro volti, ma non riesco nemmeno a ricordare quanti siano. Che differenza fa? Che differenza c’è tra aver ucciso settanta persone e l’intera umanità? [pos. Kindle 2062-2187]

Ma l’idea geniale del racconto di Magini è quello di avere creato in Dirk – il casco blu olandese di stanza a Srebrenica, componente del contingente Onu incapace di impedire la strage – il perfetto contrappunto di Dražen Erdemović: il meccanismo che rende del tutto inutile la presenza dell’Onu è lo stesso che arma la mano di Dražen, lo stesso dei massacri amministrativi:

 Trovo conforto nella ripetitività di questo compito, mentre mi si ammassano intorno disperati, implorandomi di prenderli con loro o di aggiungere il figlio alla lista. Continuo a ripetermi che sono solo un burocrate, un esecutore di scelte prese altrove. La mole di documenti allegati, contratti, forniture, mi tiene impegnato mentre mi muovo da un lato all’altro del campo, parlo con gli inservienti, controllo chi è il loro datore di lavoro. Mi è stato fornito abbastanza materiale per proseguire in modo accurato, senza errori. C’è una procedura di evacuazione e io la sto solo mettendo in atto. I pianti, le suppliche, sono tutte cose che non mi competono, non sono stato io a scrivere le regole. [1686]

Obbedire è non pensare. [1513]

La terza voce del romanzo è quella del giudice Romeo González, che ha la funzione di narrare le fasi salienti del processo e di illustrare diverse concezioni del diritto e della giustizia impersonate dai 5 membri del collegio. È un personaggio meno riuscito degli altri, in cui è troppo evidente il ruolo strumentale rispetto alle esigenze narrative e soprattutto argomentative. Non è un caso che soltanto per il giudice la narrazione sia in terza persona, mentre per Dirk e Dražen è in prima.

Prima di tirare le somme, per par condicio, diamo spazio anche alle considerazioni di Romeo González:

Quella che noi siamo abituati a chiamare Storia non è altro che l’insieme delle azioni di grandi uomini, siano essi esempio di grandezza assoluta o sintesi di malvagità estrema. Ma il motore della Storia è un altro. Il motore della Storia sono i milioni di uomini che lottano con le loro inadeguatezze, con le loro paure e le loro ambiguità. Persone che non prendono decisioni nette, ma che fanno del loro meglio. Magari sbagliano, magari reagiscono troppo tardi, ma comunque cercano di resistere ai loro istinti e, anche se non sempre l’hanno vinta, scelgono di andare controcorrente per continuare a sentirsi umani. [1875]

Giustizia vuol dire equità, ma la vera equità è possibile solo ripristinando l’ordine iniziale, quello che il crimine ha modificato. [1891: affermazione piuttosto discutibile, tuttavia]

* * *

Ecco, è il momento di tirare le somme. Lo ripeto, ho molta simpatia per Marco Magini. Posso aggiungere, adesso, perché penso sia ben chiaro, che è una simpatia che non ha nulla di paternalistico. E ho anche grande rispetto per lui e per la riflessione che ha portato avanti con questo libro.

Quello che non mi ha convinto del tutto è l’operazione letteraria. Il romanzo mi ha lasciato soddisfatto a metà, forse al 40%. L’alternarsi delle tre voci (ma ci si può alternare in più di due? ho sempre questi dubbi lessicali: maledetto il liceo classico che mi fa essere consapevole dell’etimologia e del significato delle parole) è un po’ meccanico, qualcuno dei capitoli è superfluo (c’era proprio bisogno di uno stupro e di un pompino per farci capire che Dražen Dirk sono due facce della stessa medaglia?), la scrittura a volte è convenzionale (sospetto che quella stilistica sia stata l’ultima delle preoccupazioni di Marco Magini).

Insomma, non me la sento di raccomandarvene la lettura in modo entusiastico e convinto. Sono troppo esteta per questo: un romanzo, secondo me, deve raccomandarsi per i suoi pregi intrinseci, non per le sue qualità storiografiche o filosofiche o giuridiche.

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