Gli elastici degli astici

Quando l’ho letto su facebook, ho pensato a uno scherzo (non sono riuscito a ritrovare il post e me ne scuso con voi).

wikimedia.org/wikipedia/commons

Esiste, all’interno dei tanti movimenti animalisti e anti-specisti (che rispetto nelle opinioni dei loro aderenti e simpatizzanti, come rispetto le opinioni di tutti; chiedo loro, però, di rispettare le mie senza coprirmi di insulti e senza augurarmi una morte lenta e dolorosa perché non disdegno la carne), un movimento che si preoccupa del benessere dei crostacei. E che chiede, quando sono tenuti negli acquari, che siano liberati dagli elastici che impediscono loro di aprire e chiudere le chele. Il post che ho letto chiedeva, a chi avesse individuato in centri commerciali, pescherie e ristoranti astici tenuti vivi in acquario ma con le chele bloccate dagli elastici di intervenire denunciando i gestori, in forza di un’ordinanza del Comune di Roma e di una del Ministero della salute.

Ci sono molte questioni diverse, che penso sia opportuno dipanare se si vuole ragionare sulla questione con serenità:

  1. Esiste davvero un norma che vieta di tenere bloccate le chele degli astici?
  2. È possibile tenere astici vivi negli acquari senza bloccare le chele?
  3. Gli astici possono provare dolore? possono soffrire?

C’è poi una quarta questione, su cui mi riservo di intervenire alla fine.

* * *

Esiste una norma nazionale che vieta di tenere bloccate le chele degli astici?

La risposta breve è: no.

Adesso la risposta lunga.

I siti cui ho fatto riferimento (segnalo per tutti questo: sarebbe fin troppo facile fare dell’ironia su animalisti che non conoscono la differenza tra aragoste – senza chele – e astici – con le chele – che appartengono a due diverse famiglie dell’ordine dei Decapoda, Palinuridae le prime, Nephropidae i secondi) citano in genere il Centro di referenza nazionale per il benessere animale.

I centri di referenza nazionali (CdRN) «rappresentano uno strumento operativo di elevata e provata competenza, nei settori della sanità animale, dell’igiene degli alimenti e dell’igiene zootecnica» e sono «localizzati presso gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali»: non lo affermo io, ma il Ministero della salute sul suo portale.

Continuo a citare:

Le loro funzioni, in base all’art.2 del D. M. 4 ottobre 1999, sono finalizzate, tra l’altro, a:
♦ confermare, ove previsto, la diagnosi effettuata da altri laboratori;
♦ attuare la standardizzazione delle metodiche di analisi;
♦ avviare idonei “ring test” tra gli IZS.;
♦ utilizzare e diffondere i metodi ufficiali di analisi;
♦ predisporre piani d’intervento;
♦ collaborare con altri centri di referenza comunitari o di paesi terzi;
♦ fornire, al Ministero della Salute, assistenza e informazioni specialistiche.

Traduco in italiano per i non addetti ai lavori: hanno compiti di studio e consultivi. Non stabiliscono norme.

Il Centro di referenza nazionale per il benessere animale è stato istituito presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna dal Decreto ministeriale (del Ministero della salute) del 13 febbraio 2013 “Istituzione di nuovi Centri di referenza nazionali nel settore veterinario” e ha sede a Brescia. Lo stesso sito del Centro ne chiarisce i compiti: «svolge un’attività di supporto tecnico-scientifico per il Ministero della Salute e per l’Autorità Competente nel campo del Benessere Animale»: a parte l’orgia di maiuscole e il supporto (che è un anglicismo per il perfettamente equivalente termine italiano sostegno), direi che è chiaro che stiamo parlando di compiti scientifici e consultivi.

E infatti il testo del Centro di referenza nazionale per il benessere animale non prescrive né dispone alcunché (nonostante quanto, con una certa ambiguità, si sostiene nella lettera standard predisposta da clinicaveterinaria.org). Il testo – presente sul sito del Centro tra i materiali per la formazione –  è un parere redatto il 29 luglio 2007 dal Dr. Paolo Candotti, dal titolo: Sofferenza di aragoste e astici vivi con chele legate e su letto di ghiaccio durante la fase di commercializzazione.

Come spesso accade (questa almeno è la mia esperienza) le tesi esposte nel testo sono molto meno radicali di quelle sostenute dagli attivisti e da loro attribuite all’autorità del caso (in questo caso il Dr. Candotti). Potete leggere il testo nella sua interezza, ma consentitemi di riportare i passi che ritengo salienti (la parte più ampia dell testo è dedicata alla pratica di conservare i crostacei sul ghiaccio):

La legatura prolungata delle chele, oltre a determinare atrofia muscolare e inibizione dell’alimentazione se naturale, causa la ben più importante interferenza con i comportamenti di minaccia/difesa, in particolare se il colore della banda elastica è tale da alterare l’efficacia dei segnali di comunicazione visiva intra ed interspecie. L’applicazione della banda in animali freschi di muta può distorcere e indebolire le chele. L’occasionale liberazione della chela in singoli animali può provocare gravi danni da aggressione ad altri animali legati presenti nel vivaio.
[…]
Conclusioni
[…] il trasporto e lo stoccaggio dei crostacei in condizioni che non causano stress consente di mantenere gli animali in buono stato di salute che migliora complessivamente la qualità del prodotto e la sopravvivenza nelle fasi di commercializzazione. Seppure sia dibattuto se i crostacei provino dolore, in attesa dei risultati di approfonditi e specifici studi, sarebbe opportuno comportarsi sulla base del ragionevole dubbio che essi ne provino.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Attiro la vostra attenzione su pochi punti:

  1. La legatura delle chele interferisce «con i comportamenti di minaccia/difesa». Che cosa significa? Gli astici sono fortemente territoriali e le chele – oltre che strumenti per catturare e fare a pezzi gli animali di cui essi si nutrono e armi di difesa contro i predatori – sono anche armi per tenere lontani e se del caso fare a pezzi (e poi mangiare) membri della propria specie che invadano il loro territorio. È per questo che non esistono ancora astici d’allevamento. Per quanto grande sia l’acquario, è sufficiente la presenza di due esemplari a provocare «comportamenti di minaccia/difesa», cioè duelli che finiscono in genere con lo smembramento del perdente.
  2. Le pratiche di legatura sconsigliate dal documento riguardano specificamente gli animali freschi di muta e la legatura prolungata. Non so voi, ma io ne deduco che la legatura temporanea delle chele in animali non freschi di muta non è particolarmente riprovata.
  3. A me sembra piuttosto chiaro dalle conclusioni che gli obiettivi fondamentali delle pratiche suggerite siano la qualità del prodotto e la sopravvivenza nelle fasi di commercializzazione, più che quello di evitare la sofferenza degli artropodi (se provino dolore è dubbio, ragionevole o meno).

Un altro testo ampiamente citato è il Regolamento comunale sulla tutela degli animali approvato all’unanimità dal Consiglio comunale di Roma il 24 ottobre 2005. L’articolo 52 del titolo VIII (Animali acquaticidella Delibera del Consiglio n° 275 del 24.10.2005, dopo avere stabilito la caratteristiche delle vasche (che devono essere «munite di impianto di ossigenazione e depurazione dell’acqua con lunghezza minima quattro volte superiore alla lunghezza dell’animale più grande»), vieta (alla lettera e) di «tenere permanentemente le chele legate ai crostacei.» Anche in questo caso, la legatura temporanea delle chele è consentita.

* * *

Passiamo alla seconda domanda: è possibile tenere astici vivi negli acquari senza bloccare le chele?

wikimedia.org/wikipedia/commons

La risposta l’ho già data implicitamente prima, ma la ripeto per vostra comodità:

Gli astici sono fortemente territoriali e le chele – oltre che strumenti per catturare e fare a pezzi gli animali di cui essi si nutrono e armi di difesa contro i predatori – sono anche armi per tenere lontani e se del caso fare a pezzi (e poi mangiare) membri della propria specie che invadano il territorio. È per questo che non esistono astici d’allevamento. Per quanto grande sia l’acquario, è sufficiente la presenza di due esemplari a provocare […] duelli che finiscono in genere con lo smembramento del perdente.

Gli astici usano la chela più grande e tozza (crusher) per rompere il carapace e stritolare la preda, la più piccola e tagliente (cutter) per smembrarla. L’aggressività degli astici è notevole (tra l’altro, stiamo parlando di uno dei più grandi crostacei esistenti: la specie americana – Homarus americanus – può superare i 20 kg e i 65 cm di lunghezza, mentre quella europea (Homarus gammarus), dalle carni più delicate, è un po’ più piccola. Comunque, non so voi. Ma io eviterò di mettermi a discutere con un astice ingrifato, soprattutto sott’acqua.

In questo astice europeo, la chela destra (a sinistra nella foto) è il crusher, la chela sinistra (a destra) il cutter / wikimedia.org/wikipedia/commons

Non mi dovete credere sulla parola, naturalmente. Sulle difficoltà dell’acquacoltura, legata soprattutto all’aggressività degli astici, potete consultare molte fonti. Riporto un esempio [P. A. Prodöhl, K. E. Jørstad, A. Triantafyllidis, V. Katsares & C. Triantaphyllidis. “European lobster Homarus gammarus“. Genetic Impact of Aquaculture Activities on Native Populations. Norwegian Institute of Marine Research. pp. 91–98], con riferimento sia agli incubatoi, sia all’intero ciclo di crescita:

Due to the considerable variation in individual growth rate and high losses due to cannibalism and associated injuries when kept in a communal system, cultured lobsters often have to be maintained in separate containers. [con riferimento agli incubatoi]
Until recently, full grow-out culture of lobsters was not considered economically viable given the logistical implications related to the need to keep individual lobsters in separate compartments due to the cannibalistic behaviour and the lack of automated procedures for feeding and maintenance. These problems, however, have been recently addressed. A successful and comprehensive research project focusing on the development of methods for intensive farming of H. gammarus in closed system was recently reported. [con riferimento al ciclo completo]

Naturalmente non ho nulla di specifico contro il cannibalismo: ogni specie sceglie lo stile di vita che può e vuole adottare. Ma capite che pone un problema di convivenza agli astici senza elastici.

* * *

Terza domanda: Gli astici possono provare dolore? possono soffrire?

Qui andiamo sul filosofico. Rispondo per gradi, sulla base di quello che so, di cui “mi sono fatto persuaso” (come direbbe Montalbano).

Per prima cosa, vorrei riportare che cosa scrive l’Encyclopædia Britannica sul sistema nervoso degli artropodi:

Nervous system and organs of sensation

The arthropod nervous system consists of a dorsal brain and a ventral, ganglionated longitudinal nerve cord (primitively paired) from which lateral nerves extend in each segment. The system is similar to that of annelid worms, from which arthropods may have evolved. The neuromuscular organization of arthropods is quite different from that of vertebrates, in which one neuron supplies a number of muscle cells, together forming a functional motor unit. The small size of the muscles prohibits such an organization in arthropods. Instead, the state of contraction of an arthropod muscle is determined by which of several different types of neurons supplying one muscle cell are fired.
The sense organs (sensilla) on the body surface involve some specialization of the exoskeleton barrier. The sensory nerve endings are lodged in cuticular hairs (setae), peglike projections, cones, pits, or slits, which may occur in large numbers on antennae, mouthparts, joints, and leg tips. Changes in the tension of the surrounding cuticle stimulate the nerve endings. For example, the legs of spiders and scorpions possess slits in the exoskeleton that are covered by a thin membrane to which a neuronal receptor is attached below. Tension changes in the exoskeleton cause slight movements in the cuticular membrane and stimulate the receptors. Slits of varying length may be grouped together like the strings of a harp. Slit sense organs enable spiders to detect web vibrations produced by trapped insects, and they permit scorpions to detect ground vibrations produced by approaching prey. Chemoreceptive sensilla (taste and smell) have holes in the cuticle permitting the chemical substances being monitored to enter.
Most arthropods possess eyes, but in most species they function only to detect the intensity of light and the direction of the light source. The ability to detect objects is more restricted. Among arthropods the greatest visual acuity is found in the predaceous mantis shrimp, some crabs, and many insects, all of which possess compound eyes. Compound eyes are extremely effective in detecting motion. The eight eyes of spiders are not of the compound type, but in the case of the cursorial (hunting) wolf spiders and jumping spiders they are effective in locating and tracking prey.

Sarebbe un colpo basso, a questo punto, rivelare che anche le zanzare e le mosche, che molti anti-specisti spetasciano senza pietà, sono artropodi. Ma me ne asterrò, perché sono un avversario leale.

Vorrei però che di tutto questo discorso portassimo a casa almeno una cosa: comunque funzioni il sistema nervoso di un artropode, non funziona come quello di un umano (o di un mammifero, se è per quello): non c’è nulla che assomigli a un cervello, tanto per cominciare. Quindi, se non sappiamo Che cosa si prova a essere un pipistrello? (What Is It Like to Be A Bat?), come si chiedeva Thomas Nagel 40 anni fa, figuriamoci se sappiamo che cosa si prova a essere un astice.

Certamente è lecito dissentire. Il Dr. Enrico Moriconi, fondatore e presidente dell’AVDA (Associazione Veterinari per i diritti animali), può pensarla diversamente e difatti lo fa in un testo pubblicato il 18 settembre 2013 (Analisi delle condizioni di mantenimento e le conseguenze per le aragoste: OK, la solita confusione tra aragoste e astici, particolarmente grave per un veterinario, ma non stiamo a sottilizzare):

La percezione del dolore richiede la presenza di  organi anatomici, quali gangli e nervi, in grado di recepire i danni e un organo centrale in grado di elaborarli. […] Paolo Candotti [l’autore del testo Sofferenza di aragoste e astici vivi con chele legate e su letto di ghiaccio durante la fase di commercializzazione] concorda con l’esistenza di un ganglio cerebrale centrale  e ne definisce la funzione fisiologica, in quanto afferma che la sua denaturazione causa la morte dell’animale, cioè ne attesta il ruolo di regolatore centrale delle attività vitali, funzione propria delle strutture anatomiche cerebrali.

Io mi fermo qui, perché questo è un bel non sequitur: in molti organi – pensate al cuore umano – la «denaturazione causa la morte» senza che questa circostanza ne attesti «il ruolo di regolatore centrale delle attività vitali, funzione propria delle strutture anatomiche cerebrali».

Io, per quanto mi riguarda, trovo particolarmente convincente la distinzione tra percezione sensazione, introdotta da Nicholas Humphrey in un delizioso librettino (Seeing Red: A Study in Consciousness) di cui ho già scritto su questo blog. Non ho nessuna pretesa di convincervi, ma vi invito a riflettere:

[…] a che serve la sensazione, una volta che hai la percezione[?]  La risposta è evoluzionistica: secondo l’autore, la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

Ecco, io mi sono fatto persuaso che la differenza tra percezione e sensazione sia molto importante: posso ammettere agevolmente (ma in cuor mio resta qualche dubbio, perché negli artropodi non c’è propriamente nemmeno un cervello) che gli astici sperimentino percezioni, ma non penso abbiano sensazioni. Per le sensazioni serve un’organizzazione cerebrale, una complessità, una presenza di strange loops ben superiore.

* * *

A proposito di strange loops, nel suo libro Doug Hofstadter (che è vegetariano, o meglio lo è diventato mentre scriveva questo libro: ve l’avrei potuto nascondere ma non l’ho fatto, perché sono una persona profondamente onesta) introduce una scala di misura dell’intensità di souledness, che va da 1 a 100 hunekers (dal cognome di James Huneker, un critico musicale americano dell’inizio del Novecento, che aveva intimato che «Small-souled men, no matter how agile their fingers, should not attempt [playing Chopin’s Étude no. 11 op. 25]». Proviamo a seguire il suo (di Hofstadter) ragionamento: 

All human beings — at least all sufficiently large-souled ones — have to make up their minds about such matters as the swatting of mosquitoes or flies, the setting of mousetraps, the eating of rabbits or lobsters or turkeys or pigs, perhaps even of dogs or horses, the purchase of mink stoles or ivory statues, the usage of leather suitcases or crocodile belts, even the penicillin-based attack on swarms of bacteria that have invaded their body, and on and on. The world imposes large and small moral dilemmas on us all the time — at the very least, meal after meal — and we are all forced to take a stand. Does a baby lamb have a soul that matters, or is the taste of lamb chops just too delicious to worry one’s head over that? Does a trout that went for the bait and is now helplessly thrashing about on the end of a nylon line deserve to survive, or should it just be given one sharp thwack on the head and “put out of its misery” so that we can savor the indescribable and yet strangely predictable soft, flaky texture of its white muscles? Do grasshoppers and mosquitoes and even bacteria have a tiny little “light on” inside, no matter how dim, or is it all dark “in there”? (In where?) Why do I not eat dogs? Who was the pig whose bacon I am enjoying for breakfast? Which tomato is it that I am munching on? Should we chop down that magnificent elm in our front yard? And while I’m at it, shall I yank out the wild blackberry bush? And all the weeds growing right by it?
What gives us word-users the right to make life-and-death decisions concerning other living creatures that have no words? Why do we find ourselves in positions of such anguish (at least for some of us)? In the final analysis, it is simply because might makes right, and we humans, thanks to the intelligence afforded us by the complexity of our brains and our embeddedness in rich languages and cultures, are indeed high and mighty, relative to the “lower” animals (and vegetables). By virtue of our might, we are forced to establish some sort of ranking of creatures, whether we do so as a result of long and careful personal reflections or simply go along with the compelling flow of the masses. Are cows just as comfortably killable as mosquitoes? Would you feel any less troubled by swatting a fly preening on a wall than by beheading a chicken quivering on a block? Obviously, such questions can be endlessly proliferated (note the ironic spelling of this verb), but I will not do so here.
Below, I have inserted my own personal “consciousness cone”. It is not meant to be exact; it is merely suggestive, but I submit that some comparable structure exists inside your head, as well as in the head of each language-endowed human being, although in most cases it is seldom if ever subjected to intense scrutiny, because it is not even explicitly formulated. [pos. Kindle 833-845]

roychristopher.com

Quello di Hofstadter è lo stesso tema (non lo dice soltanto io, lo dice anche lui, poche righe dopo quelle che abbiamo citato) che abbiamo trattato pochi giorni fa, su questo stesso blog, a proposito di Daniel Dennett: quello della prospettiva intenzionale.

Almost all of us are good at folk psychology. We have a talent for thinking of others (and ourselves) as having minds, a practice as effortless as breathing, most of the time. We depend on it without a qualm or a second thought, and it is stupendously reliable. Why is it so easy and how does it work? Here we need to pause and erect some more staging, which will make life much easier for us as we proceed with our explorations.
How does folk psychology work? We can get a good glimpse of the answer by noting how it works when we apply it to things that aren’t other people. Suppose you are playing chess against a computer. You want to win, and the only good way of working toward that goal is to try to anticipate the computer’s responses to your moves: “if I moved my bishop there, the computer would take it; if I moved the pawn instead, the computer would have to move its queen; …” How do you know what the computer would do? Have you looked inside? Have you studied its chess-playing program? Of course not. You don’t have to. You make your confident predictions on the quite obvious assumptions that the computer
1. “knows” the rules and “knows how” to play chess,
2. “wants” to win, and
3. will “see” these possibilities and opportunities for what they are, and act accordingly (that is, rationally).
In other words, you assume the computer is a good chess player, or at least not an idiotic, self-destructive chess player. You treat it, in other other words, as if it were a human being with a mind. In still further other words, when you use folk psychology to anticipate and understand its moves, you have adopted the intentional stance.
The intentional stance is the strategy of interpreting the behavior of an entity (person, animal, artifact, or whatever) by treating it as if it were a rational agent who governed its “choice” of “action” by a “consideration” of its “beliefs” and “desires.” The scare quotes around all these terms draw attention to the fact that some of their standard connotations may be set aside in the interests of exploiting their central features: their role in practical reasoning, and hence in the prediction of the behavior of practical reasoners. Anything that is usefully and voluminously predictable from the intentional stance is, by definition, an intentional system, and as we shall see, many fascinating and complicated things that don’t have brains or eyes or ears or hands, and hence really don’t have minds, are nevertheless intentional systems. [pos. Kindle 1133-1151]

Ecco, magari non vi interessa, ma la mia opinione è questa: noi ci preoccupiamo del benessere degli astici non perché (quale che sia la razionalizzazione ex post che autori come Enrico Moriconi provano a documentare) sappiamo qualcosa sulla loro capacità (cioè sulla loro dotazione di organi e processi biochimici) di avere percezioni o sensazioni di dolore (nel senso di Nicholas Humphrey), piuttosto che mera nocicezione, ma semplicemente ci collochiamo rispetto a loro in una prospettiva intenzionale, la stessa che ci fa dire “Non c’è verso che il mio iPhone capisca che deve collegarmi alla wifi della provincia.”

2 Risposte to “Gli elastici degli astici”

  1. m m Says:

    La legge 189/04 e la Legge 473, “Nuove norme contro il maltrattamento degli animali”-art. 727 Codice penale , PUNISCONO ” l’inutile agonia e sofferenza a cui sono sottoposti. animali a sangue freddo, pesci e crostacei- E’ proibito lasciare i pesci ed i crostacei agonizzare fuor d’acqua, sul ghiaccio. L’art.4 del Decreto legge 531 del 1992 prescrive l’obbligo di detenere i prodotti della pesca, immessi vivi sul mercato, costantemente nelle condizioni più idonee alla sopravivenza (la sanzione prevista per l’infrazione va da 5.000 euro a 30.000 euro). Inoltre avanzate ricerche scientifiche hanno confermato che crostacei e molluschi patiscono sensazioni di dolore , paura, sofferenza e angoscia a causa dei maltrattamenti a loro causati, idem la bollitura a vivo. Bisogna studiare prima di scrivere falsità-


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