I 12 mesi: Guccini, Schifanoia, Zavattini

In rigoroso ordine alfabetico nel titolo, ma in ordine cronologico nel post.

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Cominciamo quindi dal Palazzo Schifanoia, a Ferrara. Schifanoia non è il cognome di qualcuno, magari un antenato di Fiorella Mannoia. Schifanoia è il nome dato a un palazzo quasi per il motivo che adesso vi si accende come una lampadina in mente: ma chi gli ha dato questo nome (Alberto V d’Este) non intendeva dire che la noia gli faceva schifo, ma che nel palazzo ci sarebbero state tante attrazioni da schivare, evitare la noia. Quasi la stessa cosa, ma non esattamente. Un antenato del Sans souci di Federico il Grande a Potsdam. Quando Borso d’Este, che è già duca di Modena e Reggio, intorno al 1470 viene a sapere che il papa Paolo II sta per farlo anche duca di Ferrara, fa affrescare in fretta e furia il salone delle feste del Palazzo Schifanoia con il ciclo dei mesi (più un sacco d’altra roba, dai simboli neoplatonici ai segni zodiacali…

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Il tema dei mesi era già molto diffuso nell’iconografia medioevale, coniugando la celebrazione della sacralità dell’ordine cosmico con la quotidianità del lavoro agricolo (non lo dico io, lo dice Wikipedia). Ce n’è un bell’esempio nella stessa Ferrara, sulla porta del Duomo.

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Io me la ricordo ancora, la gita a Ferrara in cui vidi per la prima volta gli affreschi dei mesi. Doveva essere il 1970 o il 1971, perché conoscevo già la canzone di Guccini. Gli affreschi erano di una bellezza che mozzava il fiato. Di una bellezza che sembrava dare significato e dignità ad attività che avevo sempre considerato «da campagnuoli», come (la leggenda narra) avevo detto in un’altra occasione.

Lustratevi gli occhi anche voi:

Marzo

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Aprile

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Giugno

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Settembre

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All’epoca ignoravo del tutto, invece, l’omaggio che a quella tradizione aveva fatto Cesare Zavattini nell’introduzione a un libro – Un Paese – di cui per molto tempo ho guardato soltanto le figure.

L’ho riletto ieri e – chi mi conosce non avrà difficoltà a crederlo – mi sono venuti i lucciconi.

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La terra non la si cura mai abbastanza, e ogni mese ha le sue incombenze precise.

In gennaio si teme che la vite geli e si va a coprirla con la neve per proteggerla dal freddo; ma specialmente si riparano gli attrezzi, rastelli [sic! ma la forma è ammissibile], badili, zappe, vanghe e si fanno scope dure, ce ne vogliono molte sia per la stalla che per l’aia.

In febbraio c’è qualche volta da vegliare per i parti delle vaccine, si imbottiglia il vino quando cambia la luna, si vuotano i pozzi neri ed è allora che in piena notte si può sentire il muggito di un bue nel cuore del paese con il dondolante frastuono del carro sull’asfalto.

In marzo, siccome si tolgono i vitelli da sotto per venderli, cresce la produzione del latte, quel latte schiumoso che a berlo lascia dei baffi bianchi e per il lungo sorso manca il fiato, poi ci si passa la mano sulle labbra e i polmoni riprendono il movimento mentre si sorride senza accorgersene.

In aprile si zappa pel granturco, disinfettando la terra perché gli insetti mangiano il seme: si dice la terra, una parola sola, ma essa si sbriciola ed è fatta anche di questi insetti e altre cose; all’alba si vedono i buchi delle bestie, come se di notte la terra non fosse quella che è allo spuntare del sole con le lunghe e ordinate file di grano nascente, una riga verde e una bruna.

In maggio c’è il taglio del fieno, la raccolta delle ciliege [sic! ma anche questa è una variante tollerata], contro i muri delle case vengono su alberelli con gemme gialle rosa e bianche e da ragazzo non capivo come poteva essere che chi abitava una di quelle case fiorite potesse trovarsi nei guai, gli sequestrano tutto, dicevano; malgrado la delizia dell’aria e quella bella luce meridiana infatti se a un mezzadro o a un fittavolo per due anni gli va male il raccolto, non può pagare le cambiali.

In giugno si miete il frumento, si fa il secondo taglio del fieno, i carri alti del fieno hanno sempre un bambino sopra; nei campi siccome esistono pochi canali di irrigazione ci sono gli impianti a pioggia coi loro ventagli d’acqua bianca sui quali in certi momenti si accende un breve arcobaleno. Le donne vanno a fare il bucato nei punti del Po dove c’è un po’ d’acqua chiara lasciata dalla piena, partono presto dal paese con le carriole e tengono tante ore le gambe nude nell’acqua e per quanto tirino su le sottane ne bagnano sempre due o tre dita, qualcuna va poi a cambiarsi dietro i pioppi mentre i panni asciugano sulle coste degli arginelli; verso sera tornano insieme ai braccianti, ai terrazzieri, ai contadini sollevando polvere coi piedi nudi, lasciano alle loro spalle i bagliori rosa e arancione del tramonto sul fiume: di quel luogo incantato portano qualche segno in paese con le chiazze bianche dei lenzuoli ammucchiati sulle carriole che cigolano, nei lampi dei raggi delle biciclette.

In luglio si innesta «ad occhio dormiente» la vite e il contadino riposa un’ora verso le due, mentre la moglie mette in fila contro il muro davanti alla casa mestoli, padelle, l’alluminio ammaccato e il fuligginoso paiuolo tutto caldo di rame dentro. Le mondine tornano dal Piemonte magre e con la faccia macchiata di efelidi, arrivano quasi sempre in tempo per la fiera del paese dove spendono qualcuna delle lire appena guadagnate.

In agosto si porta il letame nei campi, si irrorano i tralci nuovi che daranno l’uva solo l’anno venturo, poi c’è la raccolta delle barbabietole, chi le vende agli zuccherifici e chi le usa come mangime per le mucche. Mettono le cocomere a rinfrescarsi sotto l’acqua della pompa dell’abbeveratoio, vi fanno un tassello per vedere se è proprio rossa e qualcuno ne sente la maturità dal suono, battendole con le nocche delle dita; le mangiano più volentieri senza coltello un po’ curvi sulla fetta e stanno col petto in dentro per non sporcarsi ma poi la faccia sparisce a metà della fetta e grondano d’acqua e di semi. Il cocomeraio Pierino racconta che una vecchia danarosa è stata lì al suo banco un’ora a palpare e ripalpare le cocomere, e nessuna le andava bene, e quando pare che una l’ha trovata dice ma è scomoda da portare a casa e Pierino risponde non importa, signora, venga domani, mi arrivano quelle coi manici. Chiacchierano fino alle tre di notte intorno al cocomeraio, si voltano solo quando passa come un lampo un’automobile, uno dice la targa, Parma, Reggio, Mantova; poi il discorso riprende mentre dalle finestre del ricovero viene fuori la tosse dei vecchi.

In settembre riempiono di foraggi i silos, sia quelli interrati che quelli moderni, tagliano le canne da zucchero, si raccoglie il granone, si ara, si preparano i vasi per le cantine e si incomincia la vendemmia delle uve dolci, specie quella bianca. Il pensiero corre al Natale perché ci sono le zucche, messe al sole sui tetti, o nell’aia, con le zucche si fanno i tortelli di zucca, uno dei cibi migliori del mondo, perfino i più miserabili non rinunciano ai tortelli la sera della vigilia di Natale, anche se loro ci mettono il formaggio che ha qualche difetto come il fieno greco e lo scapino perché non costa 1200 lire al chilo ma la metà.

Finiamo la storia dei mesi e dei sudori: in ottobre termina la vendemmia e si pigia l’uva, continuano a venire come in settembre degli uomini dalle città vicine con lo stecchino in bocca, sono i mediatori. Sempre in ottobre si puliscono i fossetti e le carraie, si prepara la terra per la semina del frumento, zappatura, erpicatura e ancora disinfezione del terreno con agrocide, si semina la segala, l’orzo e nella stazioncina del mio paese c’è sempre qualche grappolo d’uva pestato per terra. Di solito arriva all’improvviso il primo nebbione, verso il 30, e i grossi camion di passaggio rallentano la corsa e accendono i fari. A Po non si vede più niente, spunta solo in un modo inaspettato la punta di una barca preceduta dallo sciacquio del remo e un cacciatore magari con l’ombrello. Alle otto di sera il forestiero direbbe che tutti sono già a letto, invece dentro i caffè, nelle osterie, ci sono almeno tre o quattrocento uomini che giocano a carte o a biliardo bestemmiando; adesso c’è anche la televisione, per vederla in una cameretta esce di casa gente che una volta andava a dormire all’ora delle galline.

In novembre si sfrascano le viti, si potano, si stendono al suolo fermandole con qualche zolla di terra, si aprono i fossi per cominciare la piantagione delle barbatelle cioè i rinnovi della vecchia vite rovinata dalla filossera, sono molto buoni quelli dei vivai di Rauscedo. Verso la metà del mese si finisce di falciare l’erba, non si mungono più le vacche, i nebbioni diventano neri, la gente si raccoglie tutta in se stessa passandovi in mezzo silenziosa e quando viene fuori con il fiato che fuma sembra arrivi da un altro regno; dove ci sono tratti snebbiati si raduna qualcuno a parlare e a guardare quelli che appaiono di colpo attraversando il tratto chiaro per risparire subito nel tratto plumbeo; si ode qualche campanello di bicicletta, un clacson, e facce si sporgono dai finestrini di un’automobile per domandare se per Carpi si va diritto. È il mese [sic!] della Santa Lucia, la santa con un piatto in mano e sul piatto i suoi occhi e sarebbe come la Befana per i bambini luzzaresi; infatti mettono i regali nella calza. Ma adesso ci sono molte più cose di quando ero piccolo io, però c’erano quei torroncini rotondi che si chiamavano Baldesio e costavano cinque centesimi l’uno, così buoni e duri non li hanno più fatti. Per Pasqua ai bambini si dànno le uova colorate, uova vere non di cioccolata, col guscio giallo rosso o celeste, e loro che gli altri giorni non gli si può mai fare mangiare un uovo duro, quel giorno ne mangiano sei o sette per provare tutti i colori. Si sta perdendo anche questo uso perché se ne sono persi tanti, come la ciucuna: quando fra due c’era un amore poco regolare o si sposavano troppo vecchi, il paese gli capitava sotto le finestre, prima aspettava che i due erano a letto poi saltavano tutti fuori con latte pentole coperchi campanelli campanoni da buoi e un anno si aprì la finestra e l’uomo sparò una fucilata.

In dicembre si travasa il vino, si puliscono e si aggiustano i rotabili e c’è chi non ha ancora finito la sistemazione della vite. Chi non l’ha fatto prima ammazza il maiale: la carne insaccata del mio paese è fra le migliori ma non ce n’è commercio, basta per l’uso locale e i contadini una volta quando s’andava a trovarli davano pane e salame, quel pane che per la forma sta tra un giglio e il sesso; anche da noi il pane è spesso causa di liti tra i bambini e le madri, perché queste trovano sempre nella madia i ciupen senza le parti estreme, i cornini, che sono più cotti e crocchiano sotto i denti; pochi ormai cuociono il pane in casa, vanno al forno pubblico e se lo riportano via su una cesta nel portapacchi della bicicletta e la sua fragranza fa voltare la gente. In dicembre nevica e i portici sono affollati e quando uno ripara sotto i portici batte i piedi per terra scrollandosi la neve di dosso come l’anitra appena uscita dall’acqua. Poi il luzzarese torna a casa e la moglie gli tira via dal letto il prete cioè quello strumento di legno dentro il quale si mette una padellina con la brace, le lenzuola scottano e lui si stende dicendo sempre: ah.

* * *

Povero Francesco Guccini, adesso è in salita per lui. Ma resta una delle sue canzoni più belle.

Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato
fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato…
Sono distese lungo la pianura bianche file di campi,
son come amanti dopo l’avventura neri alberi stanchi, neri alberi stanchi…

Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il carnevale impazza, il carnevale impazza…
L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza
nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza…

Cantando Marzo porta le sue piogge, la nebbia squarcia il velo,
porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo, il riso del disgelo…
Riempi il bicchiere, e con l’inverno butta la penitenza vana,
l’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi, è già lontana, la guardi, è già lontana…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare.

Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene,
quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele…
Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l’amore,
come la terra dorme nella notte dopo un giorno di sole, dopo un giorno di sole…

Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera,
il nuovo amore getti via l’antico nell’ombra della sera, nell’ombra della sera…
Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore,
mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore…

Giugno, che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio:
in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io…
E con le messi che hai fra le tue mani ci porti il tuo tesoro,
con le tue spighe doni all’ uomo il pane, alle femmine l’ oro, alle femmine l’ oro…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone,
riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione, come in una visione…
Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore
mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore…

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’ età,
dopo l’ estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…
Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

Cala Novembre e le inquietanti nebbie gravi coprono gli orti,
lungo i giardini consacrati al pianto si festeggiano i morti, si festeggiano i morti…
Cade la pioggia ed il tuo viso bagna di gocce di rugiada
te pure, un giorno, cambierà la sorte in fango della strada, in fango della strada…

E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte…
Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre…

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia.
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale,
la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare
che non sai mai giocare, che non sai mai giocare…

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