Le riforme e il tappetone di Mucciante

Ho sempre più spesso la sensazione che i cambiamenti, piccoli o grandi, che la “politica” imprime alla rotta del nostro povero Paese siano dettati da una ricerca (abbastanza automatica) della linea di minor resistenza o dei minimi locali del paesaggio delle possibili opzioni.

governo.it/Presidenza

Prima di entrare nel vivo, però, permettetemi due digressioni:

  1. Ho usato anch’io, cedendo a una moda diffusissima e trincerandomi vigliaccamente dietro le scare quotes, il termine “politica” per intendere l’esecutivo e tutta la sua corte di spoils system all’italiana (dai ministri, viceministri e sottosegretari, ai gabinetti, alle segreterie particolari e tecniche, agli uffici legislativi, e via via scendendo, a volte, fino ai posti apparentemente meno strategici ma pur sempre lambiti dall’onda estrema del cambiamento di governo). E ho sbagliato, anche se la “popolazione” da cui si estraggono volta per volta i singoli “cortigiani” è quella vasta nomenklatura poco permeabile tanto ai nuovi ingressi (se non per cooptazione dopo un apprendistato più o meno lungo) quanto alle uscite definitive (le eclissi sono frequenti, le sparizioni definitive rarissime: ma non faccio nomi per evitare denunce per diffamazione). E tuttavia ho comunque sbagliato, perché forse sarebbe utile indirizzare l’insofferenza dei cittadini e la loro rabbia al bersaglio giusto: perché quello che si sta consumando da anni in Italia è l’allargamento dei confini e dell’autorità dell’esecutivo a scapito degli altri poteri e degli stessi spazi della democrazia.
  2. È difficilissimo, per quanto trita e consunta sia l’allegoria, rinunciare a vedere nella vicenda della Costa Concordia una metafora del destino italiano. Arenatasi per la boriosa incompetenza di una persona assurta a posizioni di comando forse al di là o a prescindere dai suoi meriti, è finalmente tornata a galleggiare grazie a una protesi grottesca; a galleggiare, sì, ma non a navigare autonomamente. E la prospettiva che alla fine la sua lenta decomposizione potrà produrre PIL (anche se per le vie criticate da Robert Kennedy nel celeberrimo e citatissimo – in genere a sproposito – discorso alla University of Kansas del 18 marzo 1968 ) ha subito attratto sciacalli, iene, avvoltoi e altri necrofagi.

irishtimes.com

Ma torniamo alle riforme, forse non epocali ma comunque realizzate con successo, che il nuovo governo ha già consegnato alla storia, e limitiamoci a quelle attuate in ambito radiofonico.

Dall’inizio di maggio 2014, al principio e al termine della trasmissioni (cioè alle 6 e a mezzanotte), non viene più trasmessa la versione dell’Inno di Mameli pomposamente bandistica e pompier diretta da Giovanni Allevi, ma la più sobria (anche se non perfetta) versione eseguita da Claudio Abbado con i Berliner Philharmoniker (in occasione, penso, della tournée romana dell’8-15 febbraio 2001 – io c’ero). Sparito anche l’ossessivo memento, ripetuto a ogni giornale-radio, che il direttore era Antonio Preziosi: nel marzo del 2014, per effetto «di una delibera all’unanimità del consiglio d’amministrazione Rai» è cessato dall’incarico, passato a Flavio Mucciante, che apparentemente e prudentemente non ci tiene a ricordarci continuamente di essere lui il direttore, a differenza di Preziosi e di Antonio Caprarica prima di lui.

Da qualche settimana (dal 10 luglio, per l’esattezza) sono anche cambiate tutte le sigle, dei giornali-radio, delle previsioni del tempo, del traffico eccetera. Questa è quella del giornale-radio:

Nulla di che, direte voi, un normale avvicendamento. Meglio questa o la precedente? Boh. Questione di gusti, no?

D’accordo, anche se mi immagino circolino un po’ di soldi e di interessi dietro la scelta: bruscolini per la Rai, probabilmente, ma importanti per chi la musica l’ha scritta e la esegue e percepisce diritti a ogni messa in onda, cioè decine di volte al giorno.

La stampa specializzata ne ha parlato così:

Radio1 Rai sceglie i Calibro 35: ascolta tutte le nuove sigle

Il nuovo corso di Flavio Mucciante per Radio1 Rai segna decisamente un punto a proprio favore. Il nuovo direttore ha infatti deciso di cambiare tutte le sigle dei principali programmi della rete affidandole ai grandissimiCalibro 35.

La band fiore all’occhiello della musica italiana, da sempre al limite tra jazz, funk, progressive e chi più ne ha più ne metta, ha dunque composto per l’occasione ben cinque jingle in formato breve e lungo, che potete ascoltare con il nostro lettore. Sono tutte in sequenza secondo l’ordine indicato sotto (1’55 di durata ognuna circa)

Le sigle saranno quelle del Giornale Radio Rai, del Meteo, di Onda Verde e di Radio 1 Sport, più una generica per la rete che potete ascoltare per prima. Tutte le musiche sono di Martellotta, Cavina, Colliva, Gabrielli, Rondanini, ovvero i cinque membri del gruppo che elenchiamo di seguito.

Massimo Martellotta – arrangiamenti, chitarra, vibrafono, cori
Enrico Gabrielli – tastiere e fiati
Luca Cavina – basso
Fabio Rondanini – batteria e percussioni
Tommaso Colliva – registrazione e missaggio

E ancora:

Radio1 rivoluziona jingle e sigle con i Calibro 35

Dall’arpa al funk rock: Radio1 cambia musica e da giovedì 10 luglio rivoluzione tutto il sound della rete: sigle di Gr1, Meteo, Onda verde, stacchi, jingle sono stati realizzati in esclusiva dai Calibro35 , una delle più virtuose band italiane.

Il classico suono dell’arpa– anticipa il direttore Flavio Mucciante – lascia il posto alla perfetta fusione di jazz, rock e funk con un gusto del vintage Rai, rivisitato in chiave contemporanea“.

Il progetto musicale dei Calibro 35 nasce dall’amore per i grandi compositori delle colonne sonore di polizieschi e action thriller italiani degli anni Sessanta e Settanta (da Morricone a Piccioni, da Umiliani a Micalizzi) ed e’ oggi diventato uno stile unico. Una band per lo più strumentale composta da giovani maestri – Enrico Gabrielli, Massimo Martellotta, Fabio Rondanini, Luca Cavina e Tommaso Colliva – che già hanno firmato brani per produzioni italiane e internazionali: dall’hollywoodiano RED (con Bruce Willis) alla serie tv “Romanzo Criminale”.

Tutto bene? No, perché il jingle continua come sottofondo per tutta la durata della lettura delle notizie, con un basso fuzz che fa zum-zum-zuump zum-zum-zuump zum-zum-zuump per tutta la durata della lettura delle notizie (qui il link per sentire, a partire dal minuto 2:00). L’effetto è quello di un tappetone sulle frequenze basse che interferisce con la voce dei giornalisti e degli speaker, rendendo l’ascolto delle notizie fastidioso nel migliore dei casi, e difficile nel peggiore (a una certa età, quella che ormai ha la maggioranza degli italiani, si diventa presbiti e si perde la capacità di sentire bene certe frequenze). Sei costretto a uno sforzo simile a quello che si fa a distinguere i caratteri su uno sfondo poco contrastato, anche se non sei daltonico.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Mucciante, per favore, tolga il dannato zum-zum-zuump zum-zum-zuump zum-zum-zuump.

Una Risposta to “Le riforme e il tappetone di Mucciante”

  1. morgaine Says:

    Trovo detestabile il tappetone, che per fortuna non è ancora arrivato sotto il GR3, ma che c’è anche sotto onda verde. Lì c’era anche prima ma le frequenze dovevano essere più acute perché mi davano meno fastidio.
    So che non c’entra direttamente ma ne approfitto per esprimere un’altra lamentela.
    Non si capisce bene perché alle radio rai si sentano sempre in dovere di interrompere il parlato dopo un tempo relativamente breve per farcirlo di musiche spesso messe lì a casaccio. Temono forse che i poveretti che ascoltano non ce la facciano ad arrivare alla fine dei discorsi, delle conversazioni o dei dibattiti e debbano per forza essere distratti da una musica a caso? Anche le letture di Ad alta voce, pur eccellenti, sono interrotte da musiche non sempre adeguate.
    Mi piacerebbe sapere chi ha teorizzato quest brevissimi tempi di attenzione degli ascoltatori e ci ha imposto questo regime.
    Una volta radio 3 faceva eccezione, ma oggi anche lì è raro riuscire a sentire un pezzo per intero e non solo un movimento o un pezzo di movimento. Forse perché la musica è un riempitivo e non una cosa in sé?


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