Concita De Gregorio – Nella notte

De Gregorio, Concita (2019). Nella notte. Milano: Feltrinelli. 2019. ISBN: 9788858835906. Pagine 202. 9,99€

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Concita De Gregorio scrive molto bene e, spesso, i suoi articoli dicono cose intelligenti, non scontate. Insomma: non mi ritengo un suo fan sfegatato, ma la seguo sempre con interesse, negli articoli che scrive e quando mi capita di sentirla alla radio o di vederla in televisione. Quando, all’annuncio di questo suo romanzo, ho saputo che la notte del titolo era quella della mancata elezione a presidente della repubblica di Franco Marini prima, e di Romano Prodi poi, nell’aprile del 2013, ho deciso di leggerlo subito, nella speranza di imparare qualche cosa di nuovo su un momento particolarmente oscuro della storia recente.

Sono rimasto deluso, sia sotto il profilo storico, sia sotto quello più strettamente narrativo.

Naturalmente, non mi aspettavo un’inchiesta giornalistica. Sapevo di avere a che fare con un romanzo, o meglio con una “storia” (Nella notte ha un sottotitolo, che è appunto Una storia di potere). Pensavo però che i riferimenti sarebbero stati più espliciti, dietro un velo piuttosto trasparente di finzione (come quello steso da Sergio Rizzo nel suo 02.02.2020. La notte che uscimmo dall’euro, che ho recensito qui), e che quella notte della primavera del 2013 sarebbe stata al centro della narrazione. La stessa autrice, in una nota nelle pagine iniziali del libro, scrive:

Questo romanzo è frutto dell’immaginazione. Gli eventi di cronaca e i personaggi realmente esistenti o esistiti sono trasfigurati dallo sguardo del narratore. Per il resto, ogni riferimento a persone e fatti reali è da ritenersi puramente casuale.

Invece – anche se gli avvenimenti della notte che precede la mancata elezione sono l’oggetto della tesi di dottorato della protagonista Nora – al centro del romanzo ci sono l’apprendistato e il disincanto della stessa Nora, giovane provinciale catapultata nei misteri e segreti di Roma, accompagnati da uno sfondo di elementi biografici (la città di provincia, le amiche, la famiglia, la scuola e l’università) che dovrebbero dare spessore al racconto (secondo me: senza successo).

Inoltre, a mio modesto parere, gli “eventi di cronaca e i personaggi realmente esistiti o esistenti” non sono tanto “trasfigurati dallo sguardo del narratore”, quanto camuffati da nomi e cognomi e soprannomi d’invenzione, che ti trascinano a forza nel giochetto di cercare di indovinare chi o che cosa ci si nasconda dietro, a scàpito dell’approfondimento della vicenda politica (la famosa notte del 2013) e delle tesi dell’autrice sulle “antiche e nuove consuetudini [del potere]: dalla corruzione endemica alla manipolazione sistematica delle informazioni, alle distorsioni alimentate dai nuovi media” (dalla quarta di copertina). Io ci sono caduto a capofitto, in questo trabocchetto, e non ne sono venuto fuori, nonostante mi sia trasferito a Roma già da 42 anni.

Le considerazioni che Concita De Gregorio sviluppa, mettendole nella bocca o nei pensieri dei suoi personaggi, sono spesso acute e interessanti (anche se talvolta un po’ oracolari), come del resto mi aspettavo da lei. Il versante saggistico, per così dire, funziona meglio di quello narrativo.

Un’altra cosa che funziona – e questa funziona bene proprio dal punto di vista narrativo – è la scansione dei capitoli: ogni capitolo l’incontro con una persona. Soprattutto nella seconda e nella terza parte del romanzo, questi incontri di Nora fanno progredire la sua ricerca (e il suo Bildungsroman, perché le due cose spesso coincidono). Concita De Gregorio, da giornalista e intervistatrice consumata, riesce a far figurare con grande risalto e con accurate sfumature le diverse personalità e i differenti punti di vista, in un paesaggio del sottobosco romano che presenta molti elementi comuni (il cinismo, le trame politiche, l’approccio al potere, …). Ne viene fuori una specie di mosaico, o meglio di contrappunto, in cui le singole voci si distinguono perfettamente ancorché all’interno di una contesto musicale comune.

Un ultimo punto, che riconosco pedante e molto personale: ho trovato molto fastidioso, quanto meno nell’e-book, il vezzo di utilizzare caratteri differenti (e di diverso corpo) per contraddistinguere diverse parti del romanzo (il testo della tesi, i messaggi di posta elettronica, i dossier, e così via). Non so che cosa accade nell’edizione a stampa, che non ho visto; ma nell’e-book questo espediente rende la lettura particolarmente faticosa, e costringe a cambiare continuamente la grandezza del testo. Io sono un lettore particolarmente cecato (come diceva la signorina Carlo), ma gli autori e gli editori dovrebbero ricordarsi che la presbiopia insorge tra i 40 e i 50 anni, che ha 45 anni e più oltre la metà della popolazione e il 48% di chi legge almeno un libro all’anno.

***

Qualche citazione ripresa dal romanzo, come di consueto:

È come quando ci si lascia. La storia è già finita, quando due persone si dicono basta. L’addio non è l’inizio della rottura, è la fine. (pos. 1503)

Io non credo nelle mele marce, ho imparato a non crederci. Il cesto, è marcio. E i giornali, al servizio di chi? Non esiste un’etica che imponga per prima cosa di sentire le fonti, i diretti interessati, i testimoni? Un giornalismo fatto di veline delle questure, delle procure è al servizio della mano che passa quelle carte. E la mano che passa una carta riservata, o persino contraffatta, ha sempre un motivo per farlo. Non è generosità filantropica, quella di chi “fa filtrare” le notizie ai giornali. È interesse. E i giornalisti dovrebbero verificare quegli interessi invece di stare al gioco. (pos. 1625)

[…] dietro ogni sospetto c’è una cattiva intenzione […] (pos. 2489)



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