Chris Pavone – The Paris Diversion

Pavone, Chris (2019). The Paris Diversion. New York: Crown. 2019. ISBN: 9781524761523. Pagine 374. 8,60€

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Del medesimo autore avevo letto The Expats, che mi era piaciuto soprattutto per l’ambientazione al Lussemburgo, città che conosco molto bene per motivi professionali. Comprensibile, quindi che una volta appreso che era in uscita una specie di sequel del primo romanzo, con la stessa protagonista, Kate Moore, non abbia resistito alla tentazione di gettarmi sulla sua nuova avventura.

Peccato che – a parte l’ambientazione – del precedente romanzo ricordassi ben poco, se non che la protagonista (e, per la verità, quasi tutti gli altri personaggi) non sono quello che sembrano essere a prima vista. Purtroppo, la recensione che avevo fatto di The Expats (che trovate qui) non si è rivelata di molto aiuto: preoccupato di non dire troppo per non rovinare il gusto della lettura di un thriller ai miei lettori, ero stato fin troppo reticente.

Qui mi atterrò alla stessa regola di buona creanza e non svelerò nulla della trama.

Devo dire però che complessivamente l’ho trovato, come thriller, molto più debole del precedente. Il gioco delle sorprese (nessuno è quello che sembrerebbe essere a prima vista) è fin troppo scoperto, anche perché siamo avvertiti del modus operandi dell’autore dalla precedente prova. E per di più non funziona, perché si capisce fin troppo presto chi è chi realmente. E questo è sufficiente a fare sgonfiare prematuramente il soufflé.

Inoltre – e questa è stata una difficoltà anche per me, che pure avevo letto The Expats (ma sono pur sempre passati 7 anni, e non stiamo parlando di un libro memorabile…) – sono troppi i riferimenti alla precedente vita di Kate Moore. Anzi, per la verità, questa storia è incomprensibile se non si conosce l’altra. Non conosco bene le regole del gioco, ma questo mi sembra un peccato mortale: dovrebbe essere possibile leggere un romanzo, ancorché di una serie, senza conoscere gli altri nel dettaglio (pensate ad esempio ai romanzi di Agatha Christie con Poirot come protagonista: averne letti altri può rendere più gustosa la lettura di quello che avete tra le mani, ma non è assolutamente necessario).

Per di più, la conoscenza dell’Erlebnis di Kate Moore è essenziale per capire la conclusione di questo romanzo. Ma al tempo stesso lo indirizza su binari obbligati, e questo nuoce al suo svolgimento, e soprattutto alla sue conclusione, francamente deludente. Alla fine il soufflé si è ridotto a una piadina…

In positivo (almeno nella mia modesta opinione) c’è la cura dell’ambientazione. Chi conosce Parigi (e immagino che siano più degli estimatori del Lussemburgo) si divertirà a seguire i luoghi in cui si svolge l’azione. Anche quel po’ di Venezia che c’è mi sembra rappresentato fedelmente, senza gli svarioni cui ci hanno abituati gli scrittori americani. Un plauso particolare va al riferimento alla libreria Shakespeare and Company e alla sua libraia Sylvia Whitman, che continua il lungo lavoro del padre scomparso novantottenne qualche anno fa (ne ho parlato qui).

Infine, a me non sono dispiaciute le frequenti divagazioni che l’autore attribuisce al monologo interiore dei diversi personaggi, e soprattutto della protagonista. In fin dei conti eravate avvertiti: le diversion del titolo non sono solo geografiche. Molte divagazioni hanno a che fare con il matrimonio e la cura dei figli: si vede che l’autore ci riflette molto e viene il sospetto che ci sia qualche cosa di autobiografico.

***

Testimonio qui sotto delle numerose divagazioni di Chris Pavone:

But he has reluctantly come to accept that silence is not a viable mode of marital communication. He knows he needs to explain himself, sometimes. (p.62).

He sighs, clams up, jaw tight. This has always been his response to spats: to shut down. He knows that Kate hates this—all women do—and it’s a tactic that has no hope of accomplishing what he wants to accomplish. But he can’t seem to help himself. (p.64)

It is when all the options are bad that true cowardice reveals itself. (p.158)

[…] she didn’t want to impose a permanent solution onto a temporary problem. (p.168)

Which meant he’d been dishonest to Hunter. Which in the abstract is fine with Hunter, he’s not anti-lie, there are plenty of legitimate reasons for dishonesty. He himself lies often. (p.200)

“I’m plenty calm, don’t you worry about my level of calm. You worry about your level of obedience.” (p.279)

[…] with every new database, every app, every electronic intrusion to which we voluntarily submit ourselves in exchange for the promise of a more convenient life […] (p.300)

It’s all about privileged access to actionable information. (p.311)

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