Non ne posso più dei partitini

Una delle frasi di Marx citate più spesso e più a sproposito è l’affermazione che nella storia tutto accade due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Una boutade, naturalmente, e nemmeno una delle migliori, perché Marx sapeva fare della satira esilarante, come sa chi ha letto qualcuna delle sue opere polemiche, come La sacra famiglia o L’ideologia tedesca. La frase compare proprio all’inizio de Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (che nel suo complesso non è una delle sue opere più illuminate o illuminanti) e il bersaglio è Napoleone III (la farsa) confrontato con Napoleone Bonaparte (la tragedia). Letteralmente:

Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per cosí dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che, al di là della verve polemica e della trovata letteraria, il valore di verità della frase è pressoché nullo (fa il paio con il tormentone gramsciano del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà, di cui ho già parlato su questo blog in una diversa occasione). Per di più, una nota e bellissima poesia di Wisława Szymborska ci ha ricordato una volta per tutte che nulla accade due volte (anche di questa ho già parlato, qui):

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Eppure…

Eppure, tra le cose che mi fanno più incazzare a proposito dell’esito elettorale particolarmente disastroso delle europee del 26 maggio, c’è il contributo che vi ha dato la frammentazione della sinistra.

Nel momento in cui scrivo lo scrutinio è quasi completo (63575 sezioni su 63931; prendo i dati dalla pagina del Corriere della sera) e la situazione è questa: soltanto cinque liste, delle 18 presenti (se non mi sbaglio), hanno superato la soglia di sbarramento del 4%:

Lista  Voti   %  
Lega         9.171.106         34,27
PD         6.081.582         22,73
M5S         4.566.896         17,07
Forza Italia         2.350.257           8,78
Fratelli d’Italia         1.725.578           6,45

Questo significa che dei 26.761.280 voti a favore di una delle 18 liste, soltanto 23.895.419 (l’89,29%) contribuiscono a eleggere i 73 rappresentanti italiani al parlamento europeo (avete notato che ho evitato con attenzione di usare l’aggettivo utile, per non provocare riflessi condizionati?). L’altro 10,71% (cioè 2.865.861 voti) è andato sprecato, nel senso che non contribuisce (direttamente, come vedremo) a eleggere nessuno dei 73 rappresentanti. Certo, non è stato inutile: è stato utile ad affermare un’identità e una diversità, e anche questo è certamente importante. In psicologia, però, o in sociologia. Non certo in politica.

In politica, la loro utilità è consistita nel permettere alle 5 liste vincitrici di rimpolpare il loro bottino in termini di seggi, al di là del loro peso percentuale. Mi spiego meglio: poiché gli europarlamentari da eleggere per l’Italia sono comunque 73 e i seggi si ripartiranno tra i 5, ogni voto alle liste che non hanno superato la soglia di sbarramento contribuirà pro quota agli europarlamentari dei 5 vincitori. Mi faccio capire meglio, caro compagno (e lo scrivo con rispetto e senza ironia, ma con dolore) Giovanni Paglia, che hai scritto su facebook sabato 25 alle 17:21 (rompendo il silenzio elettorale, ma tanto questo non importa più a nessuno):

Ripetiamolo un’ultima volta, perché nessuno possa sbagliarsi: qualora la Sinistra raggiunga il 4%, toglierà almeno 2 seggi alle destre.
Siamo ad un passo dalla soglia e quindi nessun altro voto è tanto utile a sbarrare la strada a Salvini e soci.

Il tuo voto non ha tolto seggi alle destre. Il tuo voto ha contribuito per il 38% a portare a Strasburgo un candidato della Lega, per il 25% a un seggio del PD, per il 19 a uno dei 5 stelle, per il 10 a uno di Forza Italia e addirittura per il 7% a uno dei fascisti di Fratelli d’Italia. Credevi di votare per quello in cui credi, ma in realtà hai votato in proporzione per questi cinque partiti e hai di fatto rinunciato al tuo diritto di influenzare il voto non dico a favore del PD (il tuo riferimento alla “lista inguardabile” e alla “moda del momento” mi sembra ingeneroso) ma almeno contro destre e fascisti.

La storia, è noto, non si fa con i se e con i ma. Ma il ragionamento politico, invece, dei se e dei ma, cioè degli scenari, ha il dovere di farne tesoro. What if? Che cosa sarebbe successo se ci fosse stato una lista unica a sinistra? Se ci metto dentro tutti quelli che con un lavoro di tessitura ci sarebbero potuto essere, compresi +Europa e Verdi, questo ipotetico rassemblement avrebbe preso 2,2 milioni di voti in più e il 31% dei consensi. A un soffio dalla Lega.

“Ah! – dirà qualcuno – ma prima del voto non si sa come andrà a finire”. No. Dire così è un imbroglio. Ci sono i sondaggi. I sondaggi non sono perfetti, sbagliano, eccetera. Ma sono come le previsioni del tempo: se dicono che oggi è molto probabile che piova, sarei stupido o presentuoso a non prendere l’ombrello. E, come le previsioni del tempo, sono migliorati con il passare degli anni. E comunque funzionano meglio per le elezioni nazionali di tipo proporzionale, come queste, che per i referendum o il maggioritario. Non c’era nessuna scusa: da mesi concordavano tutti nell’affermare che solo quelle 5 liste avrebbero superato lo sbarramento del 4%. Solo +Europa poteve avere qualche speranza (e si è comunque fermata al 3,1%).

“Ah! – dirà qualcuno – ma se nessuno vota queste liste, certo che non si raggiunge il quorum”. Già. Ma è proprio così che funziona. Per spostare la percentuale bisogna che le persone ti votino, una per una, e diventino un movimento collettivo (che è quello che il sondaggio misura). Il 4% degli oltre 26 milioni che sono andati a votare ieri sono più di un milione (1.070.451 a essere precisi): per superare lo sbarramento +Europa avrebbe dovuto trovare altri 240.000 elettori disposti a votarlo, i Verdi 450.000, la Sinistra più di 600.000. Numeri pesanti, singole persone da convincere: meno ottimismo della volontà e più pessimismo della ragione ci servono.

Eppure, dicevo, a volte davvero la storia sembra ripetersi. Il 7 e l’8 maggio del 1972 si tennero in Italia le prime elezioni anticipate della storia repubblicana. Non avevo ancora compiuto 20 anni e non potevo votare (all’epoca si diventava maggiorenni a 21) ma ero impegnato politicamente nel Manifesto, che si presentava per la prima volta, e feci tutta la campagna elettorale. Attacchinavamo nei paesi dell’hinterland milanese e facevamo comizi volanti in piazzette polverose e assolate, due altoparlanti sul tetto di una macchina e una cassetta con la voce registrata in carcere di Pietro Valpreda che proclamava la sua innocenza, erre moscia e tutto, dall’accusa infamante di essere l’esecutore materiale della strage di Piazza Fontana. L’idea era quello di sottrarlo alla ormai pluriennale carcerazione preventiva grazie all’immunità parlamentare. E soprattutto quella di portare alla Camera dei deputati una rappresentanza delle lotte di quegli anni. A sinistra del Pci si presentavano anche il Psiup (Partito socialista di unità proletaria), il Movimento cristiano dei lavoratori (ispirato dalle Acli) e il Partito comunista (marxista-leninista). Andò malissimo. Non c’era una soglia di sbarramento, ma era comunque necessario eleggere almeno un deputato per poter partecipare all’assegnazione dei resti. Non sto a spiegarvi il meccanismo elettorale con cui si votava allora, ma nessuna di quelle liste riuscì a eleggere un deputato. Oltre un milione di voti a sinistra del Pci, nessun deputato. Il 7 maggio l’anarchico Franco Serantini era morto in carcere (dopo una carica della polizia e un interrogatorio in caserma: un’altra brutta storia che si ripete…).

La sconfitta elettorale fu oggetto di una vivace discussione. Alcuni di quegli spunti – che riprendo da un testo di Franco Ottaviano, La rivoluzione nel labirinto (1956-1980), e in particolare dal capitolo “Dal Manifesto al Pdup” mi sembrano utili anche per riflettere sulla sconfitta di oggi:

Il «voto rosso», come «pronunciamento contro questa società e questo stato borghese», come «impegno a costruire uno schieramento di lotta» produce solo dispersione di voti a sinistra; la lista del Manifesto, con i suoi 224.000 voti (0,7%), non raggiunge il quorum elettorale. Segue una discussione molto serrata. Secondo il direttivo nazionale si è avuto un «chiaro spostamento a destra del quadro politico», «un’inversione di tendenza» che a soli cinque anni dal ’68 è un «tema di riflessione autocritica che anche i partiti riformisti non possono evitare. Prima e più della sconfitta elettorale devono rendere conto alle masse della loro sconfitta politica». I partiti di sinistra portano la responsabilità di non avere interpretato lo straordinario movimento di lotte di massa, la nuova coscienza democratica e socialista che esprimeva, lasciandolo a se stesso non hanno saputo offrirgli una «direzione politica efficace» e una «prospettiva credibile». In questo contesto il Manifesto spiega il proprio insuccesso, su cui grava, ammette autocriticamente, l’incapacità di «costruire un’ alternativa politico-organizzativa tale da dare fiducia a coloro stessi che condividono le nostre idee, nel momento in cui lo scontro si fa pesante». Responsabilità che grava anche sugli altri gruppi della nuova sinistra che, nel corso della campagna elettorale hanno dimostrato, col loro settarismo, lo stato di confusione e di «prostrazione profonda» in cui si trovano i residui politici dell’esperienza del Sessantotto. Ancora una volta ci si chiede: «che fare per uscire dal dilemma riformismo o estremismo», un interrogativo su cui si vuole aprire una discussione al di fuori dai patriottismi di gruppo, e nella consapevolezza metodologica di «utilizzare vittorie e insuccessi nostri, come elemento di stimolo per un lavoro più generale di rifondazione della sinistra».
Il documento che appare sul quotidiano del 18 giugno offre le linee fondamentali della riflessione post-elettorale; la parola d’ordine conclusiva «meglio meno ma meglio» dà il senso del bisogno di un maggior rigore di analisi e di aprire alla sinistra tradizionale uno spazio per «rifiutare l’alternativa disperata fra avventurismo e rassegnazione». Ammettendo il non raggiungimento dell’obiettivo elettorale si conclude che non è «possibile né giusto contestare l’egemonia riformista sulle grandi masse, sul terreno elettorale», perché «senza aver prima sufficientemente costruito, sperimentato e reso credibile un’alternativa nel vivo del movimento di lotta» essa assume oggettivamente un «segno scissionista». Non basta limitarsi agli errori soggettivi per spiegare l’insuccesso, l’approfondimento deve essere radicale. Il voto, con il conseguente spostamento a destra, esprime «una difficoltà di crescita e di unificazione politica del movimento di massa e una diminuita radicalità della sua rivolta, una situazione in cui si vive “una crisi soggettiva del movimento, sia sul piano internazionale che sul piano interno”, come contraddizione sociale ancora aperta per antagonismo della lotta e antagonismo dello sbocco politico».

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: