Rachel Joyce – The Music Shop

Joyce, Rachel (2017). The Music Shop. London: Transworld. 2017. ISBN: 9781448170029. Pagine 321. 11,99€

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Ho letto questo libro sull’onda della lettura di The Unlikely Pilgrimage Of Harold Fry (che non ho ancora recensito), della stessa autrice, e perché ho anch’io – come il protagonista maschile di questo romanzo – un rapporto molto intimo anche se non professionale con la musica, senza alcun limite di genere. Per la verità l’ho comprato alla fine del 2017 e letto soltanto ora, forse perché temevo che non mi sarebbe piaciuto.

E mi è piaciuto? Sì e no. Mi sembra di capire che la caratteristica del romanzo, che forse potrebbe essere anche una caratteristica dell’autrice, è quella della pluralità e della mescolanza dei registri stilistici: la storia è una storia di dolore e di amore, di difficoltà di lasciare cadere le proprie barriere per incontrasi. Ma al tempo stesso è una storia buffa, come sanno essere buffe certe storie inglesi, buffe di un umorismo bonario e un po’ paesano, alla P. G. Wodehouse o alla Jerome K. Jerome. È un pregio o un difetto? un punto di forza o di debolezza? Non sono sicuro di saperlo, ma sicuramente rende originale un romanzo che, altrimenti, rischierebbe di scivolare verso la storia d’amore un po’ melensa.

Personalmente, mi irrita sempre un po’ questa storia della superiorità del vinile. Capisco tutte le ragioni affettive e romantiche – la grande dimensione degli LP, le copertine, il rituale dell’estrazione e della pulizia, lato A e lato B, il fruscio. Tutto vero. Sono stato un audiofilo fanatico anch’io (giradischi Thorens, testine Shure, pre e finale: tutto il cocuzzaro). Però se parliamo di fedeltà e di suono, ci sono dei motivi tecnici e oggettivi, misurabili, per sostenere che i CD (e la tecnologia digitale che ci sta dietro) sono un progresso rispetto ai microsolchi in vinile (e alla tecnologia analogica che ci sta dietro). Dopo di che, ognuno fa quello che vuole e soprattutto quello che lo rende più felice.

Il romanzo ha una colonna sonora, perché Frank ha un modo tutto suo di avvicinare e affratellare generi di musica, autori e interpreti diversi, e di cogliere i bisogni specifici delle singole persone in particolari momenti. C’è anche una playlist su Spotify associata al romanzo e – dato che è incompleta – molti lettori si sono cimentati nell’impresa di integrarla.

***

Qualche citazione:

‘You saved my life, Frank.’
‘You saved your life. I just found you jazz.’ (pos. 758)

[…] tamarind trees grew with their feathery plumes of pink blossom. (pos. 785: sono tamarisk, non tamarind!)

Bach’s Concerto for Two Violins was about learning to be two halves of a whole. (pos. 1062)

Being with her was the same as staring into the sun; he saw nothing and yet when he looked away, there she was, a raucous white light imprinted at the heart of everything. (pos. 1746)

‘Eggs.’
Beside them, the waitress beamed proudly, as if she had not only cooked those eggs but also laid them. (pos. 2293)

Not even her close friends know the truth about her six months in England. They knew at the time about Richard, of course, and the broken engagement – several told her she was a fool. They had no idea about her love for an English man who talked to her once a week about music. When he rejected her, it was more than she could bear; it hurt far too much to tell it. Besides, if you don’t say something for long enough, it begins to seal over. A part of yourself that only exists in storage. You could probably leave it all your life. Boxed away. Just as she had once done with music. (pos. 3416)

Twenty-one years can be condensed to very few words. Is that a good thing or a bad one? It’s just the way it is. (pos. 3580)

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