Daniele Del Giudice – Atlante occidentale

Del Giudice, Daniele (1985). Atlante occidentale. Torino: Einaudi. 2010. ISBN: 9788858430439. Pagine 248. 6,99€

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Ho incontrato questo (bellissimo) romanzo per merito di Massimo Mantellini, che ringrazio pubblicamente.

Potete anche fare a meno di leggere la mia recensione e fare riferimento alla sua, che trovate qui: Atlante occidentale, una recensione.

Molti anni fa sono stato a una mostra su Budapest tra il 1890 e il 1919. Se non ricordo male, era al Palazzo delle esposizioni di Roma, prima del restauro che ne ha fatto uno spazio interessante ma ampiamente sottoutilizzato (salvo che per il ristorante dell’ultimo piano, immagino). La mostra veniva da Venezia, scrive il catalogo che ancora ho. Il sottotitolo era: L’anima e le forme. Un titolo mutuato da una raccolta di saggi sull’arte di György Lukács, marxista filosofo e di Budapest pure lui. Per molti anni a seguire ho ricordato male il titolo della mostra (e della raccolta di saggi di Lukács). Pensavo fosse Anima ed esattezza, che – a pensarci – non è poi male, e nemmeno troppo lontano né dall’oggetto della mostra, né dal tema di fondo che Lukács sviluppa nei suoi saggi:

Nella scienza c’impressionano i contenuti, nell’arte le forme; la scienza ci offre i fatti e le loro connessioni, l’arte invece ci offre anime e destini. Qui le due strade divergono, qui non ci sono né sostitutivi né transazioni. Se in epoche primitive, ancora indifferenziate, arte e scienza (e religione e morale e politica) erano un Tutto indistinto, non appena la scienza si è emancipata ed è divenuta autonoma, ogni agente preparatorio ha perso il suo valore. Soltanto quando qualcosa ha sciolto tutti i suoi contenuti in una forma ed è divenuto pura arte, allora non può più diventare superfluo, allora la sua precedente scientificità è del tutto dimenticata e priva di significato.
Esiste dunque una scienza dell’arte; ma esiste anche un modo del tutto differente con cui i temperamenti umani si manifestano, che trova la sua espressione per lo più nello scrivere sull’arte.
[…]
Esistono […] due tipi di realtà dell’anima: l’uno è la vita e l’altro è il vivere; entrambi sono ugualmente reali, ma non possono esserlo contemporaneamente. Nell’esperienza di ogni uomo sono contenuti i due elementi, anche se con intensità e profondità sempre diverse […]. Da quando esiste una vita e degli uomini che vogliono capirla e ordinarla è esistito sempre questo dualismo nelle loro esperienze.
[…]
Lo stesso dualismo divide anche i mezzi dell’espressione; qui il contrasto è tra immagine e «significato». Il primo principio è creatore d’immagini, il secondo di significati; per l’uno esistono soltanto le cose, per l’altro soltanto le loro relazioni, categorie e valori.
[Lukács, György (1910). L’anima e le forme (Die Seele und die Formen. Trad. it. di Sergio Bologna). Parma: Guanda. 2002. ISBN: 9788877109866. pp. 17-20].

Questa suggestione lukacsiana mi sembra un buon punto di partenza, anche se quello di Del Giudice è un romanzo (e che romanzo!) e non un saggio di estetica. L’anima e le forme, dunque. Ma anche anima ed esattezza.

La storia che racconta questo romanzo è compatta e non di meno (nondimanco, scriverebbero Machiavelli e Carlo Ginzburg) rarefatta. È la storia di un incontro casuale, e forse improbabile, tra Ira Epstein, un anziano scrittore tedesco in odore di Nobel, e Pietro Brahe, un giovane fisico italiano che lavora al CERN di Ginevra (un particellaro, direbbe mio figlio). I due sono attratti proprio dal tema che assillava anche il giovane Lukács: il dualismo tra anima e forme, tra individualità fragile e strutture che danno al caos del vissuto individuale senso e unità (identità, direi io). In Lukács, e forse anche in Daniele Del Giudice, soltanto l’arte, l’opera artistica, può produrre una forma, perché è fine a sé stessa e chiusa (nel senso di auto-contenuta); l’opera scientifica è aperta, perché mai definitiva, superabile e superata da nuove scoperte, nuove evidenze, nuove teorie.

Forse semplificando un po’, al centro dell’attrazione tra i due c’è un interesse specifico per la luce: la luce della fisica, l’evolversi della sua interpretazione, può mettere in crisi la luce della poesia e della letteratura, tanto da indurre Epstein a non scrivere più, se non un Atlante della luce a uso personale ed esclusivo. In uno dei passaggi più celebri Epstein descrive i fuochi d’artificio sul lago di Ginevra con esattezza e proprietà di linguaggio “dopo un tempo abbastanza lungo” rispetto all’evento. E, naturalmente, la scelta di Epstein è la stessa di Del Giudice, le parole di Epstein quelle che Del giudice scrive: per entrambi (e per Lukács) solo post factum, dopo l’accadere caotico degli eventi, l’arte, la letteratura, la parola, possono dare loro una forma e un ordine. Traendone i componenti dall’Atlante, occidentale o universale che sia.

Poi ha alzato il viso verso lo spazio di cielo buio dove c’erano stati i fuochi, lasciando andare le spalle contro lo schienale, scivolando di piú nella poltrona, distendendo le gambe nel ghiaietto.
Aspetta. Da Epstein non viene niente.
Nuova pausa. Nuovo sospiro, di lato. Nuovo silenzio.
Dopo un tempo abbastanza lungo, e un respiro profondo, Epstein cominciò a dire in tono tranquillo: «Ci furono due botti secchi, senza luce, e i fuochi cominciarono».
«Questo ho potuto vederlo anch’io», ha detto piano Brahe.
«Linee traccianti, – riprese Epstein senza tenere conto dell’interruzione, – entravano dal basso nel riquadro di cielo buio, esplodevano in alto con un boato perforante, si divaricavano in un punto dove la materia diventava luce, probabilmente il sodio luce gialla, il bario luce verde, il rame luce azzurra, il magnesio luce bianca, lo stronzio luce rossa, e il calomelano… Lei conosce il calomelano?…» (pos. 1764)

Questo è solo un assaggio, ma vi suggerisco di leggerlo tutto, questo passaggio vertiginoso.

Non ho mai letto un romanzo come questo. L’unica parentela che mi viene in mente è quella dell’ultimo Calvino. Si potrebbe dire che Epstein ha l’occhio di Palomar.

Qualche esempio:

Si trovarono uno di fronte all’altro, senza punti di fuga per lo sguardo […] (pos, 88)

C’è un punto in cui la stanchezza diventa cosí sottile e liquida che continuare sembra la cosa meno faticosa, e andarsene è difficile […] (pos. 274]

«Il rumore di fondo?» ha detto lei, come ormai chiamavano senza piú confine tra acustica e ottica qualunque disturbo nella percezione netta di una cosa. (pos. 412)

«Negli elenchi manca sempre qualcosa, – disse Epstein. – È il destino degli elenchi». (pos. 647)

Ogni oggetto era comportamento trasformato in cosa, e poi ritrasformato in comportamento […] (pos. 794)

Certo, spiegare era necessario, ma avrebbe mai potuto spiegare che per quello che lui vedeva e cercava di vedere letteralmente non esisteva immagine, lui vedeva cose di cui non c’era immagine, se non quelle convenzionali e formalizzate di rigorosa fantasia, arbitrarie e potenti, rispetto alle cose, come un alfabeto. (pos. 1067)

[…] Epstein era rimasto colpito una volta di piú dalla velocità con cui passava dalla sua natura di donna alla sua natura di ragazza o viceversa solo cambiando il modo di prendere la luce, e questo gli sembrava uno dei suoi tratti piú belli. (pos. 1097)

Gli piaceva che anche l’utile stesse diventando a colori, come le scarpe e i vestiti, gli sembrava che cosí fosse tutto piú leggero, meno importante. Anche il significato, pensò, sta diventando sempre piú leggero, probabilmente a colori. (pos. 1149)

D’altra parte non gli era mai riuscito di concepire un personaggio o una situazione o un sentimento se non in una certa aria e in una certa luce, convinto alla fine che l’atmosfera sia esattamente ciò che è, la massa d’aria che circonda una storia. (pos. 1288)

Poi aveva capito che le cose piú importanti avvengono nella distrazione, non nella concentrazione, e aveva imparato la necessità di distrarsi. (pos. 1378)

«Non so, sono due modi complementari. Quando sono nella metà generosa debbo sforzarmi di recuperare la parte economica, e quando sono nella metà economica non ne posso piú, e mi sforzo di rientrare in quella generosa. Ma, come le ho detto, sono due punti della stessa onda, forse basterebbe riuscire a ridurne la lunghezza e ad aumentarne l’altezza, rendendola piú frequente, frequentissima, in modo che risulti una continuità». (pos. 1549)

[…] un apprezzamento, o un rifiuto, o una perplessità, con cui ciascuno dei due indica all’altro qualcosa di sé […] (pos. 1577)

«[…] Certe volte mi sembra che la geografia sia la scienza piú fondamentale, legata com’è alla terra per via del nome, e cosí legata alle persone per via dell’orientamento… Forse il vero centro del pensiero e del sentimento è nell’orecchio, dove ci sono gli ossicini dell’equilibrio…» (pos. 1882)

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