Astro del ciel in Frippertronics

Un regalo di natale in ritardo per Il barbarico re. E anche per GPO, così prendo i 2 proverbiali piccioni con la proverbiale fava. O, come direbbe lo stesso Fripp, two birds one shot.

Correva l’anno 1979. Il barbarico re era un’ipotesi piuttosto remota nelle priorità di quelli che sarebbero diventati i suoi genitori. Robert Fripp aveva trascurato la musica per un po’ e si era trasferito a New York. Brian Eno lo aveva introdotto ai loop analogici che sarebbero diventati noti come Frippertronics e aveva prodotti il primo album solo di Fripp, Exposure. Da quelle parti c’erano anche Peter Gabriel, i Talking Heads (I Zimbra) e Blondie (Fade Away and Radiate).

Fripp suona le prime 4 battute di Silent Night (Astro del ciel) e poi lascia che i Frippertronics facciano il resto. Che a me pare bellissimo e molto natalizio.

Pubblicato originariamente come un flexi-disc (qualcuno se li ricorda, quei 45 giri su plastichetta sottile che si rompevano subito?) allegato al numero 3 della rivista Praxis di Chicago del dicembre 1979, oltre che come cartoncino d’auguri della casa discografuica EG Records, ora è riprodotto sul CD dei King Crimson “Sex Sleep Eat Drink Dream” (1995).

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I scarp del tennis

Era l’agosto del 1964. Avevo fatto la prima media. Nel mio crescere avevo incontrato un primo vero dolore: a marzo la nonna, quella con cui avevo passato tanti mesi quando ancora non andavo a scuola e sempre tutte le estati, aveva avuto un’emorragia cerebrale e da allora non aveva ripreso coscienza. Respiravo il dolore di mio padre. Il nonno sembrava impazzito.

Anche le nostre vacanze erano cambiate. Non eravamo andati al mare con i nostri genitori. Andammo però ad agosto per qualche giorno a Pontedilegno: ero stato una sola volta in montagna, ma ero troppo piccolo per avere ricordi che non fossero confusi. Al mare prendevamo in affitto una casa. Questo era un albergo, che io ricordo grande e di pietra grigia: dominava il paese, da cui era separato da una breve salita (forse quello della foto, ma non ne sono certo).

C’erano altri coetanei, con cui creammo un piccolo gruppo e con cui giocavamo insieme. Preferivamo giocare che andare in gita con la mamma. Anzi, nessuna gita se non venivano tutti gli amici del gruppo.

Nel gruppo, naturalmente, c’erano delle bambine. Una mi piaceva particolarmente: un primo segno della transizione verso l’adolescenza. Capiamoci: non il primo amore, ma la prima volta che una bambina che non fosse mia sorella suscitava in me un minimo interesse.

Mi sembrava, confusamente, di essere più grande dell’anno prima e anche di pochi mesi prima.

Una sera, dei ragazzi un po’ più grandi di noi (liceali, direi, non universitari) organizzarono una specie di festicciola o spettacolo. Lì sentii per la prima volta quella strana canzone, in milanese e non in italiano, che non aveva facili rime che parlavano d’amore, ma che raccontava una storia (che non capivo neppure bene) di un barbone sulla strada dell’idroscalo.

Country – Keith Jarrett e Jan Garbarek

Sì sì, lo so, oltre a Keith Jarrett (al pianoforte e alle percussioni) e Jan Garbarek (ai sassofoni) c’è anche Palle Danielsson (al basso). Ma, appunto, che palle.

Questa bellissima canzone è del 1977. È stata per decenni lo “stacchetto” per eccellenza del canale nazionale della radio (quello che ormai si chiama Rai Radio Uno), e penso che ben pochi italiani non la conoscano, anche se magari non ne sanno il nome.

Il perché non lo so, e mi farebbe piacere se qualcuno me lo dicesse. Magari per una misteriosa e fortunatissima congiunzione astrale. Magari è stata la scelta di un programmista innamorato del jazz e di Garbarek e Jarrett. Magari avrà dovuto combattere una battaglia senza quartiere con burocrati oscurantisti. Magari è passata liscia come l’olio senza che se ne accorgesse nessuno.

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Idee degli anni Ottanta

Da qualche giorno sono alla ricerca delle idee degli anni Ottanta che sarebbero alla base delle proposte di Matteo Renzi.

Finora le migliori che ho trovato sono queste:

Oh yeah
In France a skinny man
Died of a big disease with a little name
By chance his girlfriend came across a needle
And soon she did the same
At home there are seventeen-year-old boys
And their idea of fun
Is being in a gang called The Disciples
High on crack, totin’ a machine gun

Time, time

Hurricane Annie ripped the ceiling of a church
And killed everyone inside
U turn on the telly and every other story
Is tellin’ U somebody died
Sister killed her baby cuz she couldn’t afford 2 feed it
And we’re sending people 2 the moon
In September my cousin tried reefer 4 the very first time
Now he’s doing horse, it’s June

Times, times

It’s silly, no?
When a rocket ship explodes
And everybody still wants 2 fly
Some say a man ain’t happy
Unless a man truly dies
Oh why
Time, time

Baby make a speech, Star Wars fly
Neighbors just shine it on
But if a night falls and a bomb falls
Will anybody see the dawn
Time, times

It’s silly, no?
When a rocket blows up
And everybody still wants 2 fly
Some say a man ain’t happy, truly
Until a man truly dies
Oh why, oh why, Sign O the Times

Time, time

Sign O the Times mess with your mind
Hurry before it’s 2 late
Let’s fall in love, get married, have a baby
We’ll call him Nate… if it’s a boy

Time, time

Time, time

Arlecchino

Arlecchino compare nella Commedia dell’arte già nella seconda metà del XVI secolo e assume le caratteristiche attuali (il servo ignorante e astuto, sempre affamato, con il caratteristico costume a losanghe colorate) nel XVIII.

Arlecchino

wikipedia.it

Per noi è ormai una maschera carnevalesca buffa e rassicurante, ma Arlecchino nasconde un’origine diabolica come testimonia – oltre al nome – il ghigno nero.

Il nome, dicevamo: Arlecchino (Arlequin in francese e Harlequin in inglese) è la deformazione del tedesco Hölle König (“re dell’inferno”), poi Helleking, poi Harlequin. Nelle credenze pagane dell’antica Europa (poi assimilate alla stregoneria dall’egemonia cristiana: leggetevi la bella Storia notturna di Carlo Ginzburg), nel periodo invernale, quando predominavano le tenebre, le divinità infernali guidavano un corteo di morti, la Caccia selvaggia o Armata furiosa. Secondo Orderico Vitale, che ne parla nella sua Historia Ecclesiastica, questo corteo era noto anche come familia Herlechini, guidato da un demone gigante (Arlecchino, appunto).

Anche Dante nell’Inferno (XXI, 118-123) annovera Arlecchino tra i diavoli:

Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina,

cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.

In tedesco il re dell’inferno (Hölle König) si trasforma in re degli elfi (Erlkönig) e, come tale, ci regala questo bellissimo (e agghiacciante)Lied di Schubert (su testo di Goethe).

Ve lo propongo in 3 versioni, ma prima il testo, che vi farà capire meglio la bellezza dell’invenzione di Schubert.

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?

Es ist der Vater mit seinem Kind;

Er hat den Knaben wohl in dem Arm,

Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht? –

Siehst Vater, du den Erlkönig nicht?

Den Erlenkönig mit Kron und Schweif? –

Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif. –

»Du liebes Kind, komm, geh mit mir!

Gar schöne Spiele spiel ich mit dir;

Manch bunte Blumen sind an dem Strand,

Meine Mutter hat manch gülden Gewand.«

Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht,

Was Erlenkönig mir leise verspricht? –

Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind;

In dürren Blättern säuselt der Wind. –

»Willst, feiner Knabe, du mit mir gehn?

Meine Töchter sollen dich warten schön;

Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn

Und wiegen und tanzen und singen dich ein.«

Mein Vater, mein Vater, und siehst du nicht dort

Erlkönigs Töchter am düstern Ort? –

Mein Sohn, mein Sohn, ich seh es genau:

Es scheinen die alten Weiden so grau. –

»Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;

Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt.«

Mein Vater, mein Vater, jetzt faßt er mich an!

Erlkönig hat mir ein Leids getan! –

Dem Vater grauset’s, er reitet geschwind,

Er hält in den Armen das ächzende Kind,

Erreicht den Hof mit Mühe und Not;

In seinen Armen das Kind war tot.

Traduzione

Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?

È il padre con il suo figlioletto;

se l’è stretto forte in braccio,

lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

“Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?”

“Non vedi, padre, il re degli Elfi?

Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?”

“Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro.”

“Caro bambino, su, vieni con me!

Vedrai i bei giochi che farò con te;

tanti fiori ha la riva, di vari colori,

mia madre ha tante vesti d’oro”.

“Padre mio, padre mio, la promessa non senti,

che mi sussurra il re degli Elfi?”

“Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,

tra le foglie secche, con il suo fruscio.”

“Bel fanciullo, vuoi venire con me?

Le mie figlie avranno cura di te.

Le mie figlie di notte guidano la danza

ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna”.

“Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi

laggiù le figlie del re degli Elfi?”

“Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;

i vecchi salci hanno un chiarore grigio.”

“Ti amo, mi attrae la tua bella persona,

e se tu non vuoi, ricorro alla forza”.

“Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!

Il re degli Elfi mi ha fatto del male!”

Preso da orrore il padre veloce cavalca,

il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,

raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,

nelle sue braccia il bambino era morto.

Dietrich Fischer-Dieskau, l’interpretazione di riferimento (con Gerald Moore al pianoforte):

Una versione orchestrata (da Hector Berlioz) con Anne Sofie von Otter (brava e bella) e Claudio Abbado che dirige la Chamber Orchestra of Europe:

Una spettacolare interpretazione della trascrizione di Liszt per pianoforte solo (vi assicuro che è anche tremendamente difficile) eseguita dal vivo da Sviatoslav Richter l’8 dicembre 1949 a Mosca:

If – Pink Floyd

Un capolavoro misconosciuto dal “lato B” di Atom Hearth Mother. Un’anticipazione del Roger Waters intimista e autobiografico (The Wall e The Final Cut, per capirsi).

If I were a swan, I’d be gone.
If I were a train, I’d be late.
And if I were a good man,
I’d talk with you
More often than I do.

If I were to sleep, I could dream.
If I were afraid, I could hide.
If I go insane, please don’t put
Your wires in my brain.

If I were the moon, I’d be cool.
If I were a rule , I would bend.
If I were a good man, I’d understand
The spaces between friends.

If I were alone, I would cry.
And if I were with you, I’d be home and dry.
And if I go insane,
Will you still let me join in with the game?

If I were a swan, I’d be gone.
If I were a train, I’d be late again.
If I were a good man,
I’d talk with you
More often than I do.

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Nobody Knows the Trouble I’ve Seen

Da sempre il mio spiritual preferito, riemerso ieri sera dalla notte dei tempi.

Prima una versione tradizionale …

… poi una bella (e poco tradizionale) versione di Albert Ayler …

… poi quella di Richie Havens, un interprete che adoro.

Vi ricordate di Richie Havens, spero? Aprì lui il festival di Woodstock. Freedom!

Mentre lo canta accenna anche Sometimes I Feel like a Motherless Child.

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Il bambino nel vento

Ieri era il 70° compleanno di Francesco Guccini. Celebrazioni a iosa, ma lui ha reagito con la solita sorniona ironia.

Ieri ricorrevano anche i 70 anni della partenza del primo treno piombato per Auschwitz. Le Monde ha pubblicato un bell’articolo, che potete trovare qui.

Mi piace pensare che Guccini fosse consapevole di questa coincidenza quando ha scritto questa canzone.

La prima versione su 45 giri è stata incisa dall’Equipe 84, come lato B di Bang Bang nel 1966 (il primo 45 che comprò mia sorella – io comprai Paperback Writer dei Beatles).

Guccini la incise sul suo primo disco, Folk Beat n. 1, nel marzo del 1967, con il titolo Canzone del bambino nel vento.

Io preferisco di gran lunga questo originale, ma chi volesse sentire (e vedere) un Guccini più recente…

La pioviggine di marzo

Pioviggina. Un sabato uggioso (ma speriamo, per oggi pomeriggio, in un bell’acquazzone, meglio se con grandine).

E partono, incontrollabili, i ricordi e le associazioni.

Che dice la pioggerellina di marzo?

di Angiolo  Silvio Novaro

Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?

Passata è l’uggiosa invernata,
Passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera,
Di fuor dalla nuvola bigia
Che in cielo si pigia,
Domani uscirà Primavera
Guernita di gemme e di gale,
Di lucido sole,
Di fresche viole,
Di primule rosse, di battiti d’ale,
Di nidi,
Di gridi,
Di rondini ed anche
Di stelle di mandorlo, bianche…

Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?

Ciò canta, ciò dice:
E il cuor che l’ascolta è felice.
Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’ orto.

Queste erano le elementari, poi siamo diventati più grandi e abbiamo conosciuto questa canzone, tramite Mina (che sdegnavamo come roba da “matusa”):

Il testo italiano era di Giorgio Calabrese, ma l’originale era stato scritto da Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim (Tom per gli amici), che l’aveva scritta per sé e cantata, ma che era stata portata al successo da Elis Regina. La versione più famosa è quella che i due cantano insieme, nell’album Elis e Tom. Qui dal vivo. La risatina di Elis è una delle cose più sexy della storia della musica.

É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É um caco de vidro
É a vida, é o sol
É a noite, é a morte
É um laço, é o anzol
É peroba no campo
É o nó da madeira
Caingá candeia
É o matita pereira
É madeira de vento
Tombo da ribanceira
É o mistério profundo
É o queira ou não queira
É o vento ventando
É o fim da ladeira
É a viga, é o vão
Festa da cumeeira
É a chuva chovendo
É conversa ribeira
Das águas de março
É o fim da canseira
É o pé, é o chão
É a marcha estradeira
Passarinho na mão
Pedra de atiradeira
É uma ave no céu
É uma ave no chão
É um regato, é uma fonte
É um pedaço de pão
É o fundo do poço
É o fim do caminho
No rosto um desgosto
É um pouco sozinho
É um estepe, é um prego
É uma conta, é um conto
É um pingo pingando
É uma ponta, é um ponto
É um peixe, é um gesto
É uma prata brilhando
É a luz da manhã
É o tijolo chegando
É a lenha, é o dia
É o fim da picada
É a garrafa de cana
O estilhaço na estrada
É o projeto da casa
É o corpo na cama
É o carro enguiçado
É a lama, é a lama
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um resto de mato
Na luz da manhã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É uma cobra, é um pau
É João, é José
É um espinho na mão
É um corte no pé
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um belo horizonte
É uma febre terçã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração

Poi è arrivata la traduzione di Ivano Fossati (qui sempre dal vivo):

E mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
margherita di campo è la riva lontana
è la riva lontana è, ahi! è la fata Morgana
è folata di vento onda dell’altalena un mistero profondo
una piccola pena
tramontana dai monti domenica sera è il contro è il pro
è voglia di primavera
è la pioggia che scende è vigilia di fiera è l’acqua di marzo
che c’era o non c’era
è si è no è il mondo com’era è Madamadorè burrasca passeggera
è una rondine al nord la cicogna e la gru, un torrente una fonte
una briciola in più
è il fondo del pozzo è la nave che parte un viso col broncio
perché stava in disparte
è spero è credo è una conta è un racconto una goccia che stilla
un incanto un incontro
è l’ombra di un gesto, è qualcosa che brilla il mattino che è qui
la sveglia che trilla
è la legna sul fuoco, il pane, la biada, la caraffa di vino
il viavai della strada
è un progetto di casa è lo scialle di lana, un incanto cantato
è un’andana è un’altana
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te

è mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco
è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te

Ma naturalmente, nel frattempo, era uscita (1980) Una giornata uggiosa di Lucio Battisti, l’ultima del sodalizio con Mogol (autore del testo):

Sogno un cimitero di campagna e io là
all’ombra di un ciliegio in fiore senza età
per riposare un poco 2 o 300 anni
giusto per capir di più e placar gli affanni
Sogno al mio risveglio di trovarti accanto
intatta con le stesse mutandine rosa
non più bandiera di un vivissimo tormento
ma solo l’ornamento di una bella sposa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno di abbracciare un amico vero
che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro
e gente giusta che rifiuti d’esser preda
di facili entusiasmi e ideologie alla moda
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno il mio paese infine dignitoso
e un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa
di non sognare la Nuovissima Zelanda
Per fuggire via da te Brianza velenosa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa

E poi, naturalmente, sono arrivati i figli e con loro la filastrocca “Piove pioviccica…”. Vedo che sul web ferve il dibattito su quali siano le esatte parole dell’originale. Non so, ma certo quella più vicina a quella che recitavano ossessivamente i miei figli è questa:

Piove pioviccica,
il culo ti si appiccica,
accendi la candela,
il culo ti si pela,
lo metti in mezzo all’acqua,
il culo ti si sciacqua

Sad Song

Sempre Lou Reed. Sempre Berlin. Sempre più triste e disperata.

Staring at my picture book
she looks like Mary, Queen of Scots
She seemed very regal to me
just goes to show how wrong you can be

I’m gonna stop wastin’ my time
Somebody else would have broken both of her arms

Sad song, sad song
Sad song, sad song

My castle, kids and home
I thought she was Mary, Queen of Scots
I tried so very hard
shows just how wrong you can be

I’m gonna stop wasting time
Somebody else would have broken both of her arms

Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song

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