Cuccagna

Luogo favoloso dove regnano l’abbondanza, specialmente di cibi e bevande, e ogni altro godimento; per estensione, vita allegra e spensierata: le ultime vacanze sono state una vera cuccagna (De Mauro online).

Deriva dalla stessa radice di cuocere (latino coquere, tedesco Kuchen, Inglese cook e cake eccetera).

Dunque il godimento primario del paese della cuccagna è alimentare, e non ha nulla a che vedere con i piaceri sessuali: cuccare deriva piuttosto da cucùlo, uccello famoso per l’abitudine di deporre le proprie uova negli altrui nidi…

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10 aprile 1938 – Anschluss

Dato che ci accingiamo a votare, non mi sembra inopportuno ricordare che cosa accadde 70 anni fa, in materia di libere elezioni e di investitura per volontà popolare.

In tedesco Anschluss (letteralmente connessione, collegamento, inclusione) è per antonomasia l’annessione dell’Austria alla “Grande Germania”. L’idea era sorta ai tempi di Bismarck, ma non era mai stata realizzata e, dopo la sconfitta degli Imperi centrali nella I guerra mondiale, era stata esplicitamente vietata dai trattai di Versailles e di St. Germain en Laye.

Il 12 marzo 1938 la Germania proclamò l’annessione dell’Austria al Reich millenario e la occupò militarmente (senza peraltro sparare un sol colpo), ma Hitler, sempre legalitario, decise di suggellare il fatto compiuto con un referendum popolare, fissato per il 10 aprile dello stesso anno.

La macchina propagandistica a favore del sì fu mastodontica. Manifesti, bandiere e striscioni in tutta l’Austria: 200.000 ritratti di Hitler soltanto a Vienna. Martellante la propaganda per il sui giornali e la radio (la televisione non c’era ancora): quella per il no non era formalmente proibita, ma semplicemente non aveva spazio. Persino l’annullo postale in quei giorni riportava la frase: “Am 10. April dem Führer Dein Ja” (“Il 10 aprile il tuo sì al Führer“).

E poi, naturalmente, le dichiarazioni di voto: brillò particolarmente la gerarchia cattolica. Il cardinale Theodor Innitzer si dichiarò pubblicamente a favore dell’annessione e siglò una dichiarazione dei vescovi austriaci con il motto Heil Hitler.

Per essere certi del risultato, si revocò il diritto di voto a circa 400.000 persone (il 10% degli elettori): 200.000 ebrei, 177.000 persone “di sangue misto” e tutti quelli che erano già stati incarcerati per motivi politici o razziali. Oltre 70.000 oppositori erano stati arrestati nei giorni successivi al 12 marzo e inviati, per lo più, al campo di concentramento di Dachau. In molti casi, il voto non fu segreto (la scheda venne compilata pubblicamente e consegnata nelle mani degli ufficiali delle milizie naziste presenti ai seggi). L’affluenza alle urne fu altissima (99,71% in Austria e 99,60% in Germania) e la maggioranza conseguita dai schiacciante (99,73% in Austria e 99,08% in Germania).

La cosa più (tragicamente) comica e attuale (date le polemiche di questi giorni sulle schede italiane) fu la scheda elettorale.

Il testo dà del “tu” all’elettore e combina due quesiti in uno (“Sei d’accordo con la riunificazione dell’Austria con il Reich tedesco avvenuta il 13 marzo 1938 e voti per la lista del nostro Führer Adolf Hitler?“). La casella del è centrale ed enorme, quella del no in basso a destra e ben più piccola.

Faretra

Farètra: “astuccio in cui gli arcieri portano le frecce” (De Mauro online).

Qui vediamo Eros con il suo arco. La faretra è appesa all’albero alle sue spalle.

Pervenuta a noi attraverso il latino, la parola sarebbe il composto di due radici indoeuropee, bhar (“portare”, latino fero) e tra (“trapassare”). Quindi, letteralmente, portafrecce.

Un sinonimo è turcasso (dal tardolatino turcasia), che non ha nulla a che fare con i turchi, ma deriverebbe dal sanscrito tarku (“fuso” per filare la lana).

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Istrione

Un attore di teatro, spesso in senso spregiativo (“attore di scarso valore di mediocri capacità che recita con enfasi eccessiva per suscitare facili emozioni” – De Mauro online).

È una delle pochissime parole che deriva dall’etrusco (hister, forse con riferimento a una provenienza dall’Istria dei primi saltimbanchi) per il tramite del latino. Pare che poiché il popolo romano non comprendeva l’etrusco, gli istrioni fossero costretti a mimare esageratamente l’azione teatrale per farsi comprendere (a me non pare credibile, però).

L’istrione era anche una canzone di Charles Aznavour (che a me non è mai piaciuta). Sul lato B c’era Com’è triste Venezia (appena un po’ meglio).

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Persona

Parola dai molti significati, di cui il primo e più comune è: “essere umano senza distinzione di sesso, età e condizione” (De Mauro online).

Secondo l’etimologia più accreditata, deriva dal greco πρόσωπον, la maschera dell’attore, termine entrato in Italia tramite l’etrusco phersu.

A me piace molto di più la storiella che racconta Aula Gellio ne Le notti attiche:

“Personae” vocabulum quam lepide interpretatus sit quamque esse vocis eius originem dixerit Gavius Bassus.
Lepide mi hercules et scite Gavius Bassus in libris, quos de origine vocabulorum composuit, unde appellata “persona” sit, interpretatur; a personando enim id vocabulum factum esse coniectat. Nam “caput” inquit “et os coperimento personae tectum undique unaque tantum vocis emittendae via pervium, quoniam non vaga neque diffusa est, set in unum tantummodo exitum collectam coactamque vocem ciet, magis claros canorosque sonitus facit. Quoniam igitur indumentum illud oris clarescere et resonare vocem facit, ob eam causam “persona” dicta est “o” littera propter vocabuli formam productiore.”

Gustosa interpretazione della parola persona e origine di questo termine secondo Gavio Basso.
Gustosa davvero, e dotta, l’interpretazione della parola persona «maschera da teatro», data da Gavio Basso nei libri da lui composti Sull’origine dei nomi; egli congettura che la parola derivi dal verbo personare «risuonare». Dice: «Testa e volto, coperti da ogni lato dall’involucro della maschera e accessibili solo per l’unica via — non instabile né dispersiva — che consente l’emissione della voce, raccolgono e costringono la voce dirigendola verso un unico sbocco e così rendono il suono più squillante e armonioso. Quell’indumento del volto, dunque, fa diventare la voce chiara e risonante: perciò è detto persona, con allungamento della vocale o provocato dalla forma della parola».

Insomma, la parola cui attribuiamo tanti significati nella cultura occidentale, e cui leghiamo tutta una teoria del rispetto per l’individuo, fino alle frasi fatte (“che bella persona!”), rimanda alla finzione teatrale, e al far la voce grossa con un meccanismo acustico. Quello che per noi ormai è la quintessenza dell’autenticità è invece il frutto d’un artifizio.

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Vituperare

“Coprire di vituperi, di insulti: vituperare aspramente qualcuno; infamare, screditare gravemente; disprezzare” (De Mauro online).

Ma anche: attribuire a vizio, biasimare aspramente, infamare, svergognare, far disonore, recare infamia con le proprie azioni, rendere immondo o impuro, imbrattare toccando …

Due le etimologie proposte, entrambe dal latino: vitium paràre (preparare, stabilire, fare “vizio”, cioè difetto, magagna, imperfezione) o vitium pàrere (generare, produrre “vizio”).

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Débacle

“Sconfitta di vaste proporzioni, disfatta, batosta” (Sabatini-Coletti, Dizionario della lingua italiana).

La parola è mutuata dal francese, e il termine è originariamente riferito alla disastrosa alluvione conseguente a un improvviso disgelo. Etimologicamente, infatti, è equivalente al nostro sbloccare, e deriva dal latino, come composto del prefisso de- e da baculare (a sua volta derivato da baculum, “bastone, barra”). Baculum è anche alla radice di “bacillo” e di “imbecille“.

Inevitabile dedicare il post agli amici romanisti…

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Boogie-Woogie

Tecnicamente un ritmo di origine africana. Più in generale, negli Stati Uniti, un sinonimo di fare festa (let’s boogie = let’s party) o di muoversi (= let’s move). Secondo il De Mauro online: “stile pianistico diffusosi a Chicago agli inizi del Novecento, derivato dal blues ma su un ritmo molto più veloce | ballo eseguito su tale musica, particolarmente in voga nel secondo dopoguerra”.

Forse è più facile farvelo ascoltare che descriverlo. Oltre al ritmo, il boogie ha un “giro” armonico simile a quello del blues in 12 battute e, di conseguenza, del rock (tonica- sottodominante-tonica- sottodominante-tonica- dominante-sottodominante-tonica).

La parola è giunta all’inglese attraverso il Black English da qualche lingua dell’Africa occidentale: in Hausa, ad esempio, buga significa “danzare, suonare le percussioni”.

Il primo boogie-woogie con questo nome fu composto e registrato nel 1928 da Clarence “Pinetop” Smith e si chiama (prevedibilmente) Pinetop’s Boogie-Woogie.

Per noi italiani il boogie-woogie è il dopoguerra e In the Mood di Glen Miller.

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Bisestile

Sostanzialmente, un anno con un giorno in più; quindi, di 366 giorni invece di 365.

Il problema che l’anno bisestile cerca di risolvere è questo: il nostro “anno civile” (cioè, quello su cui basiamo il modo in cui contiamo i giorni sul calendario) è sostanzialmente un anno solare o tropico, cioè basato sull’intervallo di tempo che il sole, nel suo moto apparente intorno alla terra, impiega a tornare nello stesso punto dell’eclittica. Per semplificarci la vita, possiamo dire il tempo che intercorre tra equinozio ed equinozio. Anzi, spieghiamolo così: avrete notato, guardando da un posto fisso a casa vostra e prendendo un punto di riferimento, che il sole non tramonta sempre nella stessa posizione (ho scelto il tramonto per non costringervi a levatacce). Sicuro, il sole tramonta sempre a ovest, ma d’estate tramonta più a nord-ovest e d’inverno più a sud-ovest. Per l’esattezza, a partire dal solstizio d’inverno (che è il giorno in cui tramonta apparentemente più a sud-ovest – intorno al 21 dicembre e in cui il giorno è più breve e la notte più lunga) il punto del tramonto si sposta ogni giorno un po’ più a nord-ovest, dapprima lentamente (ogni giorno un entecchia) e poi sempre più veloce, fino a raggiungere il massimo della velocità di spostamento all’equinozio (contestualmente, le giornate si allungano, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente: di sicuro l’avete notato in questi giorni). Dopo l’equinozio (intorno al 21 marzo – è il giorno in cui notte e giorno durano entrambi 12 ore, e questo è il significato della parola equi-nozio, la notte dura come il giorno), il punto del tramonto continua a spostarsi a nord-ovest, ma sempre più lentamente, fino a raggiungere il massimo al solstizio d’estate (intorno al 21 giugno). Sempre più lentamente, tanto che il sole sembra fermarsi (quanto a punto del tramonto – il sole sembra “restare” sul posto del tramonto: sol-stizio, cioè stasi del sole). Dopodiché, il ciclo si ripete al contrario: il punto del tramonto ricomincia a spostarsi verso sud-ovest, dapprima lentamente, poi sempre più velocemente (fino all’equinozio autunnale – intorno al 21 settembre), e poi di nuovo rallentando fino al 21 dicembre. Allora: un ciclo intero, da solstizio a solstizio, è un anno tropico.

Un anno tropico medio dura 365,2422 giorni (cioè 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi). Ma il nostro calendario civile non può tenere conto delle frazioni di giorno. Occorre trovare un modo per tenere conto di quelle 5 ore e 48 minuti. Se non lo facessimo, accumuleremmo circa un giorno di ritardo ogni 4 anni, 25 giorni di ritardo ogni secolo (quasi un mese). Un casino per le stagioni!

Un momento, un giorno ogni 4 anni, hai detto? Allora è semplice, basta aggiungere un giorno ogni 4 anni,! Questa fu la soluzione proposta da Sosigene di Alessandria (non quella mandrogna di Baudolino e Umberto Eco, quella d’Egitto), che nel 46 BCE era stato incaricato da Giulio Cesare di riformare il calendario. In questo modo, introducendo un anno bisestile ogni 4, l’anno civile diventa in media lungo 365,25 giorni, con una differenza di 11’14” rispetto all’anno tropico.

I Romani aggiungevano il giorno in più dopo il 24 febbraio, che essi chiamavano sexto die ante Kalendas Martias (sesto giorno prima delle Calende di marzo); il giorno aggiuntivo si chiamava bis sexto die (sesto giorno ripetuto) da cui l’aggettivo “bisestile”.

Dato che in 1600 anni l’errore di 11 minuti era stato sufficiente a spostare le stagioni di una quindicina di giorni, e soprattutto il giorno della pasqua (la prima domenica dopo il plenilunio di primavera), la riforma gregoriana del calendario (1582) cambiò la regola stabilendo che non fossero bisestili gli anni secolari (cioè quelli che finiscono per -00), se non quelli divisibili per 400 (quindi il 1900 non è stato bisestile, ma il 2000 sì).

Fine del tour de force. Ma perché «anno bisesto, anno funesto»?

Ho una teoria. In realtà, un problema molto più complesso di quello visto finora è quello della conciliazione tra anno solare e anno lunare. L’anno lunare è la somma di dodici mesi lunari o sinodici, cioè l’intervallo di tempo tra due lune piene. Poiché il mese sinodico medio dura 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi, l’anno lunare è di 354 giorni, 9 ore e 48 minuti.

Gli antichi si accorsero presto della coincidenza: dopo 12 lune il ciclo delle stagioni (che dipende dall’anno solare) si ripete. C’è dunque un’armonia, pensarono, tra sole e luna. Ma, ahimè, l’armonia non è perfetta. Come fare? Diverse culture proposero diverse soluzioni, da quella di lasciar perdere l’anno solare e concentrasi su quello lunare (come fanno gli islamici), all’introduzione di correttivi (come nell’anno ebraico, in quello celtico e in quello cinese), alla nostra soluzione che conserva i 12 mesi ma li svincola dalle lunazioni. Una soluzione particolarmente interessante è quella di aggiungere alla fine dell’anno, al di fuori dei 12 mesi lunari, quegli 11 giorni che servono a completare l’anno solare.

Sono giorni speciali, perché sono al di fuori dell’armonia tra sole e luna, tra principio maschile e principio femminile. Sono i 12 giorni di natale, in cui possono nascere creature straordinarie, non necessariamente benigne.

Anche il 29 febbraio è un giorno speciale, al di fuori del ciclo ordinario. Frutto di un artificio, e dunque contro natura. Per estensione o per contagio, è speciale tutto l’anno: «anno bisesto, anno funesto».

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Etica

Nell’accezione più comune, il “complesso delle norme morali e di comportamento proprie di un individuo, di un gruppo o di un’epoca: etica quattrocentesca, etica cattolica“. In senso più tecnico, la “parte della filosofia che studia la condotta morale dell’uomo e i criteri per valutarla: etica edonistica, etica kantiana” (De Mauro online).

Particolarmente interessante l’etimologia. La parola viene direttamente dal greco ἦθος (abitudine, uso, consuetudine, condotta, morale, costume, carattere, indole), che a sua volta viene dal sanscrito sva-dhà (con lo stesso significato). Qui viene il bello, perché sva-dhà è una parola composta: dhà vuol dire “porre” (è la radice di tema), mentre sva (in cui la s- iniziale a volte cade) significa “sé/suo” (latino eius, inglese self). Quindi è etico qualcosa che è posto come proprio, profondamente radicato in noi, per consuetudine o convinzione.

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