The Strategy of Conflict – Fuck Your Buddy

Schelling, Thomas C. (1980). The Strategy of Conflict. Cambridge, MA: Harvard University. 2006.

Abbiamo già parlato di Schelling, della sua importanza e delle polemiche che scatenò l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia del 2005.

Questo è il libro incriminato, e penso di essere in grado di darvi un’opinione di prima mano.

È un libro molto importante e innovativo, ridefinisce e amplia i termini della teoria dei giochi, introduce il concetto e gli elementi essenziali di una teoria della strategia. Come è sempre il caso di Schelling, è l’argomentazione a fare premio sulla formalizzazione matematica: senza essere un divulgatore, schelling è molto abile a passare dagli esempi semplici, che gli servono a presentare le situazioni stilizzate da cui partire, all’introduzione di casi via via più complessi e più vicini alla realtà. Alcuni esempi sono affascinanti in sé, come la riflessione su come sia possibile per due coniugi incontrarsi se si perdono in un grande magazzino, o dei paracadutisti lanciati su un isola di cui hanno soltanto una mappa.

Anche alcuni risultati teorici sono affascinati e applicabili a contesti quotidiani. Ad esempio, quello che vincolarsi a un esito non è una debolezza, ma un punto di forza in un negoziato:

The essence of these tactics is some voluntary but irreversible sacrifice of freedom of choice. They rest on the paradox that the power to constrain an adversary may depend on the power of binding oneself; that, in bargaining, weakness is often strength, freedom may be freedom to capitulate, and to burn bridges behind one may suffice to undo an opponent (p. 22).

O ancora, quando analizza i rischi inerenti nell’assunzione di decisioni in situazioni di emergenza:

The thought that generaI war might be initiated inadvertently – through some kind of accident, false alarm, or mechanical failure; through somebody’s panic, madness, or mischief; through a misapprehension of enemy intentions or a correct apprehension of the enemy’s misapprehension of ours – is not an attractive one. As a generaI rule one wants to keep such a likelihood to a minimum; and on the particular occasions when tension rises and strategie forces are put on extraordinary alert, when the incentive to react quickly is enhanced by the thought that the other side may strike first, it seems particularly important to safeguard against impetuous decision, errors of judgment, and suspicious or ambiguous modes of behavior. It seems likely that, for both human and mechanieal reasons, the probability of inadvertent war rises with a crisis.

But is not this mechanism itself a kind of deterrent threat? Suppose the Russians observe that whenever they undertake aggressive action tension rises and this country gets into a sensitive condition of readiness for quiek action. Suppose they believe what they have so frequently claimed – that an enhanced status for our retaliatory forces and for theirs may increase tbe danger of an accident or a false alarm, theirs or ours, or of some triggering in­cident, resulting in war. May they not perceive that the risk of all-out war, then, depends on their own behavior, rising when they aggress and intimidate, falling when they relax their pressure against other countries?

Notice that what rises – as far as this particular mechanism is concerned – is not the risk that the United States will decide on all-out war, but the risk that war will occur whether intended or not. Even if the Russians did not expect deliberate retaliation for the particular misbehavior they had in mind, they could still be uneasy about the possibility that their action might precipitate general war or initiate some dynamic process that could end only in massive war or massive Soviet withdrawaI. They might not be confident that we and they could altogether foretell the consequences of our actions in an emergency, and keep the situa­tion altogether under controI.

Here is a threat – if a mechanism like this exists – that we may act massively, not that we certainly will. It could be most credible. Its credibility stems from the fact that the possibility of precipitating major war in response to Soviet aggression is not limited to the possibility of our coolly deciding to attack; it there­fore extends beyond the areas and the events for which a more deliberate threat is in force. It does not depend on our preferring to launch alI-out war, or on our being committed to, in the event the Russians confront us with the fait accompli of a moderately aggressive move. The final decision is left to “chance.” It is up to the Russians to estimate how successfulIy they and we can avoid precipitating war under the circumstances (pp. 188-189).

Ecco, nella lunga citazione che precede – oltre alla briciola di saggezza troppo spesso dimenticata che l’emergenza è una cattiva consigliera (e invece quanto spesso, nelle situazioni di lavoro, l’emergenza viene creata artificialmente a fini motivazionali, dimenticando che però in quelle situazioni si prendono più spesso decisioni sbagliate) – c’è l’essenza del procedimento di Schelling e, immagino, quello che ha più irritato certi pacifisti. Schelling non ha paura di guardare nell’abisso. Lo affronta razionalmente, senza tabù e senza infingimenti. E se le conclusioni sono “scomode” da un punto di vista ideologico o preconcetto, Schelling è disposto a scartare il punto di vista piuttosto che il risultato dell’analisi razionale.

Una perdita d’innocenza? Così sembra sostenere questo bel documentario della BBC. Forse. Ma questo è il mondo in cui viviamo. Ed è meglio sapere quali rischi corriamo.

Armatevi di pazienza e guardatelo: vale la pena.

La casa dei nostri sogni

La casa dei nostri sogni (Mr. Blandings Builds His Dream House), 1948, di H. C. Potter, con Cary Grant e Myrna Loy.

Probabilmente Cary Grant riuscirebbe a dare vita anche all’elenco telefonico, come si suol dire. Ma certo questa è una commediola esile esile, che mostra tutti i suoi anni e anche la sua distanza dalle nostre ossessioni italiane in tema di casa. Sospetto che un Vanzina o un Neri Parenti ci avrebbero strappato qualche risata in più.

Comunque il cast è d’eccezione, perché oltre a Cary Grant (sempre vestito impeccabilmente, anche in vestaglia o quando sfinito si mette la cravatta a mo’ di maschera) ci sono Myrna Loy (perfetta nel ruolo della mogliettina snob, un po’ gattina, opportunisticamente insincera e forse fedifraga) e un bravissimo Melvyn Douglas. Grandi tutti i caratteristi.

Qui la lunga scena dell’ingresso nella casa nuova, che mi sembra rappresentativa di quanto ho scritto sui 3 attori principali e sui caratteristi. All’inizio la celebre sequenza della scelta dei colori.

La ragazza di Vajont

Avoledo, Tullio (2008). La ragazza di Vajont. Torino: Einaudi. 2008.

Di Avoledo abbiamo già scritto (parlando di Breve storia di lunghi tradimenti e di Tre sono le cose misteriose) che ha un’enorme capacità di catturarti fin dalle prime righe e una scrittura scorrevole e piacevolissima. Ma abbiamo anche scritto che tende a scrivere sempre la stessa storia (un complotto ai limiti della fantascienza o della fantastoria, di cui il protagonista è largamente ignaro; la confusione mentale del protagonista, che percorre un suo personale viaggio agli inferi, spesso condito di alcool; i bambini e il loro sguardo infantile ed esatto; un rapporto difficile con la compagna e una storia d’amore che ti fa deragliare dai binari del quotidiano) e che spesso alla fine ti delude un po’. Hai divorato il libro, senza riuscire ad abbandonarlo, e alla fine ti chiedi: e allora?

Tre sono le cose misteriose era in parte un’eccezione, per il tema e per il tono della scrittura.

Con La ragazza di Vajont, a mio giudizio, Avoledo ha trovato una sintesi felice e scritto un capolavoro. La scrittura è quella dell’Avoledo migliore. Il protagonista è confuso, come sempre, ma stavolta ne ha ben donde, tra infarti lavaggi del cervello e un passato difficile tanto da dimenticare quanto da ricordare. Il tema – che gioca sulle corde dell’ucronia (con ben altro afflato di Brizzi!) e dell’ergodicità – è di un’attualità spaventosa: fascismo e nazismo sono già qui, tra noi, con il consenso (pare) della maggioranza degli elettori di questo sfigato paese e nessuno si sveglia (anzi, abbiamo trovato un clima nuovo di dialogo, wow).

Non mi soffermo, per ora, sul tema politico ed etico del romanzo. Vi suggerisco soltanto di leggerlo, e in fretta.

Aggiungo che è molto bella, e triste, e matura, la lancinante storia d’amore tra il protagonista e la ragazza del titolo, di cui ignoriamo il nome: del primo, ci si suggerisce tra le righe che sia Giulio, l’alter ego dell’autore, o l’autore stesso; della seconda, l’io narrante ci dice che ha un nome per lui, ma non deve averlo per noi…

A me (ma Avoledo non sarà d’accordo, le sue colonne sonore sono in parte diverse dalle mie) la lettura del romanzo ha fatto tornare alla mente una canzone di Sting, If You Love Somebody Set Them Free (questa è una versione dal vivo, direi al concertone di Wembley per Nelson Mandela l’11 giugno 1988).

Free free set them free (8x)

If you need somebody, call my name
If you want someone, you can do the same
If you want to keep something precious
You got to lock it up and throw away the key
If you want to hold onto your possession
Don’t even think about me

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone – set them free
Free free set them free, set them free (4x)

If it’s a mirror you want, just look into my eyes
Or a whipping boy, someone to despise
Or a prisoner in the dark
Tied up in chains you just can’t see
Or a beast in a gilded cage
That’s all some people ever want to be

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone – set them free
Free free set them free, set them free (4x)

You can’t control an independent heart
You can’t tear the one you love apart
Forever conditioned to believe that we can’t live
We can’t live here and be happy with less
So many riches, so many souls
Everything we see that we want to possess

If you need somebody, call my name
If you want someone, you can do
You can do the same
If you want to keep something precious
You got to lock it up and throw away the key
If you want to hold onto your possession
Don’t even think about me

If you love somebody If you love someone
If you love somebody If you love someone
Someone – set them free
Free free set them free, set them free (4x)

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The Road

McCarthy, Cormac (2006). The Road. London: Picador. 2007.

Scritto stupendamente. Mc Carthy è un maestro della lingua e del ritmo. Senza dubbio.

Ma tutti gli altri dubbi che avevo avuto leggendo No Country for Old Men trovano per me conferma. McCarthy racconta un’America post-apocalittica (l’inverno nucleare? la morte termodinamica dopo il riscaldamento globale?). Non cerca la verosimiglianza (e che diamine, mica scriviamo romanzi di fantascienza noi!), cerca l’assoluto del rapporto padre/figlio, l’assoluto del bene contro il male, anche (metafora insistita fino a essere banalizzata) la luce contro le tenebre. Un libro che sa di Bibbia (di Apocalisse in senso stretto) e di fondamentalismo, come già l’altro che ho letto.

Non può che venire alla mente Il vecchio e il bambino, che pure è in assoluto il brano di Radici (il capolavoro di Guccini) che mi piace meno.

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Twilight

Meyer, Stephanie (2005). Twilight. London: Atom. 2007.

Twilight

wikipedia.org

Un fenomeno editoriale. Il libro, uscito nel 2005, è tuttora all’8° posto nella classifica generale di Amazon (USA) e al 40° posto in quella britannica. Io mi ci sono imbattuto per questo: quando ho letto Firmin, spacciato per bestseller negli Stati Uniti per creare un bestseller italiano (e l’operazione è riuscita, potenza del marketing), sono andato a guardare la classifica di Amazon e mi sono imbattuto in questo romanzo (il primo di una saga). Benché la copertina me ne avesse tenuto lontano quando lo avevo visto in libreria, la curiosità ha prevalso, anche perché è una storia di vampiri e a me i vampiri, come mito, interessano (vedi il post su Miriam si sveglia a mezzanotte).

Twilight non è soltanto brutto, è fastidioso. Intanto, è un libro di genere in senso deteriore, destinato ai teenager, anzi alle teenager. Alle teenager americane, per di più, e quindi è pieno del chiacchiericcio scioccherello che abbiamo visto in decine di film: l’ultima arrivata a scuola, tutti curiosi, alcuni la corteggiano e altri la schizzano, i balli. Glurb.

Scritto per di più malissimo (aridatece la Rowling).

Mi viene la nausea anche solo a provare a parlarne. Vi basti il mio consiglio: non compratelo e non compratelo alle vostre figlie.

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Il miglior amico dell’orso

Paasilinna, Arto (1995). Il miglior amico dell’orso (Rovasti Huuskosen petomainen miespalvelija). Milano: Iperborea. 2008.

Salutato con entusiasmo dalla critica (la recensione più riuscita mi è sembrata quella di Sebastiano Triulzi su Alias), a me è sembrato un romanzo un po’ esile. Nel senso che gli ingredienti non sono originali: un girovagare picaresco di un Don Chisciotte e di un Sancho Panza (che qui, però, sono un pastore protestante in crisi e un giovane orso), come occasione per ripensare all’assurdità della vita e delle sue convenzioni.

Lo humour finnico è un piacevole miscuglio di un understatement surreale e ironico e di un approccio alle funzioni corporee (sesso incluso) grasso e materialistico. Non aspettatevi un capolavoro, ma si legge con piacere.

Stella del mattino

Wu Ming 4 (2008). Stella del mattino. Torino: Einaudi. 2008.

Romanzo ambizioso, non c’è che dire. A Oxford, alla fine della Prima guerra mondiale le strade di 4 reduci d’ecczione si incrociano, insieme a quelle di alcuni personaggi minori. Sono Robert Graves, T.E Lawrence, C.S Lewis e J.R.R. Tolkien. Tutti a me cari, in un modo o nell’altro, ma sopra tutti Robert Graves.

Tutti portano dentro di sé, ancora aperte, le ferite della guerra, che ha portato via gli amici e le prospettive di una vita tranquilla da borghese dell’impero, fatta di professioni liberali, insegnamento, arte, conversazioni paludate. Tutti, soprattutto, profondamente toccati, amputati di una parte di sé oltre che delle proprie certezze, spostati fuori centro e alla ricerca di un nuovo equilibrio o di una nuova strada. Che tutti, in un modo o nell’altro, troveranno lasciandosi alle spalle il destino che sembrava preparato per loro e seguendo una strada lontana, a volte geograficamente (Graves dice Goodbye to All That e sceglie di andare in esilio a Maiorca), più spesso in un mondo parallelo (come la Narnia di Lewis o la Terra di mezzo di Tolkien). Chi si è trovato a dover compiere una scelta come questa, sa che è dura. E se ci si è trovato per una tragedia privata e individuale, sa che è ancora più dura, perché la dimensione collettiva (come quella della guerra) almeno, paradossalmente, ti fa sentire meno solo. Ma questa è tutta un’altra storia.

Poi c’è Lawrence l’enigma. L’eroe che gli altri non hanno saputo o voluto essere. Tutti ne subiscono il fascino ma intuiscono, più o meno oscuramente, che devono sapere vedere le ambiguità dell’eroe, le sue crepe, il suo lato oscuro, se vogliono fare i conti con se stessi.

Il romanzo è lento a partire. Troppi personaggi, viene da dirsi, troppa cura nell’ambientazione. Troppi aggettivi e (forse) troppe note di colore incollate ai luoghi comuni. E va da sé che scrivere – romanzare – personaggi storici è molto più difficile che creare personaggi di fantasia, non foss’altro che perché occorre fare i conti con l’immagine stereotipa che preesiste nella mente del lettore. Ma quando finalmente il romanzo decolla, vola alto, e le ultime 100 pagine sono bellissime.

Qualche omaggio.

Robert Graves

The Naked and the Nude

For me, the naked and the nude
(By lexicographers construed
As synonyms that should express
The same deficiency of dress
Or shelter) stand as wide apart
As love from lies, or truth from art.

Lovers without reproach will gaze
On bodies naked and ablaze;
The Hippocratic eye will see
In nakedness, anatomy;
And naked shines the Goddess when
She mounts her lion among men.

The nude are bold, the nude are sly
To hold each treasonable eye.
While draping by a showman’s trick
Their dishabille in rhetoric,
They grin a mock-religious grin
Of scorn at those of naked skin.

The naked, therefore, who compete
Against the nude may know defeat;
Yet when they both together tread
The briary pastures of the dead,
By Gorgons with long whips pursued,
How naked go the sometime nude!

Manticor in Arabia

(The manticors of the montaines
Mighte feed them on thy braines.–Skelton.)

Thick and scented daisies spread
Where with surface dull like lead
Arabian pools of slime invite
Manticors down from neighbouring height
To dip heads, to cool fiery blood
In oozy depths of sucking mud.
Sing then of ringstraked manticor,
Man-visaged tiger who of yore
Held whole Arabian waste in fee
With raging pride from sea to sea,
That every lesser tribe would fly
Those armed feet, that hooded eye;
Till preying on himself at last
Manticor dwindled, sank, was passed
By gryphon flocks he did disdain.
Ay, wyverns and rude dragons reign
In ancient keep of manticor
Agreed old foe can rise no more.
Only here from lakes of slime
Drinks manticor and bides due time:
Six times Fowl Phoenix in yon tree
Must mount his pyre and burn and be
Renewed again, till in such hour
As seventh Phoenix flames to power
And lifts young feathers, overnice
From scented pool of steamy spice
Shall manticor his sway restore
And rule Arabian plains once more.

T. E. Lawrence:

C. S. Lewis:

J.R.R. Tolkien:

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Firmin

Savage, Sam (2006). Firmin. Adventures of a Metropolitan Lowlife. Minneapolis: Coffee House Press. 2006.

Raggiunto un certo successo oltreoceano, da noi è stato salutato come un capolavoro (è stato la grande scoperta della recente Fiera del libro di Torino, come ci racconta La Stampa). Non lo è.

L’idea generatrice è certamente avvincente: un ratto antropomorfo ma non troppo, che non è carino come Topolino e meno che mai ne condivide il perbenismo americano; piuttosto un ratto dickensiano, un po’ hobo e un po’ maudit. Gran divoratore di libri (sia in senso letterale, sia nell’accezione metaforica), ma anche pornofilo accanito, perdigiorno, spia, perverso polimorfo (da un punto di vista rattesco, naturalmente) e persino potenzialmente incestuoso. Fin qui, tutto bene: spostati di tutto il mondo unitevi. Tutti noi bibliofili, o meglio divoratori onnivori di libri, siamo un po’ perversi e per soprammisura antisociali nel senso gucciniano del termine (qui la rara versione dell’Equipe 84).

Dove il libro mostra la corda (a parte la lingua sempre un po’ sciatta) è quando si passa dall’autobiografia del ratto al quadro sociologico della neighborhood di Scollay Square destinata alla distruzione: qui l’autore imbocca una strada nostalgica e mielosa (la vena dal duls, diceva il mio maestro Martinoli) e passa dal sano e cinico realismo a una nostalgia che sa di zucchero filato. E, dopo aver dimostrato di saper iniziare un libro con un incipit memorabile, finisce nel modo più scontato possibile.

Peccato. D’altra parte l’autore, giunto tardivamente al suo primo romanzo, pubblicato presso una piccola casa editrice, non aveva probabilmente grandi ambizioni. La sensazione è che il lancio in grande stile sia opera di Einaudi-Stile libero, alla ricerca di un caso letterario da imporci a suon di marketing (negli Stati Uniti il libro è al di sotto del 160.000° posto nella classifica dei best-seller di Amazon).

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L’inattesa piega degli eventi

Brizzi, Enrico (2008). L’inattesa piega degli eventi. Milano: Baldini Castoldi Dalai.

Di Brizzi avevo letto l’opera d’esordio, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Giovanilistico, carino, nulla di più.

Questo l’ho comprato perché il risvolto di copertina e l’incipit facevano immaginare un racconto di contro-storia, come Contro-passato prossimo di Guido Morselli, o Fatherland di Harris, o La svastica sul sole di Philip K. Dick. Cito dalla presentazione editoriale:

L’Italia fascista ha rotto in tempo l’alleanza con Hitler e anzi ne ha contrastato le mire, guadagnandosi nel 1945 un posto al tavolo dei vincitori. Dal conflitto, destinato a entrare nella memoria degli italiani come la Nostra guerra, il Duce esce trionfatore; anche Casa Savoia è eliminata dalla scena politica, e la nuova costituzione «laica e littoria» priva la Chiesa del suo ruolo sociale.
Per il Paese, ora rinominato Repubblica d’Italia, sono stagioni di relativo prestigio internazionale e prosperità economica, ma la vita quotidiana ristagna, avvelenata da decenni di autoritarismo: gli oppositori veri o presunti subiscono la deportazione nelle ex colonie africane, ora dotate di una formale autonomia e promosse al rango di «Repubbliche associate».
Nel 1960, quindici anni dopo l’armistizio, Benito Mussolini è un uomo di settantasette anni ormai prossimo alla fine, e i gerarchi si preparano a dare battaglia per la successione…

In realtà quest’idea che mi pareva stimolantissima non è sviluppata. Mi dico spesso, in questi giorni, che se gli italiani avessero avuto più tempo per fare i conti con il fascismo, e se non circolasse la favoletta che l’unico errore del più grande statista del Novecento, come dice l’attuale presidente della Camera dei deputati, è stato il Patto d’acciaio con Hitler, forse adesso non saremmo governati da una maggioranza schiacciante di fascisti e populisti di destra, autoritari, autarchici, ottusamente benpensanti e chiusi a ogni innovazione. Forse gli anticorpi, di cui parlava Montanelli, avrebbero funzionato. Chissà, magari la nostra società è immunodepressa…

Il romanzo di Brizzi non sviluppa questo tema. Parla d’altro. Di molte altre cose, e non scrive nemmeno in modo memorabile. E alla fine ti chiedi: di che parlava? perché l’ho letto?

12 maggio – Gabriel Fauré

Nato questo giorno nel 1845, a Pamiers, Ariège.

La sua opera più famosa è il Requiem in re minore, opera 48, che era anche la colonna sonora di un bellissimo film di Paul Vecchiali (Corpo a cuore: riporto sotto la recensione di Giovanni Grazzini, comparsa sul Corriere della sera all’epoca).

Ma guardando su Imdb, scopro che è stato utilizzato in molte colonne sonore, da Broken flowers a La sottile linea rossa.

Nonostante il tema funereo, è una musica sensualissima, ai limiti del disfacimento…

Né “corpo a corpo” né “cuore a cuore”, ma “corpo a cuore”. Fin dal titolo il film si annuncia una contaminazione: verbale, ma anche di affetti e linguaggi. Dunque un gioco espressivo, che – diciamolo subito – sta in rischioso equilibrio sulla corda dello spettacolo, popolare e coltissimo, grazie al talento d’un regista d’origine corsa, Paul Vecchiali, fatto conoscere dalla Biennale cinema del ’74 ai cinéphiles e che nello scorso settembre, ancora a Venezia, ci dette il deludente C’est la vie. Corpo a cuore è ora, per la grande platea, la prima occasione d’incontro con Vecchiali. Il nostro consiglio è di non mancare all’appuntamento. Il film è infatti molto diverso dalla produzione corrente: non lo diremmo stupendo, come taluno vorrebbe, ma attraente e talvolta ammirevole. Spesso bizzarro, sempre gradevole all’occhio. E a suo modo molto romantico, se è questo che il pubblico vuole, perché tutto d’amore e di morte. E tutto passione, con musica bella e dolci paesaggi.
C’è, al centro, Pierrot, un trentenne che fa il meccanico in un’officina della periferia parigina. Gran rubacuori, ma anche appassionatissimo di musica classica, s’invaghisce d’una sconosciuta sui cinquanta vista al concerto. Com’è sua abitudine, la vuole subito, la vuole tutta. La donna, rivelatasi la proprietaria d’una farmacia, gli dice subito di no: non precisa nemmeno se si chiama Jeanne o Michèle. E Pierrot si dispera: piange come un bambino, scazzotta un amico che lo sfotte, lascia il lavoro, poi si piazza notte e giorno davanti alla farmacia, s’inginocchia e supplica quell’anima di ghiaccio fra la curiosità dei passanti. È un assedio in piena regola, che sembra dar frutto quando la donna gli dichiara di essere affetta da un male incurabile e di aver deciso di trascorrere con lui i tre mesi di vita che le restano. Fuga dei due in Provenza, e trionfo d’amore fra i campi. Richiamato Pierrot a Parigi per una festa d’amici, l’incanto si rompe. A lui che si offre di sposarla, Jeanne-Michèle dichiara d’averlo ingannato. Di non essere affatto condannata, ma di aver voluto provare cos’è un grande amore, e d’esserne sazia. Pierrot stupisce, ferito nell’orgoglio, e torna a disperarsi quando la donna gli rivela d’essersi avvelenata, e lo scongiura d’aiutarla, e gli muore tra le braccia. Né noi né Pierrot sapremo mai il perché di quel gesto, ma serberemo di lei un’immagine sorridente, come fosse ancor viva, mescolata alla folla. Giacché nessuno muore, finché il cuore ne serba memoria…
L’originalità del film è, si è detto, nella sua natura di cocktail. Nel rifarsi ai modelli del realismo francese degli anni Trenta (dichiarati nella dedica al regista Jean Gremillon) ma nel calarli in una struttura duttilmente più moderna, nel mischiare echi farseschi a tocchi lirici, notazioni sociologiche a timbri da bozzetto populista e a scorci erotici. E nell’esprimere così quell’intreccio fra ragioni dell’anima e ragioni della carne che tocca il suo vertice misterioso nella follia della passione, cui conviene un unico commento, quello della musica. Dedicato anche al compositore Gabriel Faure, il film trova appunto nel suo “requiem Opus 48” e nella sua pavana il filo che lega situazioni e figure a un universo d’irrealtà, proprio del melodramma cui Vecchiali ambisce. I risultati sono più convincenti nella prima metà, perché poi la matassa s’ingarbuglia e il racconto un po’ sbanda, ma il film serba quasi ovunque un fervore visivo inconsueto. Per dire i segreti del cuore umano, e lasciarli indecifrati, Vecchiali costruisce una trama fittissima di personaggi, moltiplica le prospettive, passa dal tragico al comico. con una scioltezza rara. Il segreto di Corpo a cuore sta nel connubio fra l’irragionevolezza della sua materia e l’indisciplina della sua forma. Siamo, ripetiamo, sul filo del rasoio, in una tastiera di finzioni e rifrazioni, sui più vari registri, che un cinema vivacissimo e corposo rende molto piacevole.
I protagonisti hanno trovato nel vanitoso Nicolas Silberg (esordiente nel cinema dopo aver fatto teatro e Tv) e soprattutto in Hélène Surgère due attori di ottima scuola, ma non è trascurabile nemmeno l’apporto dei molti altri, fra cui Madeleine Robinson che fa la madre di Pierrot, ai quali sono spesso affidati compiti da comprimari, sia come abitanti del vicolo dove parte dell’azione è ambientata sia come dati di riscontro d’una condizione umanissima, dunque percorsa di presagi funesti e di vene grottesche. [Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 10 ottobre 1980]

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