Il gioco del mondo

Cortázar, Julio (1963). Il gioco del mondo (Rayuela). Torino: Einaudi. 2005.

Davanti a un capolavoro, non ci si dovrebbe sentire in obbligo di scrivere una recensione. Dovrebbe essere sufficiente scrivere: un capolavoro del romanzo contemporaneo. Anzi, un capolavoro del romanzo di tutti i tempi. Uno di quei libri rispetto ai quali c’è un prima e un dopo, come per l’Ulysses di Joyce, o la Recherche di Proust, o L’uomo senza qualità di Musil.

Il problema è che, per quel poco che so, Il gioco del mondo è stato un romanzo largamente frainteso. La maggior parte dei commentatori ne ha colto lo sperimentalismo, il suo essere un romanzo ipertestuale ante litteram (l’autore ne suggerisce, accanto alla lettura sequenziale, che si limita ai primi 56 capitoli, una lettura guidata dai rinvii numerici alla fine dei ogni capitolo, che integrano nella lettura altri 99 capitoli “sovrannumerari” e che, per di più, porta a saltare il capitolo 55 – che ha un suo “doppio” nei capitoli sovrannumerari – e poi conduce a un loop infinito degli ultimi due capitoli).

In realtà, Rayuela è molti romanzi in uno solo.

Partiamo dalle parentele che ci ho trovato io. Henry Miller, per prima cosa (prima nel senso epidermico del termine, come se sbucciassimo una cipolla), per il clima degli expats a Parigi e anche per l’erotizzazione della città – anche se la Maga è un personaggio molto più profondo e complesso delle donne di Miller (Cortázar, sospetto, ha un rapporto con le donne molto più profondo e complesso e maturo e simpatetico di quanto Miller possa sognarsi di avere). Robert Musil (che prima non ho citato a caso) per la capacità di scrivere insieme un romanzo e un mondo enciclopedico, senza penalizzare né l’uno né l’altro dei due versanti, e senza mai essere né pedante né didascalico nelle digressioni filosofiche e di estetica. Il Joyce del Portrait of the Artist as a Young Man per l’uso del monologo interiore e, ancora di più, per essere anche Rayuela un Künstlerroman.

Il gioco del mondo è soprattutto un gioco di specchi e di doppi: di qua e di là dell’oceano, Oliveira e Traveler, la Maga e Talita. Un gioco di ponti precariamente gettati. Un mondo di gioco e di giochi. Il circo e la follia. Il dolore irrisolto. L’abiezione.

Non so chi ha scritto la quarta di copertina della mia edizione Einaudi, ma è stato un genio con il dono della sintesi:

Un capolavoro del Novecento che ha cambiato la storia del romanzo e la vita di molte persone che lo hanno letto.

Concordo in pieno. Non è un’esagerazione, nemmeno nell’affermazione che cambia la vita del lettore che vi si abbandoni, come ho fatto io. Leggetelo.

Su Wikipedia (inglese) c’è una bella voce (Hopscotch, il nome inglese del gioco).

Su YouTube c’è una bella intervista di Cortázar rilasciata alla televisione spagnola nel 1977.

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Una storia romantica (2)

Dimenticavo. Un’osservazione che ho trovato di straordinaria profondità:

C’è però una tipologia di mistificazioni che, forse, merita una parola in più. Come avvertivo in principio, in qualche raro caso ho messo in bocca ai miei personaggi d’invenzione frasi pronunciate da personaggi storici. parole, dunque, che non si originano nel territorio della finzione ma che, passando attraverso il cosiddetto immaginario collettivo, sono poi entrate a farne parte. Sono, perlopiù, parole malvagie (Saint-Just, Stalin, Stanislav Galic, Bin Laden, George Habash ecc.), nel senso che il male non vi è solo detto ma, attraverso di esse, è fatto. Queste concatenazioni di parole inclinano spesso a ritornare. Le frasi malvagie si ripresentano, di epoca in epoca, identiche a loro stesse. Non accadono, non divengono, si ripetono. Conn andatura ossessiva, con flemma persecutoria.

Nei nostri momenti di sconforto, siamo portati a vedere in queste ricorrenti malvagità una delle poche prove di una altrimenti dubbia essenza comune al genere umano. Il male, più che il bene, tende ad apparirci universale. A volte, affascinati da esso, cadiamo nella tentazione di credere che questa eco millenaria d’odio e violenza porti alla superficie un substrato mitico della storia, un archetipo eterno, fatidico, destinale. In quei momenti, pieghiamo verso l’abbandono. Quando invece troviamo la forza di prenderci cura di noi stessi, scorgiamo in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi. Ripercorre questi luoghi comuni del male significa chiedere all’uomo – come fa lo psicanalista con il paziente – di giungere a pronunciare la sua frase senza senso. E sperare, una volta sputatala fuori, di poter attraversare il fantasma. Oppure, se si preferisce, significa sgranare quell’antica preghiera che recita “Libera nos, Domine, a malo”. (pp. 563-564)
Ecco: “in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi”.
Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine…

Una storia romantica

Scurati, Antonio (2007). Una storia romantica. Milano: Bompiani. 2007.

Una storia romantica

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Chi mi segue sa che molte opinioni, e un giudizio severo, mi separano dal post-modernismo filosofico. Fashionable nonsense. Sciocchezze alla moda.

Chi mi segue sa anche che ho già letto un romanzo di Scurati, Il rumore sordo della battaglia, e che non mi era piaciuto molto.

Questa è tutt’altra cosa. Una storia romantica è un bellissimo romanzo post-moderno. Un gioco esilarante di citazioni. Una gioia degli occhi e della mente. Un tour de force post-moderno e, ancora di più, pop. Nell’accezione più alta e godibile del termine. Un piacere della lettura, per il lettore colto e frequentatore di molti libri. Una scorpacciata pensata per il lettore onnivoro.

Ma non è l’unico possibile livello di lettura. Chi è stato capace di capire, dopo che ce l’avevano fatto odiare a scuola (vero, barbarico re?), che I promessi sposi sono uno spiscio si divertirà.

E chi ha a cuore le sorti di questo povero paese troverà pane per i suoi denti. Perché è impossibile non cogliere il parallelismo (che Scurati fin troppo consapevolmente instilla nelle sue pagine) tra la disullusione provata dai protagonisti delle 5 giornate del 1848 nel 1885 e qyella, parallela, tra quelli del nostro 1968 nel nostro 2008. Io, troppo giovane per avere vissuto il 1968 da protagonista, sono quello che sono anche per la mia Bildung nella Milano del periodo 1969-1976. E non so, in questa Italia xenofoba, piccola piccola, destinata all’ennesimo mezzo declino (per un declino intero bisogna essere al vertice, come la Spagna di Filippo II), se ho tradito io gli ideali o se loro (e i “cattivi maestri”) hanno tradito me. Ma quali cattivi maestri? Mio padre era un cattivo maestro? Lorenzo Milani? David Maria Turoldo? Roncari? Ferronato? Renato Treves? Norberto Bobbio? Karl Marx?

Questo paese senza opposizione in parlamento. Questo paese in cui Roma città aperta sta per essere governata da un ex picchiatore fascista (ex picchiatore, si immagina, non ex fascista) con la benedizione dell’ex segretario della CISL.

Un’ultima cosa. L’icona del libro non è Il bacio, sulla copertina, ma La meditazione. Eccola. Sempre FrancescoHayez. Questa è Aspasia.

La meditazione

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Il passaggio della linea

Il passaggio della linea, 2007, di Pietro Marcello.

Un documentario (in edicola con Internazionale) molto diverso da quello che mi aspettavo.

Mi aspettavo – tratto in inganno dalla presentazione – un documentario sulla realtà dei pendolari “settimanali”, di quelle persone cioè che ogni settimana si spostano a lavorare al Centro-Nord e tornano, il sabato e la domenica, alle famiglie che continuano a risiedere nel Mezzogiorno, soprattutto da Napoli in giù. Una vita allucinante, se ci pensate, fatta di migliaia di km alla settimana, e che prelude al trasferimento di residenza soltanto se il lavoro (stagionale, a tempo determinato o comunque precario) trova una forma di stabilizzazione. E allora si emigra per davvero: un fenomeno più contenuto che negli anni Cinquanta e Sessanta, ma che comunque coinvolge centinaia di migliaia di persone ogni anno.

Nonostante questa realtà sia diffusa, è anche nascosta. Il costo dei biglietti ferroviari e la necessità di non perdere né giornate di lavoro né il tempo con la famiglia fa sì che queste persone non viaggino di giorno in eurostar, ma di notte sugli espressi (o comunque si chiamino adesso le sferraglianti carrette che percorrono nottetempo le nostre linee ferroviarie, arrancando di stazione in stazione). Soltanto di rado – è successo l’anno scorso quando bloccarono la stazione di Roma Tiburtina per protestare contro gli aumenti di prezzi dei biglietti e degli abbonamenti – la stampa e la televisione si accorgono che esistono e condannano come incivili le loro forme di lotta (e non le loro condizioni di vita e di lavoro!).

Purtroppo, il documentario di Pietro Marcello non parla di questo, o almeno non soltanto di questo. Soprattutto, non ne parla con i toni dell’inchiesta, ma in un’ottica nostalgica, “poetica” in senso deteriore. Non è un caso che il protagonista del documentario, la persona che ha in assoluto più spazio in parole e immagini sia Arturo, un vecchietto che ormai vive sui treni. Interessante, di sicuro. Ma non, almeno per me, come le storie dei lavoratori a lunga percorrenza. Anche le scelte formali (musica, inquadrature, sequenze) sono coerenti con la scelta “poetica” (da cui prendo le distanze con le virgolette): luci taglienti, cigolii, periferie, spiagge…

Per un punto di vista diverso, riporto la presentazione di Giovanni De Mauro e una recensione di Francesco Boille, entrambe da Internazionale.:

Televisione
La televisione è profondamente responsabile del degrado dell’Italia. Davvero. Questa televisione autoreferenziale, che parla solo di sé, che si ciba solo di sé. Una televisione omogeneizzata e appiattita al ribasso nella sua offerta. Una televisione che corrompe chi la fa e chi la guarda. Una televisione – e questa forse è la sua responsabilità maggiore – che con la sua ossessiva ripetitività contribuisce a rendere plausibile un’immagine distorta del mondo, della realtà che ci circonda, perfino dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Una televisione che cancella dal suo schermo tutto quello che disturba, che interferisce, che è ambiguo, che è complicato, che non è facile da spiegare. L’hanno definito poetico più che giornalistico. Il film documentario di Pietro Marcello, Il passaggio della linea, che questa settimana è in edicola con Internazionale, riesce finalmente a farci vedere il nostro paese e le sue facce cancellate. Quelle che in tv non andranno mai. – Giovanni De Mauro

Venezia 64: dai treni italiani, un viaggio-poema
Oggi Italia. Il documentario-poema del giovane regista Pietro Marcello, girato sui treni in cerca degli ‘ultimi’ della società, ci incanta, ci commuove, e ci dà speranza su un cinema italiano che, anche qui a Venezia, non ha entusiasmato quasi nessuno.
Il passaggio della linea di Pietro Marcello (Orizzonti).
Il treno. Come ‘luogo’ che trasporta, molto più che come mezzo di trasporto. Come deposito di memoria. Come misterioso anfratto, che racchiude un’umanità che più nessuno vede o vuol vedere. Come oggetto concreto e astratto assieme.
Pietro Marcello, al suo terzo documentario, con pochissimi mezzi, ci regala un’opera originale, densa, profonda. In appena 60 minuti, il film non è solo sopra la media del triste cinema italiano, ma ci pare sullo stesso livello di altri splendidi documentari stranieri visti in Orizzonti.
Come il francese L’Aimée di Arnaud Desplechin (rievocazione di un antico dolore famigliare), come il tedesco Staub di Hartmut Bitomsky (esplorazione del mistero infinitesimale della polvere e, tra le altre cose, di quel che, nel corso del tempo, ha racchiuso) e forse perfino come Useless di Jia Zhang-ke, Leone d’oro a Venezia 2006 con un film-memoria capolavoro, Still Life (la contrapposizione tra una fabbrica cinese di anonimi vestiti e il tentativo di una stilista cinese, cioè un mestiere dell’effimero, che da Parigi tenta un lavoro di stratificazione di quel che si va perdendo).
Come quello di Marcello, sono tutti documentari che tentano, partendo da una situazione concreta, una conservazione della memoria, di quel che rischia di cadere nell’oblio, trasfigurando il tutto in una dimensione, quale più, quale meno, al confine con l’onirismo o l’astrazione.
Il regista non ha scelto gli Eurostar, non ha scelto gli Intercity, ma ha scelto i vecchi treni espresso, “abbandonati da tempo a un lungo degrado”, come dice Marcello nella nota del catalogo. Essi diventano così la metafora degli esseri umani scovati, raccontati, rispettosamente scrutati, in questo documentario. Sono i personaggi ai margini, quelli che la disgustosa sinistra alla Berluskozy (si veda l’intervista di oggi a Giuliano Amato su Repubblica), vorrebbe non esistessero più, siano i lavavetri o gli immigrati cattivi (incattiviti da chi? Forse anche dalle politiche sui paesi poveri che i poteri forti continuano ad imporre).
Sono anime dimenticate, fantasmi di un mondo perduto, ombre tristi, ma che esprimono con inesorabile acutezza le loro verità.
Su tutti spicca quella di un vecchietto che vive sui treni, al contempo sorta di vecchio ‘matto del villaggio’ e anziano eremita. Colui che conserva un’antica sapienza che nessuno vuol più ascoltare.
Circa tre quarti del documentario sono di notte: i passeggeri paiono delle apparizioni; le linee dei binari ferroviari, i paesaggi, le architetture, le luci scorte all’esterno, gli altri treni, diventano incredibili, affascinanti geometrie. L’astrazione del reale scivola pian piano nella linea: ad un certo momento una luce diviene linea d’orizzonte ma appiattendosi sempre più pare anche essere la linea dell’elettrocardiogramma, quella ‘linea della luce’, che quando diventa piatta, diviene per un essere umano sinonimo di morte. Forse qui è metafora di questa gente – talvolta alla fine della sua vita – che sta per esser dimenticata, forse è metafora della decadenza di una società egoistica che non sa più guardare (buon cinema compreso).
Il passaggio della linea è però un film, che tiene a mantenere sempre, e anche qui si vede l’autore, il punto di vista di quel mondo. Come dice sempre il regista nella nota citata: “Siamo riusciti a filmare sempre in treno e dal treno, mai da terra”. Quand’è che i nostri politici guarderanno il mondo soltanto dal treno?
Ma non siamo nemmeno lontani da una ricerca metafisica. Quando alla fine giunge l’alba, è un incanto. Un incanto da albori della storia o da eremita che contempla la bellezza del mondo. Tempo fa, Ermanno Olmi, in un’intervista concessa a Goffredo Fofi, disse (cito malamente a memoria) che “bisognava tornar a saper guardare l’alba”.
Il passaggio della linea ci pare appunto un film che vuole anche suggerire allo spettatore annoiato e nevrotizzato che la felicità sta anche nel ritrovare una purezza dello sguardo, il senso della contemplazione e della riflessione che ne deriva.
Pietro Marcello è la conferma che è nato uno sguardo, quindi un autore, nel paludoso (e paludato) cinema italiano. E non è poca cosa per quest’opera di forte poesia e spiritualità. – Francesco Boille

Homing

Benedetti, Sara (2007). Homing. Marina di Massa: Edizioni Clandestine. 2007.

Un’opera prima, penso.

Il libro è molto delicato, e sensibile. Mi è piaciuto, e ringrazio chi mi ha messo in contatto con un’opera che altrimenti mi sarebbe sfuggita. Sara Benedetti è intensa. Viene voglia di conoscerla, al di là del romanzo.

Ecco, il punto è qui. Il libro è meno convincente della persona che s’intravede sotto la scrittura, forse troppo filtrata dalla “scuola”. Ma serve, la scuola? Quando uno ha talento, e Sara Benedetti ne ha, serve andare a una scuola di scrittura creativa? Serve che ti insegnino i “trucchi del mestiere”, le frasi paracule, la scansione in capitoli? Io penso di no, e mi piacerebbe leggere la prima stesura di queste pagine, se esiste una prima stesura “ante Baricco”. Perché sono abbastanza sicuro (oddio, proprio sicuro no) che qualcuno dei passi più deboli ci sarebbe stato risparmiato. Che la stupida e goffa scena di sesso alle pagine 72-73 (“Prendimi come una cagna! Bau bau!”) Sara Benedetti non l’avesse scritta. Che, se ci pensa, Sara Benedetti sappia che quando uno cammina fa “Tallone, pianta, punta” e non viceversa (p. 129). Ma il disagio di Mariano Traversi è vero, e intergenerazionale. Raccontaci ancora qualche cosa, Sara.

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Miriam si sveglia a mezzanotte

Miriam si sveglia a mezzanotte (The Hunger), 1983, di Tony Scott, con Catherine Deneuve, David Bowie e Susan Sarandon.

Un film visto molti anni fa, e ora rivisto in originale (c’è il DVD in edicola).

Non è un capolavoro, ma è un film cult. Si rivede volentieri, e ci si rende conto di quanto siano debitori a questo film – per le atmosfere, le scenografie e in generale l’ambientazione – film successivi come Intervista con il vampiro.

Sono proprio quelle riprese nel film di Neil Jordan le cose che mostrano più l’usura: le luci sempre sparate, le atmosfere sempre polverose, le tende che svolazzano, il lusso sfrenato nel cuore di New York… La stessa scena della seduzione lesbico-vampiresca, che tanto scalpore aveva suscitato all’epoca, mi è sembrata piuttosto datata. Sarà che abbiamo visto ben altro.

Invece è folgorante il montaggio, soprattutto nella scena iniziale. Ed è incredibile il cast: tutti e tre i personaggi principali sono perfetti. Ovvio che di Bowie avevamo sempre pensato che fosse un vampiro glam (soprattutto ora, che è invecchiato molto meglio di John Blaylock). Ma la Deneuve, gelida e perfetta. E la Sarandon, fragile ma fortissima.

Ma non è di questo che volevo parlare. Rivedendo il film ieri sera, mi sembra di aver capito perché le storie di vampiri ci interessano tanto. O almeno, perché interessano tanto a me, che sui vampiri ho letto e visto quasi tutto quello che c’era da leggere e vedere, da Bram Stoker ai romanzi di Anne Rice, dal Nosferatu di Murnau a quello di Herzog passando da Per favore non mordermi sul collo di Polanski.

L’immortalità non c’entra nulla. È una parabola dell’amore, invece. Dell’amore distruttivo, naturalmente. Perché i vampiri sono inevitabilmente una coppia, tenuta insieme non dall’attrazione sessuale, ma da un’aspirazione al possesso assoluto dell’altro, dall’aspirazione a rendere l’altro identico a sé. E questo implica che per vivere, per durare, ogni membro della coppia debba divorare l’altro, succhiarne il fluido vitale. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, era dopo era. “Forever and ever.” E che poi questo non basti ancora, a che si debbano immolare e consumare tutte le persone che si incontrano, perché l’esistenza dell’altro, di qualunque “altro” da sé non è tollerabile. Il vampiro è solo, di una solitudine peggiore della morte. Il non-morto è anche inevitabilmente non-vivo.

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Il fado

Nery, Rui Vieira (2004). Il fado. Storia e cultura della canzone portoghese. Roma: Donzelli. 2006.

Una storia del fado interessante e ben documentata, per quanto ne posso capire io, che ne sono un ascoltatore incuriosito, ma non uno specialista.

Ne approfittiamo per un ripasso.

Prima la classica Amalia Rodriguez (Tudo isto é fado).

Poi due stelle recenti, Mariza …

… e Cristina Branco.

No Country for Old Men

McCarthy, Cormac (2005). No Country for Old Men. London: Picador. 2007.

Uno strano romanzo, che ti prende e ti trascina in una riflessione cupa. In un western ambientato nel 1980, un uomo è in fuga da pericoli tutti mortali. Due killer, di cui uno è gelido e lucido come un angelo vendicatore, lo inseguono. Un attempato sceriffo cerca inutilmente di salvarlo.

Una parabola amara (e reazionaria) sugli Stati Uniti dell’edonismo reaganiano (e a fortiori su quelli di oggi). Contro la lucidità spietata, razionale all’estremo, dell’uomo nuovo Chigurh non c’è scampo: nessuna delle regole del passato si applica, nessuna convivenza è possibile, nessuna via d’uscita, nessuna speranza.

Il pessimismo di McCarthy è temperato da una scrittura bellissima, soprattutto nei dialoghi (ma molto difficile da seguire per un lettore straniero, per la capacità di rendere anche nell’ortografia la lingua parlata del Texas).

Più difficile da digerire la sua morale reazionaria, che emerge nelle riflessioni dello sceriffo Bell. Davvero la droga è all’origine di tutti i mali (If you were Satan and you were settin around tryin to think up somethin that would just bring the human race to its knees what you would probably come up with is narcotics)? E se invece fosse il proibizionismo? Davvero è l’abbandono di Cristo? E se invece fosse l’incapacità di fondare una morale laica sulla solidarietà e l’empatia? Davvero l’esito ultimo della razionalità è la spietatezza? Ma la razionalità è soltanto quella fondata sul calcolo economico?

Quando affronta questi temi “filosofici”, McCarthy ha il fiato corto e i suoi personaggi perdono spessore. Le riflessioni di Bell sono, secondo me, la parte più debole del romanzo. La sua forza, invece, è nei dialoghi, soprattutto in quelli che coinvolgono i bei personaggi femminili di questo libro apparentemente così macho.

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Tre romanzi di Paolo Roversi

Roversi, Paolo (2006). Blue tango. Noir metropolitano. Viterbo: Stampa alternativa. 2006.

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Roversi, Paolo (2006). La mano sinistra del diavolo. Milano: Mursia. 2006.

Roversi, Paolo (2007). Niente baci alla francese. Milano: Mursia. 2007.

Ho già spiegato tempo fa che non amo i romanzi gialli. E allora perché mi ostino a leggerli? Le risposte sono molte, nessuna esauriente. Perché sono un lettore onnivoro e pervicace. Perché tra le varie epigrafi che vorrei fare incidere sulla mia lapide una è: “Vissi, dissi e mi contraddissi”. Perché ci ricasco ogni volta come Charlie Brown quando Lucy si offre per fargli tirare il pallone…

In questo caso, però, avevo anche un motivo sentimentale. L’autore, Paolo Roversi, è delle mie parti e sono venuto a conoscenza della sua esistenza (è molto più giovane di me) perché organizza a Suzzara un festival di letteratura, Nebbia gialla.

Al di là delle motivazioni sentimentali, però, i tre romanzi non mi sono piaciuti. Roversi non scrive in modo memorabile (tra l’altro, i testi sono pieni di refusi). Le trame non sono originali (non sono un giallista, ma la soluzione si scopre in tutti e 3 i casi fin dalle prime pagine) e personaggi e stile mi sembrano un po’ un centone di personaggi e stili di altri romanzi gialli (e io non sono un cultore del genere!).

Fa in parte eccezione il secondo, in parte ambientato nella torrida estate della Bassa mantovana, in cui ho ritrovato atmosfere e storie a me care. Il clima è quello di Giorno d’estate di Francesco Guccini.

Giorno d’estate, giorno fatto di sole,
vuote di gente son le strade in città,
appese in aria e contro i muri parole,
ma chi le ha dette e per che cosa chissà.

I manifesti sono visi di carta che non dicono nulla e che nessuno più guarda,
colori accesi dentro ai vicoli scuri,
sembrano un urlo quelle carte sui muri,
sembrano un urlo quelle carte sui muri…

Giorno d’estate, giorno fatto di vuoto,
giorno di luce che non si spegnerà;
sembra d’ andare in un paese remoto,
chissà se in fondo c’è la felicità.

Un gatto pigro che si stira sul muro, sola cosa che vive, brilla al sole d’estate;
si alza nell’aria come un suono d’incenso,
l’odore di tiglio delle strade alberate,
l’odore di tiglio delle strade alberate…

Giorno d’estate, giorno fatto di niente,
grappoli d’ozio danzan piano con me,
il sole è un sogno d’oro, ma evanescente,
guardi un istante e non sai quasi se c’è.

Dentro ai canali l’erba grassa si specchia, cerchi d’ombra e di fumo sono voci lontane;
nell’acqua il sole con un quieto barbaglio
brucia uno stanco gracidare di rane,
brucia uno stanco gracidare di rane…

Giorno d’estate senza un solo pensiero,
giorno in cui credi di non essere vivo,
gioco visivo che non credi sia vero
che può svanire svelto come un sorriso.

Vola veloce ed iridato un uccello come un raggio di luce da un cristallo distorto:
vola un moscone e scopre dietro a un cancello
la religiosa sonnolenza d’ un orto,
la religiosa sonnolenza d’ un orto.

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L’eleganza del riccio – ma anche…

Oppure: L’eleganza del riccio, riparliamone.

Possibile che questo romanzo sia piaciuto a tutti, senza riserve? Possibile che in rete si fatichi a trovare una recensione negativa?

Eppure, il romanzo ha molti difetti ed è un’operazione astuta.

Cominciamo dall’autrice. Tutt’altro che una debuttante, tanto per cominciare. Il suo primo romanzo è del 2000. L’autrice era poco più che trentenne, e pubblica da Gallimard! Vince il premio Bacchus per la letteratura gastronomica. Ex normalista, e professoressa di filosofia, non rinuncia a infarcire il libro di dotte citazioni, da Marx buttato lì in prima pagina, a Occam (per studiare il quale è sprecato buttare i soldi dei contribuenti), e così via. E se i filosofi non bastano, abbiamo i letterati (Racine e, naturalmente, Tolstoy), i musicisti (Mahler), i pittori (Hopper e le nature morte di Claesz).

Assumere il ritratto di un condominio come protagonista di un romanzo è tutt’altro che originale: basta pensare a La vita, istruzioni per l’uso (La vie mode d’emploi – 1978) di Georges Perec. La portinaia Renée rovescia uno stereotipo (quello della portinaia parigina – la Madame Pipelet dei Misteri di Parigi – di cui pipelette è diventato un sinonimo). Paloma ne è lo specchio e l’alter ego, e non gode di vita propria: quando Renée è viva, Paloma è destinata a morire, e quando Renée muore Paloma ricomincia a vivere. Colombe, la sorella di Paloma, è un altro riflesso capovolto… In questo gioco di specchi, tutti alla fine parlano con la voce dell’autrice, con le sue nozioni, con la sua cultura…

In questo senso, penso, siamo di fronte a un esercizio di stile, come ha detto qualcuno. E anche a un racconto filosofico. In un romanzo riuscito, in un romanzo vero, i personaggi assumono vita propria, si muovono e parlano mossi da una loro necessità interiore. In un racconto filosofico sono mossi, piuttosto, dalle necessità di un’argomentazione dell’autore. Non per questo un libro è brutto. Semplicemente, è un’altra cosa.

Ma di un racconto filosofico è lecito discutere l’ideologia. E qual è l’ideologia de L’eleganza del riccio? Un’ipotesi è che Muriel Barbery ce lo riveli fin dal Preambolo:

«Dovrebbe leggere L’ideologia tedesca» gli dico a quel cretino in montgomery verde bottiglia.
Per capire Marx, e per capire perché ha torto, bisogna leggere L’ideologia tedesca. È lo zoccolo antropologico sul quale si erigeranno tutte le esortazioni per un mondo migliore e sul quale è imperniata una certezza capitale: gli uomini, che si dannano dietro ai desideri, dovrebbero attenersi invece ai propri bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio verrà imbavagliata potrà nascere un’organizzazione sociale nuova, purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie deleterie.
“Chi semina desiderio raccoglie oppressione” sono sul punto di mormorare […]

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