Donne informate sui fatti – Ti trovo un po’ pallida

Fruttero, Carlo (2006). Donne informate sui fatti. Milano: Mondadori. 2006.

Dove passa il confine tra la letteratura alta e la letteratura “bassa” o forse “media” (non ricordo abbastanza di quel vecchio libro di Eco per arrischiare un parallelismo con la classifica delle sopracciglia – ricordate? high-brow, mid-brow eccetera?). Dove passa il confine tra la sperimentazione e il mestiere virtuosistico? Qual è la differenza – tanto per capirsi – tra Queneau e Perec da una parte, e Fruttero e Lucentini dall’altra?

Leggere questo romanzo di Fruttero può aiutare a capirlo, ma consentitemi, prima, una lunga digressione.

Fruttero e Lucentini, anzi Fruttero & Lucentini (o F&L) sono stati un caso singolare di sodalizio artistico di grande successo. Ho letto La donna della domenica quando uscì, 35 anni fa (non avevo 20 anni, ero un lettore onnivoro come ora, ma più di ora ideologizzato e sussiegoso lettore di saggi ponderosi): mi sembrò un divertissement riuscito ma un po’ leggero (ma potevo capirlo fino in fondo con la testa e l’esperienza di allora?). Il giudizio non entusiasta non mi impedì di gettarmi, qualche anno dopo (era il 1979) su A che punto e la notte?, che mi piacque molto di più: si cominciava a parlare di Torino come di una città dell’occultismo; c’erano i riferimenti gnostici e misterici, oltre che biblici, che mi affascinavano; non erano ancora usciti né Il nome della rosa (1980) e soprattutto Il pendolo di Foucault (1988) di Eco, né tanto meno Il codice Da Vinci. Soprattutto c’era la grandissima trovata del topos!

Ho letto, poi, Ti trovo un po’ pallida (1981), su cui tornerò; Il palio delle contrade morte (1983), che non mi entusiasmò; e La prevalenza del cretino (1985), sostanzialmente una raccolta d’articoli. Libri ben scritti, ma irrimediabilmente leggeri e anche un po’ fatui. Ci misi, in definitiva, una pietra sopra.

Nel 1985 scoprii Roccamare: prima il residence e poi – dal 1989 – affittavo una casa d’inverno. Sapevo che Fruttero aveva una villa lì e dunque, quando uscì Enigma in luogo di mare (che vi era ambientato), lo divorai da insider, divertito e con entusiasmo; senza per questo cambiare il mio giudizio critico, però.

Di recente ho riletto la riedizione di Ti trovo un po’ pallida, dicevo. L’originale era firmato, diversamente dagli altri, Lucentini e Fruttero e ora, dopo la morte di Lucentini (2002), Fruttero ha “confessato” di averlo scritto da solo. È un libro di grandissima abilità verbale: l’io narrante interpreta alla perfezione i tic, le mode, i vezzi, i pettegolezzi di un’alta borghesia torinese, milanese e romana perennemente in giro per la Toscana estiva tra feste, festival e occasioni più o meno culturali, ma sempre mondane. Il fatto che si tratti di un racconto di genere, cioè di una ghost story, stride efficacemente con l’iperrealismo dell’ambientazione e della caratterizzazione dei personaggi, e soprattutto della protagonista. Al tempo stesso, rende l’intento satirico ancora più penetrante: lo spessore dei personaggi che si muovono in quel mondo e la realtà delle loro interazioni sono così evanescenti da non permettere a nessuno, e nemmeno all’ectoplasma stesso, di accorgersi di avere un fantasma tra loro. L’espediente dell’autore per darci un piccolo indizio, quello di far impercettibilmente cambiare di colore l’abito della protagonista, è un tocco di grande efficacia e finezza. Anche soltanto per questo, il racconto è e resta dopo anni un piccolo capolavoro.

Donne informate sui fatti è forse più ambizioso. C’è una storia gialla, che forse è soltanto un pretesto: è raccontata correttamente (cioè senza violare le regole del genere), ma resta abbastanza in superficie (inoltre, non cercate sorprese perché, almeno a grandi linee, si capisce tutto subito: movente, mandante, esecutori materiali…). C’è un intento virtuosistico: raccontare la storia da una pluralità di voci e di punti di vista, tutti femminili. Ma – mi pare – più con un intento barocco (“è del poeta il fin la meraviglia”) che sperimentale (gli Esercizi di stile di Queneau). Le voci narranti restano un po’ convenzionali e si nota che Fruttero non ha assimilato tutti i linguaggi nella stessa misura. Fa eccezione, anche perché compare una sola volta, la voce – decisiva – della vecchia contessa.

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Blow-up

Blow-up, 1966, di Michelangelo Antonioni, con David Hemmings e Vanessa Redgrave.

Ho pensato molte volte che essere miopi è anche un atteggiamento mentale, addirittura un approccio epistemico. Mi sono chiesto anche se venga prima la miopia, come predisposizione genetica e patologia, o questo atteggiamento. Anche se so benissimo che in realtà la miopia ha in genere cause genetiche, non c’è dubbio che noi miopi abbiamo l’abitudine di guardare da vicino. Tanto più uno è miope (e Boris è davvero molto miope), tanto più ha la capacità di mettera a fuoco oggetti molto vicini e di osservare dettagli invisibili all’occhio sano. Con il tempo, questa abitudine diventa, come dicevo, un atteggiamento mentale, rivelato dall’uso corrente della frase “a uno sguardo più ravvicinato”.

La tecnica del blow-up – che consiste nel sottoporre un’immagine a ingrandimenti successivi – è l’equivalente fotografico dell’avvicinare lo sguardo.

A entrambi corrisponde, come dicevo, un approccio epistemico, quello della fiducia nella capacità esplicativa del procedimento analitico. Senza spingermi ad azzardare elaborazioni sulla correlazione tra IQ e miopia (cœteris paribus, si riscontrerebbe una differenza di 7-8 punti in più nei soggetti miopi), nella mia esperienza personale c’è un evidente rapporto tra miopia e attenzione ai dettagli. Semplicemente, quando non sono corretto, non ho alternative: il quadro d’insieme mi sfugge, non posso che concentrami sui dettagli.

Il problema che il film solleva, è che, in questo avvicinamento all’oggetto, il processo di parallelo avvicinamento alla realtà è illusorio. A un certo punto, i singoli elementi perdono i loro rapporti con l’insieme, e la realtà ci sfugge. Il procedimento analitico privilegiato dalla tradizione occidentale, suggerisce Antonioni, incorre nello stesso problema: quando ci sembra di averla colta, la realtà si dissolve sotto i nostri occhi.

La metafora fotografica è abbastanza scontata: il fotografo diventa detective, la scena diventa scena del crimine. Ma il procedimento fotografico dà forza all’argomentazione: nella fotografia, i successivi ingrandimenti incontrano un limite fisico nella “grana” della pellicola, e a un certo punto l’illusione fotografica (e cinematografica) è rivelata. L’immagine si dissolve nei singoli punti bianchi e neri individualmente presi.

Anche se la tecnica è diversa, potete farlo anche con i pixel dello schermo del vostro computer: avvicinatevi il più possibile e, se non avete al fortuna di essere miopi, prendete una lente d’ingrandimento. Ogni pixel è acceso o spento; l’immagine sparisce.

C’è una vicenda parallela che chiarisce questo punto. Bill (John Castle) è un pittore che realizza quadri a partire da singoli punti di colore (una via di mezzo tra cromoluminarismo di Seurat e il drip painting di Pollock) e rivela a Thomas (David Hemmings) che solo dopo anni riesce a capire che cosa ha rappresentato in realtà. Più tardi Patricia (Sarah Miles), osservando l’ingrandimento massimo realizzato da Thomas, dove si dovrebbe intravedere il cadavere, commenta: “Sembra uno dei quadri di Bill”.

Via via, l’incertezza si sposta dall’immagine al mondo esterno: Thomas vede il cadavere ma non può documentarlo, l’amico Ron (strafatto d’erba, in un party in cui Verushka dice d’essere a Parigi!) non lo vuole accompagnare e lo stesso Thomas si fa coinvolgere dal festino. Il mattino dopo, il cadavere è scomparso. Ricompaiono nel parco i mimi che avevamo visto nelle sequenze iniziali. In una celebre scena, giocano a tennis senza pallina, anche se si sente il rumore. Thomas è invitato a raccoglierla, la rilancia … e sparisce anche lui. The End.

Il film è tratto da un racconto di Cortázar, Las babas del diablo.

Oltre alla famose sequenza degli Yardbirds, c’è una canzone dei Loving Spoonful. La colonna sonora è scritta da Herbie Hancock con la partecipazione dei Pink Floyd.

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The Emotion Machine

Minsky, Marvin (2006). The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind. New York: Simon & Schuster. 2006.

Marvin Lee Minsky, con questo bel nome da Leningrad cowboy, è un decano dell’intelligenza artificiale. Nato a New York nel 1927, un Ph. D. in matematica a Princeton, ha vinto quasi tutti i premi scientifici che si possono immaginare, a partire dal Turing Award nel 1969.

Minsky è stato anche consulente di Kubrick per 2001 Odissea nello spazio (è molto amico di Arthur C. Clark). Asimov dichiarò di conoscere soltanto due persone più intelligenti di lui: Minsky, appunto, e Carl Sagan (quello di SETI, ispiratore del film Contact).

Nel 1951 ha costruito lo SNARC, la prima “macchina d’apprendimento” basata sulle reti neurali, che ha teorizzato per primo, insieme a Seymour Papert. Sempre con Papert, ha scritto il fondamentale Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry (sempre sulle reti neurali) e ha sviluppato la versione grafica del linguaggio di programmazione Logo, particolarmente adatto all’apprendimento (il testo fondamentale qui è Mindstorms: Children, Computers, and Powerful Ideas di Seymour Papert).

A partire dagli anni ’70, sempre con Papert e altri, all’Artificial Intelligence Lab del MIT, ha sviluppato la teoria della mente come società (Society of Mind è stato pubblicato nel 1986).

Abbastanza naturale, quindi, che quando Minsky ha annunciato il suo primo libro di una certa ambizione e rivolto al pubblico non specialistico dopo vent’anni le aspettative fossero altissime. Invece, è una grossa delusione:

  1. Apparentemente, non ci sono progressi o evoluzioni sostanziali rispetto alle teorie sviluppate nel testo di vent’anni fa.
  2. Il libro è scritto in un finto dialogo assolutamente fastidioso, che contrappone opinioni altrui (vere – cioè citazioni da testi di autori reali, del presente o del passato anche remoto, da Aristotele a sant’Agostino – o fittizie – particolarmento odioso il “cittadino”).
  3. Le riflessioni di Minsky sono molte volte soltanto speculative, senza un collegamento diretto ai progressi delle neuroscienze o dell’intelligenza artificiale.
  4. L’approccio di Minsky è fortemente ingegneristico, ma i suoi schemi e le sue ricostruzioni sono raramente convincenti.
  5. In questo contesto, l’introduzione di termini quasi sempre vaghi, e talvolta proprio oscuri, non aiuta: che cosa significa, nel contesto del libro, il riferimento a termini come resource, imprimer, trans-frame, K-line e micromeme? Quali ricerche, quali risultati scientifici corroborano l’esistenza di processi quali quelli evocati e introdotti in ipotesi?

Beninteso, io simpatizzo con le ipotesi e con il punto di vista sostenuti da Minsky: che il cervello umano sia una macchina, complessa ma priva di una parte puramente mentale o di un misterioso fluido vitale. Ma proprio per questo sono deluso dalla sua trattazione e trovo più convincente Dennett o Humphrey.

Ci sono anche delle cose pregevoli. Alcune delle invenzioni linguistiche – simuli, panalogie … – sono molto belli e hanno alle spalle concetti ed elaborazioni interessanti.

Sul sito di Minsky trovate quasi tutto il libro in una versione preliminare.

La distinzione

Bourdieu, Pierre (1979). La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna: Il Mulino. 2001.

È un classico della sociologia ed è colpa mia, che non amo i sociologi, non averlo letto prima. Meglio tardi che mai (o, piuttosto, meglio mai che tardi, come afferma uno dei miei proverbi pessimisti?).

Un gran libro, con qualche difetto.

Cominciamo da questi.

È un libro “molto francese”: lo stesso curatore italiano, Marco Santoro, sente il bisogno di affermarlo, quasi a mettere le mani avanti, all’inizio della sua Presentazione. Francese potrebbe voler dire due cose: che il testo è pieno di voli pindarici, di intrecci multidisciplinari mal digeriti, di prestiti dalle discipline scientifiche, di giudizi di valore non corroborati da argomentazioni solide. Insomma, il post-modernismo deteriore cui ci hanno abituato i vari Lacan, Luce Irigaray, Deleuze e Guattari e compagnia cantante. Personalmente non gradisco e penso che la parola definitiva l’abbia detta Sokal con la sua nota beffa e poi con il più riflessivo e convincente Fashionable Nonsense: Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science. Bourdieu, per mia fortuna, è sostanzialmente immune da tutto questo, anche se gli scappano un paio di Derrida.

Il secondo modo di essere francese – accademicamente francese – è nella costruzione della frase, inutilmente lunga, complessa, piena d’incisi e di subordinate. Ma non l’avevano inventata i francesi, la chiarezza, le idee chiare e distinte di Descartes? Chi l’ha detto che per scrivere cose intelligenti si deve essere oscuri e contorti, si deve scaricare sul lettore la fatica della comprensione? Per me scrivere chiaro è un lavoro, il cui onere grava su chi vuole farsi capire. Un esempio per tutti (ma veramente estratto a caso):

Composta dai membri delle frazioni dominanti che hanno operato quella riconversione indispensabile per potersi adattare al nuovo modo di appropriazione del profitto, comportato dalla trasformazione della struttura del campo delle imprese, la nuova borghesia è all’avanguardia nel campo di quella trasformazione degli atteggiamenti etici e della visione del mondo che si realizza all’interno della borghesia, la quale, a sua volta (come dimostra la tabella 17) si trova anch’essa all’avanguardia di una trasformazione generale dello stile di vita, che è particolarmente visibile nell’ordine della divisione del lavoro tra i sessi e del modo di imporre il dominio (p. 320).

È un periodo di quasi 100 parole. Per quello che contano nella loro rozzezza, gli indici di leggibilità elaborati da Word rilevano che questo testo è molto difficile, prossimo alla soglia dell’incomprensibilità (indice Gulpease) e che per leggere con facilità il testo in esame è necessario avere frequentato 50 anni di scuola (indice Gunning’s Fog). Se invece che un blog fosse una scuola di scrittura, vi darei come esercizio di riscrivere il pezzo rendendolo comprensibile ai più.

La traduzione di Guido Viale non mi sembra che aiuti (ma non ho letto l’originale francese). Trovo particolarmente irritante l’orgia di -d eufoniche: forse lo pagavano poco e a battuta!

Ancora più grave – ma non so se questa è una pecca originaria del testo di Bourdieu o sia da attribuirsi all’editore italiano – mancano bibliografia e indice analitico.

I pregi sono di gran lunga prevalenti. Bourdieu è un sociologo fortemente orientato quantitativamente: le sue interpretazioni e anche i suoi giudizi di valore sono sempre fondati sul dato statistico, sul dato d’indagine. La statistica è spesso un bersaglio delle sue critiche, ma la statistica che Bourdieu critica è quella che omogeneizza nella media, che non vede o non riesce a interpretare la variabilità. Nonché la statistica che non riesce a comprendere che le sue classificazioni non sono al di sopra del conflitto degli individui e delle classi, ma ne sono un risultato (e, per di più, sempre mobile). Ma su questo tornerò.

Molte analisi di Bourdieu sono di sorprendente modernità, soprattutto se si pensa che il volume sta per compiere trent’anni. Qualche esempio.

Con questi mercanti di bisogni, venditori di beni e servizi simbolici, che vendono sempre anche se stessi, come modelli e come garanti del valore dei loro prodotti, che sono dei bravi rappresentanti, solo perché sanno presentarsi molto bene, e perché credono nel valore di quello che presentano e rappresentano, l’autorità simbolica del venditore, integra e affidabile, assume la forza di un’imposizione, insieme più violenta e più dolce, poiché il venditore imbroglia il cliente solo nella misura in cui si imbroglia, in cui crede sinceramente nel valore di quello che vende. E poiché la nuova industria dell’imitazione – molto abile nel pagare con le parole e nel distribuire le parole invece delle cose a coloro che, non potendo pagarsi le cose, accettano di pagarsi con le parole – trova al suo stesso interno la propria clientela privilegiata, la piccola borghesia di tipo nuovo è predisposta a collaborare, con una convinzione senza limiti, all’imposizione della stile di vita proposto dalla nuova borghesia, meta probabile della sua traiettoria, ed oggetto effettivo delle sue aspirazioni. In poche parole, questa piccola borghesia di consumatori, che vuole appropriarsi a credito, cioè prima del tempo, prima che sia arrivato il suo momento, degli attributi costitutivi dello stile di vita legittimo – “residenze” dai nomi all’antica e appartamenti a Merlin-Plage, automobili di falso lusso e finte vacanze di lusso – è del tutto adatta a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione ed a fare entrare nella corsa ai consumi e nella concorrenza coloro da cui vuole distinguersi ad ogni costo, e da cui si distingue, tra l’altro, per il fatto che si sente legittimata ad insegnar loro lo stile di vita legittimo, con un’attività simbolica, che non ha solo per effetto quello di produrre il bisogno dei propri prodotti, e quindi, alla lunga, di legittimarsi e di legittimare coloro che lo esercitano, ma anche di legittimare l’arte di vivere che propone come modello, cioè quello della classe dominante o, in termini più esatti, delle frazioni che ne costituiscono l’avanguardia etica (pp. 373-374 – Gulpease 40, molto difficile; Fog 53).

A parte Berlusconi, che ci viene in mente subito, non riconosciamo qui anche le difficoltà in cui si dibatte la sinistra, nel mondo e soprattutto da noi? Perse le tradizionali analisi di classe, che cosa sta rincorrendo? I venditori e i sondaggisti?

Fa quasi da corrispettivo quest’analisi dell’alienazione operaia.

Quello che il rapporto con i prodotti culturali “di massa” (e, a fortiori, d’élite) riproduce, riattiva e rafforza, non è la monotonia della catena di montaggio o dell’ufficio, ma il rapporto sociale, che sta alla base dell’esperienza operaia del mondo, che fa sì che il lavoro ed il prodotto del lavoro, opus proprium, si presentino di fronte al lavoratore come opus alienum. E l’espropriazione non è mai disconosciuta tanto completamente, e quindi tacitamente riconosciuta, come quando, con i progressi dell’automazione, all’espropriazione economica si aggiunge l’espropriazione culturale, che apparentemente offre all’espropriazione economica la sua migliore giustificazione. Non possedendo il capitale culturale incorporato, che costituisce la condizione dell’appropriazione conforme (in base alla definizione legittima) del capitale culturale oggettivato negli oggetti della tecnica, i lavoratori comuni sono dominati dalle macchine e dagli strumenti che servono, assai più di quanto siano da essi serviti, e da coloro che detengono i mezzi legittimi, cioè teorici, per dominarli. In fabbrica come a scuola – la quale insegna il rispetto per le conoscenze inutili e disinteressate e stabilisce dei rapporti investiti dall’autorità “naturale” della ragione scientifica e pedagogica tra individui e attività gerarchizzate in modo solidale – essi incontrano la cultura legittima sotto forma di un principio di ordine, che non ha bisogno di giustificare la propria utilità pratica, per essere giustificato (pp. 398-399).

Con buona pace di coloro che pensano che la condizione operaia sia migliorata soltanto perché è diminuita la fatica e di quelli (me compreso) che dell’automazione vedono soltanto il potenziale di liberazione e di aumento della conoscenza.

Una distinzione quasi fulminante (e, come spesso accade per le intuizioni fulminanti, gravida di potenziali sviluppi analitici) è quella tra “coscienza di classe” e “inconscio di classe”, che Bourdieu introduce a proposito di produzione delle opinioni (e che comunque liquida come “formula semplificatrice e semplicistica del linguaggio politico”, anche se più oltre l’utilizza nuovamente):

C’è una contrapposizione completa tra la coerenza intenzionale delle pratiche e dei discorsi, prodotti a partire da un principio esplicito ed esplicitamente “politico”, e la sistematicità obiettiva delle pratiche, prodotte a partire da un principio implicito e, quindi, al di qua del discorso “politico”, cioè a partire da schemi di pensiero e di azione oggettivamente sistematici, acquisiti attraverso una semplice familiarizzazione, al di fuori di qualsiasi inculcazione esplicita, e messi in opera in modo preriflessivo. Senza dipendere in modo meccanico dalla situazione di classe, queste due forme di atteggiamento politico sono ad essa strettamente legate, soprattutto attraverso la mediazione delle condizioni materiali di esistenza, le cui urgenze vitali si impongono con un rigore diverso e che, quindi, si possono “neutralizzare” simbolicamente in misura diseguale; ed anche attraverso la mediazione della formazione scolastica in grado di procurare gli strumenti che consentono una padronanza simbolica della pratica, cioè la verbalizzazione e la concettualizzazione dell’esperienza politica (p. 429).

La conclusione è una condanna del populismo, in quanto credenza ingenua che le classi popolari siano portatrici di una politica nella prima accezione (coscienza di classe) per il fatto di esserlo nella seconda (inconscio di classe).

Per deformazione professionale, come accennavo prima, trovo particolarmente interessante il modo in cui Bourdieu affronta il tema delle classificazioni. I passaggi cruciali mi sembrano questi (un po’ lunghi e densi, ma dovete avere pazienza):

Coloro che si stupiscono per i paradossi creati dalla logica e dal discorso comuni quando si applicano le loro suddivisioni a delle grandezze continue, non tengono conto né di quanto può essere paradossale trattare il linguaggio come se fosse un puro e semplice strumento logico, né della situazione che rende possibile un simile rapporto con il linguaggio. Le contraddizioni o i paradossi a cui portano le classificazioni della prassi normale non dipendono affatto, come ritengono tutti i positivismi, da una specie di insufficienza consustanziale al linguaggio ordinario; bensì dal fatto che questi atti socio-logici non sono affatto indirizzati alla ricerca della coerenza logica, e dal fatto che – a differenza di quanto accade con gli usi filologici, logici o linguistici del linguaggio (che in realtà bisognerebbe chiamare scolastici perché presuppongono sempre la scholè, cioè il tempo libero, la distanza rispetto alla necessità, la mancanza di poste in gioco vitali e l’istituzione scolastica, che, nella maggior parte degli universi sociali, è l’unica in grado di assicurare tutte queste cose) – essi rispondono sempre alla logica del partito preso; e questa logica, proprio come accade in tribunale, ha a che fare non con giudizi logici, da sottoporre unicamente al criterio della coerenza, bensì con accuse e difese. Senza bisogno di ricordare qui tutti i risvolti della contrapposizione, completamente ignorata dai logici e dai linguisti, tra l’arte di convincere e l’arte di persuadere, è ben strano vedere nemmeno che l’uso scolastico sta a quello che del linguaggio fanno l’avvocato, l’oratore o il militante, esattamente come i sistemi di classificazione degli studiosi di logica o di statistica (che si preoccupano della coerenza e della compatibilità con i fatti) stanno alle categorizzazioni e ai categoremi dell’esistenza quotidiana che, come ci insegna anche l’etimologia, rientrano nella logica del processo (nel senso ordinario, ma anche in quello di Kafka, che ci fornisce un’immagine esemplare di questa ricerca disperata della riappropriazione di un’identità sociale, inafferrabile per definizione in quanto costituisce il limite infinito di tutti i categoremi e di tutte le imputazioni). Non esiste un vero problema relativo al modo di tracciare dei confini nel mondo sociale, che non coinvolga gli interessi connessi all’appartenenza o alla non appartenenza: come dimostra l’attenzione dedicata ai gruppi di frontiera – e proprio per questo strategici, come l’aristocrazia operaia, che oscilla tra lotta di classe e collaborazione di classe; oppure i “quadri”, una categoria precipua della statistica burocratica la cui unità nominale, due volte negativa, nasconde la dispersione reale, sia agli occhi degli “interessati”, sia a quelli dei loro avversari e della maggior parte degli osservatori – il modo in cui vengono tracciati i confini tra le varie classi è influenzato dal processo strategico di “contare” o di “contarsi”, di “catalogare” o di “annettersi”, quando addirittura non costituisce una semplice registrazione di un determinato stadio, giuridicamente garantito, del rapporto di forza tra i gruppi classificati. I confini rappresentano in questi casi delle frontiere da attaccare o da difendere a viva forza, ed i sistemi di classificazione che li fissano costituiscono strumenti di conoscenza assai meno di quanto siano invece strumenti di potere, subordinati a precise funzioni sociali e indirizzati, in modo più o meno scoperto, a soddisfare gli interessi di un determinato gruppo (pp. 479-481).

I soggetti sociali comprendono il mondo sociale che li comprende. Ciò significa che non è possibile caratterizzarli attenendosi a quelle proprietà materiali che, a cominciare dal corpo, sono suscettibili di venir misurate ed enumerate come qualsiasi altro oggetto del mondo fisico. Infatti, non esiste una sola di queste proprietà – si tratti dell’altezza, o delle dimensioni fisiche, o dell’estensione delle proprietà fondiarie o immobiliari – che, percepite e valutate in riferimento ad altre proprietà della stessa classe, da parte di soggetti sociali muniti di schemi di percezione e di valutazione socialmente costituiti, non funzioni anche come proprietà simbolica. Ciò implica il fatto che è necessario superare la contrapposizione tra una “fisica sociale”, la quale, ricorrendo ad una utilizzazione oggettivistica della statistica, dovrebbe stabilire delle configurazioni distributive (in senso statistico, ma anche in senso economico) – cioè delle espressioni quantificate del modo in cui una quantità finita di energia sociale, colta mediante degli “indici oggettivi”, si ripartisce tra una molteplicità di individui in concorrenza tra loro per appropriarsene – da un lato, ed una “semiotica sociale”, che dovrebbe invece dedicarsi a decifrare dei significati e a mettere in luce le operazioni cognitive mediante cui i soggetti sociali li producono e li decifrano, dall’altro. È necessario cioè superare la contrapposizione tra la pretesa di accedere a una “realtà” oggettiva, “indipendente dalla coscienza e dalla volontà degli individui”, anche a costo di rompere con le immagini comuni del mondo sociale (le “pre-nozioni” di Durkheim), per scoprire le “leggi”, cioè le relazioni significative, ma nel senso di non aleatorie, tra differenti configurazioni distributive, da un lato, ed il tentativo di cogliere, non la “realtà”, ma le immagini di essa che si fanno i soggetti sociali e che dovrebbero esaurire in sé la “realtà” di un mondo sociale concepito “come rappresentazione e come volontà”.
In poche parole, la scienza sociale non ha affatto da scegliere tra quella  versione della fisica sociale rappresentata da Durkheim – che trova il punto di incontro con la semiologia sociale nell’ammettere che la “realtà” si può conoscere solo attraverso il ricorso a strumenti logici di classificazione – e la semiologia idealista, la quale, ponendosi l’obiettivo di fare un “resoconto dei resoconti”, come afferma Garfinkel, può solo limitarsi a registrare le registrazioni di un mondo sociale, che al limite non dovrebbe essere altro che il risultato delle strutture mentali, cioè linguistiche. Il problema è invece quello di introdurre nella scienza della rarità e della concorrenza per i beni rari la conoscenza pratica che di esso si fanno gli agenti, producendo – in base alla propria esperienza delle configurazioni distributive, che a sua volta è il risultato della posizione che essi occupano all’interno di esse – suddivisioni e classificazioni, che non sono certo meno oggettive di quelle dei bilanci contabili della fisica sociale. In altri termini, si tratta di superare la contrapposizione tra le teorie oggettiviste, che identificano le classi sociali (ma anche le classi sessuali e le classi d’età) con gruppi discreti, semplici popolazioni enumerabili, separate da confini oggettivamente iscritti nella realtà, da un lato, e, dall’altro, le teorie soggettiviste (o, se preferiamo, marginaliste), che riducono l'”ordine sociale” ad una specie di classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali o, in termini più precisi, strategie individuali, classificate e classificanti, mediante le quali i soggetti si classificano e classificano gli altri. […] Le lotte delle classificazioni, individuali o collettive, che mirano a trasformare le categorie di appercezione e di valutazione del mondo sociale, costituiscono una dimensione dimenticata delle lotte di classe. Ma per capire quali siano i limiti di questa autonomia basta tenere presente il fatto che gli schemi classificatori alla radice del rapporto pratico che i soggetti sociali intrattengono con la propria condizione, e della rappresentazione che essi possono farsene, sono a loro volta il risultato di questa stessa condizione: la posizione che si occupa nella lotta delle classificazioni dipende dalla posizione che si occupa nella struttura di classe, ed i soggetti sociali – a cominciare dagli intellettuali, che non occupano sicuramente la posizione migliore per pensare ciò che definisce i limiti del loro modo di pensare il mondo sociale, che è poi l’illusione di un’assenza completa di limiti – non hanno certo la possibilità di superare “i limiti del proprio cervello” nell’immagine che si fanno, e che offrono, della propria posizione, che è appunto quella che definisce i loro limiti (pp. 488-490).

Ci siete ancora? Non sono sicuro di avere compreso tutto, né tanto meno di essere d’accordo su tutto. Alcuni riferimenti teorici mi sfuggono, altri mi fanno venire qualche brivido: sono tenacemente attaccato alla convinzione (o alla persuasione!) della conoscibilità del reale (anche se condivido l’ipotesi che si tratti di una conoscibilità sociale, e non solipsistica) e se mi danno del positivista non metto mano alla pistola. Ma Bourdieu ha indubbiamente alcuni meriti importanti: quello di farci capire che le classificazioni, in materia sociale, sono il frutto (anche? soprattutto?) dei processi cognitivi dei soggetti che classificano e agiscono; che non c’è una contraddizione insanabile tra procedure di classificazione “oggettive” od “operative” (anche se Bourdieu stesso sembra – all’interno delle analisi statistiche condotte nel volume – più propenso alle classificazioni “automatiche” che scaturiscono dall'”analisi dei dati” che a quelle predefinite dagli schemi classificatori) e un approccio soggettivistico e post-idealistico nella tradizione di Schopenauer; che quanto illustrato a proposito delle classificazioni sociali vale e va generalizzato alle classificazioni tout court; che le classificazioni sono il risultato mobile di una battaglia che si gioca sulle parole – ma abbiamo visto prima quanto le parole “valgano” sul mercato dei beni e servizi simbolici. Infine, è molto interessante che questo – che è anche un discorso sul metodo – sia proposto da Bourdieu come conclusione della sua analisi, piuttosto che come sua premessa.

Tra le mie riserve c’è quella sullo scetticismo con cui Bourdieu liquida la possibilità stessa di una “classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali”: mi sembra che su questo punto gli anni trascorsi non siano passati invano e che si intraveda – ad esempio, nella pratica del web 2.0 – la possibilità di forme (mutevoli e mobili) di classificazioni collettive che emergono dall’operare classificatorio di agenti indipendenti. Vedremo.

Due corollari. Il primo: nella lotta per le classificazioni il sistema scolastico ha, comprensibilmente, un ruolo centrale.

Il sistema scolastico – operatore istituzionalizzato di classificazione che a sua volta è anch’esso un sistema di classificazione oggettivato che riproduce, in forma trasmutata, le gerarchie del mondo sociale, con i suoi tagli tra “livelli” che corrispondono a strati sociali, e le sue divisioni in specializzazioni ed in discipline, che riflettono all’infinito delle divisioni sociali, come la contrapposizione tra teoria e pratica, progetto ed esecuzione – trasforma, apparentemente in modo del tutto neutrale, delle classificazioni sociali in classificazioni scolastiche, e stabilisce delle gerarchie (che non vengono affatto vissute come esclusivamente tecniche, e quindi parziali ed unilaterali, ma come gerarchie totali, fondate in natura) che in tal modo spingono ad identificare il valore sociale e il valore “personale”, le dignità scolastiche e la dignità umana. La “cultura”, che si ritiene garantita dal titolo di studio, è una delle componenti fondamentali di ciò che costituisce l’uomo compiuto, nella sua definizione dominante; sicché la privazione viene percepite come una sostanziale mutilazione, che colpisce la persona nella sua identità e nella sua dignità di uomo, condannandolo al silenzio in tutte le situazioni ufficiali in cui si deve “comparire in pubblico”, mostrarsi di fronte agli altri, con il proprio corpo, le proprie maniere e il proprio linguaggio (p. 399).

Il secondo: poiché le classificazioni sono il risultato di un processo, sono sempre alla rincorsa della realtà che descrivono.

L’ordine delle parole non riproduce mai rigidamente l’ordine delle cose. Ed è proprio nella relativa indipendenza della struttura del sistema delle parole che classificano e che sono classificate (all’interno del quale si definisce il valore peculiare di ogni singola etichetta) nei confronti della distribuzione del capitale – e, in termini più precisi, nel divario (che in parte deriva dall’inerzia propria dei sistemi di classificazione, in quanto istituzioni quasi giuridiche, che sanzionano uno stadio determinato dei rapporti di forza) tra il mutamento dei posti, legato al mutamento dell’apparato produttivo, ed il cambiamento dei titoli – che hanno la loro origine le strategie miranti a sfruttare le discordanze tra il reale ed il nominale, ad appropriarsi delle parole per avere le cose che esse designano, oppure ad appropriarsi delle cose, in attesa di ottenere le parole che le sanzionino, ad esercitare le funzioni senza avere il titolo per farlo […] (p. 486).

Un altro passo che ho trovato stimolante, e molto vicino alle mie corde e alle mie riflessioni è questo, sul ruolo e sulla pretesa neutralità dell’informazione (“conoscere è un bene per tutti”, diceva un vecchio slogan: sempre? a ogni condizione?):

Non c’è nulla di più rivelatore della verità di questo quesito interessato, dell’ossessione per l'”informazione economica dei cittadini” che ossessiona i dirigenti, ed in cui si esprime il sogno che i dominati abbiano quel tanto di competenza economica per poter riconoscere la competenza economica dei dominanti. L’informazione che i dominanti forniscono volentieri e con abbondanza è proprio quella che mira a screditare (come fa il medico con le conoscenze dei pazienti) le informazioni che i dominati posseggono in forma pratica, sulla base della loro normale esperienza (per esempio, la conoscenza che hanno dell’aumento del costo della vita, della disuguaglianza delle imposte, ecc.). Di qui, un discorso politico che, lungi dal rendere conto, invita a rendersi conto; che, lungi dal fornire i mezzi per mettere in rapporto l’informazione particolare e pratica con l’informazione generale, si limita ad impartire una lezione, imponendo alle esperienze particolari le cornici generali in cui dovrebbero entrare (pp. 463-464).

Infine, Bourdieu è fulminante (e dunque squisitamente francese) anche nella scelta delle epigrafi dei capitoli: “Se tra due mali devo scegliere il minore, non ne seguo nessuno – Karl Kraus”. Naturalmente non sono d’accordo, per formazione gesuitica; ma mi costringe a fermarmi a pensare.

Il volo delle anatre a rovescio

Calligaris, Alberto (2006). Il volo delle anatre a rovescio. Roma: Newton Compton. 2006.

Spero che chi mi ha regalato questo libro (che comunque ringrazio per il gentile pensiero) non sapesse che cosa stava facendo, non l’avesse letto e si sia fidato della copertina o del consiglio di un libraio.

In poche parole, il romanzo non vale la carta su cui è stampato. Immagino che in qualche foresta del Canada o in Svezia una betulla, ancora dritta e fronzuta, pianga l’inutile sacrificio dei suoi figli, abbattuti per permettere la diffusione di massa del romanzetto di Calligaris.

Ero tentato di abbandonare la lettura dopo poche pagine, ma il senso di responsabilità verso i miei lettori mi ha indotto ad arrivare alla fine. Lo considero un servizio pubblico: non leggete questo libro e sconsigliatelo ai vostri amici (e persino ai vostri nemici, a meno che non abbiate gravi motivi per vendicarvi – io non riesco a pensare a più di tre persone cui lo consiglierei per pura cattiveria).

Il romanzo ha tutti gli ingredienti che servono a renderlo orrendo: gratuitamente sgradevole, violento, razzista, sessista. La storia non ha né capo né coda. Il tenue filo giallo-noir è talmente inconsistente che non ha nessun chiarimento o scioglimento finale. Il sesso – e non c’è pagina che non ne parli – non è mai eccitante (meglio i libretti che si comprano alla stazione).

Nemmeno lo stile è piacevole: una vaga scimmiottatura di Chuck Pahlaniuk (che pure non amo, ma che almeno è tecnicamente abile).

Non lo butterò, perché in una biblioteca personale servono anche i memento: lo metterò vicino a un libro di Gaia Servadio (Storia di R) che mi aveva fatto schifo alcuni anni fa (ma, onestamente, questo è peggio).

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Seeing Red

Humphrey, Nicholas (2006). Seeing Red: A Study in Consciousness. Cambridge: The Belknap Press of Harvard University Press. 2006.

Un bel libro, che parte lentamente e lasciando qualche perplessità, ma che va crescendo, chiudendosi con un’ipotesi sull’evoluzione della coscienza molto convincente e quasi entusiasmante.

Il libro nasce da un ciclo di lezioni tenute dall’autore ad Harvard nell’aprile del 2004 e mantiene la struttura, la leggerezza, il procedere graduale delle lezioni magistrali.

Le perplessità iniziali nascono dall’approccio filosofico che Humphrey accetta come punto di partenza. Humphrey distingue nell’esperienza di “vedere rosso” due componenti, una “proposizionale” (la rappresentazione di quello che succede “là fuori” e anche degli stessi processi mentali) e una “fenomenica” (le sensazioni visuali – e qui nascono i problemi, perché queste portano dritti dritti ai famigerati “qualia”).

I qualia sono utilizzati, in genere, da coloro che sostengono che la coscienza è qualcosa di mistico, di inafferrabile, di irriducibile al modo in cui funziona il nostro cervello, e di collegato a qualcosa di essenziale a ciò di cui noi umani siamo fatti (una specie di flogisto mentale). I qualia, così, sono utilizzati per riproporre un dualismo cartesiano tra mente e cervello, tra res cogitans e res extensa.

A Humphrey, invece, la distinzione serve per introdurre una differenza tra percezione e sensazione, e per chiedersi: a che serve la sensazione, una volta che hai la percezione. La risposta è evoluzionistica: secondo l’autore, la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

Forse non a tutti piacerà pensare che il proprio senso del sé, la propria coscienza, sia una specie di pelo incarnito, una specie di dente del giudizio, il residuato di un cammino evoluzionistico in parte superato. Io lo trovo convincente (anche se molto dovrà essere fatto per confermare empiricamente questa ipotesi), come trovo anche convincente la spiegazione che Humphrey dà della nostra dilatata sensazione del “presente”.

Per convincervi che anche una visione rigorosamente materialistica può essere piena di rispetto e stupore, riporto la poesia di Gerard Manley Hopkins che chiude il volume:

As kingfishers catch fire, dragonflies draw flame;
As tumbled over rim in roundy wells
Stones ring; like each tucked string tells, each hung bell’s
Bow swung finds tongue to fling out broad its name;
Each mortal thing does one thing and the same:
Deals out that being indoors each one dwells;
Selves – goes itself; myself it speaks and spells,
Crying What I do is me: for that I came.

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Chance (2)

Ecco i canguri di Gosset (spero di non avere violato troppi copyright, ma dovrebbero essere fuori diritti dal 1908 a oggi, Topolino non era ancora nato…):

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Ieri ho dimenticato di raccontare forse la cosa più divertente del libro. Come scegliere il proprio partner? La premessa è che incontreremo un numero finito di candidati, e che non si torna indietro (una volta scartato un candidato è scartato per sempre, e una volta sposato è sposato indissolubilmente). Se sposiamo il primo che ci pare soddisfacente, avremo sempre il dubbio che ne avremmo potuto incontrare uno migliore; ma se andiamo avanti percorrendo tutta la lista, rischiamo di arrivare alla fine senza aver incontrato Mr Right. Esiste una strategia ottimale? Il rischio è connaturato nella scelta, ma c’è (ed è dimostrata formalmente, con un teorema) una strategia che dà le migliori probabilità di selezionare il candidato migliore: data una stima del numero dei possibili candidati, bisogna valutare il primo 37% dei candidati in lista (per l’esattezza, 1/e candidati, cioè il 36,78%) e poi, proseguendo nella lista, scegliere il primo che si incontra che risulta migliore di tutti quelli precedentemente valutati.

Ad esempio, supponi di essere un’avvenente debuttante in cerca di marito, con 100 spasimanti. Quello che suggerisce la teoria, è che tu esca con i primi 37, e li valuti, senza impegnarti con nessuno. Poi esci con il 38°: se è meglio di tutti i 37 precedenti, sposalo. Se no passa al 39° e ripeti la valutazione. Naturalmente, ti può capitare di non incontrarne nessuno migliore dei primi 37, e resterai single. Ti può anche capitare di sposarne uno sufficientemente buono, ma non il migliore in assoluto. Ma il teorema ti assicura che hai massimizzato le tue probabilità di successo rispetto a qualunque altra strategia (Aczel, pp. 85-87).

Il problema è noto anche come “problema della segretaria” e per gli irrimediabilmente curiosi qui trovate una sintetica rassegna.

Naturalmente, se il tuo obiettivo è spassartela, la strategia migliore è proporti a tutte (o a tutti). La vecchia storiella dice che prenderai una sacco di schiaffi, ma ti divertirai anche parecchio. Il calcolo delle probabilità conferma (Aczel, pp. 35-36).

Chance

Aczel, Amir D, (2004). Chance. A Guide to Gambling, Love, the Stock Market, & Just About Everything Else. New York: Thunder’s Mouth Press. 2004.

Ha un grandissimo pregio, quello di essere chiarissimo. Soprattutto nei capitoli iniziali.

Andando più avanti, il prezzo che si paga alla chiarezza viene a galla: alcuni argomenti sono appena sfiorati, tanto da farti chiedere se non sarebbe stato meglio non parlarne per niente (in nessun caso si sarebbe potuto essere esaustivi su un argomento come questo in 160 pagine). In qualche caso, la troppa semplificazione rischia di dare per assodati punti ancora problematici e discussi.

Ho però molto apprezzato che non si rinunci agli esempi numerici, che rendono la trattazione accessibile a tutti, senza costringere a inutili atti di fede. È proprio nelle rare occasioni in cui Aczel si allontana da questo principio che il libro delude.

Ho apprezzato in modo particolare gli aneddoti, anche se alcuni sono molto noti. La storia di Pascal, Fermat e del Chevelier de Méré ve la racconterò un’altra volta, se non la sapete già. Quello che proprio non sapevo è che le “code” di una distribuzione si chiamano così grazie a un disegno di Gosset del 1908, che Aczel riporta a p. 110 – non l’ho trovato sul web e quindi sono costretto a descriverlo: ci sono due canguri un di fronte all’altro, le teste “affrontate” al centro e le code a destra e sinistra). William Sealy Gosset (e non Gossett, come scrive erroneamente Aczel) lavorava alla birreria Guinness di Dublino e perciò firmava i suoi articoli scientifici con lo pseudonimo di Student (l’articolo fondamentale pubblicato nel 1908 su Biometrika è qui). E per la serie “eroi della statistica”, eccolo qui (proprio nel 1908):

Nei boschi eterni

Vargas, Fred (2006). Nei boschi eterni (Dans les bois éternels). Torino: Einaudi. 2007.

Siamo arrivati, per il momento, alla fine di questa fatica. Ci pensate, nel giro di poco più di una settimana sono arrivato a concludere due cicli, Harry Potter e la Vargas (L’uomo a rovescio, Chi è morto alzi la mano, Io sono il Tenebroso, Parti in fretta e non tornare e Sotto i venti di Nettuno).

Per quanto riguarda la Vargas, ne valeva la pena? Direi proprio di sì, anche se – come vi ho detto subito – non sono un appassionato di polizieschi.

Come la Vargas costruisce il suo meccanismo narrativo è abbastanza chiaro: parte, per così dire, dal fondo. Anche se, mi pare, rispetta tutte le regole canoniche (a differenza di Gianni Mura). Il personaggio su cui tutti i sospetti si accumulano non può essere il colpevole; resta soltanto quel “qualcun altro” di cui non si spiegherebbe, altrimenti, la presenza nel romanzo. La vecchia storia che se, all’inizio del libro, c’è un’arma letale appesa a una parete, prima o poi dovrà sparare…

Ma i pregi della Vargas non stanno tanto nella vicenda, quanto nei personaggi, che prendono libro dopo libro più spessore. Adamsberg, la mitica Violette Retancourt, Danglard; persino gli altri comprimari. Ci siamo affezionati, ci sembra di conoscerli, ognuno di noi lettori affezionati (l’ho verificato) li proietta su qualche amico o conoscente: mi sembra un gran bel risultato per uno scrittore.

In più ci sono dei piccoli aforismi memorabili, disseminati qua e là. Una cosa così francese, da grande scrittore dell’Ottocento o del primo Novecento. La mia scelta:

Come tutti i duri, non ha resistenza. È il principio della noce. Premi, e si rompe. Provi, invece, a rompere del miele. [p. 170]

– L’amore, Ariane, è l’unica battaglia che si vince indietreggiando.
– Chi è l’idiota che l’ha detto? Tu?
– Bonaparte, e non era l’ultimo degli strateghi.
– E tu, tu cosa fai?
– Indietreggio. C’è poco da scegliere. [p. 120]

Amore inalterabile, come lo sono gli amori non consumati. [p. 100].

Quest’ultima è così bella che ve la metto anche in francese (anche se la traduttrice, Margherita Botto, questa volta à bravissima):

Amour inaltérable, comme il en va de celles qui ne sont pas consommées.

Di sapore veramente proustiano (l’amore non corrisposto, cioè l’amore… – se non ricordo male). E mi accorgo anche che si legge sempre un libro con le sensibilità del momento (We don’t see things as they are, we see things as we are).

Manhattan

Manhattan (Manhattan), 1979, di e con Woody Allen.

Film molto bello (in questi casi si scrive: fotografato in un sontuoso bianco e nero…), ma anche molto narcisista.

Quando l’ho visto alla sua uscita, più giovane di una quindicina d’anni del protagonista, lo compativo per i suoi problemi patetici di rapporto con le donne e mi dicevo: speriamo di non diventare così. Rivedendolo ieri, ormai più grande di lui, mi dicevo: per fortuna ne sono venuto fuori! Quando avevo l’età del protagonista, ero talmente impelagato nella mia crisi di mezza età da non avere il tempo d’andare al cinema.

Nonostante Manhattan sia considerato anzitutto un film su New York e su un’epoca, è uno dei film più ricchi di battute (del tipico auto-compiacimento agrodolce di Woody Allen). Ecco un  florilegio:

[Looking at old meat]: Corn beef should not be blue

I think people should mate for life, like pigeons or Catholics.

My ex-wife left me for another woman.

[Yale]: You are so self-righteous, you know. I mean we’re just people. We’re just human beings, you know? You think you’re God.
[Allen]: I… I gotta model myself after someone.

[Keaton]: Well tell me, why did you get a divorce?
[Allen]: Why? I got a divorce because my ex-wife left me for another woman.
[Keaton]: Really? God, that must have been really demoralizing.
[Allen]: Well, I dunno, I thought I took it rather well under the circumstances. I tried to run them both over with a car.

Il monologo più famoso è quello delle cose per cui vale la pena vivere:

Why is life worth living? It’s a very good question. Um… Well, There are certain things I guess that make it worthwhile. uh… Like what… okay… um… For me, uh… ooh… I would say… what, Groucho Marx, to name one thing… uh… um… and Wilie Mays… and um… the 2nd movement of the Jupiter Symphony… and um… Louis Armstrong, recording of Potato Head Blues… um… Swedish movies, naturally… Sentimental Education by Flaubert… uh… Marlon Brando, Frank Sinatra… um… those incredible Apples and Pears by Cezanne… uh… the crabs at Sam Wo’s… uh… Tracy’s face…

Ma la mia battuta preferita (al momento) è questa:

[Allen]: I got a kid, he’s being raised by two women at the moment.
[Keaton]: Oh, y’know, I mean I think that works. Uh, they made some studies, I read in one of the psychoanalytic quarterlies. You don’t need a male, I mean. Two mothers are absolutely fine.
[Allen]: Really? Because I always feel very few people survive one mother.

La musica è bellissima. Qui vi metto il dialogo finale e i titoli di coda, con Rhapsody in Blue di Gershwin.

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