Un amore splendido

Un amore splendido (An Affair to Remember), 1957, di Leo Mc Carey, con Cary Grant e Deborah Kerr.

C’è in edicola un cofanetto di 5 DVD con film con Cary Grant. L’ho comprato perché costava poco e ci sono anche Sospetto e Arsenico e vecchi merletti.

Cary Grant è uno dei protagonisti di 54 dei Wu Ming e da quando ho letto il libro (che si può scaricare legalmente dalla rete), che mi è molto piaciuto, sono particolarmente incuriosito da lui e dai suoi film.

Il film è mielosissimo. Comincia come una sophisticated comedy e finisce come un polpettone strappalacrime intriso di buoni sentimenti. Eppure, all’inizio, sembrava che Terry McKay (Deborah Kerr) riuscisse a tener testa in cinismo a Nickie Ferrante (Cary Grant):

Nickie Ferrante: But you have such an honest face.
Terry McKay: I have?
Nickie Ferrante: I can trust you can’t I?
Terry McKay: Yes, I suppose so.
Nickie Ferrante: Good, come with me.
Terry McKay: Yes, but the Captain has an honest face too! Why can’t you tell him your troubles?

Se lo vedete, poi lavatevi bene i denti, altrimenti la carie è garantita. Già i titoli di testa sono in rosa: dovevo capirlo da lì.

Eppure, la storia è tanto piaciuta agli americani che questo è già il remake di un film del 1939 (dello stesso regista, con Charles Boyer come protagonista) e che ha avuto a sua volta un remake nel 1994 (con Warren Beatty e Annette Bening).

Inutile dire che Cary Grant e Deborak Kerr recitano benissimo.

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Breve storia di lunghi tradimenti (2)

Un amico, sapendomi interessato alla statistica, richiama la mia attenzione su questa frase (la pronuncia Marco, a p. 98):

“Non esistono misteri, in statistica. Al limite, eventualmente, si tratta di anomalie. ma una spiegazione si trova sempre”.

Ha un senso? Dice una cosa vera? O è soltanto uno riempitivo o una boutade, come spesso in Avoledo?

Intanto, penso che sia vera l’ultima ipotesi: Marco è un personaggio di poco spessore, ma la sua caratterizzazione è quella di essere tecnologico e documentato. Quindi, la frase mi sembra più una testimonianza del suo essere connotato come “positivista”, che l’espressione di una convinzione dell’autore messa in bocca a un personaggio.

Per capire meglio se l’affermazione di Marco ha un senso e dice una cosa vera, bisogna andare un po’ più a fondo. La parola”statistica” ha due significati (li prendo, per comodità, dal De Mauro online):

  • analisi quantitativa dei fenomeni collettivi che hanno attitudine a variare, allo scopo di descriverli e di individuare le leggi o i modelli che permettono di spiegarli e di prevederli;
  • raccolta sistematica e ordinata di dati: la statistica dell’incremento delle nascite, la statistica degli incidenti in casa.

Noi del mestiere, di solito, ci riferiamo alla “statistica” nella prima accezione e alle “statistiche” nella seconda.

Se ci riferiamo alla statistica come scienza, quanto a misteri siamo messi più o meno come la matematica. Voglio dire che c’è un problema di “fondamenti della statistica” in qualche modo analogo a quello dei “fondamenti della matematica”. La storia è lunga, e anche un po’ appassionante (almeno per me), ma ci porterebbe molto lontano.

Le statistiche, come raccolte di dati, di misteri in senso nobile ne hanno ben pochi. Possono essere sbagliate, inesatte, inaffidabili, di cattiva qualità, ma non misteriose. Insomma, si tratta di informazioni quantitative, e come tali soggette a tutti i problemi e alle distorsioni delle informazioni, quantitative o qualitative che siano. Lo stesso romanzo di Avoledo è informazione, perché ci racconta una storia.

Proviamo a riferire la frase di Marco a una narrazione: “Non esistono misteri, in letteratura. Al limite, eventualmente, si tratta di anomalie. ma una spiegazione si trova sempre”. Funziona? Penso di sì.

Certo, una spiegazione si trova sempre. Ma non è sicuro che sia quella giusta, e neppure che esista una e una sola spiegazione giusta. Né in statistica né in letteratura.

Forse l’unico altro punto che merita una riflessione è il riferimento alle anomalie. Gli statistici hanno come punto d’orgoglio quello di saper trattare le anomalie, se per anomalie si intendono valori inattesi rispetto a una qualche regolarità (nel caso che Marco sta discutendo, una speranza di vita alla nascita particolarmente bassa, se non ricordo male).

La statistica non si occupa tanto (o soltanto) della media, quanto anche e soprattutto della variabilità, e tra le sue conquiste più importanti c’è quella di saper sintetizzare in pochi parametri e indicatori i fenomeni collettivi (cioè quelli dove il numero degli individui è talmente elevato da escludere la possibilità o la convenienza di seguire le vicende di ogni singolo individuo).

La risposta alla famosa storiella del pollo di Trilussa è che la statistica non ti racconta soltanto la media (mezzo pollo) ma anche la variabilità (uno a me e nessuno a te)!

The Weight of Numbers (Il peso dei numeri)

Ings, Simon (2007). The Weight of Numbers. New York: Black Cat (Grove/Atlantic). 2007.

Ings, Simon (2007). Il peso dei numeri. Milano: Il Saggiatore. 2007.

Non un capolavoro, ma un’interessante sorpresa. Simon Ings non scrive in modo brillante o travolgente, e il libro ha dei momenti morti. Ma la storia che racconta, e come la racconta è molto interessante. Lo consiglio.

Quello che è difficile è raccontare di che parla il libro. Quello che c’è scritto sulla copertina, ma anche gran parte di quello che ho letto in giro, porta fuori strada, secondo me. Proverei a metterla così: ci crediamo, noi umani voglio dire, i padroni del mondo e del nostro destino. Quanto al secondo aspetto, l’idea è stata ridicolizzata molte volte, ed è la trama segreta di moltissimi bei romanzi. Basti per tutti uno dei più antichi che conosciamo, Gilgamesh, dove l’eroe eponimo – dopo essere arrivato letteralmente ai confini del mondo ed essersi immerso nell’abisso più profondo per recuperare la pianta dell’immortalità (è la pianta dell’irrequietezza!) – si addormenta sfinito sulla spiaggia e ne viene derubato da un serpente (morale: i serpenti, cambiando pelle, sono immortali, e noi no). Ma il destino di cui parla Ings non è quello confezionato da un dio benevolo o maligno, né da qualche sua versione immanente (la storia, lo spirito del mondo…); il destino di Ings è quello del peso dei numeri: siamo sospinti nella vita e nelle nostre azioni da innumerevoli piccoli eventi, dall’interazione di persone che non conosciamo e che ci cambieranno la vita, da incontri e circostanze casuali. Un moto browniano, in cui noi siamo i granelli di polline mossi dagli urti con le molecole del fluido in cui siamo immersi. Tutto è profondamente casuale.

Forse c’è anche qualcosa di più, che fa riferimento al primo aspetto: siamo i padroni del mondo? Anche qui, c’è un’idea di progresso che è stata ridicolizzata (Voltaire batte Hegel 1-0). Anche il mio amato Leibniz (almeno quello dell’armonia prestabilita) non sta benissimo. Il progresso che è stato ridicolizzato è quello fondato sul presupposto che noi siamo il fine della storia. Ma c’è un’altra accezione in cui l’idea di progresso non è tanto peregrina: il nostro mondo si è mosso verso la complessità informativa.

Per gran parte del XX secolo, l’idea ottocentesca di progresso, applicata alle società umane, è stata screditata. Mentre le teorie evoluzionistiche di Darwin applicate alla biologia – anche grazie a Mendel prima, e alla scoperta del Dna negli anni Cinquanta – si sono progressivamente affermate nel corso del Novecento, la convinzione che inevitabili forze storiche fossero alla base di un progresso sostanzialmente lineare nell’or­ga­niz­za­zio­ne della società umana, pur condivisa da pensatori distanti tra loro come Karl Marx, John Stuart Mill e Herbert Spencer, è stata a lungo considerata non soltanto infondata, ma ideologicamente pericolosa. Più di recente, il dibattito sulla “direzionalità” della storia umana si è riaperto, su basi nuove, grazie a Nonzero. The Logic of Human Destiny, un fortunato libro di Robert Wright (1999): Wright associa il concetto di evoluzione culturale a quello di crescita della complessità e vede nell’esistenza di giochi a somma non-nulla il meccanismo propulsore.

Partendo da qui, possiamo ipotizzare che il progresso che apparentemente ha condotto fino a noi (una versione debole del principio antropico? – ma questa è una digressione che ci porterebbe lontano) possa proseguire lasciandoci indietro. Lo intuisce Anthony Burden – uno dei protagonisti – a pagina 398 dell’edizione americana:

“The net has been cast. Anthony Burden can see this. […] He knows about these places and how they work: how the till talks to the stock control computer, which talks to the email generator, which talks to the supplier’s mainframe, and on and on and on. He can see, as though it was etched on the air, the self-stitching net that has been thrown over the world. He can see the struggles of people trapped within that net. He knows where the dreams of his youth have led.

As the boy struggles through his robot day, Anthony Burden realizes it has been given him, in this final years of his much-travelled and impecunious life, to witness something important. Here now, in a Portsmouth burger bar, he is witnessing the birth struggles of a world he has always dreamed of: a pre-wired, pre-fabricated world that has no need of peolpe. A world already in control of itself”.

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The Book of Lost Books

Kelly, Stuart (2005). The Book of Lost Books. London: Penguin Books. 2006.

Una brevissima recensione di un libro che ho deciso di non finire di leggere (troppo noioso! per me, almeno).

Leibniz (OK, Gottfried Wilhelm von Leibniz), che io adoro anche perché era un incredibile pignolo (affinità elettive), lavorò fino alla morte (1716) per la Casata dei Brunswick. Nel 1685 (Leibniz aveva 39 anni), il duca Ernst August gli chiese di scrivere un’opera che narrasse la storia di Casa Brunswick “dalle origini”. Gravissimo errore. Dopo aver speso 13 anni a raccogliere le idee e a preparare una scaletta (almeno, io avrei fatto così), nel 1698 Leibniz pubblicò un primo volume preparatorio, di documentazione d’archivio. Nei 13 anni successivi, videro la luce altri 8 volumi di fonti. Finalmente, nel 1711 era pronta la bozza del primo volume della storia dei Brunswick vera e propria: era intitolata Protogaea e trattava di geologia e della formazione dei fossili. Mi immagino la faccia dei duchi: “ma dalle origini doveva essere”, avrà risposto l’ormai canuto Leibniz…

Ho un collega esattamente così: dev’essere una reincarnazione.

Se avete coraggio e forza d’animo, vi consiglio una trilogia bellissima: The Baroque Cycle di Neal Stephenson. Ma vi avverto, i 3 volumi – Quicksilver (944 pagine), The Confusion (832) e The System of the World (912) – richiedono una bella forza di volontà. Molto ben ripagata, secondo me.

Fitzcarraldo

Fitzcarraldo, di Werner Herzog, con Klaus Kinsky (1982).

Un altro gioiello in edicola. Allegato al primo DVD ce n’è un secondo, con il film che Herzog girò sulla sua lunga collaborazione con Klaus Kinsky, qualche anno dopo la sua morte.

Fitzcarraldo è più un film di culto che un capolavoro. Non che non sia bello, e a me la lentezza non dà fastidio (penso che sia assolutamente funzionale al ritmo della storia raccontata), ma non mi piace la prima parte del film, in cui Fitzcarraldo/Kinsky sembra un matto semplice (sporco, maniaco dell’opera, arenato a Iquitos e circondato da bambini e maiali, disprezzato dalla “classe dirigente” locale, amato senza capirne a fondo la grandezza e la bellezza da Molly/Claudia Cardinale). Tutto cambia da quando Fitzcarraldo vede la fatale mappa dei due fiumi: da lì in avanti diventa un grande matto, un sognatore, un utopista, un profeta, un Jan van Leiden.

Non è la fede che sposta le montagne, è la speranza.

Ci riconosciamo in lui per i sogni e i desideri cui abbiamo rinunciato, senza rassegnarci alla rinuncia. In questo senso – e così l’abbiamo visto quando uscì – Fitzcarraldo chiude gli anni Sessanta e Settanta. L’edonismo reaganiano e la Milano da bere erano già arrivati tra noi.

Un battello che risale un fiume – in un paese possibilmente remoto, l’ignoto dietro ogni ansa, tribù ostili nascoste nella foresta primaria, la morte che t’aspetta alla meta – è una metafora dell’esistenza forse facile, ma sempre efficace: Heart of Darkness di Conrad è il vertice del genere (il suo figlio cinematografico, Apocalypse Now, è uscito nel 1979).

La natura, ostile, è un nemico da vincere, un ostacolo da superare: in questo Fitzcarraldo (il personaggio) è un uomo dell’Ottocento. Ma nell’imporre il suo sogno, come una religione, a tutti i suoi compagni e anche agli Jivaro, è senza tempo.

Quando vidi il film nel 1982 ero terrorizzato dalla giungla e sicuro che non ci avrei mai messo volontariamente piede. Qualche mese fa l’ho fatto, proprio in Amazzonia, e – senza poter dire onestamente che ci vorrei tornare più e più volte – devo dire che è assolutamente affascinante. Nel film si ritrova molto: gli insediamenti fangosi e pezzenti (diversamente pezzenti, adesso…), l’ampiezza dei fiumi, le piccole vie d’acqua e le paludi da percorrere in piroga, la penombra verde sotto la cortina degli alberi, i suoi continui, gli inquietanti silenzi, gli sterminati cieli, le notti dense d’insetti e di stelle… Mancano gli odori, però…

Non mi stupisce che Herzog ne sia rimasto affascinato. Le riprese durarono circa quattro anni. All’inizio, Fitzcarraldo doveva essere impersonato da Jason Robards e Mick Jagger era il suo aiutante; ma il primo cadde ammalato e il secondo abbandonò le riprese. Soltanto a questo punto la scelta cadde su Klaus Kinsky, da tempo amico di Herzog, e si dovettero girare di nuovo tutte le riprese in cui comparivano Robards e Jagger. Il capitano olandese (Orinoco Paul) doveva essere Mario Adorf, che si tirò indietro per paura delle rapide. Non ci sono effetti speciali: tre navi furono utilizzate nelle riprese e una (340 tonnellate) fu effettivamente spostata sulla collina con l’aiuto di bulldozer.

Belle le musiche dei Popol Vuh di Florian Fricke. Qui due video, Kyrie e Improvisation.

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La squadra 8 (3)

Cafasso (cito a memoria): “Pettenella, lei ha il dono di dire un attimo prima degli altri cose che nessuno vorrebbe dover sentire”.

A me è piaciuto sia il ritrovamento altamente simbolico del cadavere della De Luca (molo San Gennaro, sotto una statua di soggetto religioso, seduta su una panchina, che “guarda” il mare con il vento nei capelli), sia l’autopsia (con quella fotografia livida che fa pensare al Cristo morto del Mantegna ma anche, per me, alla foto del Che sul tavolo di un obitorio boliviano).

Ho un dubbio, però, che spero che qualche medico legale sappia sciogliere: penso che un cadavere, morto da tempo, non possa avere i capezzoli eretti. I capezzoli si inturgidiscono per un afflusso di sangue (come altri organi…) e il sangue in un morto non circola.

Le interviste impossibili

Pavolini, Lorenzo (a cura di) (2006). Le interviste impossibili. Roma: Donzelli. 2006.

Nell’estate del 1974, se non ricordo male, presero avvio le “interviste impossibili”. L’idea, allora, non mi sembrò particolarmente innovativa: all’epoca, la mattina andavano in onda spesso i radiodrammi, che ascoltavo con molto divertimento: ricordo ancora Fantomas e anche Mathias Sandorf di Jules Verne, che poi ho letto. Alcuni scrittori intervistavano figure storiche, cui davano voce degli attori. Scrittori, personaggi e attori mi erano a volte noti, a volte ignoti. La serie durò circa un anno ed era trasmessa di pomeriggio: ero all’ultimo anno d’università, stavo lavorando alla tesi e se possibile l’ascoltavo. Negli anni successivi, a intermittenza, me ne sono ricordato.

Recentemente, Donzelli ha pubblicato la serie integrale (Bompiani ne aveva pubblicata una parte, penso con gli autori della sua scuderia). Allegato al libro, due CD (audio) con sette registrazioni. Qualcosa si trova anche nelle Teche Rai

La registrazione audio riporta all’emozione della prima diffusione. Gli scrittori parlano con la loro voce, mentre gli attori interpretano l’intervistato. Il sapore di vecchia radio e di “radiodramma” (i commenti musicali, i “rumoristi”…) è piacevolissimo. Le regie, per la maggior parte, erano curate da Andrea Camilleri e Vittorio Sermonti, all’epoca a me perfettamente ignoti, ma ora piuttosto famosi.

Nella lettura questi aspetti si perdono, ma si guadagna qualcos’altro. Penso che gli autori, nella maggior parte dei casi, fossero più orientati (e abituati) a predisporre un testo scritto che un copione teatrale. Lo svolgimento del tema è molto diverso da autore ad autore. Farò qui soltanto qualche esempio. Eco sceglie chiaramente la strada del divertimento: la sua Beatrice, femminista ante litteram, che parla in fiorentino e odia Dante, che non l’ha toccata ma l’ha violentata nella personalità, è spassosa. Anche quando Eco affronta un tema più seriamente, come nell’intervista a Diderot, la vena di divertimento resta. Altri autori scelgono un momento cruciale nella vita dell’intervistato (Napoleone alla vigilia di Waterloo, Giulio Cesare e Bruto alle idi di marzo, Plinio il Vecchio il giorno dell’eruzione del Vesuvio e della distruzione di Pompei, Attilio Regolo i momenti prima del suo supplizio). In pochi casi l’intervista si trasforma in una piccola pièce teatrale (Jack lo squartatore di Ceronetti).

Alcune interviste sono proprio bruttine. Rispetto ad altre, resta il rammarico che l’autore non ne abbia scritte di più (Camilleri, Bellonci, Del Buono). Arbasino è uno specialista, ma non tutte le sue interviste sono allo stesso livello.

Il mio preferito è il Bismarck di Sermonti, costruito con il procedimento di mettere in bocca al cancelliere, durante l’intervista, molte frasi contenute nei suoi scritti o attribuitegli come bon mots. L’intervista risulta divertentissima. Bismarck ripete anche la famosa battuta (involontaria) in latino “Nescio quid mihi magis farcimentum esset”. L’aneddoto è questo: nel 1871 a Versailles, dopo che la Prussia aveva sconfitto la Francia a Sedan, si discuteva, a lungo e senza giungere a nessuna conclusione, se l’imperatore si dovesse chiamare Kaiser della Germania, Kaiser tedesco o Kaiser dei tedeschi. Bismarck, scocciato, chiese come si dicesse in latino Wurscht (non m’interessa). Uno zelante funzionario, comprendendo Wurst (salsiccia), gli rispose prontamente “farcimentum“. Al che Bismarck, pronunciò solennemente la nota frase. Sermonti traduce: “Me ne sbatto la salsiccia!”

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Citizen Kane (Quarto potere)

Citizen Kane, di e con Orson Welles (1941).

Il titolo italiano, diventato proverbiale, è fuorviante: del potere della stampa non si parla molto, e non è questo il tema centrale del film.

Il DVD è in edicola a 10 euro: che aspettate? E, se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli: vale la pena di sentire come recita Orson Welles, e anche godervi il maestro di musica italiano (Signor Matiste, interpretato da Fortunio Bonanova, un attore spagnolo!). Nel cast ci sono alcuni attori fantastici, tra cui Everett Sloane (Mr Bernstein), di cui abbiamo già parlato. Le musiche sono di Bernard Herrmann, autore anche di molte belle colonne sonore di Hitchcock. Alla fotografia Greg Toland, che sperimentò molte tecniche innovative (luci e obiettivi), tra cui il deep focus, che permetteva grande profondità di campo.

Due considerazioni.

Kane ha un sogno e per realizzarlo accumula ossessivamente oggetti (la panoramica sulle statue imballate nella villa di Xanadu), attività (giornalista, politico, impresario, magnate, ospite munifico) e persone (donne e “amici”). Ma, alla fine, il suo sogno era una nostalgia (Rosebud, che brucia con tutto il resto). Trasferito dal piano individuale a quello collettivo (il sogno americano: Kane stesso, accusato di essere comunista o fascista, si dichiara solamente americano), il messaggio è fortemente reazionario, come sempre quando si nega il progresso (e la sua stessa possibilità) e si rimpiange una qualunque età dell’oro (per questo, e non per l’adorazione che ne hanno avuto alcuni gruppuscoli di controcultura fascista, il Signore degli anelli è reazionario).

Kane è un genio, un essere umano straordinario. Nessuno lo comprende (le testimonianze delle persone a lui più vicine, l’inchiesta giornalistica che costituisce l’ossatura del film, il film stesso non ne scalfiscono la superficie). Rosebud resta un mistero. Non essere capito implica il non poter essere amato: non penso che ci sia amore senza comprensione. Più in generale, non penso ci possa essere empatia senza conoscenza – è l’altra faccia della sindrome di Asperger, in cui la nostra “teoria della mente” di comuni mortali non riesce a figurarsi quello che passa per la testa del genio o dell’uomo straordinario. Questa tragedia obbliga Kane all’egocentrismo, al narcisismo, a porsi al centro di tutto, all’amore di sé. Amare Charles Foster Kane: uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. E – chiaramente – siamo tutti un po’ Kane: Welles parla di sé, ma anche di noi.

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La squadra 8 (2)

Sì, mi sto commercializzando. Ho visto che oggi in tanti hanno cercato notizie sulla puntata di ieri (e il mio post era vecchio), così ruffianamente dico la mia, per guadagnare in popolarità.

Un’ipotesi è che quello di Ruotolo sia un bluff. Ha cambiato di nascondiglio perché l’avrebbe fatto comunque e mette alla prova la De Luca per capire come reagisce sotto stress. La De Luca è una dura, non batte ciglio, tutto bene. Non ci credo neppure io.

Scenario più inquietante. Cafasso ha sbagliato: lo sappiamo tutti, e anche lui, che al Sant’Andrea c’è una talpa. Non doveva far partecipare i suoi all’operazione, ma soltanto i NOCS. Ne fotte più l’orgoglio del petrolio (George Vasco Bush). Certo, a questo punto il più sospetto è Battiston…

La De Luca potrebbe anche salvarsi: ad esempio, a Ruotolo viene una bella fitta al momento di sparare, chiude gli occhi un momento e la De Luca, rapida come un cobra… Poi torna con il marito (magari dopo un momento di tenerezza con Sciacca, che gli farebbe solo che bene). Certo la De Luca a questo punto sarebbe bruciata e nella prossima serie non ci sarà più.

A margine: per una volta ha sbagliato anche Pettenella. La paranoia è ciò che un bravo sbirro dovrebbe tenersi di più caro. Dice bene Max Peltier (Tom Sizemore) in Strange Days: “The issue isn’t whether you’re paranoid, but whether you’re paranoid enough”.

La via lattea (1969)

Ne La via lattea di Buñuel (uno dei miei film preferiti) c’è una scena che trovo esilarante, e che mi viene in mente ogni volta che qualcuno osa contraddirmi.
Ho trovato il testo della sceneggiatura soltanto in inglese. Abbiate pazienza. Quando avrò più tempo lo tradurrò (ma non contradditemi!)

(Scene shift. A Priest in a restaurant with a Cop who is holding a bottle of brandy.)
COP: Do you want some?
PRIEST: No, thanks. Quite honestly.
COP: And you’re from around here?
PRIEST: Yes, nearby.
[…]
COP: Anyway, getting back to our discussion, there’s nothing miraculous about the miracles of Christ. They’re commonplace occurrences.
PRIEST: Really?
COP: These days science can explain anything. Miracles are natural phenomena, like it or not.
PRIEST: Well, I find that more than ever before science agrees with the scriptures. That’s why the whole world is now Catholic.
COP: What do you mean, Catholic?
PRIEST: That’s right, the whole world.
COP: But what about the Moslems?
PRIEST: Come now, the Moslems are Catholic.
COP: What about the Jews?
PRIEST: Especially the Jews.
[…]
COP: In any case, Father, you’ll never convince me that the body of Christ can be contained in a piece of bread.
PRIEST: Be careful about what you’re saying. The body of Christ is not CONTAINED in the bread. In the sacrament of Communion, the host BECOMES the body of Christ. No matter what we say, transubstantiation does exist.
COP: I’d like to believe you. I’ll admit, I just don’t understand. It’s beyond me.
PRIEST: The host is the body of Christ. That’s it! Don’t believe it’s a mere representation, a symbol, as it were, of the body of our Lord. The Albigensians believed that. And, of course, so did the Calvinists, among others. And that is a serious mistake!
INNKEEPER: I always say that the body of Christ in the host is just like the rabbit in this pâté.
PRIEST: What?
INNKEEPER: I mean that it’s rabbit and at the same time it’s pâté.
PRIEST: You don’t understand! You speak like those 16th Century heretics that were called, as a matter of fact, Pate-liars! Don’t talk like that! You must take the words of Christ literally!
COP: Sorry, but it just doesn’t make any sense to me.
PRIEST: All the more reason to believe! Religion without mystery is no religion at all! In other words, any heresy that attacks a mystery can easily seduce ignorant and superficial people, but heresies will never be able to hide the truth.
OLD BUM: Father, I’d like to ask you, what happens to the body of Christ inside your stomach?
[…]
PRIEST: It suddenly occurred to me the Pate-liars were right. It’s a revelation! I FEEL that the body of Christ is in the host, like rabbit in that pâté. I’m absolutely sure of it!
COP: But you just said the opposite.
PRIEST: I said the opposite? Who, me?
COP: Yes, you.
(Priest throws a cup of coffee into Cop’s face. Innkeeper calls some men in white coats who arrive in a white ambulance)
[…]
(Two medics grab him.)
[…]
(Medic takes him outside.)
INNKEEPER: I never knew. He seemed so normal.
COP: Who is he? Is he really a priest?
MEDIC 2: Yes, he was the parish priest of Chevilly till last year. You probably contradicted him, right?
COP: Maybe.
MEDIC 2: I knew it.