Fitzcarraldo

Fitzcarraldo, di Werner Herzog, con Klaus Kinsky (1982).

Un altro gioiello in edicola. Allegato al primo DVD ce n’è un secondo, con il film che Herzog girò sulla sua lunga collaborazione con Klaus Kinsky, qualche anno dopo la sua morte.

Fitzcarraldo è più un film di culto che un capolavoro. Non che non sia bello, e a me la lentezza non dà fastidio (penso che sia assolutamente funzionale al ritmo della storia raccontata), ma non mi piace la prima parte del film, in cui Fitzcarraldo/Kinsky sembra un matto semplice (sporco, maniaco dell’opera, arenato a Iquitos e circondato da bambini e maiali, disprezzato dalla “classe dirigente” locale, amato senza capirne a fondo la grandezza e la bellezza da Molly/Claudia Cardinale). Tutto cambia da quando Fitzcarraldo vede la fatale mappa dei due fiumi: da lì in avanti diventa un grande matto, un sognatore, un utopista, un profeta, un Jan van Leiden.

Non è la fede che sposta le montagne, è la speranza.

Ci riconosciamo in lui per i sogni e i desideri cui abbiamo rinunciato, senza rassegnarci alla rinuncia. In questo senso – e così l’abbiamo visto quando uscì – Fitzcarraldo chiude gli anni Sessanta e Settanta. L’edonismo reaganiano e la Milano da bere erano già arrivati tra noi.

Un battello che risale un fiume – in un paese possibilmente remoto, l’ignoto dietro ogni ansa, tribù ostili nascoste nella foresta primaria, la morte che t’aspetta alla meta – è una metafora dell’esistenza forse facile, ma sempre efficace: Heart of Darkness di Conrad è il vertice del genere (il suo figlio cinematografico, Apocalypse Now, è uscito nel 1979).

La natura, ostile, è un nemico da vincere, un ostacolo da superare: in questo Fitzcarraldo (il personaggio) è un uomo dell’Ottocento. Ma nell’imporre il suo sogno, come una religione, a tutti i suoi compagni e anche agli Jivaro, è senza tempo.

Quando vidi il film nel 1982 ero terrorizzato dalla giungla e sicuro che non ci avrei mai messo volontariamente piede. Qualche mese fa l’ho fatto, proprio in Amazzonia, e – senza poter dire onestamente che ci vorrei tornare più e più volte – devo dire che è assolutamente affascinante. Nel film si ritrova molto: gli insediamenti fangosi e pezzenti (diversamente pezzenti, adesso…), l’ampiezza dei fiumi, le piccole vie d’acqua e le paludi da percorrere in piroga, la penombra verde sotto la cortina degli alberi, i suoi continui, gli inquietanti silenzi, gli sterminati cieli, le notti dense d’insetti e di stelle… Mancano gli odori, però…

Non mi stupisce che Herzog ne sia rimasto affascinato. Le riprese durarono circa quattro anni. All’inizio, Fitzcarraldo doveva essere impersonato da Jason Robards e Mick Jagger era il suo aiutante; ma il primo cadde ammalato e il secondo abbandonò le riprese. Soltanto a questo punto la scelta cadde su Klaus Kinsky, da tempo amico di Herzog, e si dovettero girare di nuovo tutte le riprese in cui comparivano Robards e Jagger. Il capitano olandese (Orinoco Paul) doveva essere Mario Adorf, che si tirò indietro per paura delle rapide. Non ci sono effetti speciali: tre navi furono utilizzate nelle riprese e una (340 tonnellate) fu effettivamente spostata sulla collina con l’aiuto di bulldozer.

Belle le musiche dei Popol Vuh di Florian Fricke. Qui due video, Kyrie e Improvisation.

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

2 Risposte to “Fitzcarraldo”

  1. Aguirre, furore di dio « Sbagliando s’impera Says:

    […] una metafora narrativa: Cuore di tenebra di Conrad (e Apocalypse Now di Coppola) e lo stesso Fitzcarraldo di […]

  2. Wasik & Murphy – Rabid: A Cultural History of the World’s Most Diabolical Virus « Sbagliando s'impera Says:

    […] e così citato da molti libri e resoconti scientifici che avevo letto, da Claude Lévi-Strauss a Fitzcarraldo, ma anche per il terrore che leggendo quei libri e quei resoconti mi aveva ispirato quella natura […]


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