Kaiak e canoe

Stasera sono stato al Festival delle scienze all’Auditorium di Roma (Roma, Auditorium Parco della musica, “Tra Possibile e Immaginario” Festival delle Scienze 2010, giovedì 14/01/2010 Sala Petrassi ore 21:  La Cattedrale di Turing e l’universo digitale. Conferenza con George Dyson, John Brockman, Vittorio Bo).

George Dyson è uno storico della scienza, figlio del fisico Freeman Dyson e fratello di Esther Dyson (quella di Release 2.0). John Brockman è uno scrittore e agente letterario, curatore tra l’altro di Edge, una rivista online che consiglio vivamente.
Ogni fine d’anno Brockman fa una domanda a una platea di intellettuali. La domanda di quest’anno era: “In che modo Internet ha cambiato la tua vita?”

La risposta di Dyson l’ho trovata bellissima:

KAYAKS vs CANOES

In the North Pacific ocean, there were two approaches to boatbuilding. The Aleuts (and their kayak-building relatives) lived on barren, treeless islands and built their vessels by piecing together skeletal frameworks from fragments of beach-combed wood. The Tlingit (and their dugout canoe-building relatives) built their vessels by selecting entire trees out of the rainforest and removing wood until there was nothing left but a canoe.

The Aleut and the Tlingit achieved similar results — maximum boat / minimum material — by opposite means. The flood of information unleashed by the Internet has produced a similar cultural split. We used to be kayak builders, collecting all available fragments of information to assemble the framework that kept us afloat. Now, we have to learn to become dugout-canoe builders, discarding unneccessary information to reveal the shape of knowledge hidden within.

I was a hardened kayak builder, trained to collect every available stick. I resent having to learn the new skills. But those who don’t will be left paddling logs, not canoes.

Giovedì 14/01/2010 Sala Petrassi ore 21
“Tra Possibile e Immaginario” Festival delle Scienze 2010
La Cattedrale di Turing e l’universo digitale
Conferenza con George Dyson, John Brockman, Vittorio Bo
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Freedom

Berlusconi, 13 gennaio 2010:

Mi attaccano sul piano politico e, lo vedete, sul piano giudiziario le aggressioni sono parificabili a quelle di piazza del Duomo, se non peggio.

Ho letto stamattina su alcuni giornali che serviva un ‘blocca-processi’. Io dico invece che servirebbe un decreto blocca-calunnie… [con buona pace, suppongo, della libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione].

E allora, quando ce vò ce vò. Torniamo all’inizio di Woodstock, 50 anni fa…

Una fuga? Magari si potesse!

7 seconds

Nel remoto 1994, 16 anni fa (quando già Berlusconi prometteva la riforma fiscale con 2 aliquote entro la fine dell’anno, a beneficio dei suoi elettori) una canzone di Youssou N’Dour (senegalese) e Neneh Cherry (figlia del trombettista Don Cherry e svedese di cittadinanza, anche se piuttosto “abbronzata” anche lei) portavano questa canzone per settimane in cima alle classifiche di tutto il mondo: 1ª in Francia Svizzera e Italia (sì, anche in Italia!), 2ª nei Paesi Bassi, 3ª in Australia Irlanda Regno Unito Austria Germania Polonia, 4ª in Norvegia …

La canzone è bella e orecchiabile, e questo basterebbe a spiegarne il successo. Ma è il testo – cantato in wolof inglese e francese – ad attirare oggi la mia attenzione: è un po’ ermetico, ma ci pensa la stessa Neneh Cherry a chiarirne il messaggio: « “7 Seconds” parla dei primi 7 secondi positivi nella vita di un bambino appena nato che non conosce ancora i problemi e la violenza nel nostro mondo. »

Boul ma sene, boul ma guiss madi re nga fokni mane
Khamouma li neka thi sama souf ak thi guinaw
Beugouma kouma khol oaldine yaw li neka si yaw
Mo ne si man, li ne si mane moye dilene diapale

Roughneck and rudeness,
We should be using, on the ones who practice wicked charms
For the sword and the stone
Bad to the bone
Battle is not over
Even when it’s won
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in

It’s not a second
But 7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
I’ll be waiting
I’ll be waiting

J’assume les raisons qui nous poussent de changer tout,
J’aimerais qu’on oublie leur couleur pour qu’ils esperent
Beaucoup de sentiments de race qui font qu’ils desesperent
Je veux les portes grandements ouvertes,
Des amis pour parler de leur peine, de leur joie
Pour qu’ils leur filent des infos qui ne divisent pas
Changer

7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay

I’ll be waiting
I’ll be waiting
I’ll be waiting

And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in
And there’s a million voices
And there’s a million voices
To tell you what she should be thinking
So you better sober up for just a second

7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

Il video è stato diretto e girato in bianco e nero e da Stéphane Sednaoui. Sony ha tolto la possibilità di incorporare il video (lo potete comunque ascoltare qui): ma una cosa, una volta pubblicata sul web, c’è per sempre!

Avanti arditi (ma anche: Cattivi maestri)

Penso che l’articolo di Alessandro Robecchi su il Manifesto di oggi meriti la massima diffusione (e un’attenta riflessione).



VOI SIETE QUI

Avanti arditi!

Alessandro Robecchi

A Rosarno hanno fatto tesoro delle indicazioni del ministro dell’interno. Disse Maroni il primo febbraio 2009: «Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi, determinati». Ora suppongo che le squadracce di Rosarno si siano riunite, prima delle loro azioni. Siamo nel giusto?, si saranno chiesti gli arditi degli agrari. Poi, ricordate le parole del ministro, chissà, si saranno sentiti meglio. «Cattivi e determinati», ha detto lui. «La gente imbraccia i fucili», scrive il Corriere della Sera. Non fa una piega, e la prossima volta che qualcuno ci fa la solita lezioncina sui cattivi maestri sarà bene ricordarsene. Del resto, il ministro dell’Interno ha più volte ribadito il concetto. Disse a Pontida: «Noi vogliamo consentire ai cittadini di partecipare. Le abbiamo chiamate associazioni di volontari per la sicurezza. Ci hanno risposto che vogliamo le ronde. Ebbene sì, vogliamo le ronde! Chiamiamole col loro nome, non abbiamo paura delle parole». Ebbene sì, hanno detto anche a Rosarno. Ma anche noi siamo gente concreta, che non ha paura delle parole, e sappiamo chiamare le cose con il loro nome. Questa in italiano si chiama istigazione (traduco: istigasiùn).
Del resto il partito del ministro dell’interno ha tra le sue fila alcuni condannati per istigazione all’odio razziale, e questo rende come minimo inopportuno che quel ministero sia affidato alla Lega. Che poi i padani al governo vogliano difendere i cittadini calabresi è davvero strabiliante, visto il loro rispetto per la gente del sud. «Senti che puzza scappano anche i cani / stanno arrivando i napoletani», canta allegramente un deputato europeo leghista, tale Salvini, immortalato per i posteri (e i napoletani) su YouTube. Insomma, il linguaggio è da squadristi, gli arditi sul campo fanno parlare il sor randello, gli agrari e i terratenientes festeggiano la lezione impartita agli schiavi. Vi ricorda qualcosa? Mavalà! Benvenuti negli anni Dieci.

Per chi si fosse perso il clip di Salvini, eccolo qui:

Men of Good Fortune

Una canzone triste per un giorno di pioggia, di malessere fisico e di malumore cosmico.” The rich son waits for his father to die, the poor just drink and cry. And me, I just don’t care at all.”

Questa versione è tratta dali concerti berlinesi del 2006, in cui Lou Reed eseguì per la prima volta dal vivo il famoso album Berlin del 1973. I concerti sono anche un film di Julian Schnabel, che trovate qui (il sito, non il film: il film ve lo dovete comprare…).

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

The rich son waits for his father to die
the poor just drink and cry
And me, I just don’t care at all

Men of good fortune
very often can’t do a thing
While men of poor beginnings
often can do anything

At heart they try to act like a man
handle things the best way they can
They have no rich, daddy to fall back on

Men of good fortune
often cause empires to fall
While men of poor beginnings
often can’t do anything at all

It takes money to make money they say
look at the Fords, but didn’t they start that way
Anyway, it makes no difference to me

Men of good fortune
often wish that they could die
While men of poor beginnings
want what they have and to get it they’ll die

All those great things that life has to give
they wanna have money and live
But me, I just don’t care at all

Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings
Men of good fortune
men of poor beginnings

A Christmas Carol

A Christmas Carol (2009), di Robert Zemeckis, con Jim Carrey.

Bah!  Humbug!

Pessimo film (e io che vado al cinema così di rado). Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait? Dice il saggio: It doesn’t mean you should just because you can.

Insomma – senza parlare di Carl Barks (di cui pure ci sarebbe da parlare a lungo) – c’era il cartone disneyano del 1983.

C’è anche questa bella versione del 1971, dell’inglese Richard Williams.

Anche se per me la cosa migliore resta rileggersi il classico di Charles Dickens, magari in inglese per fare un po’ d’esercizio.

L’anno dei dodici inverni reloaded

Un piccolo supplemento alla recensione di qualche giorno fa.

Intanto, anche senza rivelare troppo della vicenda, mi sembra di un certo interesse far notare che il romanzo può essere interpretato come il tentativo di dare una risposta all’interrogativo che in molti – penso – ci siamo posti al momento di un innamoramento tardivo: “Che cosa sarebbe stato della mia vita se ti avessi incontrato all’uscita di un giorno di scuola ai tempi del liceo?”.

Certo, una volta che ammetti che puoi viaggiare nel tempo, tutto diventa possibile. Ad esempio, rivivere l’amore di un’estate:

L’amore era quello. Era un gioco da ragazzi, un disegno privo di profondità. Uno scarabocchio colorato, rispetto alla complessa trama di un amore vero, al profondo chiaroscuro di un rapporto coniugale. Eppure era amore. [p. 23]

Ma anche – Avoledo non è uomo semplice – l’omaggio alla persistenza dell’amore (il profondo chiaroscuro del rapporto coniugale, appunto):

Ci abbracciammo sulla soglia. La stringo a me come se temessi di vederla sparire. Sento le lacrime sulle mie guance, ma non saprei dire se siano lacrime piante in questo tempo o nell’altro. Non ha importanza, non ne ha, perché alle mie si uniscono altre lacrime, le sue, e il nostro abbraccio diventa un nodo stretto per sempre, un nodo che niente e nessuno potrà più sciogliere. [p. 353]

Certo, nessuno potrà scioglierlo, soprattutto se lei non verrà mai a sapere che lui si è beatamente vissuto una storia intensa e distruttiva in un’altra dimensione temporale.

Perché questa è la cosa incredibile, dei viaggi nel tempo. Lo chiamano “paradosso del transito”. Fa sì che il viaggiatore che cambia il corso del tempo sia l’unica persona a ricordare il passato, il mondo com’era prima del suo intervento. Per gli altri il mondo nuovo, il mondo che lui ha creato modificando gli eventi del passato, è sempre stato così. Nessun altro si rende conto della differenza. [pp. 353-354]

Avoledo cita molte poesie, note e meno note. Una è Una notte di Constantinos Kavafis:

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!)
nella casa solinga inebriare.

Avoledo la pubblica in questa traduzione in endecasillabi, di cui m’è ignoto l’autore. Io ho quella di Nelo Risi e Margherita Dalmàti [Kavafis, Constantinos. Settantacinque poesie. Torino: Einaudi. 1992. pp. 138-139], che mi sembra molto più bella:

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(Ha proprio ragione Hofstadter, quanta differenza può fare una traduzione!)

La seconda poesia è di Thomas Stearns Eliot, nella traduzione di Eugenio Montale [Montale, Eugenio. Tutte le poesie. Milano: Mondadori. 1990. p. 880]

Signora, tre bianchi leopardi giacevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, s’eran saziati
sulle mie gambe il cuore il fegato e ciò che parte era stato
del mio cranio. E Dio disse:
Vivranno queste ossa? Queste ossa
vivranno? E ciò che parte era stato contenuto
dell’ossa (che già secche erano) susurrò:
per la bontà di questa Signora,
per la sua grazia e perché
in meditazione ella onora la Vergine,
rifulgiamo di splendore.

La poesia di Eliot è intitolata Ash Wednesday (Montale traduce soltanto l’incipit della seconda parte):

Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness.

Il testo completo (e vi raccomando di andarlo a leggere) lo trovate qui.

Did You Know?

[Ringraziando l’amico che me l’ha segnalato.]

L’anno dei dodici inverni

Avoledo, Tullio (2009). L’anno dei dodici inverni. Torino: Einaudi. 2009.

Ho parlato più volte di Tullio Avoledo, un autore italiano che mi piace. I suoi libri tendo a divorarli, sia perché in genere ti “prendono” dalle prime pagine, sia perché Avoledo ha quella che si usa chiamare “grande facilità di scrittura”. Ma, spesso, sono rimasto deluso dalla sua capacità di chiudere le storie che ha intessuto.

Tullio Avoledo ha più di un registro.

Ne ha uno – quello per il quale l’abbiamo conosciuto con L’elenco telefonico di Atlantide che ho definito “satirico” recensendo Breve storia di lunghi tradimenti. Nei romanzi di questo registro (ci metterei anche Lo stato dell’unione e Mare di Bering), la storia è sostanzialmente sempre la stessa, come ho già scritto: “il protagonista, maschio intelligente ma un po’ sfigato e rompipalle, finisce in una vicenda incredibile, si innamora di una donna bellissima, trascura per questo i solidi affetti, si mette nei guai, i solidi affetti crollano di schianto o si logorano (non erano poi così solidi, evidentemente), il protagonista si abbrutisce e poi il libro finisce (la vicenda, in realtà, non giunge a scioglimento; semplicemente finisce il libro).”

Il secondo registro è quello di Tre sono le cose misteriose: lo stile e molti degli ingredienti e delle inquietudini del “primo” Avoledo sono messi al servizio di una storia più impegnata (qui si parla di giustizia penale internazionale e di crimini contro l’umanità e la leggerezza brillante cui Avoledo ci aveva abituati lascia spazio a una scrittura a tratti più faticosa e non sempre risolta).

La ragazza di Vajont era, a mio parere, una sintesi dei due registri che toccava i vertici del capolavoro. Il tema restava alto, ma era trattato all’interno di una vicenda e di una scrittura nervosa e leggera, in cui non sentivi mai la stanchezza della lettura, in cui non c’erano parti di “bassa marea” nella narrazione. I temi erano veramente inquietanti e attuali, quelli di un fascismo nuovo che aveva preso il potere prima che ce ne fossimo potuti nemmeno rendere conto, senza che potessimo nemmeno abbozzare una reazione o una resistenza. In più, elementi di fantascienza, di ucronia, di giustificata paranoia e di riflessione sull’ergodicità per nulla gratuiti, ma assolutamente giustificati ed essenziali allo svolgimento della storia.

L’anno dei dodici inverni continua su questa strada – almeno in parte: come era già avvenuto con il “ciclo” Atlantide-Unione-Bering-Tradimenti, Avoledo evidentemente fatica a chiudere in un solo romanzo o in una sola narrazione un nodo di temi che gli sta a cuore. Soltanto che qui il capolavoro non è riuscito. Qui il debito con Philip K. Dick (evidentemente uno dei numi tutelari di Avoledo) è pagato esplicitamente, e i temi della paranoia, dell’ucronia, dell’ergodicità, della controstoria sono tutti sviluppati. Ma la maionese impazzisce. Lo si capisce dalle prime pagine, quando il racconto non ci cattura come ci eravamo abituati a esserlo: si procede con fatica, il tono è discontinuo (l’artificio dei capitoli in tondo e in corsivo non salva l’autore!), i personaggi non decollano, le tre parti della storia restano macchinose come una scenografia teatrale…

Avrei dovuto capirlo dalla copertina, veramente brutta.

Un libro da leggere, comunque, sulla stima. Aspettando Avoledo a una prova migliore.

Tre sono le cose misteriose

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Intitoliamo a Bettino Craxi la Metropolitana milanese

Ho una proposta per la pacificazione nazionale, come chiede il sindaco di Milano Letizia Moratti.

Un monumento, a Milano, Bettino Craxi ce l’ha già: è la linea 3 (gialla) della Metropolitana milanese.

Non soltanto perché, sotto il profilo architettonico, nello spreco e nella freddezza degli spazi, nello sfarzo inutile e non funzionale (fate il confronto con la Linea 1, trionfo del razionalismo e del design milanese degli anni Sessanta e della Milano non ancora da bere del sindaco-partigiano Aldo Aniasi), è il riassunto perfetto dello stile craxiano (che in questo si allinea ai megalomani della politica, da Mussolini a Ceausescu: ve la ricordate la piramide di Filippo Panseca al congresso Psi del 1989?).

Ma soprattutto Bettino Craxi è stato condannato in via definitiva (non è l’unica delle sue condanne definitive) per le tangenti sulla Linea 3 della Metropolitana milanese. “La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e quasi dieci miliardi di risarcimento alla MM pronunciata contro Craxi il 24 luglio 1998 dalla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano. Il reato è di corruzione e illecito finanziamento dei partiti.” [cito dall’archivio di la Repubblica]

Intestiamogliela dunque ufficialmente. E lo sappiano tutti i milanesi, che di ognuno delle migliaia di cubetti di granito che decorano le stazioni, pagati dai soldi dei contribuenti onesti, una frazione del costo è andato nelle tasche dei politici come tangente. Il PM Paolo Ielo durante il processo di “arricchimento personale” e Silvano Larini raccontò di avergli portato i soldi anche in camera da letto. Non so se l’accusa fu provata, ma comunque fu condannato a risarcire la MM (vedi sopra) …

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