L’anno dei dodici inverni reloaded

Un piccolo supplemento alla recensione di qualche giorno fa.

Intanto, anche senza rivelare troppo della vicenda, mi sembra di un certo interesse far notare che il romanzo può essere interpretato come il tentativo di dare una risposta all’interrogativo che in molti – penso – ci siamo posti al momento di un innamoramento tardivo: “Che cosa sarebbe stato della mia vita se ti avessi incontrato all’uscita di un giorno di scuola ai tempi del liceo?”.

Certo, una volta che ammetti che puoi viaggiare nel tempo, tutto diventa possibile. Ad esempio, rivivere l’amore di un’estate:

L’amore era quello. Era un gioco da ragazzi, un disegno privo di profondità. Uno scarabocchio colorato, rispetto alla complessa trama di un amore vero, al profondo chiaroscuro di un rapporto coniugale. Eppure era amore. [p. 23]

Ma anche – Avoledo non è uomo semplice – l’omaggio alla persistenza dell’amore (il profondo chiaroscuro del rapporto coniugale, appunto):

Ci abbracciammo sulla soglia. La stringo a me come se temessi di vederla sparire. Sento le lacrime sulle mie guance, ma non saprei dire se siano lacrime piante in questo tempo o nell’altro. Non ha importanza, non ne ha, perché alle mie si uniscono altre lacrime, le sue, e il nostro abbraccio diventa un nodo stretto per sempre, un nodo che niente e nessuno potrà più sciogliere. [p. 353]

Certo, nessuno potrà scioglierlo, soprattutto se lei non verrà mai a sapere che lui si è beatamente vissuto una storia intensa e distruttiva in un’altra dimensione temporale.

Perché questa è la cosa incredibile, dei viaggi nel tempo. Lo chiamano “paradosso del transito”. Fa sì che il viaggiatore che cambia il corso del tempo sia l’unica persona a ricordare il passato, il mondo com’era prima del suo intervento. Per gli altri il mondo nuovo, il mondo che lui ha creato modificando gli eventi del passato, è sempre stato così. Nessun altro si rende conto della differenza. [pp. 353-354]

Avoledo cita molte poesie, note e meno note. Una è Una notte di Constantinos Kavafis:

Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!)
nella casa solinga inebriare.

Avoledo la pubblica in questa traduzione in endecasillabi, di cui m’è ignoto l’autore. Io ho quella di Nelo Risi e Margherita Dalmàti [Kavafis, Constantinos. Settantacinque poesie. Torino: Einaudi. 1992. pp. 138-139], che mi sembra molto più bella:

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(Ha proprio ragione Hofstadter, quanta differenza può fare una traduzione!)

La seconda poesia è di Thomas Stearns Eliot, nella traduzione di Eugenio Montale [Montale, Eugenio. Tutte le poesie. Milano: Mondadori. 1990. p. 880]

Signora, tre bianchi leopardi giacevano sotto un ginepro
nella frescura del giorno, s’eran saziati
sulle mie gambe il cuore il fegato e ciò che parte era stato
del mio cranio. E Dio disse:
Vivranno queste ossa? Queste ossa
vivranno? E ciò che parte era stato contenuto
dell’ossa (che già secche erano) susurrò:
per la bontà di questa Signora,
per la sua grazia e perché
in meditazione ella onora la Vergine,
rifulgiamo di splendore.

La poesia di Eliot è intitolata Ash Wednesday (Montale traduce soltanto l’incipit della seconda parte):

Lady, three white leopards sat under a juniper-tree
In the cool of the day, having fed to satiety
On my legs my heart my liver and that which had been contained
In the hollow round of my skull. And God said
Shall these bones live? shall these
Bones live? And that which had been contained
In the bones (which were already dry) said chirping:
Because of the goodness of this Lady
And because of her loveliness, and because
She honours the Virgin in meditation,
We shine with brightness.

Il testo completo (e vi raccomando di andarlo a leggere) lo trovate qui.

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