Cronache dalla provincia (1)

Inauguro una nuova rubrichetta. Mi delizio, quando sono in vacanza, della lettura dei quotidiani locali, e voglio rendervi partecipi di questo mio innocuo hobby. Nei quotidiani locali sono ancora più evidenti i vizi della stampa nazionale: l’approssimazione, i luoghi comuni e l’italiano approssimativo – che peraltro caratterizzano anche le testate più titolate.

Non si ferma a un controllo – Scatta la ricerca tra i campi

QUINGENTOLE. Una pattuglia dei carabinieri che transitava per Quingentole, ieri nel primo pomeriggio, si è imbattuta in un extracomunitario, probabilmente nordafricano, che camminava a piedi lungo la provinciale per Quistello, via Nuvolato, all’altezza dell’ex caseificio Moreschi. I militari dell’Arma si sono fermati per un controllo, come di prassi. Ma appena l’uomo ha visto l’auto blu con le sirene avvicinarsi – forse perché clandestino e già espulso, oppure perché aveva compiuto qualche tipo di reato – subito si è messo a correre in direzione della campagna, per raggiungere poi i vicini campi di granoturco. Da quel momento sono scattate le ricerche: i carabinieri si sono lanciati all’inseguimento del fuggitivo, il quale però si è inoltrato tra gli alti steli del mais, facendo subito perdere le sue tracce. In supporto alla prima pattuglia ne sono arrivate altre due, inviate dalla Compagnia di Gonzaga gestita dal capitano Barbaglia, e in aiuto è arrivata pure l’Associazione carabinieri in congedo di San Benedetto, che possiede tre cani da ricerca. I cani sono stati mandati in mezzo ai campi e i carabinieri hanno circondato l’appezzamento. La battuta è andata avanti per un paio d’ore, finché i militari hanno trovato le impronte di scarpe da ginnastica, in uscita dal terreno a granoturco. Segno che il fuggitivo probabilmente era riuscito a scappare e ad allontanarsi dalla zona. Così le ricerche si sono concluse senza esito.

Qualche commento:

  • “un extracomunitario, probabilmente nordafricano”: era nero? i tratti somatici? ma il cronista l’ha visto? chi gliel’ha raccontato?
  • “I militari dell’Arma si sono fermati per un controllo, come di prassi”. Prassi? Credevo agissero sulla base delle leggi, o degli ordini dei loro superiori, o delle “regole d’ingaggio”.
  • “forse perché clandestino e già espulso, oppure perché aveva compiuto qualche tipo di reato”. O forse perché semplicemente tira una brutta aria per gli immigrati in Italia di questi tempi? E infatti scatta la caccia all’uomo, con 3 pattuglie dell’Arma + i carabinieri in congedo (a che titolo?) + 3 cani. Roba da Alabama. Dov’era il Ku Klux Klan?
  • Come nelle migliori barzellette sui carabinieri, nonostante il dispiegamento di uomini mezzi e cani, il nostro “fuggitivo” si è dileguato…

Don Milani! Chi era costui?

Pecorini, Giorgio (1996). Don Milani! Chi era costui? Milano: Baldini & Castoldi. 1998.

Don Milani, chi era costui?

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Io non ho l’edizione rappresentata qui sopra, ma un’edizione tascabile di 10 anni fa, trovata fortunosamente su una bancarella (vi si dice che Pecorini “ha costruito la propria carriera di giornalista via via dimettendosi dai maggiori quotidiani e periodici”, invece del più sussiegoso “giornalista professionista dal 1945, è stato redattore o collaboratore di vari giornali e periodici, tra i quali il «Corriere della Sera», «Il Giorno», «L’Europeo», «L’Espresso», «Paese Sera»”).

Don Milani

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Pecorini è stato un amico di Don Lorenzo Milani, e il suo libro è pieno di affetto per il priore di Barbiana (e anche di livore per chi si è appropriato, in genere usurpandola, della sua eredità). Purtroppo, questo non è sufficiente a fare un buon libro.

Più interessanti, almeno per me, gli inediti di Don Milani che completano il volume. Alcuni meriterebbero da soli un commento approfondito.

Ad esempio, gli Appunti per un nuovo galateo:

  • “verso i genitori, l’ideale è una rispettosa disobbedienza”
  • “la parola urbanità è offesa ai contadini”
  • “i poliziotti sono l’unica categoria che si può trattare come da padrone a servo. Come educazione alla fede nella sovranità popolare e come educazione dei poliziotti stessi” [pp. 216-219]

Bellissimo anche il Progetto di un giornale-scuola, elaborato insieme ad Aldo Capitini. Il giornale era pensato come “un giornale che insegni a leggere il giornale”. L’idea era quella di prendere una notizia alla settimana e presentarla in riassunto. Poi, sempre in riassunto, far vedere come era presentata da tre testate di opposte tendenze politiche (destra/centro/sinistra). Poi illustrare (ma lasciamo parlare lo stesso Milani):

  • i fatti che bisognava già sapere (storia, geografia, politica)
  • analisi dell’articolo (stile, etimologia, significato)
  • fra le righe:
    • cui prodest?
    • cosa tace
    • cosa inventa
    • cosa (non) si può controllare
    • quanto importa [pp. 241-250]

A me pare un progetto attualissimo e particolarmente adatto all’era del web 2.0. Qualcuno ci vuole provare?

Il brano più interessante, per me, è Strumenti e condizionamenti dell’informazione, trascrizione di un incontro della scuola di Barbiana con un gruppo di aspiranti giornalisti. Oltre a presentare per la prima volta (penso) il metodo di scrittura collettiva che diventerà poi una pagina celebre di Lettera a una professoressa, si collega questo metodo a quello che Milani chiama “ricerca artistica della verità”:

Cioè, noi si parte dall’idea, si cerca la verità per scritto […] e la si corregge via via, la si perfeziona nella ricerca della massima efficacia col minimo di parole […]. Quando questo lavorio lo si protrae per settimane […] e si corregge, ricorregge, ricorregge, si lima, si toglie, si taglia, si taglia ripetizioni, si taglia aggettivi inutili, si abbrevia, si concentra sempre più… Quando è stato fatto questo lavorio a lungo, non solo si raggiunge il massimo di espressione, il massimo di efficacia, cioè di comunicazione, ma oltretutto si raggiunge la verità.
[…]
È automatico, nello stesso tempo si raggiunge la verità e l’arte, perché sono la stessa cosa. Se quella parola era da togliersi, vuol dire che non era vera; se era vera […] vuol dire che non era un’idea chiara. Quando una scrivendo ha fatto una ripetizione, vuol dire che le idee non le aveva chiare; quando scopre che una frase è una ripetizione, nell’attimo che chiarisce il testo per il lettore, lo chiarisce anche a se stesso, perché se lo avesse avuto chiaro lui non gli scappava nemmeno la ripetizione. [pp. 357-359]

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Sea of Poppies

Ghosh, Amitav (2008). Sea of Poppies. London: John Murray. 2008.

Il romanzo di Ghosh converge su due mie grandi passioni, una antica e una più recente: le storie marinare dei mari del sud e la letteratura anglo-indiana.

Sulla prima penso di avere ben poco da dire, perché penso che sia qualcosa di comune a molti ragazzi della mia generazione, e delle generazioni precedenti e, mi auguro, anche di quelle dopo la mia. Ho subito il fascino del mare a partire da Verne (20.000 leghe sotti i mari e L’isola misteriosa), e poi via via ho incontrato Stevenson e poi il grande Conrad (e Salgari, direte voi? No, Salgari no, non mi ha mai attratto e non l’ho mai letto!).

Sulla letteratura anglo-indiana forse c’è da dire qualcosa di più. Per letteratura anglo-indiana intendo gli scrittori del sub-continente indiano che scrivono in inglese. Non so se è la definizione corretta, e mi viene subito in mente che alcuni di questi scrittori non vivono in India o in Pakistan o in Bangla-desh, e che altri sono di seconda o terza generazione (Kureishi per me fa parte del gruppo, eppure …) e che altri ancora sono nati in Paesi toccati dalla diaspora indiana (gli inglesi deportavano gli indiani in altre loro colonie, quando avevano bellamente sterminato i “nativi” o li ritenevano incapaci di lavorare ai loro ordini, come in Sudafrica).

In realtà, gli autori accomunati dalla mia etichetta sono molto diversi tra loro, né potrebbe essere altrimenti. Si va da Salman Rushdie, forse il più celebre (più per la fatwa degli ayatollah iraniani che per il bellissimo I figli della mezzanotte) alla delicata Arundhati Roy de Il dio delle piccole cose. Ghosh non è un autore prolifico: il suo primo romanzo (mi correggo, il primo che ho letto), The Shadow Lines, è del 1990. È un’intricato e affascinante viluppo di memorie a più voci: per me è stato amore a prima vista. 5 anni dopo è arrivato The Calcutta Chromosome, che io non esiterei a definire uno dei più bei romanzi di fantascienza (molti non saranno d’accordo, ma per me questa attribuzione di genere non è riduttiva) di tutti i tempi, ed è anche il più “sperimentale” dei romanzi di Ghosh. A partire da The Glass Palace (2000) e The Hungry Tide (2004), la diaspora e l’identità indiana divengono sempre più temi centrali di Ghosh.

Anche Sea of Poppies parla di questo, tra molte altre cose. Il libro non è facile da leggere. È il primo volume di una trilogia e, come spesso accade, ti lascia sul più bello ad aspettare l’uscita della prossima parte. I personaggi e le storie che si intrecciano sono moltissimo (e i nomi indiani, inglesi e cinesi non aiutano). C’è una grande attenzione alla lingua, e soprattutto al vocabolario: all’inglese di Ghosh si assommano in questo libro l’indiano (o quanto meno l’indiano inglesizzato) e la terminologia marinara dei mari del sud nella prima metà dell’800. Non facile per me. Sono curioso di vedere come se la caverà il traduttore!

Non voglio dire di più per non guastarvi il piacere della lettura. Ma se non siete abituati a leggere in inglese, non cominciate da qui, aspettate la traduzione!

Qui sotto Ghosh parla del suo libro (e d’altro):

Tristan und Isolde

Oggi, domenica 17 agosto 2008, dalle 14:30 alle 18:50 circa, RaiTre ha trasmesso il Tristan und Isolde che ha inaugurato la scorsa stagione scaligera. Penso che la mia predilezione per questo capolavoro sia già nota a chi segue questo blog: ne abbiamo parlato in occasione dell’anniversario della prima esecuzione, parlando della colonna sonora dell’incontro d’amore ideale, e persino dell’anniversario della nascita di Birgit Nilsson.

Naturalmente, ho 3 rimostranze da fare:

  1. Peccato che la musica bella, ma considerata difficile, sia confinata sulla cenerentola delle reti nazionali in una domenica pomeriggio di metà agosto. Sarei curioso di conoscere lo share. Mia unica speranza è che qualcuno ci sia capitato per caso e sia rimasto ipnotizzato dalla bellezza della musica e delle immagini.
  2. Perché mostrarci l’arrivo alla prima del presidente della Repubblica? Perché farci vedere che ospitava nel palco reale non so quale sceicco o emiro? Perché farci sentire l’inno di Mameli, soprattutto? Mica giocava la nazionale italiana! OK, la Scala è italiana. Però si eseguiva l’opera di un compositore tedesco, con un direttore nato a Buenos Aires da genitori russi di origini ebraiche (e con nazionalità israeliana), un regista francese, un cast internazionale (i ruoli principali affidati a una tedesca e un inglese). Ma soprattutto, la musica è senza confini. Lasciatemi almeno l’internazionalismo della musica.
  3. Il Preludio, un brano celebre e bellissimo, un pilastro nella storia della musica, utilizzato come colonna sonora dei titoli di testa (potete controllare su YouTube). Ridicolo e vergognoso.

Finite le lamentele. A parte queste tutto sommato sopportabili pecche, è stato un pomeriggio bellissimo ed emozionante. La regia di Patrice Chéreau l’ho trovata bellissima (anche se un po’ incongrua: una nave con i muri di mattoni?). Bravissima, come attrice, oltre che come cantante, Waltraud Meier. Alla fine del Liebestod ero commosso fino alle lacrime.

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Da Parma ad Abu Ghraib il passo è breve

La storia ormai la sanno tutti. I sindaci hanno avuto il potere di esercitare la loro “tolleranza zero” con ordinanze che nei migliori dei casi sono ridicole (tipo “vietato passeggiare con gli zoccoli durante l’ora della pennica”) e nei peggiori offensive dei diritti umani e della dignità delle persone.

In questo caso siamo di fronte a un’operazione ampiamente spettacolarizzata (l’assessore comunale alla sicurezza di Parma Costantino Monteverdi aveva invitato giornalisti e fotografi, evidentemente per far vedere di essere deciso e tosto e avere un po’ di notorietà), in cui naturalmente colpevoli della prostituzione sono le prostitute, meglio se straniere (chissà quante malattie portano) e non i loro sfruttatori e non – soprattutto – i loro italianissimi clienti.

Purtroppo per quel povero deficiente dell’assessore e dei suoi complici (dal ministro dell’interno alle forze dell’ordine, ora pronte a fare la parte degli assistenti sociali che rifocillano e offrono acqua e coperte alle fermate) l’immagine è lì che parla, nella sua cruda durezza. Una stanza nuda e spoglia. Una persona a terra, sfinita e in lacrime. Generi di conforto non se ne vedono.

A me ha fatto venire in mente la cella di Nelson Mandela a Robben Island.

Purtroppo non è un caso isolato. Non passa giorno che, tra l’indifferenza generale, le forze dell’ordine non se la prendano con qualche venditore ambulante (un’amica, giusto ieri, è stata testimone di uno di questi episodi). Non dobbiamo, non possiamo restare indifferenti. Ci siamo mossi per i diritti umani in Russia, in Iraq, in Tibet, in Sudafrica. Forse è il momento di muoversi anche per quello che sta succedendo da noi. Il fascismo e il nazismo si sono affermati con il sostegno di molti e l’indifferenza dei più. Per una volta mi tocca essere d’accordo (in parte) con Famiglia cristiana.

È un “Paese da marciapiede” quello che sta consumando gli ultimi giorni di un’estate all’insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell’accattonaggio da quelli veri.

Ma ancora più d’accordo sono con Alessandro Robecchi (da Il manifesto del 14 agosto 2008 )

ABUSO DI POTERE
Alessandro Robecchi
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l’obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata – almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi – dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un’ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d’Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l’unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l’inizio.
L’arrivo – ci siamo – è l’immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell’abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un’emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell’Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos’ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.

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Il primo furto non si scorda mai

Mentre cercavo il clip di Jannacci ne La vita agra (che non ho trovato), mi sono imbattuto in questa interpretazione di coppia (Guccini e Jannacci insieme, da uno spettacolo del 1996).

“Il primo furto non si scorda mai!”
Un vecchio ergastolano me l’ha detto;
“si comincia quasi sempre dai pollai,
fuggendo con il pollo stretto al petto!
Ero appena Avanguardista;
giovane, incensurato…
giovane e incensurato:
ero appena Avanguardista.
Io giravo per i pollai
per addestrarmi sul pollo;
volevo farci un pò il callo:
io, i pollai, non li ho visti mai!
Ma che ro… Ma che rogna disastrosa:
c’era anche l’oscuramento,
la pioggia, la neve e anche il vento;
ed in bianco venni a casa!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda mai!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda più!
Ma, in un bel parco, incocciai
in un pollaio grande e un pò isolato…
Scassai la rete e dentro mi cacciai
e vidi un bel tacchino appollaiato!…
Ero appena Avanguardista:
non conoscevo i tacchini!
Chi conosceva i tacchini
era Giovane Fascista!
Pian piano, la mano allungai
per abbrancare il pennuto!
…una beccata beccai,
che mi trovai… svenuto!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda mai!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda più!
Ma che ro-oo…. Ma che rogna disastrosa!
Rinvenni in un ospedale;
però quello di San Vittore:
quel tacchino micidiale…
…era un’aquila imperiale!
Ma che razza di destino!
Io fui spedito al confino,
e poi seppi che fui condannato
per “Vilipendio dello Stato”
Perciò, Ahi, ahiahiahi, Ahi, ahiahiahi:
il primo furto, non lo scordo mai;
Ahi, ahi ahi ahi; ahi, ahi, ahi, ahi;
il primo furto non lo scordo più!

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La vita agra

La vita agra, 1964, di Carlo Lizzani, con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli

Il romanzo di Luciano Bianciardi è un capolavoro, secondo molti, e un libro che per molti motivi (alcuni personali) mi è molto vicino. Come ho già raccontato, via Domenichino (dove abitava Bianciardi e come si vede nel filmato qui sotto) ha avuto uno spazio importante nella mia vita milanese: il giornalaio di piazza Amendola si chiamava Agostino Gobetto (l’edicola c’è ancora, ma lui non più; anche il bar-tabacchi e la farmacia, l’uno di fronte all’altro all’inizio di via Previati ci sono ancora). Il buco misterioso, poi ricoperto con una cupola di plastica blu, è la stazione della metropolitana di Amendola-Fiera.

Nel 1962, dopo il primo successo della Vita Agra la RAI realizza un breve filmato sul libro e sul suo autore. Girato per la serie ARTI E SCIENZE, scritto da Luigi Silori, il film mostra Luciano Bianciardi nella sua casa mentre batte freneticamente sulla macchina da scrivere.

Difficile, a queste condizioni, che il film mi sia potuto piacere senza riserve.

Forse è più onesto considerare il film per quello che è. Lizzani si cimenta con una commedia post-realista, in un’Italia in transito dall’industrializzazione forzata e forzosa del dopoguerra e del miracolo economico (quella delle morti in miniera e del lavoro politico in fabbrica) alla terziarizzazione cinica e imparaticcia, qui nella sua veste milanese. Le parti più deboli del film (paradossalmente anche le più fedeli al libro!) sono quelle in cui la voce fuori campo di Luciano commenta amara i guasti della modernità, dal restringersi dei marciapiedi, alle buche per terra, dai quartieri satellite della speculazione edilizia alle banalità sull’uomo medio.

L’interpretazione di Tognazzi è perfetta, anche se la scelta dell’attore cremonese costringe a spostare la provincia d’origine da Grosseto a Guastalla, con qualche effetto comico (ve l’immaginate una miniera a Guastalla, dove basta scavare 4 metri per trovare la falda acquifera? e perché mai da Guastalla la moglie dovrebbe trovare così difficile andare a Milano?). Bravissima e bellissima anche Giovanna Ralli.

Tra i comprimari, molto bravo anche Giampiero Albertini (Libero). Memorabile la sua pernacchia al presidente e al direttore della miniera. Ci sono anche Enzo Jannacci (che interpreta sé stesso e canta Ti te se no) e il dimenticato Pippo Starnazza.

Molto belle anche alcune soluzioni tecniche, come un lungo piano-sequenza in una piazza milanese e anche le scene di movimento in ufficio.

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Working Class Hero

Una canzone di John Lennon che hanno rifatto quasi tutti. Metterò solo quelle che mi piacciono almeno un po’.

Cominciamo dall’originale (originaria):

As soon as you’re born they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if you’re clever and they despise a fool
Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

When they’ve tortured and scared you for twenty odd years
Then they expect you to pick a career
When you can’t really function you’re so full of fear

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you’re so clever and class less and free
But you’re still fucking peasants as far as I can see

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

There’s room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill

A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

If you want to be a hero well just follow me
If you want to be a hero well just follow me

La più bella delle cover, secondo me, è questa di Marianne Faithfull (sì, quella di As Tears Go By):

Abbastanza sorprendente (e non molto nota) questa di David Bowie con i Tin Machine:

Andiamo tra quelle non riuscite (secondo me). Cindy Lauper (cui perdono tutto per Time after Time):

Green Day (bastassero le buone intenzioni…):

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Golden Hair

Non si chiama così, in realtà. Si chiama semplicemente V nella serie delle 34 (poi 36) poesie d’amore che James Joyce scrisse per Nora Barnacle.

Lean out of the window,
Goldenhair,
I heard you singing
A merry air.

My book was closed;
I read no more,
Watching the fire dance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Through the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out the window,
Goldenhair.

La poesia è stata musicata, con il titolo Golden Hair, dal leggendario Syd Barrett (il crazy diamond dei Pink Floyd) nel 1970 nel suo album solista The Madcap Laughs.

Il giorno della morte di Syd Barrett (il 7 luglio 2006), in un concerto a Manchester, John Frusciante dei Red Hot Chili Pepper ha cantato questa cover (bruttina).

La bussola d’oro

La bussola d’oro (The Golden Compass), 2007, di Chris Weitz, con Dakota Blue Richards, Nicole Kidman e Daniel Craig.

La recensione è presto fatta: se avete amato il libro, state alla larga dal film! A parte il fatto che non è fedele al libro nella vicenda (ma questo può succedere in un adattamento cinematografico), non è fedele nello spirito: la profondità etica e filosofica che si annida nel cupo racconto di Pullman è tradotta nella solita avventurosa storiella americana, tutta luoghi comuni, smorfie ed effetti speciali (per cui il film ha vinto un Oscar).

Colgo l’occasione per segnalarvi l’esistenza di un sito italiano dedicato alla trilogia di Philip Pullman: www.questeoscurematerie.it e per citare un bell’intervento di Quirino Principe sulla trilogia.

Sulla trilogia Queste oscure materie di Philip Pullman

Esistono certamente mondi interamente altri: sono chiamati “universi paralleli”, o semplicemente “l’invisibile”, “il possibile”. Che di solito si sottraggano allo nostro sguardo, che non si riesca a vederne l’accesso, che non si trovino nella cosiddetta realtà, è la prova logica che essi esistono. Se fosse facile scoprirli, non sarebbero ciò che devono essere per definizione: interamente altri.

Non sono mancate spedizioni di ricerca, viaggi di isolati ardimentosi. Forse quei mondi sono nascosti in un punto aleatorio dello spazio-tempo, oppure nelle viscere della terra, dove è più difficile penetrare di quanto non sia volare nel cosmo. Da un lato la matematica e la cosmologia, dall’altro la letteratura, scavano la montagna da versanti opposti. S’incontreranno mai? Raggiungeranno la meta? Al viaggio d’esplorazione, le scienze si sono preparate con lunga e cauta disciplina, tentando di frenare le emozioni. La letteratura ha anticipato i tempi, inviando pionieri. Luciano di Samosata ha navigato nel cielo della Storia vera, Dante ha esplorato l’oltremondo con la Commedia. Ma ogni volta, terminato il viaggio che si conclude sempre con una rivelazione abbagliante di cui svanisce subito la memoria, si perde la chiave d’accesso, si dimentica dove sia l’entrata. Nel 1865, Lewis Carroll la svela ad Alice: una buca nel terreno, o la superficie di uno specchio. Nelle Cronache di Narnia (1950), Clive Staples Lewis la indica a un gruppo di ragazzini sfollati in guerra: il fondo di un armadio. John Ronald Reuel Tolkien, nel Signore degli Anelli (1954-1955), non la rivela: il mondo parallelo “c’è”, esclude ogni altro mondo. Nella narrativa fantastica di ordinario livello, gli autori sono mediocri guide: incespicano, sbagliano percorso.

Da un’altezza incomparabilmente più alta rispetto a ciò che volonterosamente è definito “fantasy”, Philip Pullman, nato a Norwich in Gran Bretagna nel 1946, riesce a vedere. Pullman esercita la professione che fra gli scrittori britannici di talento libera dalle caverne sotterranee sublimi terrori, luminescenti magie e incarnazioni del soprannaturale: come Lewis, come Tolkien, come Carroll, come quel maestro dell’orrore puro che fu il mite erudito Montague Rhodes James, è professore di college. Solitudine, riservatezza, dottrina di antico stampo, preziosa bibliofilia: nelle isole di Artù, di Merlino, di Morgana e della regina Mab, sono queste le premesse necessarie per chi voglia entrare nell’invisibile attraverso un cunicolo spazio-temporale. Il dono che Pullman ci concede è la trilogia Queste oscure materie (His Dark Materials): il titolo è la citazione di un verso dal Paradiso perduto di John Milton. Attraverso tre romanzi, La bussola d’oro (The Golden Compass, 1995), La lama sottile (The Subtle Knife, 1997), Il cannocchiale d’ambra (The Amber Spyglass, 2000), l’autore ci accompagna in un universo parallelo la cui mappa è spaventosamente e meravigliosamente più complessa di quanto prima avremmo immaginato. È un “altro” mondo costituito da frammenti della “nostra” geografia, da inestimabili e lampeggianti scoperte compiute dalle letterature e alle scienze in millenni, e tutto questo si ricompone in un disegno vertiginoso.

È vero: protagonista è una bambina undicenne, Lyra (un avatar di Alice? Si è tentati di crederlo, ma se così fosse qualcosa nei conti non tornerebbe), che vive nel Jordan College di Oxford, ma oltre l’oceano, in America, lo Stato più importante di quel continente è la Nuova Francia. Lyra, attratta dai misteri di una strana Aurora Boreale e di una Polvere inconcepibile, compie un viaggio all’estremo Nord, e là trova gli antiquati Zeppelin ma anche procedimenti tecnici oggi inimmaginabili. È imprigionata tra mondi matematicamente incompatibili, nel sortilegio dell’assurdo; ma chi la aiuta possiede un coltello che permette di “tagliare” un varco tra gli universi. C’è nei tre romanzi di Pullman la forza quasi paurosa di chi sa finalmente inventare e costruire. No, questa trilogia non è “narrativa per bambini che possa essere letta anche dagli adulti” (se lo fosse, sarebbe già molto attraente…). È semplicemente un terreno di così alta tensione magnetica da irretire e spaventare. Saper narrare è sapienza antica, essere interamente liberi e dissacrare ciò che si presenta falsamente come sacro è matura e laica modernità. Leggere Queste oscure materie, poco importa se con uno spirito adulto o ingenuo, potrebbe anche far capire gli aspetti della storia umana e cosmica che forze ostili alla libertà e all’intelligenza hanno voluto, nel tempo, mantenere al buio.

Quirino Principe

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