Sea of Poppies

Ghosh, Amitav (2008). Sea of Poppies. London: John Murray. 2008.

Il romanzo di Ghosh converge su due mie grandi passioni, una antica e una più recente: le storie marinare dei mari del sud e la letteratura anglo-indiana.

Sulla prima penso di avere ben poco da dire, perché penso che sia qualcosa di comune a molti ragazzi della mia generazione, e delle generazioni precedenti e, mi auguro, anche di quelle dopo la mia. Ho subito il fascino del mare a partire da Verne (20.000 leghe sotti i mari e L’isola misteriosa), e poi via via ho incontrato Stevenson e poi il grande Conrad (e Salgari, direte voi? No, Salgari no, non mi ha mai attratto e non l’ho mai letto!).

Sulla letteratura anglo-indiana forse c’è da dire qualcosa di più. Per letteratura anglo-indiana intendo gli scrittori del sub-continente indiano che scrivono in inglese. Non so se è la definizione corretta, e mi viene subito in mente che alcuni di questi scrittori non vivono in India o in Pakistan o in Bangla-desh, e che altri sono di seconda o terza generazione (Kureishi per me fa parte del gruppo, eppure …) e che altri ancora sono nati in Paesi toccati dalla diaspora indiana (gli inglesi deportavano gli indiani in altre loro colonie, quando avevano bellamente sterminato i “nativi” o li ritenevano incapaci di lavorare ai loro ordini, come in Sudafrica).

In realtà, gli autori accomunati dalla mia etichetta sono molto diversi tra loro, né potrebbe essere altrimenti. Si va da Salman Rushdie, forse il più celebre (più per la fatwa degli ayatollah iraniani che per il bellissimo I figli della mezzanotte) alla delicata Arundhati Roy de Il dio delle piccole cose. Ghosh non è un autore prolifico: il suo primo romanzo (mi correggo, il primo che ho letto), The Shadow Lines, è del 1990. È un’intricato e affascinante viluppo di memorie a più voci: per me è stato amore a prima vista. 5 anni dopo è arrivato The Calcutta Chromosome, che io non esiterei a definire uno dei più bei romanzi di fantascienza (molti non saranno d’accordo, ma per me questa attribuzione di genere non è riduttiva) di tutti i tempi, ed è anche il più “sperimentale” dei romanzi di Ghosh. A partire da The Glass Palace (2000) e The Hungry Tide (2004), la diaspora e l’identità indiana divengono sempre più temi centrali di Ghosh.

Anche Sea of Poppies parla di questo, tra molte altre cose. Il libro non è facile da leggere. È il primo volume di una trilogia e, come spesso accade, ti lascia sul più bello ad aspettare l’uscita della prossima parte. I personaggi e le storie che si intrecciano sono moltissimo (e i nomi indiani, inglesi e cinesi non aiutano). C’è una grande attenzione alla lingua, e soprattutto al vocabolario: all’inglese di Ghosh si assommano in questo libro l’indiano (o quanto meno l’indiano inglesizzato) e la terminologia marinara dei mari del sud nella prima metà dell’800. Non facile per me. Sono curioso di vedere come se la caverà il traduttore!

Non voglio dire di più per non guastarvi il piacere della lettura. Ma se non siete abituati a leggere in inglese, non cominciate da qui, aspettate la traduzione!

Qui sotto Ghosh parla del suo libro (e d’altro):

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