The Gum Thief

Coupland, Douglas (2007). The Gum Thief. London: Bloomsbury. 2007.

Coupland è uno di quegli autori di cui compro e leggo il nuovo libro appena esce (o quantomeno appena esce in paperback). È anche un autore sottovalutato, perché considerato facile: in fin dei conti, i suoi successi più grandi (Generation X, Microserfs e, più recentemente, JPod) sono stati letti, non del tutto immeritatamente, come ritratti generazionali, poco più profondi di una buona sitcom. Ma Coupland, per chi l’ha seguito, non è evidentemente soltanto questo. Al di là della sua grande capacità mimetica (di assorbire il linguaggio, le espressioni, i tic linguistici di una “sotto-popolazione”), Coupland ha il coraggio di affrontare le contraddizioni, le sofferenze, le piccole e grandi felicità dei suoi contemporanei, nonché – anche se questo non convince tutti, e certamente non convince me – una vena che slitta spesso dal moralistico al patetico e al mistico.

In conseguenza di questa complessità e di questa pluralità di corde, Coupland è un autore discontinuo. Ci sono libri convincenti dall’inizio alla fine, altri di cui godi il percorso di lettura ma in cui resti perplesso per il finale, altri del tutto falliti. Tra questi ultimi, nonostante il grande successo di pubblico, va annoverato JPod, il romanzo del 2006, un romanzo che ho trovato molto irritante, a dir poco.

Questa lunga premessa, per dire che The Gum Thief è un capolavoro. C’è il meglio di Coupland: personaggi bizzarri ma prototipali, riflessioni profonde sulla vita l’universo e tutto il resto, humour nero (o grigio scuro), empatia, complessità narrativa. frasi brevi chiare e memorabili (non so come se la siano cavati i traduttori, ma vi suggerirei di provare a leggere l’originale, che, senza essere facilissimo per problemi di gergo, lo è però per struttura delle frasi). Leggetelo e sappiatemi dire.

Coupland si avvia a compiere 46 anni e le domande che si pone Roger Thorpe all’inizio del romanzo ci suonano profondamente vere:

A few years ago it dawned on me that everybody past a certain age – regardless of how they look on the outside – pretty much constantly dreams of being able to escape from their lives. They don’t want to be who they are any more. they want out. […]

Do you want out? Do you often wish you could be somebody, anybody, other than who you are – the you who holds a job and feeds a family – the you who keeps a relatively okay place to live and who still tries to keep your friendships alive? In other words, the you who’s going to remain pretty much the same until the casket? […]

I used the phrase “a certain age”. What I mean by this is the age people are in their heads. It’s usually thirty to thirty-four. Nobody is forty in their head. When it comes to your internal age, chin wattles and relentless liver spots mean nothing (pp.1-2).

Per quanto piccola e banale ci possa sembrare, Coupland ha toccato una verità universale.

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Simon, Dylan, Aldo, Giovanni e Giacomo (e Marina Massironi)

Sempre peggio.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary and thyme.
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

Tell her to make me a cambric shirt,
(A hill in the deep forest green)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Tracing of sparrow on snow-crested brown)
Without no seams nor needle work,
(Blankets and bedclothes the child of the mountain)
Then she’ll be a true love of mine.
(Sleeps unaware of the clarion call)

Tell her to find me an acre of land,
(On the side of a hill a sprinkling of leaves)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Washes the grave with silvery tears)
Between the salt water and the sea strand,
(A soldier cleans and polishes a gun)
Then she’ll be a true love of mine.

Tell her to reap it with a sickle of leather,
(War bellows blazing in scarlet battalions)
Parsley, sage, rosemary and thyme;
(Generals order their soldiers to kill)
And gather it all in a bunch of heather,
(And to fight for a cause they’ve long ago forgotten)
Then she’ll be a true love of mine.

Are you going to Scarborough Fair?
Parsley, sage, rosemary and thyme.
Remember me to one who lives there.
She once was a true love of mine.

If you’re travelin’ in the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
For she once was a true love of mine.

If you go when the snowflakes storm,
When the rivers freeze and summer ends,
Please see she has a coat so warm,
To keep her from the howlin’ winds.

Please see if her hair hangs long,
If it rolls and flows all down her breast.
Please see for me if her hair’s hanging long,
For that’s the way I remember her best.

I’m a-wonderin’ if she remembers me at all.
Many times I’ve often prayed
In the darkness of my night,
In the brightness of my day.

So if you’re travelin’ the north country fair,
Where the winds hit heavy on the borderline,
Remember me to one who lives there.
For she once was a true love of mine.

La bella la va al fosso,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
La bella la va al fosso, al fosso a resentar, ohei,
al fosso a resentar

Nel bel che la resenta,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
nel bel che la resenta, ghe borla giò l’anel, ohei,
ghe borla giò l’anel.

Alzando gli occhi al cielo,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
alzando gli occhi al cielo, la vede il ciel seren, ohei,
la vede il ciel seren.

L’abbassa gli occhi al mare,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
l’abbassa gli occhi al mare, e vede un pescator, ohei,
e vede un pescator.

O pescator che peschi,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
o pescator che peschi, deh pescami l’anel, ohei,
deh pescami l’anel.

Ma sì che te lo pesco,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
ma sì che te lo pesco, per ùn basin d’amor, ohei,
per un basin d’amor.

Se ci vedran le stelle,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedran le stelle, le stelle non san parlar, ohei,
le stelle non san parlar.

Se ci vedrà la luna,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedrà la luna, la luna non sa spiar, ohei,
la luna non sa spiar.

Se ci vedrà il buon Dio,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
se ci vedrà il buon Dio, il buon Dio sa perdonar, ohei,
il buon Dio sa perdonar.

Nel bel che se basavan,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
nel bel che se basavan, ghe salta for so pà, ohei,
ghe salta for so pà.

Papà, papà perdono,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
papà, papà perdono, non lo farò mai plù, ohei,
non lo farò mai plù.

La storia l’è finita,
ravanei remulass barbabietole spinass
tré palanche al mass.
la storia l’è finita, con un basin d’amor, ohei,
con un basin d’amor.

Simon & Guccini (2)

Il gioco continua.

April come she will
When streams are ripe and swelled with rain;
May, she will stay,
Resting in my arms again.

June, she’ll change her tune,
In restless walks she’ll prowl the night;
July, she will fly
And give no warning to her flight.

August, die she must,
The autumn winds blow chilly and cold;
September I’ll remember
A love once new has now grown old.

Simon & Guccini

Un gioco.

I met my old lover on the street last night
She seemed so glad to see me, I just smiled
And we talked about some old times and we drank ourselves some beers
Still crazy after all these years, still crazy after all these years

I’m not the kind of man who tends to socialize
I seem to lean on old familiar ways
And I ain’t no fool for love songs that whisper in my ears
Still crazy after all these years, still crazy after all these years

Four in the morning, crapped out, yawning, longing my life away
I never worry, why should I, it’s all gonna fade

(Instrumental break)

Now I sit by my window and I watch the cars
I fear I’ll do some damage one fine day
But I would not be convicted by a jury of my peers
Still crazy after all these years
Still crazy, still crazy, still crazy after all these years

E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei,
la tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già rosseggiava la città
già nostra e ora straniera e incredibile e fredda:
come un istante “deja vu”, ombra della gioventù, ci circondava la nebbia…

Auto ferme ci guardavano in silenzio, vecchi muri proponevan nuovi eroi,
dieci anni da narrare l’uno all’ altro, ma le frasi rimanevan dentro in noi:
“cosa fai ora? Ti ricordi? Eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno, mi han detto che eri ancor via”.
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…

E le frasi, quasi fossimo due vecchi, rincorrevan solo il tempo dietro a noi,
per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway,
il sentirsi nuovi, le cose sognate e ora viste:
la mia America e la sua diventate nella via la nostra città tanto triste…

Carte e vento volan via nella stazione, freddo e luci accesi forse per noi lì
ed infine, in breve, la sua situazione uguale quasi a tanti nostri films:
come in un libro scritto male, lui s’ era ucciso per Natale,
ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio:
povera amica che narravi dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto…

E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…
noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…
restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,
le luci nel buio di case intraviste da un treno:
siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…

Paul Simon – American Tune

Ho un attacco di Simon & Garfunkel. Non preoccupatevi. Mi succede, poi passa e non lascia conseguenze.

Tra le canzoni meno note, e più belle (forse la più bella in assoluto, melodicamente) c’è questa. Questa è una versione semplicissima e particolarmente toccante:

Anche le parole sono in sintonia con i miei pensieri attuali, pieni di stanchezza:

Many’s the time I’ve been mistaken, and many times confused
Yes and I’ve often felt forsaken, and certainly misused
Ah but I’m alright, I’m alright, I’m just weary to my bones
Still you don’t expect to be bright and bon-vivant
So far away from home, so far away from home

And I don’t know a soul who’s not been battered
I don’t have a friend who feels at ease
I don’t know a dream that’s not been shattered or driven to its knees
But it’s alright, it’s alright, for we lived so well, so long
Still, when I think of the road we’re traveling on
I wonder what’s gone wrong, I can’t help it I wonder what’s gone wrong

And I dreamed I was dying, I dreamed that my soul rose unexpectedly
And looking back down at me, smiled reassuringly
And I dreamed I was flying, and high up above my eyes could clearly see
The statue of liberty, sailing away to sea, and I dreamed I was flying

But we come on a ship they called Mayflower
We come on a ship that sailed the moon
We come in the ages’ most uncertain hours and sing an American tune
And it’s alright, oh it’s alright, it’s alright, you can be forever blessed
Still tomorrow’s gonna be another working day and I’m trying to get some rest
That’s all I’m trying, to get some rest

La canzone è del solo Paul Simon (era nel suo secondo disco da solo, dopo che il duo s’era sciolto, ed è basata su una rielaborazione di un corale di Bach incluso nella Passione secondo Matteo. Bach a sua volta l’aveva tratta da una canzone profana, Mein Gmüth ist mir verwirret, di Hans Hassler.

Qui la canta (inizialmente) Art Garfunkel, nel reunion tour del 1981 (penso):

Questo il corale di Bach (O Haupt voll Blut und Wunden):

L’originale di Hans Leo Hassler non l’ho trovato.

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23 novembre 1946 – Bombardamento di Haiphong

Durante la Seconda guerra mondiale, i giapponesi occupano l’Indocina francese (Cocincina, Annam, Tonchino, Laos e Cambogia). Il governo fantoccio di Vichy collabora con i giapponesi. In quel periodo Ho Chi Minh collabora con gli Stati Uniti nella guerra di liberazione. Ma i giapponesi, il 10 marzo 1945, si sbarazzano dei francesi e proclamano Bao Dai imperatore del Vietnam “indipendente”: ma Bao Dai rifiuta, dichiarando di preferire “essere cittadino d’un Paese libero piuttosto che imperatore d’uno Stato assoggettato”. Il 24 marzo 1945, il governo provvisorio francese dichiara di voler costituire una federazione indocinese nell’ambito dell’Unione francese (il nuovo nome dell’impero coloniale). Peccato che le potenze vincitrici la vedano diversamente: la conferenza di Potsdam definisce un assetto in cui il Nord del Vietnam è posto sotto l’influenza russo-cinese e il Sud sotto quella inglese.

Il 2 settembre 1945, con una cerimonia confuciana, Ho Chi Minh legge la dichiarazione d’indipendenza vietnamita, esemplata su quella americana del 1776 e su quella francese del 1789. L’imperatore Bao Dai accetta il ruolo di consigliere speciale della nuova repubblica democratica, ma i francesi prima l’esiliano a Hong Kong e poi gli assegnano il ruolo di capo dello Stato del Vietnam costituito a Saigon. I francesi, infatti, non riconoscono gli accordi di Potsdam e, a partire dall’estate del 1945, intraprendono la riconquista dell’Indocina: Cambogia, Laos e Cocincina, ma non Annam e Tonchino, che restano sotto il controllo della repubblica democratica di Ho Chi Minh. La riconquista francese causa un’immane carestia, perché impedisce il tradizionale trasferimento nel Nord del Paese del raccolto del riso coltivato al Sud.

Inizialmente i francesi riconoscono la repubblica democratica e, anzi, firmano solennemente un trattato con Ho Chi Minh, il 6 marzo 1946. Poi l’improvviso voltafaccia.

Il 23 novembre 1946 la marina francese bombarda il porto di Haiphong e fa 6.000 vittime civili.

Il 19 dicembre Hanoi insorge, il governo della repubblica democratica estende le ostilità all’intero Paese ed entra in clandestinità. Inizia una guerra che durerà 30 anni.

Il festival dell’isola di Wight

Il famoso festival dell’isola di Wight sono 3: quello del 1968, quello del 1969 e quello del 1970.

Il primo si è tenuto il 31 agosto 1968, vi hanno preso parte circa 10.000 persone. La maggiore attrazione fu la presenza dei Jefferson Airplane. Parteciparono anche Arthur Brown, The Move, T. Rex, Plastic Penny e Pretty Things (sì, lo so ognuno di questi nomi meriterebbe un canzone o un clip…).

Il secondo si è tenuto il 30 e 31 agosto 1969, con un pubblico di 150.000 persone. Le attrazioni erano Bob Dylan e The Who. Tra gli altri: The Band, Joe Cocker, Free, Richie Havens, The Moody Blues, The Nice, Tom Paxton, Pentangle e Pretty Things. Questo è il concerto celebrato da Michel Delpech. Come potete vedere, Donovan non c’era!

Terzo anno, quello veramente famoso. 26-30 agosto 1970. 600.000 persone (soltanto in minoranza paganti il biglietto di 3 sterline per 5 giorni di musica: 125.000 sterline di perdite). Scarsità di acqua cibo e cessi. Nel 1971 il Parlamento inglese passa lo “Isle of Wight Act” che vieta sull’isola gli assembramenti di più di 5.000 persone. Fine del festival. C’erano tutti, noti e ignoti: Redbone, Rosalie Sorrels, Kris Kristofferson, Mighty Baby, Judas Jump, Kathy Smith, Tony Joe White, Supertramp, Black Widow, The Groundhogs, Procol Harum, Fairfield Parlour, Lighthouse, Melanie, Chicago, Taste, Cactus, The Doors, The Who, Sly and the Family Stone, Free, Joni Mitchell, Ten Years After, Emerson Lake and Palmer, Miles Davis, Mungo Jerry, John Sebastian, Cat Mother, Jimi Hendrix, Joan Baez, Moody Blues, Jethro Tull, Leonard Cohen, Richie Havens, Everly Brothers. Pentangle, Donovan (questa volta sì!) e Tiny Tim. Murray Lerner girò un documentario, Message to love. Avrei voluto esserci. Fu il penultimo ultimo concerto di Jimi Hendrix (che morì il 18 settembre a Londra; l’ultimo il 6 settembre al Fehmarn Festival in Germania) e l’ultimo concerto in Europa dei Doors con Jim Morrison (che morì il 3 luglio 1971 a Parigi).

Di Jimi (che suonava con Cry of Love, cioè nella formazione Hendrix/Cox/Mitchell) sentiamo la mia amata Machine Gun:

Dei Doors, The End:

La squadra 8 (16)

Puntata di transizione, ravvivata soltanto dalla presenza magnetica (per me) di Cecilia Dazzi. Ma si respira aria di fine serie, e si intuisce (anche senza andare a leggere le anticipazioni sul forum) che molti ancora ci lasceranno. Ci sarà La squadra 9? Non sarà troppo diversa?

Michel Delpech

L’altra sera ero a Bruxelles, e ho visto che c’era stato un concerto di Boy George (per forza i belgi sono depressi) e uno di Michel Delpech.

Michel Delpech, chi era costui? Uno sul cui nome Renzo Arbore scherzava quando c’era Per voi giovani (1966-1969?).

Insomma, ho cercato su Wikipedia e scoperto che dopo i grandi successi dei tardi anni Sessanta (lui è del 1946) ha tentato il suicidio, ma poi è tornato alla ribalta. Ségolène Royal è una sua fan.

La canzone che lo portò a un’effimera notorietà in Italia è Wight is White (1969):

In Italia ne fecero la cover i Dik Dik.

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Le benevole (2): “L’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti”

Le benevole merita un supplemento e una riflessione, in questi tempi in cui percorrono l’Italia venticelli di pogrom…

Le riflessioni del nostro protagonista colto e nazista sono davvero inquietanti, perché se non sapessimo chi è e se togliessimo qualche riferimento storico troppo rivelatore, potrebbero essere uno di quei dotti editoriali che ci propina la grande stampa (che so, un Ferrara o un Panebianco…).

E in effetti la vittoria avrebbe sistemato tutto, perché se avessimo vinto, immaginatevelo per un momento, se la Germania avesse schiacciato i rossi e distrutto l’Unione Sovietica, non si sarebbe mai più parlato di crimini, o meglio sì, ma di crimi­ni bolscevichi, debitamente documentati grazie agli archivi sequestrati (gli archivi dell’NKVD di Smolensk, trasferiti in Germania e recuperati alla fine della guerra dagli Americani, svolsero appunto questo ruolo, quando alla fine venne il momento di spiegare quasi dall’oggi al domani ai bravi elettori democratici perché i mostri infami della vigilia dovessero ora fungere da baluardo contro gli eroici alleati del giorno prima, adesso denunciati come mostri ancora peggiori), o forse addirittura, per riprendere con dei proces­si in piena regola, perché no, il processo degli agitatori bolscevichi, immaginatevelo un po’, per fare sul serio come hanno voluto fare sul serio gli Angloamericani (Stalin, si sa, se la rideva di quei processi, li prendeva per quello che erano, un’ipocrisia, e per giunta inutile), e poi tutti, Inglesi e Americani in testa, sarebbero venuti a patti con noi, le diplomazie si sarebbero riallineate sulle nuove realtà, e nonostante l’inevitabile protesta degli ebrei di New York, gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore, non lo dico per tentare di giustificarci, è la semplice e tremenda verità, guardate un po’ Roosevelt, quell’uomo perbene, con il suo caro amico Uncle Joe, quanti milioni ne aveva già uccisi Stalin, nel 1941, o addirittura prima del 1939, ben più di noi, di sicuro, e anche a stilare un bilancio definitivo lui rischia proprio di restare in testa, fra la collettivizzazionc, dekulakizzazione, le grandi purghe e le deportazioni di popolazioni nel 1943 e 1944, e questo all’epoca era ben noto, tutti più o meno sapevano, negli anni Trenta, cosa succedeva in Russia, anche Roosevelt lo sapeva, quell’amico del genere umano, il che non gli ha mai impedito di elogiare la lealtà e l’umanità di Stalin, malgrado i reiterati avvertimenti di Churchill del resto, un po’ meno ingenuo da un certo punto di vista, e d’altra parte un po’ meno realista, e se quindi noialtri avessimo in effetti vinto quella guerra, sarebbe stata di sicuro la stessa cosa, a poco a poco, gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico, e i diplomatici avrebbero smussato gli spigoli, perché dopotutto, non è vero?, Krieg ist Krieg und Schnaps ist Schnaps, e così va il mondo. forse in fin dei conti i nostri sforzi sarebbero stati addirittura applauditi, come ha spesso predetto il Fiihrer, o forse no, comunque molti avrebbero applaudito, di quelli che nel frattempo hanno invece taciuto, perché abbiamo perso, dura realtà. E anche se a questo proposito avesse continuato a sussistere una certa tensione, dieci o quindici anni, prima o poi si sarebbe allentata, per esempio quando i nostri diplomatici avessero fermamente condannato, riservandosi comunque la possibilità di dimostrare un certo grado di comprensione, le severe misure suscettibili di nuocere ai diritti dell’uomo, che prima o poi la Gran Bretagna o la Francia avrebbero dovuto applicare per ripristinare l’ordine nelle loro recalcitranti colonie oppure, nel caso degli Stati Uniti, per assicurare la stabilità del commercio mondiale e combattere i focolai di rivolta comunisti, come tutti hanno finito per fare, con i ben noti risultati. Perché sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso. I Monegaschi o i Lussemburghesi possono permettersi il lusso di una certa onestà politica; per gli Inglesi è un po’ diverso. Non è stato forse un amministratore britannico, educato a Oxford o a Cambridge, a preconizzare già nel 1922 dei massacri amministrativi per garantire la sicurezza del­le colonie, e a deplorare amaramente che la situazione politica in the Home Islands rendesse impossibili quelle salutari misure? Ov­vero se, come hanno fatto alcuni, si vogliono imputare tutte le no­stre colpe soltanto all’antisemitismo – un grottesco errore, a mio parere, ma da cui molti si sono fatti sedurre – non bisognerebbe forse riconoscere che, alla vigilia della Grande guerra, la Francia si comportava ben peggio di noi in questo campo (per non parlare della Russia dei pogrom!)? Spero peraltro che non vi sorprenda troppo sentirmi svalutare tanto l’antisemitismo come causa fon­damentale del massacro degli ebrei: sarebbe dimenticare che le no­stre politiche di sterminio avevano ben altra portata. Al momento della sconfitta – e lungi dal voler riscrivere la Storia, sarei il pri­mo ad ammetterlo – oltre agli ebrei avevamo già portato a termine la distruzione di tutti gli handicappati tedeschi incurabili, fisici e mentali, della maggior parte degli zingari, e di milioni di Russi e di Polacchi. E i progetti, è ben noto, erano ancora più ambiziosi: per i Russi, la necessaria riduzione naturale, secondo gli esperti del Piano quadriennale e dell’RSHA, doveva toccare i trenta milioni, se non attestarsi addirittura fra i quarantasei e i cinquantun milioni stando al parere discorde di un Dezernent un po’ zelante del­l’Ostministerium. Se la guerra fosse durata ancora qualche anno, avremmo certamente avviato la riduzione massiccia dei Polacchi. L’idea era già nell’aria da un po’: guardatevi il voluminoso carteggio fra Greiser, il Gauleiter del Warthegau, e il Reichsführer, in cui a partire dal maggio 1942 Greiser chiede di essere autorizzato a utilizzare gli impianti di gassaggio di Kulmhof per distruggere 35.000 Polacchi tubercolotici che secondo lui costituivano una gra­ve minaccia sanitaria per il suo Gau; in capo a sette mesi, il Reichsführer gli fece finalmente capire che la sua proposta era interes­sante ma prematura. Probabilmente trovate che vi intrattengo su tutto ciò con molta freddezza: intendo solo dimostrarvi che la di­struzione per mano nostra del popolo di Mosè non scaturiva unicamente da un odio irrazionale verso gli ebrei – credo di aver già dimostrato fino a che punto gli antisemiti di tipo emotivo fossero malvisti all’SD e nelle SS in generale –, ma derivava soprattutto da un’accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali, nella qual cosa, del resto, ci differenziavamo dai bolscevichi solo per le rispettive valutazioni delle categorie di problemi da risolvere: il loro approccio era fondato su uno schema di interpretazione sociale orizzontale (le classi), il nostro, verticale (le razze), ma entrambi altrettanto deterministici (credo di averlo già sottolineato) e tali da condurre a soluzioni analoghe in termini del rimedio da adottare. E a pensarci bene, se ne potrebbe dedurre che questa volontà, o almeno questa capacità di accettare l’esigenza di un approccio ben più radicale dei problemi che affliggono qualunque società, può essere nata solo dalle nostre sconfitte all’epoca della Grande guerra. Tutti i paesi (salvo forse gli Stati Uniti) hanno sofferto; ma la vittoria, e l’arroganza e la tranquillità morale scaturiti dalla vittoria, hanno probabilmente permesso agli Inglesi e ai Francesi e anche agli Italiani di dimenticare con più facilità le loro sofferenze e le loro perdite, e di riadagiarsi, talvolta addirittura di sprofondare nell’autocompiacimento, e quindi anche di spaventarsi più facilmente, per timore di assistere alla disgregazione di quel compromesso tanto fragile. Quanto a noi, non avevamo più niente da perdere. Ci eravamo battuti altrettanto onorevolmente dei nostri nemici; siamo stati trattati da criminali, ci hanno umiliati e fatti a pezzi, e hanno schernito i nostri morti. La sorte dei Russi, obiettivamente, non è stata molto migliore. Niente di più logico, perciò, di arrivare a dirsi: be’, se è cosi, se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli mini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione – e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri nemici esterni? I bolscevichi, ne sono convinto, hanno fatto lo stesso ragionamento. Dato che rispettare le regole della cosiddetta umanità non ci è servito a niente, perché ostinarsi a mantenere quel rispetto di cui non ci sono nemmeno stati grati? Di lì, inevitabilmente, un approccio molto più inflessibile, più duro, più radicale ai nostri problemi. In tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione (soprattutto, sto­ricamente, sotto forma di esilio esterno). I Greci esponevano i figli deformi; gli Arabi, riconoscendo che costituivano, dal pun­to di vista economico, un peso troppo gravoso per le loro fami­glie, ma non volendo ucciderli, li mettevano a carico della comu­nità, con il meccanismo della zakat, l’elemosina religiosa obbli­gatoria (una tassa per le opere di bene); ancor oggi, da noi, esistono per questi casi degli istituti specializzati, per evitare di affliggere i sani con lo spettacolo della loro disgrazia. Tuttavia, se si adotta questa visione globale, si può constatare che almeno in Europa, a partire dal XVIII secolo, tutte le diverse soluzioni ai vari problemi – il supplizio per i criminali, l’esilio per i malati contagiosi (lebbrosari), la carità cristiana per gli idioti – sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato, una forma di esi­lio interno, per cosi dire, a volte con una pretesa pedagogica, ma soprattutto con una finalità pratica: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio. Come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti? Dopo la Grande guerra molti hanno ca­pito che non erano più adeguate, che non bastavano più a far fronte alla nuova portata dei problemi, per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco (i milioni di morti della guerra). Occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno, e perché i paesi cosiddetti democratici le avrebbero trovate anche loro, se ne avessero avuto bisogno (pp. 645-649).

Agghiacciante vero? A me dà davvero da pensare:

  • “gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore”
  • “gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico”
  • “sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso”
  • “massacri amministrativi”, “necessaria riduzione naturale”, “accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali”
  • “che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei”
  • “in tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione”
  • “le diverse soluzioni ai vari problemi […] sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato […]: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio”
  • “come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti?”
  • “per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco […] occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno”.

Un brivido mi percorre la schiena: quante sono già ora le iniquità economiche e sociali che permettiamo o introduciamo ex novo (dalla perdita della sicurezza di una vecchiaia serena alla precarietà del lavoro) in nome delle compatibilità finanziarie?