Il volo delle anatre a rovescio

Calligaris, Alberto (2006). Il volo delle anatre a rovescio. Roma: Newton Compton. 2006.

Spero che chi mi ha regalato questo libro (che comunque ringrazio per il gentile pensiero) non sapesse che cosa stava facendo, non l’avesse letto e si sia fidato della copertina o del consiglio di un libraio.

In poche parole, il romanzo non vale la carta su cui è stampato. Immagino che in qualche foresta del Canada o in Svezia una betulla, ancora dritta e fronzuta, pianga l’inutile sacrificio dei suoi figli, abbattuti per permettere la diffusione di massa del romanzetto di Calligaris.

Ero tentato di abbandonare la lettura dopo poche pagine, ma il senso di responsabilità verso i miei lettori mi ha indotto ad arrivare alla fine. Lo considero un servizio pubblico: non leggete questo libro e sconsigliatelo ai vostri amici (e persino ai vostri nemici, a meno che non abbiate gravi motivi per vendicarvi – io non riesco a pensare a più di tre persone cui lo consiglierei per pura cattiveria).

Il romanzo ha tutti gli ingredienti che servono a renderlo orrendo: gratuitamente sgradevole, violento, razzista, sessista. La storia non ha né capo né coda. Il tenue filo giallo-noir è talmente inconsistente che non ha nessun chiarimento o scioglimento finale. Il sesso – e non c’è pagina che non ne parli – non è mai eccitante (meglio i libretti che si comprano alla stazione).

Nemmeno lo stile è piacevole: una vaga scimmiottatura di Chuck Pahlaniuk (che pure non amo, ma che almeno è tecnicamente abile).

Non lo butterò, perché in una biblioteca personale servono anche i memento: lo metterò vicino a un libro di Gaia Servadio (Storia di R) che mi aveva fatto schifo alcuni anni fa (ma, onestamente, questo è peggio).

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22 agosto – Henri Cartier Bresson

Nato il 22 agosto 1908 (e morto il 3 agosto 2004), forse il più grande fotografo di tutti i tempi.

Rendetevene conto da soli.

La pioggia nel pineto o sul cappello?

Boris è in villeggiatura in un posto assolutamente inadeguato, in una località climatica (cioè dotata di un clima peculiare): dopo alcuni giorni torridi, da due piove e fa freddo. Quanto alla fauna, le zanzare hanno ceduto il posto alle mosche.

Grazie alla cultura dei suoi figli, due proposte poetiche, una più nota (La pioggia nel pineto di D’Annunzio) e la seconda meno (La pioggia sul cappello, di Luciano Folgore).

La pioggia nel pineto
Gabriele d’Annunzio

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.

La pioggia sul cappello
Luciano Folgore

Silenzio. Il cielo
è diventato una nube,
vedo oscurarsi le tube
non vedo l’ombrello,
ma odo sul mio cappello
di paglia,
da venti dracme e cinquanta
la gocciola che si schianta,
come una bolla,
tra il nastro e la colla.
Per Giove, piove
sicuramente,
piove sulle matrone
vestite di niente,
piove sui bambini
recalcitranti,
piove sui mezzi guanti
turchini,
piove sulle giunoni,
sulle veneri a passeggio,
piove sovra i catoni,
e, quello ch’è peggio,
piove sul tuo cappello
leggiadro,
che ieri ho pagato,
che oggi si guasta;
piove, governo ladro!….

L’odi tu? Non è di passaggio
come l’acqua
di maggio,
che sciacqua la terra e la monda.
Sgronda terribilmente;
si sente il blasfemo
di un polifèmo ambulante,
si veggono ninfe e atalante
fuggire in un angiporto;
Plutone più vivo che morto
si pone una nivea pezzuola
sul feltro che cola;
Dïana s’accorcia la tunica
fin quasi all’altezza del femore,
e Dedalo immemore e Marte
con toga a due petti e speroni
s’impalano ai muri con arte
per evitare i doccioni.
Cibele fa segno all’auriga
che incurva il soffietto alla biga,
e monta sul cocchio
mentre la furia di Eolo
le palpa il malleolo
le morde il polpaccio,
si sfibia
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo,
dal naso al tallone d’Achille,
fradici fino al midollo,
cugini alle anguille,
nubili d’ombrello,
col solo cappello,
sentiamo che l’ essere anfibî
sarebbe un superbo destino,
te biscia,
io girino,
e liscia la piova del giorno
ci colerebbe d’attorno,
non come a Issïone
che fece la ruota a Giunone,
ma pari al Tritone
cui Teti concesse
– regalo di nume –
di potersi fare
un ampio palamidone
di schiume di mare.

E piove sempre,
sul càmice mio,
sul peplo tuo
colore oramai dell’oblio,
piove sul croceo e l’eburno
del tuo moccichino di seta,
piove sul cromo del mio coturno
che s’impatacca di creta,
piove sopra il cinabro
che t’impomidaura il labro,
piove sui tremuli tocchi
che t’anneriscono gli occhi,
e andiamo d’androne
in androne,
con facce di mascherone,
squadrandoci obliquamente
se qualche pozza lucente
ci specchia e ci invecchia
per farci morir di furore,
Narcisi
dai visi colore
di colla di paglia,
di succo di nastro,
d’impiastro di minio,
di guazzo assassino
di cipria e di cartoncino.

E piove a dirotto
da tutte le nubi,
piove dai tubi
sfasciati
dell’acquedotto
del cielo,
piove sui cani spelati,
piove sul melo e sul tiglio,
piove sul padre e sul figlio,
piove sui putti lattanti
sui sandali rutilanti,
su Pègaso bolso,
su l’orïolo da polso,
piove sul tuo vestitino
che m’è costato un tesauro,
piove sulla salvia e sul lauro
sull’erbetta e sul rosmarino,
piove sulle vergini schive,
piove su Pàsife e Bacco,
piove persin sulle pive
nel sacco.
E piove soprattutto
sul tuo cappello distrutto
mutato in setaccio,
che ieri ho pagato
che adesso è uno straccio,
o Ermïone
che scordi a casa l’ombrello
nei giorni di mezza stagione.

Seeing Red

Humphrey, Nicholas (2006). Seeing Red: A Study in Consciousness. Cambridge: The Belknap Press of Harvard University Press. 2006.

Un bel libro, che parte lentamente e lasciando qualche perplessità, ma che va crescendo, chiudendosi con un’ipotesi sull’evoluzione della coscienza molto convincente e quasi entusiasmante.

Il libro nasce da un ciclo di lezioni tenute dall’autore ad Harvard nell’aprile del 2004 e mantiene la struttura, la leggerezza, il procedere graduale delle lezioni magistrali.

Le perplessità iniziali nascono dall’approccio filosofico che Humphrey accetta come punto di partenza. Humphrey distingue nell’esperienza di “vedere rosso” due componenti, una “proposizionale” (la rappresentazione di quello che succede “là fuori” e anche degli stessi processi mentali) e una “fenomenica” (le sensazioni visuali – e qui nascono i problemi, perché queste portano dritti dritti ai famigerati “qualia”).

I qualia sono utilizzati, in genere, da coloro che sostengono che la coscienza è qualcosa di mistico, di inafferrabile, di irriducibile al modo in cui funziona il nostro cervello, e di collegato a qualcosa di essenziale a ciò di cui noi umani siamo fatti (una specie di flogisto mentale). I qualia, così, sono utilizzati per riproporre un dualismo cartesiano tra mente e cervello, tra res cogitans e res extensa.

A Humphrey, invece, la distinzione serve per introdurre una differenza tra percezione e sensazione, e per chiedersi: a che serve la sensazione, una volta che hai la percezione. La risposta è evoluzionistica: secondo l’autore, la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

Forse non a tutti piacerà pensare che il proprio senso del sé, la propria coscienza, sia una specie di pelo incarnito, una specie di dente del giudizio, il residuato di un cammino evoluzionistico in parte superato. Io lo trovo convincente (anche se molto dovrà essere fatto per confermare empiricamente questa ipotesi), come trovo anche convincente la spiegazione che Humphrey dà della nostra dilatata sensazione del “presente”.

Per convincervi che anche una visione rigorosamente materialistica può essere piena di rispetto e stupore, riporto la poesia di Gerard Manley Hopkins che chiude il volume:

As kingfishers catch fire, dragonflies draw flame;
As tumbled over rim in roundy wells
Stones ring; like each tucked string tells, each hung bell’s
Bow swung finds tongue to fling out broad its name;
Each mortal thing does one thing and the same:
Deals out that being indoors each one dwells;
Selves – goes itself; myself it speaks and spells,
Crying What I do is me: for that I came.

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13 agosto – Alfred Hitchcock

Nato il 13 agosto 1899, a Londra.

La mia sequenza preferita è questa:

Chance (2)

Ecco i canguri di Gosset (spero di non avere violato troppi copyright, ma dovrebbero essere fuori diritti dal 1908 a oggi, Topolino non era ancora nato…):

grafico.pdf

Ieri ho dimenticato di raccontare forse la cosa più divertente del libro. Come scegliere il proprio partner? La premessa è che incontreremo un numero finito di candidati, e che non si torna indietro (una volta scartato un candidato è scartato per sempre, e una volta sposato è sposato indissolubilmente). Se sposiamo il primo che ci pare soddisfacente, avremo sempre il dubbio che ne avremmo potuto incontrare uno migliore; ma se andiamo avanti percorrendo tutta la lista, rischiamo di arrivare alla fine senza aver incontrato Mr Right. Esiste una strategia ottimale? Il rischio è connaturato nella scelta, ma c’è (ed è dimostrata formalmente, con un teorema) una strategia che dà le migliori probabilità di selezionare il candidato migliore: data una stima del numero dei possibili candidati, bisogna valutare il primo 37% dei candidati in lista (per l’esattezza, 1/e candidati, cioè il 36,78%) e poi, proseguendo nella lista, scegliere il primo che si incontra che risulta migliore di tutti quelli precedentemente valutati.

Ad esempio, supponi di essere un’avvenente debuttante in cerca di marito, con 100 spasimanti. Quello che suggerisce la teoria, è che tu esca con i primi 37, e li valuti, senza impegnarti con nessuno. Poi esci con il 38°: se è meglio di tutti i 37 precedenti, sposalo. Se no passa al 39° e ripeti la valutazione. Naturalmente, ti può capitare di non incontrarne nessuno migliore dei primi 37, e resterai single. Ti può anche capitare di sposarne uno sufficientemente buono, ma non il migliore in assoluto. Ma il teorema ti assicura che hai massimizzato le tue probabilità di successo rispetto a qualunque altra strategia (Aczel, pp. 85-87).

Il problema è noto anche come “problema della segretaria” e per gli irrimediabilmente curiosi qui trovate una sintetica rassegna.

Naturalmente, se il tuo obiettivo è spassartela, la strategia migliore è proporti a tutte (o a tutti). La vecchia storiella dice che prenderai una sacco di schiaffi, ma ti divertirai anche parecchio. Il calcolo delle probabilità conferma (Aczel, pp. 35-36).

12 Agosto – William Blake e Van Morrison

Il 12 agosto 1827 muore William Blake.

Poco apprezzato in vita (anche perché, diciamolo, era matto come un cavallo), nel 2002 è stato collocato al 38° posto nella classifica dei 100 britannici più grandi di tutti i tempi votata dagli ascoltatori della BBC. William Blake esercita un’influenza particolare su molti autori, a partire da Bob Dylan. Qui parliamo di Van Morrison, che cita Blake in molte sue canzoni.

Per ricordare Blake, due versioni di Summertime in England (da Common One), la prima dal vivo e la seconda con una dichiarazione di poetica dello stesso Morrison.

Can you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
Will you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
We'll go riding up to Kendal in the country
In the summertime in England.
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Wordsworth and Coleridge, baby?
Did you ever hear about Wordsworth and Coleridge?
They were smokin' up in Kendal
By the lakeside
Can you meet me in the country in the long grass
In the summertime in England
Will you meet me
With your red robe dangling all around your body
With your red robe dangling all around your body
Will you meet me
Did you ever hear about . . .
William Blake
T. S. Eliot
In the summer
In the countryside
They were smokin'
Summertime in England
Won't you meet me down Bristol
Meet me along by Bristol
We'll go ridin' down
Down by Avalon
Down by Avalon
Down by Avalon
In the countryside in England
With your red robe danglin' all around your body free
Let your red robe go.
Goin' ridin' down by Avalon
Would you meet me in the country
In the summertime in England
Would you meet me?
In the Church of St. John . . .
Down by Avalon . . . .
Holy Magnet
Give you attraction
Yea, I was attracted to you.
Your coat was old, ragged and worn
And you wore it down through the ages
Ah, the sufferin' did show in your eyes as we spoke
And the gospel music
The voice of Mahalia Jackson came through the ether
Oh my common one with the coat so old
And the light in the head
Said, daddy, don't stroke me
Call me the common one.
I said, oh, common one, my illuminated one.
Oh my high in the art of sufferin' one.
Take a walk with me
Take a walk with me down by Avalon
Oh, my common one with the coat so old
And the light in her head.
And the sufferin' so fine
Take a walk with me down by Avalon
And I will show you
It ain't why, why, why
It just is.
Would you meet me in the country
Can you meet me in the long grass
In the country in the summertime
Can you meet me in the long grass
Wait a minute
With your red robe . . .
Danglin' all around your body.
Yeats and Lady Gregory corresponded . . .
And James Joyce wrote streams of consciousness books . . .
T.S. Eliot chose England . . .
T.S. Eliot joined the ministry . . .
Did you ever hear about . . .
Wordsworth and Coleridge?
Smokin' up in Kendal
They were smokin' by the lakeside . . .
Let your red robe go . . .
Let your red robe dangle in the countryside in England
We'll go ridin' down by Avalon
In the country
In the summertime
With you by my side
Let your red robe go . . .
You'll be happy dancin' . . .
Let your red robe go . . .
Won't you meet me down by Avalon
In the summertime in England
In the Church of St. John . . .
Did you ever hear about Jesus walkin'
Jesus walkin' down by Avalon?
Can you feel the light in England?
Can you feel the light in England?
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so old
And the sufferin' so fine
Take a walk with me
Oh, my common one,
Oh, my illuminated one
Down by Avalon . . .
Oh, my common one . . .
Oh, my storytime one
Oh, my treasury in the sunset
Take a walk with me
And I will show you
It ain't why . . .
It just is . . .
Oh, my common one
With the light in the head
And the coat so old
Oh, my high in the art of sufferin' one . . .
Oh, my common one
Take a walk with me
Down by Avalon
And I will show you
It ain't why . . .
It just is.
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so fine
And the sufferin' so high . . .
All right now.
Oh, my common one . . .
It ain't why . . .
It just is . . .
That's all
That's all there is about it.
It just is.
Can you feel the light?
I want to go to church and say.
In your soul . . .
Ain't it high?
Oh, my common one
Oh, my storytime one
Oh, my high in the art of sufferin' one
Put your head on my shoulder . . .
And you listen to the silence.
Can you feel the silence?

Nei boschi eterni (2): opus spicatum o piscatum?

Dimenticavo. Nel libro, abbastanza all’inizio, c’è una discussione tra Adamsberg e Danglard su una tecnica edilizia di origine romana: Adamsberg si ostina a chiamarla opus spicatum, e Danglard lo corregge in opus piscatum.

Tutto nasce da un’opera (fittizia) che Adamsberg deve leggere, Construire en Béarn. Techniques traditionnelles du XVIème au XIXème siècle. Questo è la citazione (altrettanto fittizia) che si trova nel romanzo:

L’usage des galets de rivières dans l’édification des murets, combinatoire d’une organisation adaptative aux ressources locales, est une pratique répandue sans être constante. L’introduction de l’opus piscatum dans nombre de ces murets répond à une double nécessité compensatoire, générée par la petitesse du matériau et la faiblesse du mortier pulvérulent.” (Dans les bois éternels, p.65; l’enfasi è mia)

Stiamo parlando di quella tecnica costruttiva che consiste nel disporre ciottoli di fiume (in questo caso) o laterizi (nel caso tradizionale romano) a “spina di pesce”. Di qui, secondo la Vargas, piscatum, nella duplice accezione di “prelevati da un corso d’acqua” e di “a spina di pesce”. L’edizione francese di Wikipedia lo spiega così (e poi fa esplicito riferimento al romanzo della Vargas):

L’opus piscatum (en latin “ouvrage en poisson”) est un procédé de construction de mur consistant à empiler des pierres plates, la structure du mur ressemblant a la fin à une masse constituée autour d’une base en forme d’arêtes de poisson.

Adesso: so benissimo che la Vargas è un’esperta di medioevo e che, quindi, difficilmente sbaglia. Ma io conosco un po’ di archeologi e archeologhe e mi hanno sempre detto opus spicatum. Perché il disegno della spina di pesce è anche il disegno della spiga di grano. Chi ha ragione? che cosa è l’anagramma di cosa? In realtà, in molti testi francesi si trova piscatum (almeno, da una sommaria ricerca sul web). Ma in molti testi italiani si prova spicatum: un esempio per tutti:

Opus spicatum: Pavimento composto da mattoni rettangolari collocati a spina di pesce; si può vedere sia nel convento dei Padri Marianisti sia in un frammento di pavimento accanto al sepolcro dei Pancrazi.

Spicatum si trova anche nella Wikipedia italiana e tedesca.

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Scalmane

Dal Vocabolario Treccani:

Scalmana: denominazione popolare del raffreddore, del mal di gola o di altre manifestazioni di perfrigerazione (prendersi una scalmana); vampa di calore che sale al viso (avere le scalmane, andare soggetta a scalmane); in senso figurato, infatuazione momentanea, entusiasmo improvviso (si è preso una scalmana per quella ragazza). Derivato di calma, con il prefisso s- e la terminazione -ana (come in caldana).

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Perdere la trebisonda

Sempre dal Vocabolario Treccani:

Perdere la bussola, l’orientamento, cioè restare disorientato, frastornato, o anche perdere le staffe, cioè il controllo di sé. È parola di formazione popolare, forse marinara, per assunzione fonosimbolica del nome della città di Trebisonda, sul Mar Nero, nota nel tardo medioevo per le vicende che la opposero agli Ottomani.

“Assunzione fonosimbolica”, niente di meno!

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