Per il Sabatini-Coletti (per gentile concessione del corriere.it) sta per “confuso, macchinoso” ed è attestato dal secolo XVI.
Per il Vocabolario Treccani significa “fatto di tanti elementi accostati o ammassati insieme in modo disordinato, avviluppato, confuso: un racconto farraginoso; erudizione farraginosa; farraginosi volumi di privati ed oscuri interpreti (Beccaria). ” Sono attestati anche, oltre all’avverbio farraginosamente (“in modo farraginoso”), il sostantivo farràgine (il cui significato principale è: “moltitudine confusa di cose (o persone) disparate”) e il desueto verbo farraginare (“mescolare, confondere disordinatamente”).
Quello che non sapevo, e ho trovato abbastanza curioso da volerlo condividere con voi, è che questi termini derivano da farro, il cereale di cui sono appassionati i natural-chic. La latina farraginem (far, “farro” + aginem, suffisso che significa “correlato a”) era un miscuglio di biade diverse seminate a tutto campo e usate per alimentare il bestiame alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera. Il termine è attestato, con piccole varianti, anche in provenzale, catalano e portoghese. Il farro, a sua volta, è il più antico dei cereali per alimentazione umana e – nonostante la radice sia incerta – è apparentato con le parole italiane farina e fertile e l’inglese barley (“orzo”, dove la b- iniziale è caduta, ma l’etimologia è la stessa). E, anche se non ne ho trovato le prove e se la ricetta più comune si fa con l’avena e non con l’orzo, anche il porridge ha la stessa radice: mi sembra una pappetta abbastanza farraginosa, no?
In realtà un po’ di più, ma sono stato poco assiduo e ho mancato il momento in cui la fatidica soglia è stata superata. Oggi siamo a 302.498.
Il primo post di questo blog l’ho pubblicato l’11 marzo 2007.
Avevamo superato quota 100.000 il 28 ottobre 2008 e quota 200.000 il 19 marzo 2010.
Dopo 1.558 giorni, Sbagliando s’impera ha superato questo terzo traguardo con una media di oltre 194 visite al giorno. Non saremo ai livelli di Google o Facebook, ma io sono contento e vi ringrazio tutti, per avermi seguito anche in un anno di relativa pigrizia.
Tutti sanno che cos’è il sole di mezzanotte: alle latitudini al di sopra del circolo polare artico (che delimita per l’appunto l’area della superficie terrestre in cui il fenomeno si verifica) per almeno un giorno intorno al solstizio d’estate il sole non tramonta, cioè non scende sotto la linea dell’orizzonte. Agli antipodi, in prossimità del polo sud, alle latitudini al di sopra del circolo polare antartico (definito allo stesso modo) il sole non tramonta per almeno un giorno intorno al solstizio d’inverno (boreale).
Sempre a quelle latitudini, d’inverno (intorno al polo nord) o d’estate (intorno al polo sud) c’è almeno un giorno in cui il sole non sorge. La notte artica (o antartica).
E che succede se durante la notte (che naturalmente può durare anche giorni e giorni – al polo 6 mesi) c’è il plenilunio? Avremo in tal caso la luna di mezzogiorno.
Non ci avevo mai pensato prima, finché ieri sera non mi è capitata in mano questa vecchia cartolina, comprata in Lapponia quasi 15 anni fa.
Foto: Martti Rikkonen
È la luna di mezzogiorno fotografata in gennaio (con una temperatura di -31 °C) all’isola di Ukko, un antico luogo di culto sul lago (ghiacciato) presso Inari, nel nord della Finlandia.
Non so se è appropriato definire un pamphlet un volume di oltre 400 pagine. Secondo il Vocabolario Treccani online, pamphlet significa semplicemente «opuscolo» (ci viene dall’inglese, che a sua volta l’ha preso dal francese, dove il nome comune fu fabbricato a partire da una commedia latina in versi popolarissima nel 12° secolo: Pamphilus seu de amore). Dunque, pamphlet è sinonimo di «libello», breve scritto di carattere polemico o satirico.
Dunque, il libro di Matt Ridley breve certamente non è, ma altrettanto certamente è polemico. La sua tesi (polemica) di fondo è che i pessimisti e i profeti di sventura hanno sempre avuto più ascolto degli ottimisti, fin dai tempi di Esiodo, e ancora di più oggi, consoderato che per stampa e televisione una buona notizia non è una notizia. Brian Eno qualche anno fa (nel suo A Year with Swollen Appendices. London Faber & Faber. 1996) osservava che i conservatori hanno più seguito dei progressisti perché il passato è uno solo (anche se si può fissare un’epoca alla quale si vuole tornare e le interpretazioni possibili sono pressoché infinite, dico io) mentre i possibili futuri sono infiniti. Questo spiega anche la tendenza al frazionismo dei progressisti e degli innovatori, che ben conosciamo.
[Avendo letto il libro di Brian Eno su carta in epoca sostanzialmente pre-digitale, ed essendo sempre stato cialtrone quanto alla tenuta delle mie schede di lettura, nonostante una ricerca di quasi un’ora, non sono riuscito a trovare il passo in questione: se qualcuno lo trova, lo prego di segnalarmelo].
Ridley è un libertario puro, il che lo colloca saldamente (secondo il pensiero politico tradizionale, ma anche nella realtà) al polo destro dell’asse politico. E infatti il suo libro ha suscitato un’infinità di polemiche (soprattutto sul Guardian nel giugno 2010, quando il librio fu pubblicato nel Regno Unito), soprattutto per la sua difesa dello Stato minimo e della sua convinzione hayekiana che il mercato, lasciato a sé stesso, è il motore dell’innovazione e del progresso.
Ed effettivamente, alla lunga, e via via che la ricostruzione storica condotta nel libro si avvicina ai giorni nostri, questa riproposizione delle virtù del libero mercato e del libero scambio e del parassitismo delle burocrazie (religiose, imperiali, stataliste o democratiche che siano) sa sempre più di partito preso e sempre meno di analisi.
I primi due capitoli del libro, però, sono bellissimi e convincenti, e mi sono sufficienti a suggerirvi di leggere il libro.
Qualche citazione dai capitoli successivi:
China went from a state of economic and technological exuberance in around AD 1000 to one of dense population, agrarian backwardness and desperate poverty in 1950. According to Angus Maddison’s estimates, it was the only region in the world with a lower GDP per capita in 1950 than in in 1000. [p. 180]
Between 1750 and 1850 British men (some of them immigrants) invented an astonishing range of labour-saving and labour-amplifying devices, which allowed them to produce more, sell more, earn more, spend more and have more surviving children. A famous print entitled ‘The Distinguished Men of Science of Great Britain Living in the Year 1807-8’, the year that Parliament abolished the slave trade, depicts fifty-one great engineers and scientists all alive at the time […] You look at such a picture and wonder. ‘How did any one country have so much talent in the same place?’
The premise is false, of course, because it was the aura of the time and place that drew forth (and attracted from abroad – Brunel was French, Rumford American) such talent. For all their brilliance, there are Watts, Davys, Jenners and Youngs galore in every country at every time. But only rarely do sufficient capital, freedom, education, culture and opportunity come together in such a way as to draw them out. [p. 221]
[The glorious revolution] was more than a king-swap; it was in effect a semi-hostile management buy-in of the entire country by Dutch venture capitalists, which resulted in a rush of Dutch capital investment, a lurch towards foreign trade as the engine of state policy in emulation of Holland, and a constitutional shake-up that empowered a parliament of merchants. [p. 223]
Civilisation, like life itself, has always been about capturing energy. That is to say, just as a successful species is one that converts the sun’s energy into offspring more rapidly than another species, so the same is true of a nation. Progressively, as the aeons passed, life as a whole has grown gradually more and more efficient at doing this, at locally cheating the second law of thermodynamics. [p. 244]
The great innovators are still usually outsiders.
Though they may start out full of entrepreneurial zeal, once firms or bureaucracies grow large, they become risk-averse to the point of Luddism. The pioneer venture capitalist Georges Doriot said that the most dangerous moment in the life of a company was when it had succeeded, for then iut stopped innovating. […]
One solution is for companies to try to set their employees free to behave like entrepreneurs. […]
Another solution is to out-source problems to be solved by a virtual market of inventors with the promise of a prize […]. The Internet has revived the possibility in recent years. [pp. 260-261]
One ingenious argument for apocalypse relies on statistics. As related by Martin Rees in his book Our Final Century, Richard Gott’s argument goes like this: given that I am roughly the sixty billionth person to live upon this planet, it is plausible to believe that I come roughly half way through my species’ run on Broadway, rather than near the beginning of a million-year run. If you pull a number from an urn and it reads sixty, you would conclude that there are more likely to be 100 numbers in the urn than 1,000. Therefore, we are doomed. [p. 294]
A proposito di quest’ultima argomentazione, discussa anche (e seriamente!) al Festival delle scienze romano del gennaio di quest’anno, riuscite a vedere dov’è la fallacia? Vi va di scriverlo nei commenti? Siamo web 2.0 o cosa, in fin dei conti?
Il libro ha hanche un sito (www.rationaloptimist.com) da cui ho tratto i video che presento qui sotto.
Un libriccino piccolo piccolo, in tutti i sensi (dev’esserci qualcosa di vero nel vecchio calembour latino del nomen omen).
Eppure Domenico Francesco Piccolo sa fare di meglio, come dimostra il bel romanzo La separazione del maschio, che avevo trovato bello e onesto. Anche in quel libro la vicenda è inframezzata di “considerazioni di costume, che vanno dal cacao sul cappuccino alla persistenza del voltaren, tutte divertenti e godibilissime”. Soltanto che là erano inserite in una narrativa e in una dimensione (a mio parere molto interessante e viva) di introspezione maschile, che qui non c’è.
Qui trovo solo un’accozzaglia di brevi testi, corsivetti ed elzeviri, trasferiti tali e quali dai “pezzi” giornalistici d’origine. La solita operazione trita e ritrita, che mi irrita non poco. Peggio per me che ci sono cascato.
Già perché la FIOM ce l’avevano presentata come minoritaria e settaria: un manipolo di prepotenti che, senza legittimazione, pretendevano di rappresentare gli operai. E invece la maggioranza relativa dei dipendenti sta con la FIOM. E la maggioranza assoluta degli operai (fatevi qualche conto, direi che è palese).
Già, perché se si sommano i seggi dei partiti (e spezzoni di partito, ahimè) che si erano espressi per il sì, altro che 54%, siamo intorno all’80%.
La domanda è: dov’è il famoso Paese reale, a Mirafiori o a Montecitorio?