E se … [1]

Leggo sui quotidiani online:

Ruby – Berlusconi: “Teorema giudiziario per eliminarmi”

E se B. provasse ad astenersi dal delinquere, o quantomeno da comportamenti penalmente rilevanti?

Ma non per sempre, giusto per fare una prova, diciamo per un mese? Giusto per vedere se continuano a perseguitarlo lo stesso? Così ci facciamo tutti un’idea?

Il salmone

Controcorrente, d’accordo. Ma devo andare sempre controcorrente?

Si sa come andò a finire…

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Bill Frisell e Vinicius Cantuária

Quando ho scoperto Bill Frisell, molti anni fa (esplorando Disfunzioni musicali) mi aveva fatto pensare irresistibilmente al Ray Bradbury delle Cronache marziane. La musica di Frisell, con le sue chitarre distorte, mi faceva pensare a un intero pianeta vagamente alieno, interamente coperto di praterie, dove il vento ululando piegava gli steli dell’erba. Una specie di smisurato Kansas, dove i coloni lottavano come pionieri contro una natura ostile.

Frisell – ormai quasi sessantenne – non ha mai smesso di esplorare mondi alieni, ma anche forme musicali, come testimoniano la sua discografia e le sue molte collaborazioni. Il concerto di ieri era essenzialmente un concerto di Vinicius Cantuária e delle sue canzoni. Eppure, era anche indiscutibilmente un concerto di Frisell: senza mai essere invadente, è riuscito a dare la sua impronta stilistica a ogni singolo brano. Uno di quei concerti in cui non guardi mai l’orologio e ti sembrano finire troppo presto.

Qui un brano dal concerto del 7 gennaio a Vienna, caldo caldo:

Statistiche come e perché

Zuliani, Alberto (2010). Statistiche come e perché. A cosa servono, come si usano. Roma: Donzelli. 2010.

Ho molto ritegno a recensire a questo libro, perché ho il privilegio di conoscere bene l’autore e la fortuna di avere partecipato alla gestazione dell’aureo libretto. Non ho pertanto i requisiti di “terzietà” che si convengono a un recensore.

Però spero di avere suscitato la vostra curiosità e ve ne consiglio incondizionatamente la lettura.

Prima di morire addio

Vargas, Fred (1994). Prima di morire addio. Torino: Einaudi. 2010.

Einaudi continua (finalmente) a tradurre e pubblicare i vecchi romanzi di Fred Vargas (ho tentato una ricostruzione della bibliografia vargasiana qui, e potete cercare in questo blog altre mie recensioni).

Questo è (forse: non so se l’opera prima, del 1986,  Les Jeux de l’amour et de la mort fosse un “giallo”) è il suo primo romanzo, pubblicato originariamente nel 1994, e non vi compaiono né gli evangelisti né Adamsberg (anche se si può facilmente sostenere che i 3 imperatori e Richard Valence ne sono i precursori). Insomma, gli ingredienti dei romanzi successivi ci sono più o meno tutti, ma il libro non è del tutto riuscito.

Per di più – ma questa è una considerazione semiseria, che mi è venuta in mente ma non condivido, come direbbe un personaggio di Altan. Insomma, per di più tutti i personaggi italiani del libro (che è ambientato in una Roma abbastanza fedele e credibile) sono antipatici e un po’ scemi, mentre tutti i francesi sono simpatici e fighi (e quando sembrano scemi, poi in realtà non lo sono). Insomma, questa Vargas è sciovinista (come tutti i francesi, direi, se non fossi refrattario alle generalizzazioni). E per di più è innocentista sul caso Cesare Battisti, e questa è un’opinione che in questi giorni apparentemente non si può permettere nessuno (Mentana è arrivato a proporre di mandare a casa tutti i brasiliani del calcio italiano: e dire che il pover’uomo è interista).

Fin da questo romanzo, l’autrice intesse il testo di piccole frasi memorabili. Una per tutte:

Il cinismo non viene da sé, ci vuole una certa abitudine. All’inizio stanca, è normale. [p. 116]

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Poveri, noi

Revelli, Marco (2010). Poveri, noi. Torino: Einaudi. 2010.

Ho sempre grandi difficoltà con i sociologi. Un problema mio, probabilmente.

Ero stato attratto dalla breve presentazione riportata in copertina, che prospetta una tesi che condivido. Speravo che il libro la corroborasse con elementi e analisi per me nuovi. Invece il libro, pur documentato soprattutto con dati statistici ufficiali – soprattutto di fonte Istat ed Eurostat, che ben conosco per motivi anche professionali – ne propone una lettura a senso unico. La statistica è scienza dell’incertezza e della variabilità: proporne un’interpretazione in bianco e nero è, secondo me, farle violenza.

I risultati sono a volte paradossali: dopo aver introdotto la distinzione tra povertà assoluta e relativa, a proposito di quest’ultima (che proprio per il fatto di essere relativa definisce i poveri in rapporto ai non poveri) non si limita a osservare che ci siamo quasi tutti impoveriti (questo è verosimilmente vero, se si osservano in cambiamenti intervenuti negli ultimi anni), ma giunge anche alla paradossale conclusione che siamo quasi tutti poveri (e questo, in termini statici e sincronici, non è possibile). Tutti, cioè, salvo una parte dei lavoratori autonomi, per i quali i dati ufficiali non sono credibili perché, si sa, evadono il fisco e pertanto rilasciano dichiarazioni mendaci anche in occasione delle rilevazioni statistiche.

Ma al fondo di tutto, quello che mi irrita di più è il linguaggio. Ve ne riporto un piccolo esempio:

[Fa] parte della “costituzione materiale” della globalizzazione, per così dire – del suo statuto non scritto ma imperativo –, la tendenza alla divaricazione radicale tra èlite e popolo, con le prime proiettate in alto, nel grande circuito dei flussi ad ampio raggio, e gli altri ancorati ai loro luoghi. Le une titolari di un’ipercittadinanza in un sistema-mondo a scorrimento veloce che riconosce solo la legge del più forte e le stelle di prima grandezza, gli altri di una cittadinanza dimidiata, inerte, inevitabilmente passiva. [pp. 108-109]

I traditori

De Cataldo, Giancarlo (2010). I traditori. Torino: Einaudi. 2010.

binarioloco.it

binarioloco.it

Quali sono gli ingredienti per scrivere un romanzo storico quanto meno leggibile? Ci sono secondo me 3 possibili strade:

  1. o non ne sai assolutamente niente, ma sei un genio, o quanto meno un pazzo, e scrivi una cosa di tale potenza evocativa che al lettore della verosimiglianza non interessa più nulla (il primo nome che viene in mente è Salgari, che io peraltro non amo particolarmente);
  2. o ti documenti e studi da bravo sgobbone, e poi se sei uno scrittore (perché se non lo sei, non vai da nessuna parte) riesci a scrivere un bel romanzo storico (e qui vi aspettereste che citassi Eco, e invece mi viene in mente il David Mitchell di The Thousand Autumns of Jacob de Zoet, oppure il Michel Faber di The Crimson Petal and the White)
  3. oppure conosci la materia come le tue tasche.

Quest’ultima era la  strada seguita finora da Giancarlo De Cataldo, che ha scritto romanzi potenti sull’Italia dell’altro ieri (Romanzo criminale, ma soprattutto – secondo me – Nelle mani giuste). Qui il miracolo non riesce, perché – anche se è verosimile – non abbiamo elementi sufficienti per ipotizzare che i protagonisti del Risorgimento fossero della stessa pasta dei cialtroni corrotti che sono stati al potere negli ultimi 50 anni (e parlo solo della mia esperienza diretta). E perché i personaggi non storicamente attestati, quelli che De Cataldo chiama “eroi, traditori e banditi” non necessariamente furono quell’accozzaglia di personaggi stereotipati che De Cataldo ci propone. Capiamoci, non ho dubbi che le “persone normali” (escludo i visionari, i profeti, i padri fondatori e i leader meritatamente o immeritatamente passati alla storia) abbiano vissuto il quotidiano di un’epoca (più o meno i 26 anni abbracciati dal romanzo) come un succedersi di eventi quotidiani e confusi, in cui era difficile percepire la forza della corrente storica, e ancora più difficile avere la forza di schierarsi una volta intravisto dove stesse il giusto. Ma non posso accettare che nessuno, ma proprio nessuno lo avesse capito e avesse giocato pulito, o almeno agito secondo coscienza. Quale che sia il giudizio che vogliamo dare, dopo 150 anni, agli esiti di quelle vicende.

Altrimenti, cadiamo in quello che io chiamo il “violantismo”, secondo il quale chi ha combattuto nella Resistenza o semplicemente si è fatto un paio d’anni di prigionia nei campi nazisti può essere equiparato ai “ragazzi di Salò”. Chi scelse la Resistenza o la fedeltà all’esercito regio aveva la stessa età e la stessa cultura degli sciagurati ragazzi di Salò, eppure seppe scegliere benissimo la parte giusta, a costo della libertà e persino della vita.

Lo stesso, mi figuro, accadde nel Risorgimento. Non posso credere che l’abbiano fatto soltanto i precursori della banda della Magliana.

Un’altra cosa: i personaggi femminili sono tutti finti e insopportabili.

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La Patria, bene o male

Fruttero, Carlo e Massimo Gramellini (2010). La Patria, bene o male. Almanacco essenziale dell’Italia unita (in 150 date). Milano: Mondadori. 2010.

antoniogenna.files.wordpress.com

antoniogenna.files.wordpress.com

È una raccolta di articoli già pubblicati su La Stampa: caveat emptor.

Ha il difetto di tutte le raccolte di articoli, accentuato dal fatto di essere tutti articoli di 2 paginette: sono stati pensati per una lettura veloce e distratta, ma distanziata nel tempo; da quotidiano, appunto. A leggerli tutti assieme sopraggiunge presto la stanchezza, perché si scopre l’artificio, e la trama del tessuto prevale sul disegno del ricamo.

Ma naturalmente Fruttero e Gramellini sono grandi professionisti e la lettura resta piacevole.

E, per motivi personali, apprezzo particolarmente la foto sulla 4ª di copertina, con Fruttero in piedi sulla spiaggia di Roccamare. A proposito, non il più bello ma certo il più commovente dei pezzi è quello in cui Fruttero e Calvino guardano insieme alla televisione la finale dei Mondiali del 1982.

Saracinesca

La settimana scorsa sono stato a Palermo per lavoro, ma ho trovato anche il tempo di fermarmi il sabato e fare il turista. Poiché fin da bambino adoro perversamente le guide – e più sono becere e approssimative più mi piacciono (credetemi, mi fanno letteralmente venire i brividi lungo la schiena, un piacere quasi inconfessabile) – sono salito su uno di quei pullman scoperti dove ti infili una cuffietta nelle orecchie e loro ti raccontano cose sui posti che puoi vedere dal tuo posto. A un certo punto, costeggiando il mare nel tratto che va da piazza Marina verso l’orto botanico, hanno attirato la nostra attenzione verso l’unica antica porta a mare della città e ci hanno spiegato che, per chiuderla più rapidamente in caso di incursione dei pirati saraceni, avevano inventato un sistema di chiusura con tronchi d’albero che scendevano dall’alto, guidati da apposite scanalature, al taglio di una fune.

Di qui, “saracinesca”. Vero o falso? – mi sono chiesto.

Partiamo come al solito dal Vocabolario Treccani online:

Saracinésca s. f. [femm. sostantivato dell’agg. saracinesco, prob. perché ritenute di provenienza saracena, o perché messe alle porte dei paesi costieri per proteggersi dalle scorrerie dei saraceni].

  1. In epoca medievale e rinascimentale, porta di città, castelli, edifici fortificati (detta anche cateratta), formata da un cancello di ferro o da un pesante tavolato che, sostenuto da corde o catene avvolte a un verricello, s’alzava o si abbassava a seconda che dovesse consentire il passaggio o impedirlo.
  2. a. Serramento metallico di sicurezza che serve a chiudere vani di porte, in partic. nei locali a piano stradale, oggi detto comunem. anche serranda; la saracinesca, formata da lamiera ondulata continua o da elementi rigidi uniti a snodo, scorre verticalmente su guide laterali e si avvolge in alto su di un rullo alloggiato in apposito vano, manovrata a mano o con motore elettrico. Con riferimento alle serrande di questo tipo e al sign. fig. attribuito in questi ultimi decennî all’agg. selvaggio, è stata usata nel linguaggio giornalistico la locuz. saracinesca selvaggia per indicare scioperi improvvisi dei negozianti e commercianti, oppure la chiusura massiccia e in più casi arbitraria di pubblici esercizî e negozî (soprattutto quelli di generi alimentari), nel periodo delle ferie estive.
    b. Serramento avvolgibile delle finestre, più comunem. detto persiana avvolgibile o semplicem. avvolgibile (v.), meno spesso serranda.
    c. Come locuz. agg. a saracinesca, detto di meccanismo che funziona scorrendo verticalmente su due guide laterali: porta, tenda a saracinesca. In partic., nella tecnica idraulica, valvola a s. (o anche semplicem. saracinesca), organo di regolazione e di intercettazione del flusso di un fluido in una condotta a pressione, costituito da un corpo piano che, collegato a una vite azionata da un motore o da un sistema di comando manuale, funziona da otturatore.
  3. In araldica, figura, comune nell’araldica inglese, formata da sei pali (si deve blasonare il numero se sono più o meno di sei), scorciati e aguzzati in basso, e da cinque traverse inchiodate con un anello nel mezzo della traversa superiore.

Sull’etimologia, il Vocabolario Treccani non si sbilancia molto: sì, è parola derivata dall’aggettivo saraceno, ma non si sa se perché inventata dai Saraceni nell’epoca d’oro dell’espansione islamica e poi diffusasi in Europa, o se inventata dalle popolazioni costiere del Mediterraneo per difendersi dalla incursioni saracine (magari erano meno colti di Avicenna e Averroè, quei pescatori e i popolani, ma è noto che la necessità aguzza l’ingegno). Se poi siano stati proprio i palermitani a inventarlo, questo non si sa proprio…

Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (la versione online è qui) non prende nemmeno in considerazione l’invenzione popolare, e si schiera decisamente per quella saracena. Ma poi rileva che questo sistema di chiusura era già noto ai Romani (non sarebbe il primo caso di un’invenzione che dal mondo classico torna in Europa passando dalla civiltà islamica e superando così gli “anni bui” dell’Alto medioevo), e che in latino sĕra è il catenaccio della porta, e che nei testi antichi si incontra più di frequente seracinesca … addio Saraceni. Peccato.

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I quattro fiumi

Vargas, Fred e Baudoin (2000). I quattro fiumi (Les Quatre fleuves). Torino: Einaudi. 2010.

einaudi.it

einaudi.it

Continua, presso Einaudi, la pubblicazione retrospettiva di opere di Fred Vargas che non erano state tradotte in italiano all’epoca della loro uscita (ho fatto una parziale ricostruzione qui e su questo blog trovate le recensioni di quelle che ho letto).

Questo è un romanzo a fumetti o, meglio, un graphic novel. Coautore è Edmond Baudoin (i due continuano a collaborare e in Francia è uscito di recente Le marchand d’éponges).

Il romanzo non è male, anche se trovo che un graphic novel è meno denso di un romanzo tradizionale, come – se nonostante l’abilità degli autori – le immagini contengano meno informazioni della parola scritta.

Il mio problema però è un altro, e non penso di essere il solo ad averlo. Leggere, leggere un romanzo o un’altra opera narrativa, è anche (o forse soprattutto) un’operazione creativa, la costruzione di un mondo virtuale (sì, esistevano anche prima di Second Life), popolato dei personaggi creati (o meglio suggeriti) dalla fantasia dell’autore, dal flusso di coscienza dell’autore stesso (anche quello pre-esisteva al momento in cui James Joyce l’ha posto in primo piano) e dalla coscienza (consciousness, evidentemente, non conscience) del lettore. In questo processo – che, lo ripeto e lo rivendico, è un processo creativo del lettore oltre che dello scrittore – un aspetto essenziale è quello dell’immaginarsi il volto, il carattere e la personalità dei personaggi che popolano il romanzo. Un processo che, se ci riflettete, è tutt’altro che semplice: sia perché né noi né lo scrittore attribuiamo a tutti i personaggi del romanzo lo stesso spessore (e questo coincide in gran parte, ma non esattamente, alla loro importanza nella narrazione), sia perché la vaghezza della rappresentazione mi sembra essenziale al fascino del mondo virtuale che andiamo costruendo (la metafora che mi viene in mente è quella della visione, in cui la sensazione di vivere all’interno di un mondo visivo completo e coerente è un’illusione costruita a partire da fugaci frammenti messi a fuoco – cosa che soltanto la nostra fovea riesce a fare con una buona definizione – più un contorno di immagini sfocate, più un “ripieno” fornito dalla nostra memoria e dagli archetipi che vi teniamo immagazzinati).

Insomma, tutto questo discorso complicato per dire che l’aver “visto” il volto di Adamsberg (e di Danglard) mi ha veramente turbato, e anche infastidito. E questo benché io ami follemente i fumetti e i graphic novel. E benché, in fin dei conti, lo stesso si possa dire delle trasposizioni cinematografiche (che, però, in fondo sono appunto trasposizioni).

Forse tutto quello che ho detto non è né giusto né ragionevole. Resta però il fatto che quell’Adamsberg e quel Danglard non sono quelli che mi ero immaginato e costruito io (anche se non saprei dire bene in che se ne differenziano). Certamente Adamsberg, secondo me, non è così prognato; e Danglard è un po’ meno sfatto. E lo dico a ragion veduta, perché in fondo sono diventati, leggendo i romanzi di Fred Vargas, anche personaggi miei…

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