Da Washington, Oscar Bartoli

Ascolto la radio più di quanto non guardi la televisione. Quando ascolto la radio, mi muovo in genere tra Auditorium (il canale della musica classica, in progressivo peggioramento da anni, ma questa è un’altra storia) e RadioTre. RadioTre è invece in miglioramento, con qualche eccezione: c’è un presentatore di Qui comincia, Attilio Scarpellini, che non sopporto perché parla con incredibile affettazione e, soprattutto, con pause artefatte, come se esitasse a dire le cose “intelligenti e colte” che invece si è evidentemente scritto da sé con grande compiacimento (se non mi credete, provate ad ascoltarlo qui). A parte l’incredibile snobismo di parlare alla radio di arti visive.

Con RadioTre mi becco anche i notiziari, che invece dipendono – se ho ben capito – da un altro pezzo di RadioRai (Giornale Radio Rai, direttore Antonio Preziosi, ci dicono a ogni edizione). Non troppo spesso, ma abbastanza spesso perché quando ne trasmettono uno si noti, va in onda un servizio da Washington di tal Oscar Bartoli. Orbene, come si diceva una volta, non ho mai, dico mai, lo giuro, mai sentito nulla di interessante, nulla che non sia sconcertantemente banale, in un servizio di Oscar Bartoli. Tanto da chiedermi se manteniamo questo signore a Washington a spese del contribuente e se il suo incarico consiste unicamente nel produrre un servizio ogni 4-5 settimane (potrebbe anche essere che Oscar Bartoli abbia l’incarico di produrre quotidianamente un servizio, ma che poi la redazione gliene butti 49 su 60: il che mi farebbe apprezzare moltissimo il lavoro dei redattori, ma non cambierebbe poi molto sotto il profilo dello spreco di danaro pubblico).

Oggi (28 gennaio 2012), per esempio, edizione delle 16:45 del Giornale Radio Tre, il servizio era sull’incontro/scontro tra la governatrice dell’Arizona Jan Brewer e il presidente Barack Obama. Purtroppo, contrariamente a quanto si afferma alla fine di ogni edizione, non tutte sono disponibili online e quindi non posso farvela sentire. Vi prego però di credermi.

Tanto per cominciare, la notizia non è proprio freschissima. Sono pasati due giorni da quando tutta la stampa americana ne ha parlato, perché non succede tutti i giorni che qualcuno agiti un ditino accusatore sotto il naso del presidente degli Stati Uniti. E due giorni nell’era della comunicazione globale istantanea sono un’era geologica. Qui sotto, il webcast delle ABC World News: la foto si vede dopo meno di 30″

Ma quello che ho appreso gironzolando sulla rete è che Oscar Bartoli è titolare di un blog, Letter from Washington DC, su cui la stessa notizia il nostro l’aveva già pubblicata (ecco il link, per i più scettici):

Del tipo: “Bada Obama…!”

La signora governatrice e’ conosciuta per essere un tipo focoso come si conviene a chi comanda uno stato focoso come l’Arizona. Jan Brewer si e’ recata all’aeroporto di Phoenix a ricevere il Presidente Obama, anche se non ne aveva molta voglia. Ma una volta sulla pista Jan Brewer ha preso da parte Barack Obama, tra lo stupore dei presenti, ed ha instaurato un’animata discussione, caratterizzata da un dito indice agitato piu’ volte sotto il naso del Presidente. Il comportamento poco rispettoso dell’esponente repubblicana era motivato dal fatto che all’inquilino della Casa Bianca non sono andate a genio certe espressioni usate nel libro della signora-governatrice dal titolo “Scorpioni a colazione”, nel quale ricordando un colloquio con il Presidente, l’autrice defini’ l’atteggiamento di Obama ‘patronizing’, ovvero cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso. Che la governatrice dell’Arizona non ami il Presidente Obama e’ cosa nota. Nello scorso ottobre un giudice federale ha cancellato una sua richiesta di azione legale promossa contro Barack Obama accusato dalla matura governatrice di non difendere sufficientemente le azioni promosse contro l’infiltrazione di clandestini dal confine con il Messico.
Brewer & Obama

AP

Adesso, potrei sbagliarmi, perché non posso giurare di avere un orecchio fotografico (se mi passate l’espressione; o sarà “fonografico”?), ma sono piuttosto sicuro che si tratta esattamente delle stesse parole del servizio trasmesso dal Giornale Radio Rai. Tradurre patronizing con “cortesemente sufficiente e distaccato e non certo caloroso” non è da tutti e attira l’attenzione. Se è così, niente di male. Bartoli resta l’autore tutelato dalla convenzione di Berna dei parti della sua creatività e immagino che la Rai non abbia nulla in contrario che pubblichi anche sul suo blog i servizi per il Giornale Radio. Sarebbe un po’ meno elegante se rivendesse alla Rai i pezzi scritti per il suo blog …

Ma chi è Oscar Bartoli? Si presenta così:

Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI,leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell’IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche’ gli piaceva, ha lavorato come chitarrista – cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione.

Apprendiamo anche che il nostro ha vinto il prestigioso premio giornalistico dell’Associazione Amerigo, che “riunisce gli alumni italiani dei Programmi di scambi culturali internazionali promossi, nelle loro varie articolazioni, dal Dipartimento di Stato USA (Bureau of Educational and Cultural Affairs).”

Per chi lo vuole conoscere meglio, eccovi una lunga intervista. A proposito, quando dice di avere 25.000 contatti, più di un blasonato quotidiano nazionale, non dategli retta. Sitemeter, proprio sul suo sito, dice che ha in media 285 visite al giorno …

Thomas Mann – La montagna magica

Mann, Thomas  (1924). La montagna magica (Der Zauberberg). Milano: Mondadori. 2010.

La montagna magica

libon.it

Piccolo dilemma, di cui verosimilmente non importa niente a nessuno tranne che a me: che io recensisca capolavori classici universalmente e da tempo acclamati è probabilmente, oltre che inutile, un atto di hỳbris; d’altra parte, ho promesso a me stesso, e ho detto anche a voi (i proverbiali 25 lettori) che avrei recensito, non sempre tempestivamente, tutti i libri che avessi letto.

Dunque, eccomi qui. Me la caverò menando il can per l’aia: non recensendo il libro, ma parlandone un po’ in relazione a me e alle vicende che mi riguardano personalmente.

Il primo romanzo di Thomas Mann che ho letto fu I Buddenbrook, su suggerimento di mio padre: a casa mia – privilegio di cui non smetterò mai di essere grato ai miei – si parlava sempre a tavola “dei massimi sistemi” e dunque spesso di letteratura. Ero adolescente, non alle medie, suppongo, ma al ginnasio direi. Anche perché rimasi molto colpito dal modo in cui Mann descrive l’insorgere del tifo del piccolo Hanno. E perché ricordo di averne discusso con G. M., amico fin dalla prima elementare, di madre amburghese e quindi fonte preziosa di quelle atmosfere (soprattutto di Travemünde, dove se non ricordo male andavano anche in villeggiatura i cammellini di peluche del professor Kranz di Paolo Villaggio).

Qualche anno dopo ho letto (come tutti all’epoca) La morte a Venezia: il film di Luchino Visconti – senza l’articolo! – è del 1971, ma restò più memorabile, per me, per la scoperta dell’Adagietto dalla 5ª Sinfonia e dello stesso Gustav Mahler, che fino ad allora avevo appena sfiorato. Nel film l’orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia era diretta da Franco Mannino.

Poco dopo – erano dunque gli anni dell’università – arrivò la lettura di Doktor Faustus, legato anch’esso a una scoperta musicale (anche qui, più il Beethoven della Sonata op. 111 che la dodecafonia e la Scuola di Vienna). Oltre alla stupenda interpretazione di Sviatoslav Richter che vi propongo qui sotto, vi segnalo anche la bella lezione di Roman Vlad che trovate su Rai Educational.

Per molto tempo ho rinviato la lettura de La montagna incantata (all’epoca era tradotto così il titolo originale – Paolo Mauri racconta tutta la vicenda su la Repubblica), fino a quando la nuova edizione e traduzione non mi ha deciso al grande passo.

È un bel libro? Certamente sì.

È un bel romanzo? Non so. Opinione personalissima, e probabilmente una bestemmia per i veri esperti, e non posso escludere nemmeno che se lo rileggessi, magari in momenti e circostanze diverse …

Insomma, non sono sicuro che in quanto romanzo sia sopravvissuto bene agli anni: sarà che il linguaggio e il fraseggio così “classici” anestetizzano i grandi temi che sono il “vero” contenuto del romanzo, sarà che ci siamo abituati ai romanzi-saggio in cui la contrapposizione delle idee non ha bisogno di incarnarsi fisicamente in personaggi (e vicende), sarà che Davos ormai non ci fa nemmeno pensare alle gare di sci ma al forum di qualche decina di esperti strapagati che discettano del nostro destino, sarà che 1000 pagine sono tante per un romanzo e poche per un saggio che mette tutta quella carne al fuoco, sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro …

La Stampa: giornalisti cialtroni e notizie decotte

La Stampa del 21 gennaio 2012 ha pubblicato questa notiziola con allegato video:

Siamo a Presov, Slovacchia. Nell’atmosfera austera e suggestiva di una sinagoga il violinista Lukas Kmit sta tenendo un concerto quando all’improvviso irrompe in sala l’inconfondibile suoneria di un celllulare [il refuso è nell'articolo de La Stampa]. L’artista si stizzisce, ma subito reagisce rispondendo a tono.

Qui sotto il link, dove potete anche vedere il clip:

Squilla il telefono il violinista risponde “a tono”-VIDEO- LASTAMPA.it

Perché Giornalisti cialtroni e notizie decotte? Presto spiegato:

  1. Giornalisti cialtroni: è una viola, non un violino. E non è necessario essere esperti di strumenti musicali per non fare questo errore. Basta copiare con intelligenza e stare appena appena attenti alle traduzioni a orecchio.
  2. Notizie decotte: il video è stato caricato su YouTube il 30 luglio 2011, dunque circa 6 mesi fa. Controllate se non ci credete.
    E allora, vi chiederete (come peraltro mi chiedo io) perché La Stampa se ne accorge soltanto ora? Non lo so, naturalmente, ma ho un elemento in più: dell’episodio ha parlato Cory Doctorow sul suo blog boingboing il 24 gennaio – dunque Doctorow non può essere stato la fonte de La Stampa, ma forse c’è una fonte comune. Se qualcuno lo scopre, ce lo faccia sapere.

Naturalmente, non è la prima volta che un musicista reagisce in modo spiritoso alle onnipresenti suonerie dei telefonini (anche se sono molti di più quelli che fanno finta di niente o interrompono comprensibilmente sdegnati l’esecuzione). Ecco un altro esempio:

Le teenager incinte poco informate sui metodi contraccettivi

Ce ne informa uno studio, pubblicato la settimana scorsa dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti e condotto su 5.000 ragazze.

A prima vista, la classica non-notizia: la metà di loro (il 50,1%, per l’esattezza), pur desiderando evitare la gravidanza, ha dichiarato che non stava usando alcun metodo contraccettivo quando è rimasta incinta. Interrogate il perché, il 13% ha lamentato di non aver avuto accesso a nessun contraccettivo, mentro oltre il 31% ha dichiarato: “Non pensavo di poter restare incinta in quel momento/in quel modo”. Un segnale inquietante di ignoranza.

Ancora più inquietante, però, l’altra metà, le ragazze rimaste incinte pur praticando una qualche forma di contraccezione: il 21% ha dichiarato di aver usato uno dei metodi considerati altamente efficaci (pillola,spirale, …); il 24% metodi di media efficacia (tra cui il preservativo) e il 5% metodi di scarsa efficacia (Ogino-Knaus, diaframma, coitus interruptus …).

Not-So-Shocking Study: Pregnant Teenagers Misinformed About Birth Control (Thanks, Abstinence-Only!) | AlterNet

Carrozzina

wikipedia.org

Lo base di dati su cui è stato effettuato lo studio si chiama Pregnancy Risk Assessment Monitoring System, in sigla PRAMS, che in inglese significa “carrozzine”.

Il report completo lo trovate qui: Prepregnancy Contraceptive Use Among Teens with Unintended Pregnancies Resulting in Live Births.

Mafe De Baggis » Mettiamocela via

Segnalato da il segnapagine del 24.I.2012 dello Scorfano e del Disagiato e trovato così bello da riproporvelo subito.

L’originale è qui:

Mafe De Baggis » Mettiamocela via

* * *

(12 cose che ho imparato e che non ho più voglia di ripetere)

  1. Internet non esiste: è un luogo perfettamente coincidente con la realtà fisica, ci andiamo come andiamo in ufficio, al bar o in camera da letto. L’unica vera differenza rispetto agli ambienti fisici è che ci permette di essere ubiqui e/o invisibili.
  2. In Rete non ci sono conversazioni diverse, è che ascolti le conversazioni di persone molto diverse da te.
  3. Le relazioni online sono come le relazioni offline: poche sono profonde, moltissime sono superficiali, altrettante sono opportunistiche, di maniera o false.
  4. La tecnologia abilita il cambiamento, non lo genera: una persona che non ha niente da dire o da dare non diventa attiva e generosa solo perché può farlo. Spiegarglielo un’altra volta e un’altra volta è come spiegare una barzelletta se uno non ha riso la prima volta che l’hai raccontata.
  5. La tecnologia abilita il talento dove c’è, non lo crea.
  6. I nativi digitali sono abituati alla tecnologia, non consapevoli delle sue potenzialità e in quanto tali nati miracolati sulla via di Damasco: meravigliarsi o dispiacersi che usino Facebook per commentare X-Factor e non per fare la rivoluzione è come darmi un’asta e meravigliarsi se non salto da un palazzo all’altro.
  7. La consapevolezza dei significati di un medium (di qualunque medium) appartiene a una minoranza di professionisti. Colmare il digital divide non vuol dire far diventare tutti professionisti.
  8. In quanto abilitatore e non causa del cambiamento, i media digitali in quanto tali non sono belli o brutti, giusti o sbagliati, utili o pericolosi. Il tecnodeterminismo (di qualunque segno) è solo un escamotage per guadagnare il palcoscenico.
  9. Se qualcuno – anche competente – ti spiega con dovizia di particolari i problemi di Internet, ti sta raccontando i suoi problemi con Internet.
  10. Internet è un medium in cui prevale la scrittura parlata o, ancora meglio, il pensiero trascritto. Serve una nuova sintassi.
  11. Gran parte degli scambi che avvengono online hanno natura fàtica, non di trasmissione di informazioni.
  12. È la storia, non il libro.

 

Verso una rivoluzione delle peer review?

Nell’ambito della ricerca scientifica [sto riprendendo quasi letteralmente da wikipedia] la valutazione tra pari (comunque meglio nota con il termine inglese di peer review) indica la valutazione esperta eseguita da specialisti del settore intesa ad attestare l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate.

La ragione principale della peer review sta nel fatto che è spesso molto difficile per un singolo autore, o per un gruppo di ricerca, riuscire a individuare tutti gli errori o i difetti di un proprio studio. Questo perché l’autore può essere vittima di bias o perché in un prodotto intellettuale innovativo un possibile miglioramento può essere proposto da persone con conoscenze molto specifiche. Di conseguenza mostrare il proprio lavoro ad altri ricercatori dello stesso campo di studi aumenta la probabilità che eventuali debolezze vengano identificate e, grazie anche a consigli e incoraggiamenti da parte del revisore stesso, corrette. Così la revisione raggiunge lo scopo ultimo di filtro delle informazioni e delle ricerche realmente affidabili ovvero verificabili e degne quindi di pubblicazione, scartando spesso quelle non originali, dubbie ovvero non convincenti, false o addirittura fraudolente. L’anonimato (quasi sempre garantito) e l’indipendenza dei revisori hanno poi lo scopo di incoraggiare critiche aperte e scoraggiare eventuali parzialità nelle decisioni sulla accettazione della pubblicazione o suo rifiuto o rigetto.

Il problema è che il processo di peer reviewing è oneroso (soprattutto per i referee, che in genere non sono retribuiti) e spesso estremamente lento.

Peer review

wikipedia.org

Ora – segnala The Scientist (A Peer Review Revolution? | The Scientist) – un gruppo di ricercatori finlandesi propone un servizio online, Peerage of Science. Non è più il comitato di redazione di una rivista scientifica che individua i referee e chiede loro di valutare l’articolo. Sono gli stessi ricercatori che fanno un upload del loro manoscritto, che viene automaticamente reso anonimo e reso disponibile per la valutazione soltanto ai membri registrati. Sulla base delle keyword dell’articolo, gli esperti della materia sono avvertiti e possono assegnare un punteggio da 1 a 5. Soltanto gli articoli che superano una soglia predefinita sono avviati alle riviste scientifiche del settore, che possono invitare l’autore a pubblicare l’articolo presso di loro (l’autore, ovviamente, può declinare l’invito).

A me pare un’idea promettente (anche se attualmente opera prevalentemente in ambito biologico e ambientale). Voi che ne dite?

Gibson, il profeta riluttante. Una seconda intervista sul suo nuovo libro

William Gibson

William Gibson (Credit: Michael O'Shea) – salon.com

On the Toronto stop of his book tour this month, William Gibson was asked by an earnest 20-something reader for advice: “Give my generation whatever you think is helpful for it to survive.” Where an author with an inflated sense of self-worth might have dispensed a few pearls of wisdom, Gibson replied that one should distrust people on stages offering programs for how to build the future.

As much as people look to Gibson as a prophet, the science-fiction writer who invented the term “cyberspace” (in the 1982 short story “Burning Chrome”) helped conceptualize the ways we interact with the Web (in 1984’s “Neuromancer” and later works) and foretold the explosion of reality TV (in 1993’s “Virtual Light”) is notoriously reluctant to predict the future. The title of his new collection of journalism and essays, “Distrust That Particular Flavor,” is taken from a piece on H.G. Wells where Gibson explains his suspicion of “the perpetually impatient and somehow perpetually unworldly futurist, seeing his model going terminally wrong in the hands of the less clever.” Though he’s often able to extrapolate from the present with great prescience, Gibson prefers to probe, not prescribe.

Continuate a leggere l’intervista a Gibson su Salon:

William Gibson: I really can’t predict the future – Science Fiction and Fantasy – Salon.com

La musica dei pianeti (da Pitagora a Bach)

Continuando l’esplorazione di musiche “strane” e contaminate, abbiamo qui Mandala di Daniel Starr-Tambor. A ogni pianeta del sistema solare è assegnata una nota della scala armonica naturale, dal Si di Mercurio al Do# di Plutone tre ottave sopra. È una composizione palindroma, il più lungo palindromo mai scritto.

Mandala

brainpickings.org

C’è anche un omaggio a Bach.

L’ho scoperto su Brain Pickings, un blog interessantissimo: l’ho già detto?

The Solar System Set to Music: A Near-Perpetual Homage to Bach | Brain Pickings

Nel video l’autore spiega come ha fatto e varie altre cose con dei cartelli. Buona visione e buon ascolto.

La musica degli anelli degli alberi

Immagino sappiate che il numero degli anelli che si vedono in un tronco d’albero tagliato permette di stabilire quanti anni aveva l’albero e che con questo modo si possono calcolare date di eventi lontani nel tempo.

Ma una “fetta” di tronco d’albero assomiglia anche a un vecchio 33 giri di vinile. Era soltanto questione di tempo che a qualcuno venisse voglia di suonarlo. L’ha fatto Bartholomäus Traubeck con un pezzo che si chiama, prevedibilmente, Years.

La storia completa la trovate qui: Hacked Record Player Turns Tree Rings Into Music.

Qui invece il video. Buon ascolto.

Martin Amis – The Pregnant Widow

Amis, Martin (2010). The Pregnant Widow. London: Jonathan Cape. 2010.

amazon.com

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A me Martin Amis piace tantissimo, fondamentalmente per la sua cattiveria e il suo sarcasmo. Non sempre, però, sa mantenersi all’ottimo livello cui ci hanno abituati romanzi come London Fields (il suo capolavoro, a parer mio) e in questi casi capita di restare un po’ delusi, alla fin fine.

Penso di avere letto tutte, o quasi, le opere che ha pubblicato in volume (ho fatto un rapido controlo su Wikipedia: mi sa che ho letto proprio tutto!), ma su questo blog ho recensito soltanto una raccolta di saggi, The Second Plane.

Al proposito, va detto che Amis scrive, molto spesso, saggi (forse è più appropriato usare, come in inglese, semplicemente il negativo: non-fiction), e con opinioni appassionatamente e polemicamente sostenute, spesso al limite del paradosso (e senza paura di cambiare drasticamente opinione, dal timore/terrore militante dell’annichilamento atomico della gioventù all’esplicito sostegno all’avventura militare irachena più di recente, pur restando sempre morbosamente affascinato dalle figure – Saddam o Stalin – in cui si incarna il male, che tende sempre a percepire e descrivere come assoluto), in genere fortemente controverse, fino allo scandalo sulla scena letteraria britannica. In questo modo, il confine tra non-fiction con grandi capacità letterarie e fiction ricca di opinioni e osservazioni di costume tende a sfumarsi.

Mi sembra – e non sono il solo a dirlo – che con questo romanzo Amis torni ai fasti della trilogia londinese (Money, London Fields, The Information) dopo alcune prove piuttosto opache. Ancora di più, non fosse che per motivi anagrafici, The Pregnant Widow ci riporta ai tempi e ai temi del romanzo di debutto di Amis, The Rachel Papers, in cui Amis ci aveva fatto incontrare il suo alter ego Charles Highway, brillante e narcisistico teenager che seguiamo a Londra nell’estate precedente il suo ingresso a Oxford, cui è ovviamente predestinato per censo e cultura prima che per qualità intrinseche.

In The Pregnant Widow siamo nell’estate del 1970. L’alter ego dell’autore si chiama questa volta Keith Nearing e Amis non nasconde gli intenti autobiografici in modo insieme sarcastico e spavaldo:

Everything that follows is true. Italy is true. The castle is true. The girls are all true, and the boys are all true (Rita is true, Adriano, incredibly, is true). Not even the names have been changed. Why bother? To protect the innocent? There were no innocent. Or else all of them were innocent – but cannot be protected. [p. 4]

Con la medesima programmatica spavalderia, a epigrafe del libro è riportata la definizione di narcisismo del Concise Oxford English Dictionary.

Al di là della storia, a volte toccante, a volte grottesca, il romanzo è percorso dalla sensazione che quegli anni fossero un crocevia della storia – anni rivoluzionari, ma la rivoluzione era la rivoluzione sessuale, come ha raccontato anche Bernardo Bertolucci in The Dreamers – I sognatori – e che gli adolescenti di allora (Keith è alla vigilia del suo 21esimo compleanno) ne siano stati più le vittime che gli eroi.

Io ho qualche anno meno di Amis e del suo protagonista, e certamente (ancorché in molte dimensioni un privilegiato anch’io) ero piuttosto distante culturalmente e socialmente da quell’élite cui appartengono Keith Nearing e le sue amiche. Eppure, il romanzo ha toccato in me corde diverse, anche se non necessariamente più profonde, di quelle solite: ho sentito vivissima quella specie di inquietudine piena di attese e di ansie che mi accompagnavano alle feste e agli incontri con ragazze “nuove”, la distanza tra il mio mondo interiore e quello che riuscivo a trasmettere all’esterno (e che mi sembrava, e probabilmente era, paurosamente inadeguato). Ho rivissuto in Keith la capacità narcisistica di produrre affabulazioni ai limiti dell’autoinganno e cui volevo disperatamente credere. E condivido il punto di vista di Keith (il cui io narrante ripercorre quell’estate 40 anni dopo) e probabilmente dello stesso Amis che alcune settimane e alcuni mesi di quegli anni di formazione ci hanno poi accompagnato e segnato per sempre, sono stati momenti fondanti del nostro personale Bildungsroman.

A me, per esempio, l’atmosfera del “castello” in Campania ha ricordato un inizio di settembre, mi pare fosse il 1969, in cui attraverso amici di amici (o più esattamente amici dei figli di amici di mio padre) avevo incontrato una biondissima e bellissima sedicenne, figlia di professionisti napoletani, con spettacolare villa sulla costa tra Sperlonga e Gaeta. Il fatto che i genitori la lasciassero sola nella villa durante la settimana (OK, con una persona di servitù), e che quindi noi ragazzi fossimo soli sulla spiaggia e nella casa, aveva profondamente sconvolto le mie fantasie (non che se ne fosse accorto nessuno, spero). Se chiudo gli occhi rivedo la peluria dorata che aveva sulla nuca e sulle braccia abbronzate. Per me era Nausicaa in bikini e pareo, punto e basta.

La vedova incinta del titolo è un riferimento al rivoluzionario russo Alexander Herzen, e a un’espressione coniata nel suo Dall’altra sponda (Milano: Adelphi,  1993):

The title is borrowed from Alexander Herzen, the 19th-century Russian thinker. “The death of the contemporary forms of social order ought to gladden rather than trouble the soul,” Herzen wrote. “Yet what is frightening is that the departing world leaves behind it not an heir, but a pregnant widow. Between the death of one and the birth of another, much water will flow by, a long night of chaos and desolation will pass.” [Alex Bilmes, ""Martin Amis: 'Women have got too much power for their own good' ", The Telegraph, 2 febbraio 2010]

Il libro è da leggere, se conoscete già Martin Amis. Se non lo conoscete, vi suggerisco di non cominciare da qui, ma (forse) dalla trilogia londinese. Qui di seguito, comunque, qualche assaggio.

* * *

Nicholas, when he was coming of age in the mid-1960s, found himself involved in a series of long, boring, repetitve, and in fact completely circular arguments with his father. [...]
The circular arguments were ostensibly about various limits to be imposed on Nicholas’s Freedom and independence. In fact they were about sex before marriage. But there was never any mention of sex before marriage (rendering the arguments circular). And this was Professor Karl Shackleton, sociologist, positivist, progressivist. Karl was all those things – but he hadn’t had sex before marriage. And, looking back, he liked the idea of having sex before marriage. We may parenthetically note that it is the near-universal wish of dying men that they had had much more sex with many more women.
[...] It was only Nicholas, his male flesh and blood, that Karl really envied. And envy, the dictionary suggest, takes us by a knight’s move to empathy. From L. invidere ‘regard maliciously’, from in- ‘into’ + videre ‘to see’. Envy is negative empathy. Envy is empathy at the wrong place in the wrong time. [pp. 112-113]

[Keith e Lily discutono Jane Austen]
‘Catherine Morland has big tits. Jane Austen more or less tells you that. It’s in code. See, Lydia’s the tallest and youngest sister – and she’s stout. That’s code for a big arse.’
‘And what’s the code for big tits?’
Consequence. When Catherine’s growing up she gets plumper and her figure gains consequence. Consequence – that’s code for big tits.’ [p. 158]

There used to be the class system, and the race system, and the sex system. the three systems are gone or going. And now we have the age system.
Those between twenty-eight and thirty-five, ideally fresh, are the super-elite, the tsars and tsarinas; those between eighteen and twenty-eight, plus those between thirty-five and forty-five, are the boyars, the nobles; all the others under sixty comprise the bourgeoisie; everybody between sixty and seventy represents the proletariat, the hoi polloi; and those even older than that are the serfs and the wraiths of slaves.
Hoi polloi: the many. And, oh, we will be many (he meant the generation less and less affectionately known as the Baby Boomers9. And we will be hated too. Governance, for at least a generation, Keith read, will be a matter of trasferring wealth fron the young to the old. And they won’t like that, the young. They won’t like the silver tsunami, with the old hogging the social services and stinking up the clinics and the hospitals, like an inundation of monstrous immigrants. There will be age wars, and chronological cleansing… [p. 230]

You know, it’s not the rich who’re really different from us. It’s the beautiful. [p. 244]

‘I’m sorry. I’m sorry.’
Love story. The one we hated. Remember? Hysterical sex means never having to say you’re sorry.’
[...] The truth of it being that love meant always having to say you’re sorry. [p. 244]

What do you do in a revolution? This. You grieve for what goes, you grant what stays, you greet what comes (p. 381]

Death – the dark backing a mirror needs before it can show us ourselves. [p. 462]

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