Emmanuel Carrére – La vita come un romanzo russo

Carrére, Emmanuel (2009). La vita come un romanzo russo (Un roman russe. trad. di Margherita Botto). Torino: Einaudi. ISBN: 9788858403488. Pagine 276. 7,99 €.

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A me Carrère piace, in genere. L’ho incontrato la prima volta con L’avversario: avevo visto il bel film omonimo di Nicole Garcia, con uno straordinario Daniel Auteuil. Il libro è – ma se ne può discutere – ancora più bello del film.

Poi ho letto Limonov, di cui ho scritto la recensione su questo blog alcuni anni fa (se volete leggerla, è qui). Ne ho letto anche altri, per la verità, ma vi sarete accorti che sono rimasto un po’ indietro con la promessa di recensire tutto quello che via via vado leggendo. Mi riprometto di rimediare.

Carrère ha il dono di una scrittura limpida, almeno per quello che posso giudicare io che leggo il francese in traduzione. Ma è un autore che può essere irritante: ha – come si dice – un ego smisurato. O forse è narcisista. Parla, in sostanza, sempre di sé. Scrive romanzi, o saggi, o una contaminazione dei due: comunque trova il modo di dare al tutto sempre un’impronta molto personale, autobiografica. Non c’è inquadratura in cui non sia in qualche modo presente: a volte da protagonista, a volte con un cameo di sfuggita (un po’ alla Hitchcock), a volte lasciandoci vedere un microfono o una giraffa come per distrazione (per continuare la metafora cinematografica). Il rischio, va da sé, è quello dell’autocompiacimento.

Da questo punto di vista, questo libro è il più estremo tra quelli di Carrère che ho letto. Mi aveva attratto il riferimento alla Russia (che a me affascina) e al romanzo russo (ma questo è senza dubbio un romanzo francese, anzi un romanzo di Carrère). Anzi, se non sbaglio, da nessuna parte l’autore scrive che questo è un romanzo. La chiama storia, e la conclude scrivendo:

Ho pensato: sono venuto ad allestire una tomba a un uomo la cui morte incerta ha pesato sulla mia vita, e mi ritrovo di fronte a un’altra tomba, di una donna e di un bambino che per me non erano niente, e adesso sono in lutto anche per loro.

Forse è questa, la storia. (pos. 3110)

Ma poi – c’è tutto Carrère in questo – scrive un settimo capitolo, in cui ripercorre gli avvenimenti occorsi dopo i due anni raccontati nel sei capitoli precedenti, e ci toglie ogni dubbio (o almeno intende toglierci ogni dubbio) sul fatto che stiamo parlando non di una storia qualunque, ma di un frammento di autobiografia.

Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia. Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi. (pos. 3113)

Kotel´nič, suo nonno e la lingua russa ci sono, ma (secondo me) non sono il centro del libro. Quanto a Sophie, in un certo senso lo è: deuteragonista, e vittima. Protagonista e carnefice è lo stesso Carrère che prima la mette in mezzo (narrativamente, ma si sospetta anche nella vita reale, fin dalla prima scena, del sogno erotico ambientato in treno) e poi la espone ancora, come vedremo.

Si usano spesso, metaforicamente, quando si parla di autocompiacimento, termini che fanno riferimento alla masturbazione. Lo si fa nel linguaggio corrente (“Sono pippe mentali”), e lo si fa pure in ambiti meno colloquiali, come in una recensione. Ma qui (e in altre opere di Carrère) non si tratta di una metafora. La masturbazione è forse il vero centro del romanzo: il verbo masturbare/masturbarsi, in diverse coniugazioni, compare nel romanzo dieci volte (questo è facile da fare con un ebook). I temi e le situazioni collegati al concetto sono molto più frequenti. L’episodio centrale del libro è il racconto erotico che Carrère pubblica su Le monde per un gioco con Sophie, la sua compagna dell’epoca, con la speranza di una complicità che ravvivi il loro rapporto, e che invece (prevedibilmente, verrebbe da dire) conduce alla sua fine. Anche perché poi, per la verità, è Carrère stesso a non reggere, a cadere dal gioco perverso nell’agitazione, nella gelosia, nell’agitazione scomposta.

Un inciso: non è invenzione. Carrère ha effettivamente pubblicato quel racconto, «L’Usage du “Monde”», sull’edizione datata 22 luglio 2002 (ma uscita in edicola il 20). Se siete curiosi, lo trovate online qui.

Non sono un moralista (lo so, suona un po’ come “non sono un razzista ma…”) ma leggere quelle pagine mi ha fatto sentire molto a disagio, per usare un termine forse troppo debole. Forse sarebbe più appropriato dire che quelle pagine mi hanno fatto sentire proprio male. Certo, se volete l’empatia per i personaggi di un romanzo è una parte di quella suspension of disbelief che al romanzesco e al narrativo è connaturata. Ma a me è risultato molto difficile non mettermi nei panni della povera Sophie. Mentre Carrère – almeno così è sembrato a me – continua a puntare lo sguardo su sé stesso, un po’ per giustificarsi (se non assolversi), un po’ per raccontarci che in fin dei conti la vittima è lui!

Il peggio che succede a Sophia, ben prima del giochetto erotico finito malamente, è che Carrère si considera superiore a Sophie per censo e cultura e la fa sentire non alla sua altezza. E che Sophie non ha la forza o l’ardire di mandarlo a quel paese (lo farà più tardi, ma non lo fa ancora, e forse non lo fa nemmeno per questo, che è il capo d’accusa più pesante che gli avrebbe dovuto imputare).

Alla nascita, dice lei, ho avuto tutto: la cultura, la disinvoltura sociale, la padronanza dei codici […] (pos. 575)

Ho fatto fatica a finire il libro lo confesso. E ho smesso di annotare i brani che mi erano piaciuti. Per questo le citazioni a un certo punto si interrompono:

Nella maggior parte dei documentari si finge che la troupe non esista. Bisognerebbe fare esattamente il contrario […] (pos. 433)

Ricordo una frase in particolare, a mio parere un capolavoro di economia descrittiva: le montagne, dice il narratore, sono cosí alte che per quanto alzi gli occhi, non vedi mai gli uccelli stagliarsi sullo sfondo del cielo. (pos. 541)

Ma non c’è solo questo nella passione per i peli sotto le ascelle, c’è anche, come dire?, una sorta di effetto metonimico, come quando si dice vela per dire barca, l’impressione che tu vada a spasso con due piccole fiche supplementari, due piccole fiche che la buona creanza autorizza a mostrare in pubblico benché facciano irresistibilmente pensare, o perlomeno a me fanno irresistibilmente pensare, a quella che hai tra le gambe. (pos. 1370)

William T. Vollmann – Europe Central

Vollmann, William T. (2005). Europe Central. New York NY: Viking. 2005. eISBN: 9781101118191. Pagine 832. 14,04 €.

Forse la prima cosa da dire – almeno questa è la mia soggettiva impressione – è che dopo avere letto questo romanzo non ascolterete mai più Šostakovič allo stesso modo di prima, soprattutto l’Op. 40 e l’Op. 110, ma anche la Settima sinfonia.

Ma andiamo con ordine. Devo ringraziare Il barbarico re (ma chissà se si fa ancora chiamare così da qualcuno) per il suggerimento. Ho acquistato il libro la sera stessa che me lo ha consigliato. per la verità me ne aveva parlato già un paio d’anni fa in occasione di una bella esecuzione del Quartetto Op. 110 al Museo Bilotti di Roma il 17 febbraio 2017. Ma non avevo prestato sufficiente attenzione.

Il romanzo è monumentale, non soltanto per la lunghezza (più di 800 pagine, e ci ho messo un buon mese e mezzo per leggerle), ma anche per il respiro e per le ambizioni. Viene fuori alla distanza, dopo un po’ di disorientamento iniziale. La narrazione, infatti, procede grosso modo cronologicamente, mentre le storie seguono i diversi protagonisti – in parte inventati, ma per lo più “ricreati” a partire da persone reali (oltre a Dmitri Šostakovič, Käthe Kollwitz, Friedrich Paulus, Andrej Andreevič Vlasov e altri). Un “romanzo storico”, dunque, ma sui generis. Il tema è l’immane conflitto tra Germania e Russia, e tra i due dittatori che le guidavano (senza però nessuna equiparazione tra le due, salvo che una grande compassione per le sofferenze dei due popoli). Nonostante le molte diversità, difficile non pensare a Vita e destino di Vasilij Grossman: altro romanzo monumentale e straordinario, che ho letto nel 2013, ma non recensito per colpevole pigrizia.

Eviterò di fare una recensione anch’essa lunghissima. Mi limito di consigliarne vivamente la lettura a chi voglia impegnarsi a capire meglio il Novecento, le radici del totalitarismo (che non sono ancora estirpate) e i grandi rischi che comporta (comprese la guerra, lo sterminio e la completa disumanizzazione). Il libro (che conserva il titolo originale) è stato tradotto in italiano da Gianni Pannofino e pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu nel 2010: in questa edizione si superano le mille pagine.

Se volete una bella recensione, lunga ed esauriente (anche se non sono sempre d’accordo con l’autore), vi consiglio quella di Giuseppe Genna (autore anche lui di un libro su Hitler, bruttino, che ho letto e recensito qui). Nel rinviarvi al testo completo della recensione, che trovate su carmillaonline, vi riporto la parte dedicata a Hitler in persona:

Da pagina 164 a pagina 180, questo genio neorinascimentale (ma anche neogreco e neobabilonese e tutti i neo più epici della storia della letteratura universale) compie ciò che nessuno è riuscito a compiere: narra Hitler. La narrazione di Hitler è difficile, al punto che se ne hanno pochissimi esempi – il romanzo latita a fronte dello sbaglio a cui induce la rappresentazione del Führer. Spiegarlo, renderlo umano, renderlo disumano, farne leggenda, abbassarlo a figurina polverosa, dichiararlo perdente, essere asettici nei suoi confronti: come si vede, tra alcune opzioni di narrazione possibile, ciascuna risulta immorale, eticamente scorretta, sbagliata drammaturgicamente. Ciò semplicemente perché Hitler non è un personaggio. Vollmann coglie proprio questa gigantesca falla, che non si dimostra affatto una chance narrativa: vede il buco bianco Hitler e lo attraversa, facendolo chiudere dall’interno. Questo capitolo di poche pagine, Il sonnambulo, è un’opera nell’opera, è il centro della Centrale Europa narrata con sforzo omerico. In nemmeno venti pagine Vollmann compie un gesto impressionante, che a mio parere non ha pari nella storia della narrativa contemporanea occidentale. Vengono narrate, per brevi metope, alcune diseguali gesta del sonnambulo e della realtà da lui innescata. Il sonnambulo: è scritto così, semplicemente in minuscolo, non nominato se non con questa qualifica che lo mette in contatto con l’umanità, ma anche lo separa dall’umanità, lui che vorrebbe separare l’umanità da se stessa. Non si è mai visto infatti un sonnambulo che lo sia per tutta la sua vicenda esistenziale. In sedici pagine Vollmann esaurisce l’avventura tragica in cui Hitler trascina il mondo, la sua grottesca e quasi ineffata seminagione di male – e ciò senza mitizzare Hitler nemmeno in una frase. Chi scrive ha affrontato di persona, con mezzi di intelletto e vocazione artistica assai inferiori a quelli di Vollmann, il problema della narrazione di Hitler e assicura che quanto è stato realizzato in Europe Central ha dell’incredibile, del sovraumano: e cioè dell’umanissmo. Qui l’arte non sutura affatto la ferita, ma è mimetica dello svuotamento a cui Hitler deve essere sottoposto affinché gli sia impedita ogni vittoria postuma. Ecco un esempio della prosa e della visione e del trattamento che Vollmann riserva a Hitler per svuotarlo trattenendo tutto quanto è stato, in modo che non continui a essere:
“Il sonnambulo, nel suo cappotto grigio chiaro (i nostri ricordi di lui si sono fatti così grigi e sgranati) anela a essere un altro Gunnar. Non è forse un apripista anche lui? Non è forse stato abile a incantare tutti i serpenti fino a quel momento? E la sua Germania sarà Gúthrun. La Germania deve morire feroce, mettendo a fuoco ogni cosa…”
Il sonnambulo sogna cosa? La realtà. Tanto che riesce a muoversi in essa, quasi fosse sveglio, agilmente, non urta, incede. Incide nella realtà e sulla realtà, essendone di fatto separato per un fatto di percezione – per un fatto coscienziale che lo separa dalla veglia e dall’umano. Lo separa sì, ma chi si azzarderebbe a dire che un sonnambulo non appartiene all’umanità?

Come di consueto, qualche citazione (il riferimento è alla posizione Kindle):

(People forget that Hagen, the man who murdered Siegfried, was also a German. He had his reasons. This war was Siegfried’s war. The next war would be Hagen’s.) (757)

The woman with the dead child is me, myself. And the child is also myself. (1160)

The future doesn’t exist until it happens. (1247)

Pyotr Alexeev, with whom I sometimes do wet work, told me a funny one yesterday. It seems that a herd of kolkhozniks with fresh manure on their shoes get to Moscow; you know; they’re shock workers; they’ve won the prize! Think of them as Rodchenko’s robotlike abstract paper cutouts painted with dark oil and mounted on circular wooden bases. The guide explains that they are now in the world capital of progress, abundance, freedom, you name it. Eventually one of the farmers comes up timidly and says: Comrade Leader, yesterday I walked all over the city and didn’t see any of those things! The guide has just the right answer. He replies: You should spend less time walking around and more time reading newspapers! (1256)

[…] the piano was the skeleton; the cello was the flesh; he was the knowledge and commemoration; she was the life. (1615)

I’m only a mollusk; I need to hide forever within your lovely shell […] (1622)

[…] imagining the future, then mistaking imagination for foresight, is one of life’s luxuries; (1644)

And how can love be self-ironic? (1709)

She loved him without understanding him, which may be the noblest love of all. (2287)

I love you, he said. I love you, too, very very much. I need you. No you don’t! she cried in a panic. You don’t need to need anybody. You love me. That’s enough. (4692)

Paulus himself believed far less in luck than he did in application. (6594)

[…] the skin of her naked throat was as perfect as a political idea. (8147)

Those Greek caryatids, they’re female without being human. (8551)

And the further those subjects (I mean objects) get altered in accordance with the purpose, the more problematic it becomes to perceive their irrelevantly human qualities. I quote the testimony of Michal Chilczuk, Polish People’s Army (he’d participated in the liberation of Sachsenhausen): But what I saw were people I call humans, but it was difficult to grasp that they were humans. What did Chilczuk mean by this? To put it aphoristically, a human skeleton is not human. (8875)

[…] when you flee one menace for another, the world will call you brave. (9969)

Send me out, and I’ll take the wires in my teeth; who cares what happens after that, as long as their signal goes through? (10123: mi ha fatto venire in mente Underground di Kusturica)

After all, one of life’s best pleasures is reading a book of perfect beauty; more pleasurable still is rereading that book; most pleasurable of all is lending it to the person one loves. (10220)

When you separate from a woman, what you have to do is kill your love for her; you have to blockade it and starve it to death, just as the sleepwalker set out to do in Leningrad; that’s the only way. (10669)

Soviets had antidotes to everything, even unfortunate facts. (10864)

That was how I learned that no is stronger than yes. It takes two yesses for I to become we, but only one no for we to break apart, no matter what the other party wishes. (11121)

Frau Lange had much on her side: logic, experience, and, above all, love. (11284)

Happiness is the absence of unpleasant information. (12105: forse l’aforisma più bello del libro)

You can’t hide your secrets from me, Mitya. When you were sleeping with that slut Elena I could literally smell her on you. That cheap, catty smell of her—ugh! You’re a man who has to have affairs. Maybe I would have preferred to love somebody different, but that’s how it is, right? Well, are you going to answer me or not? I, I don’t see what this has to do with— Maybe the only person that an artist can be faithful to is himself. Maybe he’s got to betray everybody else. (12633)

Just as in winter we frontline men dread abandoning our dugouts, because it’s so difficult to dig new ones in the frozen ground, so he did not want to give up Ustvolskaya, especially now that his penis could no longer perform its world-historic task; there was nothing more to it than that. (13337: the world-historic task!)

(The center of the world is Leningrad, which is Stalingrad, which is Auschwitz.) (13902)

When his death began, it was as if successive shrouds, each one so gauzy as to be nearly transparent, kept settling over his face, strangling away the breath almost tenderly, with Irina bending over him in the hospital ward, screaming his name like a shrilling telephone. He could hear her longer than he could see her, for the shrouds kept swirling down so that her image steadily greyed into a blackness deeper than meaning, and although for a little while longer he could almost perceive the reflection of her presence swimming on the nightstruck waters, she was fading very rapidly now; indeed, before he had time to mistake her for a certain other woman, she’d vanished with an almost playful suddenness, so that he sank irremediably alone into his velvet agony which drowned and tickled him while a blood-red spot rushed before him in ever-narrowing spirals. (14365: la morte di Šostakovič)