Cafarnao – Caos e miracoli

Cafarnao – Caos e miracoli(Capharnaüm), 2018, di Nadine Labaki, con Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw e Boluwatife Treasure Bankole.

Capharnaüm (2018)
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Un pugno nello stomaco, ma anche un melodramma curato e ben riuscito (ma perché melodramma ha ormai sempre una connotazione negativa? non ci sono capolavori anche tra i melodrammi?). Un film che ha vinto molti premi (come si vede nella locandina qui sopra), ma che ha anche ricevuto critiche negative, o quanto meno perplesse. Gioca sui sentimenti, si dice. Probabile, ma le situazioni rappresentate sono reali. Siamo noi che non vogliamo vederle, ci giriamo dall’altra parte o semplicemente le ignoriamo. Non compaiono mai nelle bolle informative e cognitive in cui viviamo.

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Ian McEwan – Machines Like Me

McEwan, Ian (2019). Machines Like Me. Londra: Vintage Digital. ISBN: 9781473567795. Pagine 320. 12,31€.

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Sono un avido lettore di Ian McEwan, che ho scoperto in una gloriosa libreria romana ormai chiusa da tempo, all’epoca in un piano terra tra piazza di Spagna e piazza Mignanelli. Era la sua seconda raccolta di racconti, In Between the Sheets: forse ero stato pruriginosamente attratto dal titolo del volume e da quello del primo dei racconti (Pornography). Sono passati 41 anni: nel frattempo sono diventato meno pruriginoso e ho letto tutto quello che McEwan ha scritto. Quasi tutto in realtà: tutti i romanzi, un’altra raccolta di racconti (la prima, First Love, Last Rites) e persino un romanzo per bambini (The Daydreamer).

Quindi, nessuno si stupisca se ho aspettato impaziente che questo nuovo romanzo uscisse, l’ho acquistato il giorno stesso e mi sono messo a leggerlo interrompendo le mie altre letture. Che ne penso?

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Notre-Dame, la bibbia di pietra e lo stormo d’uccelli

Dopo l’incendio della cattedrale di Notre-Dame a Parigi sono state dette e scritte molte cose, spesso irrilevanti o stupide. Non voglio aggiungermi al coro.

Però vorrei dire che – nella mia modesta opinione – un punto centrale delle riflessioni che la distruzione della cattedrale già sta suscitando è quello dell’identità. Non tanto del rapporto tra il monumento e l’identità francese, che pure esiste ed è rilevante, ma della stessa identità della cattedrale stessa. L’identità di cui parliamo qui non è l’identità nella sua accezione logico-matematica di perfetta eguaglianza, ma in quella propria del linguaggio comune quando si fa riferimento all’identità di una persona come “entità distinta dalle altre e continua nel tempo”, come la definisce il Vocabolario Treccani. Non c’è dubbio che ognuno di noi ha il senso della propria identità, “il senso e la consapevolezza di sé” (è sempre i Vocabolario Treccani che ci soccorre), anche se in “un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule” e in “un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso” (lo afferma qui il prof. Paolo Pinton). E anche a fronte di un evento traumatico, come l’amputazione di un arto, non smettiamo neppure per un secondo di pensare che, nonostante quella perdita, siamo rimasti noi stessi.

Lo stesso – è quello che voglio dire – accade per le città e per gli edifici. L’identità di una città, nel senso che ho cercato di argomentare, non cambia al mutare delle vicende demografiche o dell’estensione dell’abitato. L’identità di una cattedrale non cambia per effetto dei periodici interventi di manutenzione cui è sottoposta. E, secondo me, non cambia neppure quali che siano le travagliate vicende che attraversa nella sua vita: dalla fantasia neogotica di Viollet-le-Duc nella seconda metà del XIX secolo a quella che sarà la ricostruzione da intraprendere ora.

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Irène Némirosky – Suite francese

Némirosky, Irène (2005). Suite francese (Suite française. trad. di Laura Frausin Guarino). Milano: Adelphi. ISBN: 9788845972577. Pagine 415. 6,99 €.

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Solitamente diffido dei casi letterari. Quando sono pubblicati, li accompagnano commenti entusiastici: “Un capolavoro che si credeva perduto … a lungo ingiustamente dimenticato … che ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere la Francia | il romanzo di viaggio | la memorialistica | il romanzo di formazione”. Fate voi. Adelphi, poi è particolarmente versato in questa tecnica di marketing, che consiste nella capacità di montare a neve perfettamente gli albumi dell’ultimo volume edito. Ho sospettato per anni che Adelphi avesse un’intera squadra di redattori intenti a scrivere un ultimo romanzo di Joseph Roth (che, morto nel 1939, non poteva soddisfare la sete di bestseller dell’editore, al di là dei 17 romanzi pubblicati in vita) o, in via subordinata, di qualche altro oscuro scrittore della finis Austriae.

Se non ricordo male, Suite francese uscì in italiano verso fine del 2005. Mi sembra di ricordare che sotto le feste natalizie facesse bella mostra di sé in pile ordinate e odorose sul bancone dell’indimenticata libreria di Milano Libri in via Verdi, e di aver esitato se comprarlo per me o per regalarlo. Vinse la diffidenza.

Che cosa è cambiato ora, per farmelo leggere? Una specie di tormentone in Fedeltà di Marco Missiroli (che ho recensito qui): Suite francese è il libro che sta leggendo Margherita, una delle protagoniste, e i pochi accenni che Missiroli fa sono bastati a farmi venire voglia di leggerlo. Fedeltà, dunque, almeno qualche merito ce l’ha.

Per contro, l’essere citato in un altro libro (che peraltro ne cita molti, e non tutti a proposito) non è in sé un merito. Né, in sé, è un merito neppure l’essere nato in circostanze tragiche: Suite francese è l’insieme – la suite appunto, nell’accezione musicale del termine – dei primi due movimenti di un romanzo in cinque parti che Irène Némirosky stava febbrilmente scrivendo prima di essere arrestata e deportata ad Auschwitz, dove è stata uccisa all’arrivo. Merita, dunque, Suite francese?

Sì, è la mia risposta. Scritto in modo molto tradizionale (per quanto mi consente di giudicare la bella traduzione italiana), con un uso magistrale del discorso indiretto attraverso cui passa lo stream of consciousness dei protagonisti, molto “francese” nella sua delicatezza ma senza quell’ipertrofia dei periodi che caratterizza molti scrittori francesi, racconta con tenerezza e ferocia il primo anno della Seconda guerra mondiale in Francia, grosso modo dal giugno del 1940 al giugno del 1941.

Il tema è la reazione dei francesi all’invasione prima e all’occupazione tedesca poi. Ma – anche se Irène Némirosky ha una tesi – questa tesi non viene mai enunciata espressamente nel romanzo, ma solo nelle note di diario riportate in appendice al volume:

Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell’ambito di una certa classe sociale ha un solo movente: la paura. È stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la pace attuale. Il francese di questa casta non odia nessuno; non nutre gelosia né ambizione delusa, né un vero desiderio di vendetta. Ha una fifa blu. Chi gli farà meno male (non nel futuro, non in senso astratto, ma subito e sotto forma di ceffoni e calci nel sedere)? I tedeschi? Gli inglesi? I russi? I tedeschi lo hanno sconfitto, ma la punizione è presto dimenticata e i tedeschi possono difenderlo. Per questo lui è «per i tedeschi». A scuola, l’allievo più debole preferisce l’oppressione di un solo individuo all’indipendenza; il tiranno lo tartassa ma impedisce agli altri di rubargli le biglie, di picchiarlo. Se sfugge al tiranno, si ritrova solo, piantato in asso in mezzo alla mischia. (pos. 6017)

Piuttosto, viene fatta emergere dai pensieri e dalle azioni dei personaggi (è un romanzo corale) di cui narra le vicende. Nel primo romanzo, Temporale di giugno, lo sfondo è rappresentato dall’esodo di massa da Parigi dopo il primo bombardamento della città, nell’attesa dell’arrivo delle truppe tedesche, e fino alla notizia dell’armistizio. Ma l’autrice non dipinge tanto le scene di massa (anche se a tratti lo fa), ma segue le peripezie di alcune famiglie e personaggi: i Péricand (borghesi ricchi, potenti e cattolici tradizionalisti), i Michaud (piccolo-borghesi, ingenui e “sfigati”), il cinico banchiere Corbin, lo scrittore affermato e dannunziano Gabriel Corte (con amante al seguito), l’esteta collezionista Langelet. I personaggi si incontrano e si incrociano. Lo faranno anche nel romanzo successivo, sullo sfondo; e dagli appunti lasciati da Irène Némirosky si comprende che avrebbero continuato a farlo anche nei tre romanzi mancanti: in questo modo si inaugura una tecnica che ci è diventata familiare nelle serie televisive, e che in letteratura costituisce una caratteristica della narrativa di David Mitchell (qui ho recensito Cloud Atlas qui avevo parlato del film che ne è stato tratto – e qui The Thousand Autumns of Jacob de Zoet). In questo modo si va componendo un grande affresco: in tutti la guerra fa emergere il peggio (per lo più, ma a volte anche il meglio), ma non li cambia radicalmente. Li estremizza, per così dire. Anche se vengono in mente alcuni scrittori e alcuni film italiani – in questo momento sto pensando a Una notte del ’43 (una delle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani) e a La lunga notte del ’43, il bel film dell’esordiente Florestano Vancini (di entrambi ho parlato di sfuggita qui) – l’operazione di Irène Némirosky è di respiro ben più ampio.

Il secondo romanzo, Dolce, si muove su un registro più intimo: siamo in campagna, in un villaggio in cui si acquartierano i tedeschi. E nasce una delicatissima storia di amore tra una giovane signora francese (spostata per convenienza a un fedifrago che non ama, e che ora è prigioniero di guerra) e un ufficiale tedesco con la vocazione della musica. Un amore che proprio per il pudore dei protagonisti (non viene mai consumato, ma “il dono dell’anima […] precede quello del corpo”) ci appare ancora più tragico e impossibile, rivelatore dell’immane violenza che la guerra impone a tutti. Al di sotto le tensioni e le meschinità della provincia francese continuano ad emergere, tra acquiescenze collaborazionistiche, mercato nero e violenza rattenuta. Si accumulano nubi nere, ma il temporale non scoppia. Non ancora. La guarnigione tedesca parte per la Russia.

***

Le consuete citazioni, che fanno riferimento alle posizioni Kindle:

La carità cristiana, la mitezza di secoli di civiltà le cadevano di dosso come vani orpelli rivelando un’anima arida e nuda. Lei e i suoi figli erano soli in un mondo ostile. Doveva nutrire e proteggere i suoi piccoli. Il resto non contava più. (pos. 885)

Purché tutta quella confusione si placasse al più presto! Che si stabilisse un modo di vivere, uno qualsiasi, giacché tutto quel pandemonio, quella guerra, quelle rivoluzioni, quei grandi rivolgimenti della storia potevano esaltare gli uomini, ma le donne… Ah, le donne ne provavano solo fastidio! (pos. 1639)

Come sempre quando lui non la contraddiceva e si dichiarava pienamente d’accordo con lei, Jeanne cambiò subito parere. (pos. 2815)

Gli eventi gravi, fasti o nefasti che siano, non cambiano la natura di un uomo ma permettono di definirla meglio […] (pos. 3007)

Un’esistenza basata su angosce mortali è sopportabile solo a condizione di vivere alla giornata e dirsi, quando scende la sera: «Altre ventiquattr’ore in cui non è successo niente di particolarmente brutto, grazie a Dio! Aspettiamo domani». Tutti coloro che stavano intorno a Jean-Marie la pensavano così o quanto meno agivano come se pensassero così. Si occupavano delle bestie, del fieno, del burro, e non parlavano mai dell’indomani. Guardavano agli anni futuri, piantavano alberi che avrebbero dato i loro frutti a distanza di cinque o sei stagioni; ingrassavano il maiale che avrebbero mangiato di lì a due anni, ma non si soffermavano sull’immediato futuro. (pos. 3181)

E proprio mentre pensava così, il suo cuore, che era meno ragionevole di lei, cominciava a battere con tale violenza da soffocare tutti i rumori esterni, tanto che non sentiva più la voce di Benoît, gli strilli del bambino, il vento sotto la porta, e il tumulto del suo sangue la assordava come quando ci si tuffa sotto un’onda. (pos. 3712)

[…] «proibizione» non significava «impossibilità di superare l’ostacolo», semplicemente «difficoltà nel farlo»; una questione di tatto, di fortuna e di mezzi finanziari. (pos. 4318)

[…] poco interessato alle donne in generale e alla propria moglie in particolare. (pos. 4353)

[…] i pregiudizi sopravvivono alle passioni […] (pos. 4931)

[…] la buona educazione serve appunto a correggere le reazioni istintive della natura umana. (pos. 4937)

Dopo tutto, si giudicano gli altri solo in base al proprio cuore […] (pos. 4958)

Quello che divide o unisce gli individui non è la lingua, non sono le leggi, i costumi, i princìpi, ma il modo di tenere le posate! (pos. 5156)

[…] quell’urgenza di svelare il proprio cuore all’altro… un’urgenza da amante che è già un dono, il primo, il dono dell’anima che precede quello del corpo. (pos. 5295)

Tutto era meglio della musica, perché solo la musica abolisce le differenze di lingua o di abitudini fra due esseri e tocca fibre sensibilissime. (pos. 5461)

Emmanuel Carrére – La vita come un romanzo russo

Carrére, Emmanuel (2009). La vita come un romanzo russo (Un roman russe. trad. di Margherita Botto). Torino: Einaudi. ISBN: 9788858403488. Pagine 276. 7,99 €.

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A me Carrère piace, in genere. L’ho incontrato la prima volta con L’avversario: avevo visto il bel film omonimo di Nicole Garcia, con uno straordinario Daniel Auteuil. Il libro è – ma se ne può discutere – ancora più bello del film.

Poi ho letto Limonov, di cui ho scritto la recensione su questo blog alcuni anni fa (se volete leggerla, è qui). Ne ho letto anche altri, per la verità, ma vi sarete accorti che sono rimasto un po’ indietro con la promessa di recensire tutto quello che via via vado leggendo. Mi riprometto di rimediare.

Carrère ha il dono di una scrittura limpida, almeno per quello che posso giudicare io che leggo il francese in traduzione. Ma è un autore che può essere irritante: ha – come si dice – un ego smisurato. O forse è narcisista. Parla, in sostanza, sempre di sé. Scrive romanzi, o saggi, o una contaminazione dei due: comunque trova il modo di dare al tutto sempre un’impronta molto personale, autobiografica. Non c’è inquadratura in cui non sia in qualche modo presente: a volte da protagonista, a volte con un cameo di sfuggita (un po’ alla Hitchcock), a volte lasciandoci vedere un microfono o una giraffa come per distrazione (per continuare la metafora cinematografica). Il rischio, va da sé, è quello dell’autocompiacimento.

Da questo punto di vista, questo libro è il più estremo tra quelli di Carrère che ho letto. Mi aveva attratto il riferimento alla Russia (che a me affascina) e al romanzo russo (ma questo è senza dubbio un romanzo francese, anzi un romanzo di Carrère). Anzi, se non sbaglio, da nessuna parte l’autore scrive che questo è un romanzo. La chiama storia, e la conclude scrivendo:

Ho pensato: sono venuto ad allestire una tomba a un uomo la cui morte incerta ha pesato sulla mia vita, e mi ritrovo di fronte a un’altra tomba, di una donna e di un bambino che per me non erano niente, e adesso sono in lutto anche per loro.

Forse è questa, la storia. (pos. 3110)

Ma poi – c’è tutto Carrère in questo – scrive un settimo capitolo, in cui ripercorre gli avvenimenti occorsi dopo i due anni raccontati nel sei capitoli precedenti, e ci toglie ogni dubbio (o almeno intende toglierci ogni dubbio) sul fatto che stiamo parlando non di una storia qualunque, ma di un frammento di autobiografia.

Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia. Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi. (pos. 3113)

Kotel´nič, suo nonno e la lingua russa ci sono, ma (secondo me) non sono il centro del libro. Quanto a Sophie, in un certo senso lo è: deuteragonista, e vittima. Protagonista e carnefice è lo stesso Carrère che prima la mette in mezzo (narrativamente, ma si sospetta anche nella vita reale, fin dalla prima scena, del sogno erotico ambientato in treno) e poi la espone ancora, come vedremo.

Si usano spesso, metaforicamente, quando si parla di autocompiacimento, termini che fanno riferimento alla masturbazione. Lo si fa nel linguaggio corrente (“Sono pippe mentali”), e lo si fa pure in ambiti meno colloquiali, come in una recensione. Ma qui (e in altre opere di Carrère) non si tratta di una metafora. La masturbazione è forse il vero centro del romanzo: il verbo masturbare/masturbarsi, in diverse coniugazioni, compare nel romanzo dieci volte (questo è facile da fare con un ebook). I temi e le situazioni collegati al concetto sono molto più frequenti. L’episodio centrale del libro è il racconto erotico che Carrère pubblica su Le monde per un gioco con Sophie, la sua compagna dell’epoca, con la speranza di una complicità che ravvivi il loro rapporto, e che invece (prevedibilmente, verrebbe da dire) conduce alla sua fine. Anche perché poi, per la verità, è Carrère stesso a non reggere, a cadere dal gioco perverso nell’agitazione, nella gelosia, nell’agitazione scomposta.

Un inciso: non è invenzione. Carrère ha effettivamente pubblicato quel racconto, «L’Usage du “Monde”», sull’edizione datata 22 luglio 2002 (ma uscita in edicola il 20). Se siete curiosi, lo trovate online qui.

Non sono un moralista (lo so, suona un po’ come “non sono un razzista ma…”) ma leggere quelle pagine mi ha fatto sentire molto a disagio, per usare un termine forse troppo debole. Forse sarebbe più appropriato dire che quelle pagine mi hanno fatto sentire proprio male. Certo, se volete l’empatia per i personaggi di un romanzo è una parte di quella suspension of disbelief che al romanzesco e al narrativo è connaturata. Ma a me è risultato molto difficile non mettermi nei panni della povera Sophie. Mentre Carrère – almeno così è sembrato a me – continua a puntare lo sguardo su sé stesso, un po’ per giustificarsi (se non assolversi), un po’ per raccontarci che in fin dei conti la vittima è lui!

Il peggio che succede a Sophia, ben prima del giochetto erotico finito malamente, è che Carrère si considera superiore a Sophie per censo e cultura e la fa sentire non alla sua altezza. E che Sophie non ha la forza o l’ardire di mandarlo a quel paese (lo farà più tardi, ma non lo fa ancora, e forse non lo fa nemmeno per questo, che è il capo d’accusa più pesante che gli avrebbe dovuto imputare).

Alla nascita, dice lei, ho avuto tutto: la cultura, la disinvoltura sociale, la padronanza dei codici […] (pos. 575)

Ho fatto fatica a finire il libro lo confesso. E ho smesso di annotare i brani che mi erano piaciuti. Per questo le citazioni a un certo punto si interrompono:

Nella maggior parte dei documentari si finge che la troupe non esista. Bisognerebbe fare esattamente il contrario […] (pos. 433)

Ricordo una frase in particolare, a mio parere un capolavoro di economia descrittiva: le montagne, dice il narratore, sono cosí alte che per quanto alzi gli occhi, non vedi mai gli uccelli stagliarsi sullo sfondo del cielo. (pos. 541)

Ma non c’è solo questo nella passione per i peli sotto le ascelle, c’è anche, come dire?, una sorta di effetto metonimico, come quando si dice vela per dire barca, l’impressione che tu vada a spasso con due piccole fiche supplementari, due piccole fiche che la buona creanza autorizza a mostrare in pubblico benché facciano irresistibilmente pensare, o perlomeno a me fanno irresistibilmente pensare, a quella che hai tra le gambe. (pos. 1370)

Dan Brown – Origin

Brown, Dan (2017). Origin. Londra: Transworld. ISBN: 9781473543348. Pagine 456. 6,19 €.

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Ma non mi vergogno a leggere Dan Brown? Sì, mi vergogno, ma ci ricasco tutte le volte, come un adolescente con gli atti impuri commessi in solitudine, nonostante le sinistre profezie della cecità in questa vita e dell’inferno per l’eternità.

Dan Brown non è un grande scrittore, e neppure uno scrittore medio. Però – oltre a toccare temi à la page in grado di incuriosire un pubblico moderatamente colto e informato e a stupire, facendolo sembrare colto e informato, il resto dei lettori – è una gran guida di viaggio, ben documentato sui luoghi che ci fa visitare.

Confesso – tanto per restare nel clima penitenziale – di aver letto, oltre al Codice Da Vinci (che offriva l’alibi della curiosità per un fenomeno di costume, dato che tutti parlavano del libro e, un paio d’anni dopo, del brutto film che ne era stato tratto), anche Digital Fortress (in italiano Crypto, con l’alibi questa volta del mio interesse per la crittografia: ma se volete leggere un bel libro in tema, leggete piuttosto Criptonomicon di Neal Stephenson, se riuscite ancora a scovarlo nell’edizione italiana di Rizzoli) e Inferno (qui la scusa erano Dante e una mamma professoressa e dantista, che se avesse fatto invece la dentista oggi sarei più ricco. Inferno l’ho recensito qui). Dato che Dan Brown ha scritto in tutto sette romanzi, ne ho letti più della metà.

Non vi racconto niente della trama: è pur sempre un thriller, o meglio un romanzo a chiave, pieno di colpi di scena più o meno prevedibili. Sotto il profilo turistico, parliamo di Spagna. Se non mi ricordo male: si parte dal monastero di Montserrat:

Poi il museo Guggenheim di Bilbao:

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/de/Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Guggenheim-bilbao-jan05.jpg
Photograph taken by User: MykReeve [CC BY-SA 3.0]

C’è una puntata a Budapest e una alla cattedrale e al palazzo reale di Madrid. Ma il nostro autore non poteva farsi scappare la Barcellona di Gaudì. Prima fa andare il protagonista alla Pedrera:

E poi, naturalmente alla Sagrada Familia:

Dulcis in fundo, la Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos…

***

Pochissime le citazioni che meritano di essere ricordate:

‘Men plan, and God laughs.’ (p. 225)

In other words, Darwin’s theory described the survival of the fittest, but not the arrival of the fittest. (p. 386)

‘The price of greatness … is responsibility.’ (p. 412: è una citazione di Churchill)

Sacchetti di plastica o borsine di cotone?

Si è sviluppato un vivace dibattito sui meriti e i demeriti ecologici delle borsine di cotone, a fronte di una campagna diffusa per il bando dei sacchetti di plastica.

Quartz ci ha fatto un’analisi che a me pare definitiva (“Your cotton tote is pretty much the worst replacement for a plastic bag“, di Zoë Schlanger, pubblicato il 1° aprile 2019 – ma non è un pesce d’aprile), a partire da uno studio dell’Agenzia di protezione ambientale del governo danese [Ministry of Environment and Food – Environmental Protection Agency. Bisinella, Valentina; Paola Federica Albizzati; Thomas Fruergaard Astrup e Anders Damgaard (a cura di). Life Cycle Assessment of grocery carrier bags. Environmental Project no. 1985. February 2018), che potete leggere e scaricare qui. Incidentalmente, fa piacere vedere che due delle quattro persone che curano il rapporto sono italiane o di origine italiana.

Insomma, meglio il sacchetto di plastica o la borsina di cotone? Come spesso nella vita, la risposta non è univoca.

Prima risposta, quella facile: i comuni sacchetti di plastica (con l’eccezione di quelli di MaterBi, ad esempio, che è un biopolimero) non sono biodegradabili, inquinano i mari, finiscono nel tubo digerente degli animali marini e alla fine anche nel nostro con i cibi che mangiamo. Questa risposta vale per tutti i sacchetti, anche se il polimero di cui sono fatti, il peso e spessore influiscono sui tempi e le modalità di smaltimento e sulle possibilità di recupero e riciclo (qui sotto vedete diverse tipologie e materiali, che lo studio danese analizza). Ma la rispoista è sempre la stessa: non sono biodegradabili.

Ministry of Environment and Food of Denmark, 2018

Il male assoluto, quindi? No perché – seconda risposta – se si tiene conto dell’insieme degli impatti ambientali al di là di quello dello smaltimento, cioè dell’impatto ambientale della produzione della materia prima (il cotone) e di tutto il resto (filatura, tessitura, confezione, tintura, trasporto, e così via), la borsina di cotone ha un impatto maggiore. Anzi, molto maggiore.

Ministry of Environment and Food of Denmark, 2018

Lo studio danese analizza questi aspetti, oltre a diverse modalità di riuso e riciclo, e si conclude con consigli di uso e smaltimento delle diverse tipologie di sacchetti e borse.

Rielaborazione da Ministry of Environment and Food of Denmark, 2018

Impressionante, vero? Sorprendente, no? I sacchetti di cotone devono essere riutilizzati migliaia di volte prima di soddisfare le prestazioni ambientali dei sacchetti di plastica e – scrivono i ricercatori danesi – il cotone biologico è peggiore del cotone convenzionale quando si tratta di impatto ambientale complessivo. Infatti, il cotone biologico ha un tasso di resa inferiore del 30% in media rispetto al cotone convenzionale, e quindi richieda il 30% in più di risorse, come l’acqua, per crescere nella stessa quantità, anche tenuto conto del minor ricorso a fertilizzanti e pesticidi (e quindi di un impatto minore in termini di eutrofizzazione e contaminazione).

Che fare allora? Il rapporto si conclude con alcuni consigli pratici sulla destinazione finale al termine della loro vita utile:

  1. LDPE base: riusare almeno una volta per la spesa, poi come sacchetto per i rifiuti.
  2. LDPE con manico rigido: si può riusare direttamente come sacchetto per rifiuti.
  3. LDPE riciclato: riusare almeno due volte per la spesa, poi come sacchetto per i rifiuti.
  4. Polipropilene non tessuto: riusare almeno 52 volte per la spesa; poi smaltire con materiali riciclabili, oppure riutilizzare come sacchetto per la spazzatura; infine destinare all’inceneritore.
  5. Polipropilene tessuto: riusare almeno 45 volte per la spesa; poi smaltire con materiali riciclabili, oppure riutilizzare come sacchetto per la spazzatura; infine destinare all’inceneritore.
  6. PET: riusare almeno 84 volte per la spesa; poi smaltire con materiali riciclabili, oppure riutilizzare come sacchetto per la spazzatura; infine destinare all’inceneritore.
  7. Poliestere: riusare almeno 35 volte per la spesa; poi smaltire con materiali riciclabili, oppure riutilizzare come sacchetto per la spazzatura; infine destinare all’inceneritore.
  8. Biopolimeri: attenzione! per i cambimenti climatici può essere utilizzato direttamente come sacchetto per i rifiuti, ma per l’impatto complessivo va usato almeno 42 volte per la spesa.
  9. Carta non sbiancata o sbiancata: riusare almeno 43 volte per la spesa; poi riutilizzare come sacchetto per la spazzatura; infine destinare all’inceneritore.
  10. Sacchetti di cotone convenzionali: riusare per la spesa almeno 52 volte per i cambiamenti climatici, almeno 7.100 volte considerando tutti gli indicatori; se possibile, riutilizzare come sacco per la spazzatura, altrimenti incenerire.
  11. Sacchetti di cotone biologico: riusare per la spesa almeno 149 volte per i cambiamenti climatici, almeno 20.000 volte considerando tutti gli indicatori; se possibile, riutilizzare come sacco per la spazzatura, altrimenti incenerire.