Per farmi perdonare…
Non sono impazzito.
Qui la traduzione di Gigi Proietti.
La (bellissima) traduzione è di Sergio Bardotti, che la scrisse per Patti Pravo agli inizi degli anni Settanta.
“Ma c’è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti”.
Certo ci fu qualche tempesta
anni d’amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c’era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.
Mio amore, mio dolce meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c’é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c’é peggior insidia
che amarsi con monotonia.
Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.
|
Bien sûr nous eûmes des orages |
|
|
Mais mon amour |
|
|
Moi je sais tous les sortilèges |
|
|
Oh mon amour |
|
|
Et plus le temps nous fait cortège |
|
|
Oh mon amour |
Nato questo giorno nel 1845, a Pamiers, Ariège.
La sua opera più famosa è il Requiem in re minore, opera 48, che era anche la colonna sonora di un bellissimo film di Paul Vecchiali (Corpo a cuore: riporto sotto la recensione di Giovanni Grazzini, comparsa sul Corriere della sera all’epoca).
Ma guardando su Imdb, scopro che è stato utilizzato in molte colonne sonore, da Broken flowers a La sottile linea rossa.
Nonostante il tema funereo, è una musica sensualissima, ai limiti del disfacimento…
Né “corpo a corpo” né “cuore a cuore”, ma “corpo a cuore”. Fin dal titolo il film si annuncia una contaminazione: verbale, ma anche di affetti e linguaggi. Dunque un gioco espressivo, che – diciamolo subito – sta in rischioso equilibrio sulla corda dello spettacolo, popolare e coltissimo, grazie al talento d’un regista d’origine corsa, Paul Vecchiali, fatto conoscere dalla Biennale cinema del ’74 ai cinéphiles e che nello scorso settembre, ancora a Venezia, ci dette il deludente C’est la vie. Corpo a cuore è ora, per la grande platea, la prima occasione d’incontro con Vecchiali. Il nostro consiglio è di non mancare all’appuntamento. Il film è infatti molto diverso dalla produzione corrente: non lo diremmo stupendo, come taluno vorrebbe, ma attraente e talvolta ammirevole. Spesso bizzarro, sempre gradevole all’occhio. E a suo modo molto romantico, se è questo che il pubblico vuole, perché tutto d’amore e di morte. E tutto passione, con musica bella e dolci paesaggi.
C’è, al centro, Pierrot, un trentenne che fa il meccanico in un’officina della periferia parigina. Gran rubacuori, ma anche appassionatissimo di musica classica, s’invaghisce d’una sconosciuta sui cinquanta vista al concerto. Com’è sua abitudine, la vuole subito, la vuole tutta. La donna, rivelatasi la proprietaria d’una farmacia, gli dice subito di no: non precisa nemmeno se si chiama Jeanne o Michèle. E Pierrot si dispera: piange come un bambino, scazzotta un amico che lo sfotte, lascia il lavoro, poi si piazza notte e giorno davanti alla farmacia, s’inginocchia e supplica quell’anima di ghiaccio fra la curiosità dei passanti. È un assedio in piena regola, che sembra dar frutto quando la donna gli dichiara di essere affetta da un male incurabile e di aver deciso di trascorrere con lui i tre mesi di vita che le restano. Fuga dei due in Provenza, e trionfo d’amore fra i campi. Richiamato Pierrot a Parigi per una festa d’amici, l’incanto si rompe. A lui che si offre di sposarla, Jeanne-Michèle dichiara d’averlo ingannato. Di non essere affatto condannata, ma di aver voluto provare cos’è un grande amore, e d’esserne sazia. Pierrot stupisce, ferito nell’orgoglio, e torna a disperarsi quando la donna gli rivela d’essersi avvelenata, e lo scongiura d’aiutarla, e gli muore tra le braccia. Né noi né Pierrot sapremo mai il perché di quel gesto, ma serberemo di lei un’immagine sorridente, come fosse ancor viva, mescolata alla folla. Giacché nessuno muore, finché il cuore ne serba memoria…
L’originalità del film è, si è detto, nella sua natura di cocktail. Nel rifarsi ai modelli del realismo francese degli anni Trenta (dichiarati nella dedica al regista Jean Gremillon) ma nel calarli in una struttura duttilmente più moderna, nel mischiare echi farseschi a tocchi lirici, notazioni sociologiche a timbri da bozzetto populista e a scorci erotici. E nell’esprimere così quell’intreccio fra ragioni dell’anima e ragioni della carne che tocca il suo vertice misterioso nella follia della passione, cui conviene un unico commento, quello della musica. Dedicato anche al compositore Gabriel Faure, il film trova appunto nel suo “requiem Opus 48” e nella sua pavana il filo che lega situazioni e figure a un universo d’irrealtà, proprio del melodramma cui Vecchiali ambisce. I risultati sono più convincenti nella prima metà, perché poi la matassa s’ingarbuglia e il racconto un po’ sbanda, ma il film serba quasi ovunque un fervore visivo inconsueto. Per dire i segreti del cuore umano, e lasciarli indecifrati, Vecchiali costruisce una trama fittissima di personaggi, moltiplica le prospettive, passa dal tragico al comico. con una scioltezza rara. Il segreto di Corpo a cuore sta nel connubio fra l’irragionevolezza della sua materia e l’indisciplina della sua forma. Siamo, ripetiamo, sul filo del rasoio, in una tastiera di finzioni e rifrazioni, sui più vari registri, che un cinema vivacissimo e corposo rende molto piacevole.
I protagonisti hanno trovato nel vanitoso Nicolas Silberg (esordiente nel cinema dopo aver fatto teatro e Tv) e soprattutto in Hélène Surgère due attori di ottima scuola, ma non è trascurabile nemmeno l’apporto dei molti altri, fra cui Madeleine Robinson che fa la madre di Pierrot, ai quali sono spesso affidati compiti da comprimari, sia come abitanti del vicolo dove parte dell’azione è ambientata sia come dati di riscontro d’una condizione umanissima, dunque percorsa di presagi funesti e di vene grottesche. [Giovanni Grazzini, Il Corriere della Sera, 10 ottobre 1980]
Quest’anno compirebbe 50 anni, Giorgiana Masi. Forse sarebbe una signora di mezza età, borghesemente sposata e madre di figli all’università. Forse sarebbe rimasta fedele alle sue idee di allora (era simpatizzante radicale e femminista) e avrebbe seguito una sua strada meno convenzionale: chissà, un compagno, magari i figli lo stesso, magari scelte diverse.
Invece, la sua vita fu stroncata a diciannove anni una sera di maggio, e non sappiamo da chi. È diventata un simbolo, immagino controvoglia (a me, se dicessero “vuoi essere un simbolo, da morto, o continuare a vivere tra i tuoi errori e i tuoi periodi no”, la scelta non si porrebbe neppure: la seconda che hai detto!). Un simbolo per pochi, per di più. Per la maggioranza un ingombrante incidente, da rimuovere con fastidio.

Io c’ero, in quella giornata da incubo. Non dall’inizio alla manifestazione a piazza Navona, che fu dispersa subito. Non c’era nulla di organizzato, e nella sostanza non feci che scappare. Sparavano. Chi? Non si sa. Qualcuno nel movimento, non avrei molti dubbi: quelli che sparavano c’erano e qualche giorno dopo ci fu l’omicidio dell’agente Custrà e la famosa foto dell’autonomo di Milano.
![]()
Sparò certamente anche la polizia, e soprattutto c’erano degli agenti provocatori infiltrati. Lotta continua quotidiano pubblicò un’inchiesta documentatissima. Nella foto qua sotto uno degli agenti provocatori è chiaramente al fianco di poliziotti in divisa. Guardate anche il video di RaiDue alla fine del post.
![]()
Era una giornata di sole e il pomeriggio faceva veramente caldo. Era quasi sera quando fu colpita Giorgiana. Io ero con un amico sul ponte dell’isola Tiberina, a poche decine di metri da ponte Garibaldi. Mi buttai a terra quando sentii i colpi, dietro la spalletta di pietra. Non vidi niente, per la paura e la mia forte miopia (non portavo ancora le lenti a contatto). Come al solito, girarono voci disparate e la notizia di quello che era successo si chiarì a sera.
Si chiarì. Parola grossa. Riporto qui due punti di vista interessanti.
Il primo è tratto da: Balestrini, Nanni e Primo Moroni (1997). L’ orda d’oro. 1968-1977: la grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale. Milano: Feltrinelli. 1997.
Il mese di maggio è il piú nero per il movimento. […]
Il 12 maggio il movimento tenta una manifestazione pacifica di celebrazione della vittoria del referendum sul divorzio del ’74. La manifestazione è organizzata dal Partito radicale. A piazza Navona la polizia interviene subito picchiando alcuni suoi deputati parlamentari; poi si scatenano le cariche contro tutti i gruppi che transitano nei pressi della piazza. La manifestazione non era organizzata, non c’erano servizi d’ordine né strumenti per difendersi.
Molti di questi gruppi retrocedono verso Campo dei Fiori dove vengono erette delle barricate e disselciato il fondo stradale per procurarsi dei sassi. La polizia getta in campo le sue squadre speciali: agenti in borghese travestiti da “estremisti” sparano ad altezza d’uomo.
Gli scontri proseguono per ore, a sera tarda su Ponte Garibaldi muore, uccisa dalla polizia con un colpo alla schiena mentre fuggiva, Giorgiana Masi, vent’anni, simpatizzante del Partito radicale.
Cossiga, che era ministro dell’interno all’epoca dei fatti, è intervenuto più volte sulla vicenda. Ad esempio, a Report nel 2003:
D – Senta ci dica qualche segreto che non ha mai detto a nessuno.
FRANCESCO COSSIGA: I segreti che io mantengo, so ma in parte io me ne sono dimenticati.
D – Che è il modo migliore per mantenere un segreto, quello di dimenticare…
FRANCESCO COSSIGA: Sì, esatto, io me ne sono quasi dimenticato del tutto; altri segreti che io mantengo, ma non segreti di Stato, per esempio, non l’ho mai detto alle autorità giudiziarie e non lo dirò mai, i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica.
IMMAGINI REPERTORIO SERVIZIO TG3
“17 gran brutto numero, 17 anni fa moriva Giorgiana Masi, e l’età di Giorgiana Masi rese ancora più crudele quell’assassinio; ultimo anno di liceo disegnava da professionista e sfilava in corteo accanto agli operai, per il Vietnam, per Valpreda e anche, perché no, per i referendum: Giorgiana scappava, c’erano le cariche della polizia e la polizia in borghese, qualcuno vestito da manifestante un proiettile l’ha colpita alle spalle. Cossiga disse che si sarebbe dimesso se avesse avuto le prove che la polizia aveva sparato. Ecco le immagini, cambiano i tempi, è arrivato il colore, e l’assassino di Giorgiana è ancora a piede libero, e anche i genitori di Giorgiana sono morti, di crepacuore”.
FRANCESCO COSSIGA: Ecco io quello credo che non lo dirò mai se mi dovessero chiamare davanti all’autorità giudiziaria, perché sarebbe una cosa molto dolorosa.
D – Perché sono implicati i servizi?
COSSIGA: No, se no non sarebbe una cosa dolorosa.
IN STUDIO MILENA GABANELLI
Poiché sarebbe doloroso dire chi ha ucciso Giorgiana Masi, l’uomo che più ha invocato la pacificazione nazionale, Cossiga, dice non parlerò neanche davanti alla magistratura. Deduciamo che la morte di una ragazzina innocente non sia stato un incidente, ma ben altro. Forse un ordine per imporre poi le leggi speciali? […]
E ancora, sul Corriere della sera del 25 gennaio 2007:
(Aldo Cazzullo) In piazza c’erano gli agenti in borghese con la pistola, vero?
(Cossiga) «Vero. Ma contro la mia volontà. Chiesi notizie al questore di Roma, che negò. Ma quando i giornalisti dell’Espresso mi mostrarono foto inequivocabili, andai alla Camera a chiedere scusa, e destituii il questore».
[…]
(Aldo Cazzullo) Il 12 maggio fu uccisa Giorgiana Masi.
(Cossiga) «Avevo supplicato in ginocchio Pannella di rinunciare alla manifestazione in piazza Navona. Gli ricordai che io stesso avevo mandato la polizia a impedire un comizio democristiano a Genova. Gli dissi che i radicali non erano in grado di difendere la piazza e chiunque si sarebbe potuto infiltrare. Tutto inutile ».
(Aldo Cazzullo) Chi fu a sparare?
(Cossiga) «La verità la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque: l’ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere dolore a dolore».
(Aldo Cazzullo) Fuoco amico?
(Cossiga) «Questo lo dice lei. Il capo della mobile mi confidò di aver messo in frigo una bottiglia di champagne, da bere quando sarebbe emersa la verità, pensando a tutto quanto ci hanno detto».
Io penso che Cossiga sia una persona inqualificabile, umanamente prima che politicamente. Se sa, parli. E ci convinca, con delle prove, che la sua versione è corroborata dai fatti. Se non sa, taccia, e non cerchi per l’ennesima volta di gettare del fango su una vittima.
Oggi era un tripudio, lungo l’autostrada di Fiumicino.
LA GINESTRA
O IL FIORE DEL DESERTO
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive .
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vòti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
Come una nave che emerge dalle nebbie del passato.
La cantavano I Gufi, ma non ho trovato il clip o l’mp3: se qualcuno ce l’ha me lo manda?
Gli autori sono Lunari e Negri: Lunari penso che sia quello di Ghirighiz…
Ecco il testo, intanto:
Non maledire questo nostro tempo
Non invidiare chi nascerà domani,
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam’ voluto
negli anni oscuri senza libertà.
Siamo passati tra le forche e i cannoni
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.
Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina,
di queste mani sporche a una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di sì.
A chi è caduto per la strada noi giuriamo
pei loro figli non sarà così.
Vogliamo un mondo fatto per la gente
di cui ciascuno possa dire “è mio”,
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove il morire sia volontà di dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli.
L’uomo ha due patrie, una è la sua casa,
e l’altro è il mondo, e tutti siam’ fratelli.
Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi,
quando c’è ancora chi di fame muore.
Vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace.
Vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino,
anche se uccide in nome della pace.
L’interpretazione più famosa è questa, di Ray Charles, ma la canzone è di Hoagy Carmichael (musica) e Stuart Gerrell (parole: la scrisse per la sorella di Carmichael, Georgia appunto, nel 1930). Ray Charles la portò al successo nel 1960 e Rolling Stone l’ha messa al 44° posto nella classifica delle più belle canzoni di tutti i tempi.
Dal 7 marzo 1979 è la canzone ufficiale dello Stato della Georgia. Mah.
La cantante italiana Giorgia si chiama così in onore della canzone.
Forse non tutti sanno che la prima cosa che gli Yes nella formazione “classica” (Jon Anderson voce, Bill Bruford batteria e percussioni, Steve Howe chitarra, Chris Squire basso e Rick Wakeman tastiere) hanno registrato è stata America di Paul Simon.
Dedicato a Morgaine.