“Formula sintetica, espressiva e facile da ricordarsi, usata a fini pubblicitari o di propaganda: uno slogan efficace, slogan elettorale” (De Mauro online).
Originariamente sluagh-ghairm significava “grido di battaglia” in scozzese, come composto di due parole gaeliche, sluagh “moltitudine” + gairm “grido”.
Un altro grido di battaglia famoso è l’haka maori degli all blacks.
Da qualche giorno si può scaricare gratuitamente, dal sito della LEGO, il LEGO Digital Designer, che permette di giocare con i celebri mattoncini (e anche con gli omini e tutto il resto) sullo schermo del computer.
Molti romani ne sono a conoscenza, ma per i non romani l’informazione mi sembra irresistibile.
La chiesa di S. Passera, situata tra la riva destra del Tevere e via della Magliana, di fronte alla basilica di S. Paolo fuori le mura, è uno dei più significativi documenti rimasti di un’area fino a pochi decenni fa extraurbana, oggi densamente popolata.
Il curioso nome “Santa Passera” nasce da una distorsione fonetica popolare di “Abbas Cirus” (Padre Ciro), attraverso alcune varianti quali: Abbaciro, Appaciro, Appacero, Pacero, Pacera, ed infine Passera.
Le origini della chiesa non hanno datazione certa. Secondo la tradizione i corpi di due martiri, Ciro e Giovanni, un medico di Alessandria di Egitto e un soldato di Edessa divenuto suo discepolo, furono crocifissi e decapitati a Canopo in Egitto nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano.
S. Cirillo, Patriarca di Alessandria, portò le due salme a Menouthis (l’odierna Abukir), presso la chiesa locale, che da allora divenne uno dei santuari più famosi d’ Egitto.
In seguito i loro corpi sarebbero stati trasportati a Roma, ma la notizia è incerta. Secondo una leggenda trascritta da un tale Gualtiero durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216), nel 407, al tempo degli imperatori Arcadio ed Onorio, due monaci di nome Grimoaldo e Arnolfo tolsero, dopo un sogno premonitore, le salme dei due martiri dall’urna di porfido in cui erano contenuti a Menouthis, ritenendole in pericolo per l’invasione dei Saraceni in Egitto, con lo scopo di portarle al sicuro a Roma. Giunti a Roma, i due monaci furono accolti dalla ricca vedova Teodora, nella sua casa in Trastevere. Durante la notte seguente i due martiri le apparvero in sogno e le ordinarono di trasportare i loro corpi fuori città, nella chiesina che aveva fatto costruire nei suoi possedimenti lungo la via Portuense (l’edificio sorge su un sepolcro romano nella cui cella ipogea si conservano pitture funerarie degli inizi del III secolo).
Quella chiesina era proprio Santa Passera. Per paura di possibili profanazioni, i due corpi furono sotterrati in un luogo segreto sotto l’attuale chiesa.
Secondo l’archeologo ottocentesco Mariano Armellini, invece, Santa Passera Sarebbe una deformazione del nome di Santa Prassede. L’ipotesi non è priva di buone ragioni, vista anche la fitta presenza della santa tra gli affreschi.
A noi piace l’idea che la chiesa testimoni invece il permanere di un antico culto pagano di fertilità (un po’ come quello testimoniato a San Lazzaro di Sàvena da Francesco Guccini), e la suggeriamo come luogo ideale per celebrare i matrimoni.
[Parlato]
Una bolognese me la fate fare? E anche questa è una canzone ecologica. Esisteva in quel di San Lazzaro di Savena, vicino a Bologna, una fiera mercato molti anni fa, di prodotti ortofrutticoli. A quei tempi così belli e felici eccetera non esisteva il denaro e ogni scambio avveniva in natura. E… uno andava là con queste cose, si scambiava e tornava a casa contento, no? La canzone nella fattispecie narra la storia di un giovinetto che va là, con due piccioni da vendere, scambia i due piccioni con la giovinetta con quello che ne segue…
‘A san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
‘a san sté a la Fiera di S. Làsaro, oilì, oilà,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
a’ i’ ò cumpré du’ béi pisòn, com’ eren béii, com’ eren bòn
[parlato]
Molto facile: dice “Sono stato alla fiera di San Lazzaro oilì, oilà, ho comperato due bei piccioni, com’ erano belli, com’ erano buoni!”
La selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà,
[parlato]
Cioè balza una giovinetta
la selta fòra ‘na ragassòla, oilì, oilà…
“Ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn,
“ma c’sa vliv pi ‘du pisòn?”, com’ eren béii, com’ eren bòn…
[parlato]
“Cosa volete per i due piccioni ?” domanda la ragazza. E il giovine che non sa cosa volere… cioè probabilmente il piccione era merce proibita che non poteva essere scambiata in pubblico, difatti i giovani se la scambiano nascostamente
‘A l’a purté dentr’a una pòrta, oilì, oilà,
la portai dentro a una porta, oilì, oilà,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
sò la stanèla, zò i bragòn, com’ eren béii, com’ eren bòn….
[parlato]
Cioè, mi dispiace che voi non abbiate capito, probabilmente: è una danza, una… una danza rituale, fallica, molto antica. “Su la sottana, giù le braghe” dice… la canzone. C’è questo bel movimento così no, “tac tac”. Mentre i giovini sono lì che si scambiano il piccione… compare il terzo incomodo, il voieur, che poi è una voies: che è una laida vecchiaccia.
La sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà.
sélta fòra ‘na brèda v’sciassa, oilì, oilà
“Ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
ma c’sa fé ‘du spurcassciòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”
[parlato]
Molto meravigliata la vecchia, dice: “cosa fate, sporcaccioni!?”. Il giovane sorpreso in questa… ( il pubblico suggerisce “fragranza” ) esatto, batte tutti i… cioè… dicevo ultimamamente che a Monaco non è ancora prevista come.. come specialità olimpionica l’ arcitura della fessa… Sono tre secondi e due… zip! E’ un lampo! Velocissimo. Tre secondi e due decimi. E dice la prima cosa che gli passa per la testa:
Siamo qui che giochiamo alla merla oilì, oilà,
siamo qui che giochiamo alla merla oil…
[parlato]
Ma la vecchia non si fa ingannare da queste cose, la vecchia… eh eh, dice “ragazzo mio, io ai miei eh!”. Dice “voi non state giocando alla merla, buffoncelli! Altro gioco…”
“Seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn,
seh, la merla i mi cojon com’ eren béii, com’ eren bòn…”
[parlato]
Questo stacco della lingua m…i mi … “Cojon, seh la merla i mi cojon” vuol dire “Sì la merla i miei quaglioni”…. I quaglioni sono delle quaglie… La vecchia dice “Sì, la merla i miei quaglioni…”, no? Sii….
Poi la vecchia ricorda, col Leopardi “Le rimembranze” dicevamo, vero?
“Anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oi…
[parlato]
Quando ero giovinazza, no?
anca mè, quand’a l’era giuv’nassa, oilì, oilà…
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn
A’ n’ò ciapé di bi pzulon , com’ eren béii, com’ eren bòn…”
[parlato]
Cioè “ne ho presi dei pezzoloni…” Ora, si ignora esattamente cosa sia il pezzolone. Il pezzolone potrebbe essere… vedi tu, un sacerdote di questo culto piccionico che esisteva a San Lazzaro. Oppure, pare però da alcuni studi più recenti che il pezzolone sia un’ antica misura bolognese: esisteva il braccio, la pertica e il pezzolone, che grosso modo…
Però la vecchia nel finale svela il suo laido retroscena; non nel senso buono della parola, cioè… è discutibile il senso buono…, trattandosi del retroscena della vecchia… Però c’è da spiegare cos’è prima il fittone. Chiamasi “fittone” il normale paracarro, cioè quelle cose così, no…?
“E anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà
e anc’ adesso che son’ una v’sciàssa, oilì, oilà….
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn,
‘a’ m’ la sfrài contr’ i fittòn, com’ eren béii, com’ eren bòn…”
Mi sono preso troppo sul serio in questi giorni, ed ero troppo incazzato.
Un bel respiro profondo e proviamo a sorridere…
Correva l’anno 1978 (oh se correva…). Oltre a Ricky Gianco, i compagni d’avventura erano Gianfranco Manfredi e la PFM.
sto facendo il notiziario cambogiano
da una radio libera, per chi?
il microfono è un po’ fallico però
il potere non ce l’ho no no
circondato dai mass media sulla sedia
io lavoro sempre gratis ma
c’è Antonietta che mi ama e che mi aspetta
tutta notte lei mi ascolterà
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
io c’ho il profugo cileno a casa mia
è arrivato nel ’73
e da allora lui non è più andato via
Antonietta fammi star da te
passa un giorno, passa un mese, passa un anno
l’unità sconfiggerà il padrone
ma Antonietta mi ha buttato per la strada
vuoi vedere che sono io il coglione
compagno sì, compagno no, compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
vado a prendere un po’ d’erba da un amico
ad Antonietta la regalerò
io la lascio chiusa in macchina un secondo
per anadare a bere un buon caffè
quando esco mi han spaccato il finestrino
e un ragazzo sta saltando il muro
come fai a mandare uno a San Vittore
poi finisce che gli fanno il culo
si avvicina un tizio con cravatta e giacca
tira fuori il fototesserino
e mi dice “tu sei uno di sinistra
sta tranquillo sono un celerino
son pulotto sì, ma son del sindacato
forza dimmi cosa ti han rubato”
io gli dico: “lascia perdere compagno
è un problema troppo delicato!”
compagno sì, compagno no. compagno un caz
compagno sì, compagno no, compagno un caz
Non volevo scrivere sul Primo Maggio, non oggi che Roma è percorsa dal corteo del sindacato fascista. Ma poi una coincidenza (un pezzo degli Area emerso casualmente sulla mia playlist) ha scatenato un ricordo (un provocatorio quanto attuale editoriale comparso su il manifesto – che era allora un neonato di pochi giorni – il 1° maggio 1971.
CONTRO IL LAVORO il manifesto
Il primo maggio non è la festa del lavoro, come dice e vuole la liturgia del movimento operaio riformista o clericale. È la festa contro il lavoro: contro il lavoro per ciò che esso è e sarà sempre in una società capitalistica, in una società divisa in classi, in una società mercantile.
Questo i proletari non ci mettono molto a capirlo. E infatti, il solo modo che hanno di celebrare la loro giornata è quello di non lavorare. Il primo maggio è nato ed è vissuto per lunghi anni come uno sciopero, come uno scontro.
Non è una distinzione formale, una sottigliezza ideologica. Il problema del lavoro e dell’atteggiamento verso di esso è sempre stato il nodo profondo del marxismo: la vera discriminazione tra marxismo rivoluzionario e revisionismo.
Qual’è il problema per i revisionisti? Quello di dare al lavoro la giusta remunerazione e di fondare una nuova civiltà del lavoro: chi non lavora non mangia. Qual’è il problema per i rivoluzionari? Quello di abolire il lavoro salariato, cioè, oggi, il lavoro stesso, per costruire una civiltà fondata sulla libera e collettiva attività creatrice e su rapporti non mercificati fra gli uomini: a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità. Qui sta tutta la differenza tra socialismo come società capitalistica meno diseguale e più opulenta, e socialismo come rovesciamento del capitalismo dalle fondamenta.
Non si tratta, per il marxismo, di una ingenuità anarchica, del mito del buon selvaggio. Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro motore della storia, l’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro. Ma proprio col suo lavoro l’uomo ha dominato la natura, ne ha decifrato le leggi, ha trasformato se stesso fino al punto in cui può rovesciare la storia e liberarsi dal lavoro come prima e ultima schiavitù, come qualcosa di estraneo a lui, di accettato per la necessità della sopravvivenza.
Il capitalismo è il momento storico in cui questa contraddizione e la possibilità di superarla maturano insieme. Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e contenuti, una alienazione insopportabile; dall’altro esso ha ormai prodotto un livello di forze produttive, prima fra tutte la capacità razionale dell’uomo, che consente il salto ad un ordine sociale in cui il lavoro, per ciò che è stato fin qui, sia soppresso. Soppresso non per lasciar posto ad un ozio stupido e al faticoso `tempo libero’ — che è solo l’altra faccia del lavoro alienato — ma ad un complesso di libera attività collettiva e di riposo creativo di una nuova capacità. Di tale attività, la produzione materiale dei mezzi di sussistenza può diventare un sottoprodotto naturale, progressivamente affidato alle macchine, che non giustifica assolutamente più né lo sfruttamento economico né la dominazione politica. Questa è l’essenza della rivoluzione comunista, della soppressione della proprietà privata, delle classi e dello stato. Ribellione alla condanna biblica: tu lavorerai con fatica.
Non è un caso che questo nucleo radicale del marxismo sia stato dimenticato o sia rimasto minoritario nel movimento operaio. Gli operai, come tutti gli uomini, possono porsi solo i problemi che sono effettivamente in grado di risolvere. Solo nella nostra epoca, della piena maturità del capitalismo e della sua degenerazione imperialistica, le grandi masse dell’occidente che hanno avuto dallo sviluppo capitalistico tutto ciò che potevano avere pagandolo con lo sfruttamento, e le grandi masse dell’oriente che dal capitalismo potrebbero avere solo fame e guerra, possono porsi realmente il problema del comunismo. Cioè il problema non solo di maggiore consumo e di lavoro sicuro, ma di un diverso significato del lavoro e del consumo. Qual è, se non questo, il senso profondo delle lotte di massa di operai, studenti, intellettuali degli ultimi anni? Qual’è, se non questo, il significato universale della rivoluzione culturale cinese?
Certo, tutto ciò può anche alimentare spinte ingenuamente neoanarchiche, l’illusione che si possa abolire il capitalismo d’un colpo; ribellarsi alla logica della produzione e `rifiutare il lavoro’ con un atto di ribellione soggettivistica e distruttiva; o usare delle macchine e degli uomini così come sono per una organizzazione comunista della società, senza una lunga e faticosa trasformazione delle une e degli altri, senza una società di transizione, e dunque senza organizzazione, violenza, sacrificio, invenzione, educazione. Ma ciò che oggi importa, come importava per Lenin, è cogliere in queste spinte `ingenue’ il nucleo di verità che oggi è maggiore di ieri, e senza del quale non è più possibile sfuggire all’egemonia ideale del capitalismo.
Questo vogliamo ricordare il primo maggio: per riscoprirne fino in fondo il significato di festa politica, di festa rivoluzionaria.
In Irlanda mi avevano insegnato dell’esistenza di Radio Luxembourg, che trasmetteva in onde medie sui 208 KHz (“Green is go! Go with 208”). La sera della domenica a mezzanotte (ora di Greenwich, il che voleva dire l’una per me) c’era la classifica. Nell’autunno nel 1969 comparve una supernova: una cosa da brividi!
La canzone in realtà usci nel Regno Unito l’11 luglio 1969, per sfruttare il clamore dello sbarco sulla luna dell’Apollo 11. Rick Wakeman alle tastiere.
Ground Control to Major Tom
Ground Control to Major Tom
Take your protein pills and put your helmet on
Ground Control to Major Tom
Commencing countdown, engines on
Check ignition and may Thor’s love be with you
This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it’s time to leave the capsule if you dare
This is Major Tom to Ground Control
I’m stepping through the door
And I’m floating in a most peculiar way
And the stars look very different today
For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do
Though I’m past one hundred thousand miles
I’m feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell my wife I love her very much… she knows
Ground Control to Major Tom
Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you….
Here am I floating round my tin can
Far above the moon
Planet Earth is blue
And there’s nothing I can do.
Su YouTube si trova anche questa versione (che sarebbe il video originale): l’arrangiamento è diverso e la voce di Bowie manipolata. La canzone è molto meno “straniata” e mi chiedo se, in questa versione, non sarebbe stata archiviata come una normale canzonetta pop.