Le ferie e la produttività

Oggi è il mio ultimo giorno di ferie, o meglio di queste intermittenti ferie agostane. Lunedì, almeno nelle pubbliche amministrazioni, inizia ufficiosamente la famosa “ripresa autunnale”, quella cosa nell’attesa della quale avevamo rimandato un sacco di cose a luglio. Sono le gioie della procrastinazione, strutturata o meno che sia.

Structured Procrastination

cafepress.com

Forse, allora, vale la pena di riprendere una polemica estiva e far un salomonico esercizio di par condicio.

Andiamo in ordine cronologico.

Gianfranco Polillo

ansa.it

Il 19 giugno 2012, alle 8:41 di un mattino che si avviava a diventare una delle prime giornate torride di questa torrida estate (peraltro iniziata sotto il profilo meteorologico ma non astronomico) – sì, sto parodiando l’incipit de L’uomo senza qualità di Robert Musil – il sotto-segretario all’Economia Gianfranco Polillo aggiunge un altro quarto d’ora alla suo ormai lungo minutaggio di celebrità warholiana. Chi mi segue sa che mi piace risalire alle fonti e, dunque, ecco il lancio dell’ANSA.

Polillo: ‘Sette giorni ferie in meno per alzare Pil’

Sottosegretario: ‘Lavorare una settimana in più per aumentare produttività’

19 giugno, 08:41

(di Francesco Carbone)

Gli italiani vivono al di sopra delle proprie possibilità e fanno troppe ferie. Dovrebbero lavorare almeno una settimana in più per essere più produttivi e ridare fiato al Pil. Il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, lancia una proposta-provocazione che però non trova grandi sostenitori anzi scatena un coro di polemiche. Contrari sono: Cgil, Cisl, Ugl, Confesercenti. Ma anche Pd, Idv, Pdci. Se si attuasse la proposta – sostiene Polillo – si avrebbe un effetto benefico: un punto di Pil in più. Niente male in tempi di recessione quando davanti al Pil c’è sempre il segno meno. C’è però anche un problema di ‘stile di vita’: secondo Polillo infatti “stiamo vivendo sopra le nostre possibilità: per sostenere i nostri consumi interni abbiamo bisogno di prestiti esteri che sono stati pari a 50 miliardi di euro l’anno”. Quindi? “Questo gap lo possiamo chiudere – spiega – o riducendo ulteriormente la domanda interna, inaccettabile per il Paese, oppure aumentando il potenziale produttivo”. Così si potrebbe appunto lavorare di più: “per aumentare la produttività del Paese – spiega – lo choc può avvenire dall’aumento dell’input di lavoro, senza variazioni di costo; lavoriamo mediamente 9 mesi l’anno e credo che ormai questo tempo sia troppo breve”. Quindi secondo Polillo, “se noi rinunciassimo ad una settimana di vacanza avremmo un impatto sul Pil immediato di circa un punto”. Cioé circa 14-15 miliardi. E la proposta non sarebbe neanche troppo ‘invisa’ – secondo Polillo – alle parti sociali: per quanto riguarda i sindacati “è una fase di riflessione, ma devo dire che non sono contrari a questa ipotesi, almeno la parte più avveduta del sindacato che sta riflettendo per conto suo su questo all’interno di tutte le sigle”. E in Cgil: “ci sono settori illuminati e riformisti che ci stanno ragionando”. Ma dalla stessa Cgil il segretario confederale, Fabrizio Solari, parla di “un’uscita confusa, estemporanea e non particolarmente geniale e alla quale manca un naturale complemento: perché non chiedere ai 500 mila lavoratori in cassa di rinunciare ad una settimana di indennità? Per questa via anche le casse dello Stato ne trarrebbero un beneficio. Fuor d’ironia il problema della scarsa produttività italiana è il frutto della sua stessa specializzazione produttiva nonché degli scarsi investimenti. Queste le priorità da affrontare per produrre una crescita del Pil. Di certo la difficoltà del momento impongono a tutti, specie ai membri del governo, di non andare a cercare farfalle sotto l’arco di Tito”. Anche il Segretario Confederale Cisl, Luigi Sbarra, non sembra entusiasta: “se il sottosegretario Polillo vuole lavorare una settimana in più all’anno, cominciasse lui a dare l’esempio”. E dall’Ugl, Giovanni Centrella, protesta: “con questa bufala il governo sembra proprio aver toccato il fondo”. L’idea viene bocciata dal senatore dell’Idv Elio Lannutti che parte all’attacco sul fatto che mediamente gli italiani lavorino 9 mesi l’anno: “probabilmente Polillo si riferisce a se stesso e ai suoi burocrati non certamente a quelli che neanche si possono permettere di andare in ferie”. Infine Confesercenti e Pd:la proposta danneggerebbe il turismo, proprio l’unico settore trainante per uscire dalla crisi. E il Pdci: “nemmeno la finanza creativa di Tremonti sarebbe arrivata a tanto”.

Al di là delle posizioni motivate politicamente o sindacalmente, la proposta di Polillo suscitò anche immediati pareri negativi tra gli economisti e fu oggetto di satira. Per i primi, leggiamo Dario Di Vico sul Corriere della sera:

Se le aziende non hanno mercato tagliare le ferie diventa inutile

Il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo è il re Mida della polemica take away. Ogni tasto che tocca fa esplodere una piccola rissa mediatica che lo ripaga della fatica di essere al governo in compagnia di colleghi di cui spesso non condivide il modo di operare. È successo anche ieri: Polillo ha proposto agli italiani di rinunciare a sette giorni in ferie perché così «avremmo un impatto immediato sul Pil di circa un punto». I sindacati, il Pd e l’Italia dei valori sono immediatamente insorti colpiti dal segno punitivo che la proposta avrebbe nei confronti dei lavoratori. Qualcuno sull’abbrivio ha chiesto persino le dimissioni di Polillo ma il caldo è un grande alibi per tutti. La verità è che in questa fase della Grande Crisi non basta modificare le condizioni dell’offerta (ovvero decidere di lavorare di più) per creare sviluppo. Magari! Il problema sta tutto nella domanda che purtroppo non c’ è e tutto ciò rende purtroppo inutile qualsiasi patto tra i produttori, anche quello taglia-ferie. Se infatti gli operai accettassero di lavorare una settimana in più a reddito invariato le loro aziende non venderebbero automaticamente di più, spalmerebbero solo su più giorni i programmi produttivi necessari a soddisfare un mercato che più pigro di così non potrebbe essere. Non dimentichiamo che oggi la capacità produttiva è utilizzata all’incirca al 70% e la produzione industriale è calata di almeno un quarto. Se proprio volessimo però interpretare lo spirito migliorista della sortita di Polillo dovremmo vincolare la settimana lavorativa sottratta (alle ferie) alla decisione da parte delle aziende di pagare di più i loro operai. In questo caso un pur limitato aumento dei salari potrebbe sostenere i consumi e ridare un po’ d’ ossigeno a quella domanda depressa di cui parlavamo. Ma è evidente che in questo caso a insorgere sarebbero le aziende. Quelle che non hanno bisogno di produrre di più considererebbero lunare l’applicazione salariale del Polillo pensiero, mentre quelle che hanno mercato preferirebbero comunque utilizzare lo strumento dello straordinario piuttosto che negoziare una settimana in più. E del resto già avviene così nelle aziende. Con la piena responsabilizzazione del sindacato.

Per i secondi, Massimo Gramellini su La Stampa:

Il sottosegretario Quaresima

Lo scrivo a voce bassa e raccomandando il massimo riserbo – non vorremo svelare i piani segreti del governo a qualche potenza straniera? – ma il sottosegretario all’Economia con delega alle chiacchiere Polillo ha appena avuto un’idea geniale per far impennare il Pil. Rinunciare a una settimana di ferie. Non lui, gli italiani tutti. Poiché i lavoratori dipendenti godono di tre mesi di vacanze l’anno, ha ragionato il grand’uomo (temo li abbia confusi con i parlamentari), basterebbe offrire alla Patria una settimana di tintarella e l’economia nazionale ripartirebbe a razzo verso il cielo stellato.
Non intendo guastare i sogni di Polillo ricordando che è inutile produrre di più se poi non c’è nessuno a cui vendere e che oggi il problema non è rappresentato da quelli che fanno le ferie, ma da quelli che non le fanno perché hanno perso il lavoro. Mi limito a prendere spunto dall’ultima uscita «tecnica» per invocare dai rispettabili membri del governo un cambio: se non di marcia, almeno di umore. Sarà vero che arriviamo da un carnevale di vent’anni (anche se la maggioranza di noi nemmeno stava sui carri e applaudiva o fischiava la sfilata dal bordo della strada). Ma non mi sembra una buona ragione per sprofondarci in questa quaresima senza pasque, quasi dovessimo espiare una colpa collettiva. Chi lavora, in Italia, lavora tantissimo. Semmai lavora male, a causa della corruzione e della burocrazia, figlie naturali della cattiva politica. Invece di farlo sentire un verme, gli andrebbe restituita una speranza, mandando in ferie non pagate gli ottusocrati e in carcere i ladri.

Ma perché riprendo oggi questa polemica ormai stantia? Perché nel frattempo, negli Stati Uniti, che notoriamente di ferie ne fanno meno di noi, un economista del lavoro di primo piano propone l’esatto opposto: 3 settimane di ferie obbligatorie.

L’autore della proposta è Robert Reich che, sul suo blog, si presenta così:

ROBERT B. REICH, Chancellor’s Professor of Public Policy at the University of California at Berkeley, was Secretary of Labor in the Clinton administration. Time Magazine named him one of the ten most effective cabinet secretaries of the last century. He has written thirteen books, including the best sellers “Aftershock” and “The Work of Nations.” His latest, “Beyond Outrage,” is now out in paperback. He is also a founding editor of the American Prospect magazine and chairman of Common Cause.

E ora leggiamo la sua proposta, pubblicata su Salon il 10 agosto 2012:

Back from three weeks off grid, much of it hiking in Alaska and Australia.
When I left the U.S. economy was in a stall, Greece was on the brink of defaulting, the eurozone couldn’t get its act together, the Fed couldn’t decide on another round of quantitative easing, congressional Democrats and Republicans were in gridlock, much of the nation was broiling, and neither Obama nor Romney had put forward a bold proposal for boosting the economy, slowing climate change, or much of anything else.
What a difference three weeks makes.
Here’s a bold proposal I offer free of charge to Obama or Romney: Every American should get a mandatory minimum of three weeks paid vacation a year.
Most Americans only get two weeks off right now. But many don’t even take the full two weeks out of fear of losing their jobs. One in four gets no paid vacation at all, not even holidays. Overall, Americans have less vacation time than workers in any other advanced economy.
This is absurd. A mandatory three weeks off would be good for everyone — including employers.
Studies show workers who take time off are more productive after their batteries are recharged. They have higher morale, and are less likely to mentally check out on the job.
This means more output per worker — enough to compensate employers for the cost of hiring additional workers to cover for everyone’s three weeks’ vacation time.
It’s also a win for the economy, because these additional workers would bring down the level of unemployment and put more money into more people’s pockets. This extra purchasing power would boost the economy overall.
More and longer vacations would also improve our health. A study by Wisconsin’s Marshfield Clinic shows women who take regular vacations experience less tension and depression year round. Studies also show that men who take regular vacations have less likelihood of heart disease and fewer heart attacks.
Better health is not just good for us as individuals. It also translates into more productive workers, fewer sick days, less absenteeism. And lower healthcare costs.
In other words, a three-week minimum vacation is a win-win-win — good for workers, good for employers, and good for the economy.
And I guarantee it would also be a winner among voters. Obama, Romney — either of you listening?

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