Tiresia e la sinestesia

Un tema che mi ha sempre affascinato è quello della sinestesia e un mito che mi ha sempre affascinato è quello di Tiresia. Ma a parte il fatto che fanno apparentemente rima (ma soltanto per chi non sa che l’accento cade diversamente) le due cose hanno ben poco in comune e quindi devo spiegare il nesso che ho trovato.

Ma andiamo in ordine perché c’è un groviglio o gnommero da dipanare, ed è opportuno farlo in modo più accorto di Tiresia. Cominciamo dal significato di sinestesia, dal Vocabolario Treccani:

  1. Nel linguaggio medico, termine abitualmente adoperato per designare il fenomeno psichico consistente nell’insorgenza di una sensazione (auditiva, visiva, ecc.) in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa e, più in partic., nell’insorgenza di una immagine visiva in seguito a uno stimolo generalmente acustico (audizione colorata), ma anche tattile, dolorifico, termico; tale fenomeno può verificarsi sia in condizioni di normalità, specie nei soggetti giovani, sia sotto l’influsso di particolari sostanze tossiche (per es., la mescalina). Con lo stesso termine si indica anche un disturbo neurologico, dovuto a lesioni cerebrali o delle strutture nervose periferiche, consistente nella percezione di una stimolazione in una zona lontana dal punto ove questa viene esercitata.
  2. Nel linguaggio della stilistica e della semantica, particolare tipo di metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse (per es., silenzio verde nel sonetto «Il bove» di Carducci, colore squillante, voce calda); quando l’accostamento non è occasionale ma tende a ripetersi (per varie contingenze storico-culturali e stilistiche) può determinarsi un mutamento semantico, può nascere cioè una nuova accezione della parola (per es., il lat. clarus, etimologicamente appartenente alla sfera sensoriale auditiva, è passato alla sfera visiva, e tale è il suo valore fondamentale nel latino classico e nelle lingue romanze, nelle quali, a partire dal linguaggio musicale, ha nuovamente assunto una accezione acustica, come in suoni chiari, voce chiara).

Il mito di Tiresia è una storia più lunga, che si racconta in modi diversi da molto tempo. Per pura pigrizia (ho il sito Treccani aperto in una scheda del browser) cominciamo dalla sintesi che ne fa l’Enciclopedia Treccani:

Tiresia (gr. Τειρεσίας). Mitico indovino cieco, appartenente alla stirpe degli Sparti (i nati dalla terra, che si ritenevano i fondatori di Tebe). Compare già nell’Odissea, quando Ulisse, sceso nell’Ade, lo interroga e ne riceve profezie; ha inoltre ampia parte nella leggenda tebana. Secondo una tradizione, fu privato della vista da Era, perché, interrogato dalla dea, affermò che nel rapporto sessuale la donna gode di più; secondo altri, Atena lo avrebbe reso cieco perché vista da lui nuda al bagno. In entrambi i casi compenso per la perduta vista corporea sarebbe stata la facoltà divinatoria. Secondo un’altra versione, la cecità fu la punizione per il fatto che, come indovino, Tiresia rivelava i segreti degli dei. La sua morte è connessa con la presa di Tebe da parte degli Epigoni.

Recentemente (tutto è relativo: recentemente rispetto a Omero o a Ovidio) anche se forse non del tutto fedelmente l’ha raccontata Primo Levi nel suo La chiave a stella [Levi, Primo (1978). La chiave a stella. Torino: Einaudi. 1978. pp. 49-51]:

[…] non ho potuto resistere alla tentazione di raccontargli la storia di Tiresia.
Ha mostrato un certo disagio quando gli ho riferito che Giove e Giunone, oltre che coniugi, erano anche fratello e sorella, cosa su cui di solito a scuola non si insiste, ma che in quel ménage doveva pur avere una qualche importanza. Invece ha manifestato interesse quando gli ho accennato alla famosa disputa fra di loro, se i piaceri dell’amore e del sesso fossero più intensi per la donna o per l’uomo: stranamente, Giove attribuiva il primato alle donne, e Giunone agli uomini. Faussone ha interrotto:
«Appunto, è come dicevo prima: per decidere, ci voleva uno che avesse provato che effetto fa a essere uomo e anche a essere donna; ma uno così non c’è, anche se ogni tanto si legge sul giornale di quel capitano di marina che va a Casablanca a farsi fare l’operazione e poi compera quattro figli. Per me sono balle dei giornalisti».
«Probabile. Ma a quel tempo pare che l’arbitro ci fosse : era Tiresia, un sapiente di Tebe, in Grecia, a cui molti anni prima era successo un fatto strano. Era uomo, uomo come me e come lei, e una sera d’autunno, che io m’immagino umida e fosca come questa, attraversando una foresta, ha incontrato un groviglio di serpenti. Ha guardato meglio, e si è accorto che i serpenti erano solo due, ma molto lunghi e grossi: erano un maschio e una femmina (si vede che questo Tiresia era un bravo osservatore, perché a distinguere un pitone maschio da una femmina io non so proprio come si faccia, specialmente di sera, e se sono aggrovigliati, che non si vede dove finisce uno e dove incomincia l’altro), un maschio e una femmina che stavano facendo l’amore. Lui, o che fosse scandalizzato, o invidioso, o che semplicemente i due gli sbarrassero il cammino, aveva preso un bastone e aveva menato un colpo nel mucchio: bene, aveva provato un gran rimescolio, e da uomo si era ritrovato donna».
Faussone, a cui le nozioni di origine umanistica mettono addosso il morbino, mi ha detto sogghignando che una volta, e neanche tanto lontano dalla Grecia, cioè in Turchia, anche lui aveva incontrato in un bosco un groviglio di serpenti: ma non erano due, erano tanti, e non pitoni, ma biscie. Sembrava proprio che stessero facendo l’amore, alla sua maniera, tutti intortigliati, ma lui non aveva niente in contrario e li aveva lasciati stare: «però, adesso che la machiavella la so, quest’altra volta che mi capita quasi quasi provo anch’io».
«Dunque, questo Tiresia pare che sia rimasto donna per sette anni, e che anche come donna abbia fatto le sue prove, e che passati i sette anni abbia di nuovo incontrati i serpenti; questa volta, sapendo il trucco, la bastonata gliel’ha data a ragion veduta, e cioè per ritornare uomo. Si vede che, tutto compreso, lo riteneva più vantaggioso; tuttavia, in quell’arbitrato che le dicevo, ha dato ragione a Giove, non saprei dirle perché. Forse perché come donna si era trovato meglio, ma limitatamente alla faccenda del sesso e non per il resto, se no è chiaro che sarebbe rimasto donna, cioè non avrebbe dato la seconda bastonata; o forse perché pensava che a contraddire Giove non si sa mai cosa può succedere. Ma si era messo in un brutto guaio, perché Giunone si è offesa…»
«Eh già: fra moglie e marito…»
«…si è offesa e lo ha reso cieco, e Giove non ha potuto farci niente, perché pare che a quei tempi ci fosse questa regola, che i malanni che un dio combinava ai danni dei mortali, nessun altro dio, neppure Giove, li poteva cancellare. In mancanza di meglio, Giove gli ha concesso il dono di prevedere il futuro: ma, come si vede da questa storia, era troppo tardi».

Flickr / © Tutti i diritti riservati a svizzero (Vanni)

Con la maestria che già gli conosciamo, nel terzo libro delle sue Metamorfosi (sì, perché anche mutarsi di maschio in femmina, e viceversa, è pur sempre una metamorfosi), Ovidio la racconta così:

Dumque ea per terras fatali lege geruntur
tutaque bis geniti sunt incunabula Bacchi,
forte Iovem memorant diffusum nectare curas
seposuisse graves vacuaque agitasse remissos
cum Iunone iocos et ‘maior vestra profecto est,               320
quam quae contingit maribus’ dixisse ‘voluptas.’
illa negat. placuit quae sit sententia docti
quaerere Tiresiae: Venus huic erat utraque nota.
nam duo magnorum viridi coeuntia silva
corpora serpentum baculi violaverat ictu               325
deque viro factus (mirabile) femina septem
egerat autumnos; octavo rursus eosdem
vidit, et ‘est vestrae si tanta potentia plagae’
dixit, ‘ut auctoris sortem in contraria mutet,
nunc quoque vos feriam.’ percussis anguibus isdem               330
forma prior rediit, genetivaque venit imago.
arbiter hic igitur sumptus de lite iocosa
dicta Iovis firmat: gravius Saturnia iusto
nec pro materia fertur doluisse suique
iudicis aeterna damnavit lumina nocte;               335
at pater omnipotens (neque enim licet inrita cuiquam
facta dei fecisse deo) pro lumine adempto
scire futura dedit poenamque levavit honore.

E cioè, per tutti noi che non abbiamo mai studiato il latino, oppure l’abbiamo studiato e dimenticato, in traduzione italiana:

Mentre in terra avvenivano per volere del fato queste cose
e l’infanzia di Bacco, tornato a nascere, scorreva tranquilla,
si racconta che, reso espansivo dal nèttare, per caso Giove
bandisse i suoi assilli, mettendosi piacevolmente a scherzare
con la sorridente Giunone. “Il piacere che provate voi donne”, le disse,
“è certamente maggiore di quello che provano i maschi.”
Lei contesta. Decisero di sentire allora il parere
di Tiresia, che per pratica conosceva l’uno e l’altro amore.
Con un colpo di bastone aveva infatti interrotto
in una selva verdeggiante il connubio di due grossi serpenti,
e divenuto per miracolo da uomo femmina, rimase
tale per sette autunni. All’ottavo rivedendoli nuovamente:
“Se il colpirvi ha tanto potere di cambiare”, disse,
“nel suo contrario la natura di chi vi colpisce,
vi batterò ancora!”. E percossi un’altra volta quei serpenti,
gli tornò il primitivo aspetto, la figura con cui era nato.
E costui, scelto come arbitro in quella divertente contesa,
conferma la tesi di Giove. Più del giusto e del dovuto al caso,
a quanto si dice, s’impermalì la figlia di Saturno e gli occhi
di chi le aveva dato torto condannò a eterna tenebra.
Ma il padre onnipotente (giacché nessun dio può annullare
ciò che un altro dio ha fatto), in cambio della vista perduta,
gli diede scienza del futuro, alleviando la pena con l’onore.

Io, per parte mia, vi dico subito che alla storia di Giunone (era Era nell’era antico-greca) che s’impermalisce non ci ho mai creduto. Penso piuttosto che volesse tenere segreta la circostanza della maggiore intensità del piacere femminile nella specie umana, un po’ per la volontà di tenersi ben stretto un segreto in un campo (all’epoca uno dei pochi) in cui la superiorità femminile era consolidata anche se ignota, un po’ temendo – ben conoscendo i maschi umani e olimpici – che avrebbero ben presto abbandonato ogni occupazione produttiva per dedicarsi alla ricerca di serpenti in copula, alternativamente per abbeverarsi alla fonte di un piacere più intenso e poi per tornare ai privilegi maschili una volta soddisfatta la propria foia…

Il mito di Tiresia, piuttosto, testimonia della curiosità di mettersi nella pelle degli altri o delle altre anche nelle fantasie sessuali, oltre che nell’operare dei famosi neuroni-specchio. E poi lo sanno tutti che gli eccessi sessuali indeboliscono la vista.

Il segreto di Tiresia non è rimasto tale per sempre. La moderna fisiologia ha scoperto che l’orgasmo maschile dura tra i 3 e i 10″ (ma la mediana è molto più vicina ai 3″ che ai 10″), mentre quello femminile dura in media 20″: non lo dico io, lo dice Wikipedia con una sacco di bibliografia di corredo. Ma naturalmente, la durata dell’orgasmo non vuol dire niente – potrebbero continuare a discutere in eterno Zeus ed Era, che tanto sono immortali e del passare il tempo in dispute oziose non gliene frega niente – perché si deve prendere in considerazione il numero delle contrazioni pelviche e la loro frequenza (8–13 Hz, ci informa zelante Wikipedia), e anche la probabilità di raggiungere l’orgasmo durante la stimolazione sessuale (prossima a 1 nel maschio, più bassa nella femmina). Eccetera eccetera eccetera.

Il mio piccolo contributo (piccolo e rispettoso, per amor degli olimpici dei, che già ci vedo maluccio anche senza il loro intervento) è stimolato dall’incontro fortuito, nella mia rete neuronale, tra il ricordo d’un’antica partner che mi parlava della sensazione dell’allargarsi dello spazio che provava durante l’orgasmo e la scoperta, fatta alcuni giorni fa leggendo un bel libro sulla storia della lettura [Fischer, Steven Roger (2003). A History of Reading. London: Reaktion Books. 2012. pos. 5751], che “[f]or each male there are six female synæsthetes”. Si parla della lettura, ma quello che è vero potrebbe esserlo anche per il piacere sessuale,e aggiungere molte dimensioni percettive all’orgasmo femminile. Prosit.

* * *

In modo del tutto incongruo, mi permetto di segnalare – soprattutto a me stesso – 3 citazioni che mi sono ritrovato segnato sulla mia edizione de La chiave a stella, letta da me nel 1978.

[…] diceva che il pane del padrone ha sette croste, e che è meglio essere testa d’anguilla che coda di storione […] [p. 87]

Io sulle prime credevo che fosse una ragazza un po’ strana, perché non avevo esperienza e non sapevo che tutte le ragazze sono strane, o per un verso o per un altro, e se una non è strana vuol dire che è ancora più strana delle altre, appunto perché è fuori quota, non so se mi spiego. [p. 133]

[…] sembrava un gatto ramito, sì, uno di quei gatti che prendono il vizio di mangiar le lucertole, e allora non crescono, vengono malinconici, non si lustrano più il pelo, e invece di miagolare fanno hhhh. [pp. 143-144]

3 Risposte to “Tiresia e la sinestesia”

  1. Lavorare sulle fasce « Sbagliando s'impera Says:

    […] L’idealtipo di questi operai, per me almeno, è il Tino Faussone di La chiave a stella di Primo Levi, di cui abbiamo parlato qui: […]

  2. Sviatoslav Richter – 16 settembre 1992 | Sbagliando s'impera Says:

    […] della chiesa è molto secca, o fredda: scegliete voi la vostra sinestesia. Forse sono tutti quei marmi, forse la totale assenza di superfici curve, che è una caratteristica […]


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