Luigi Siciliani – Di sera

Per anni sono stato perseguitato da una falsa memoria, o da una memoria imprecisa. Sia come sia, non cambiano i risultati.

Dovevo aver letto, su una qualche antologia della letteratura italiana del ginnasio o del liceo, una poesia che mi piaceva molto.

wikimedia.org/wikipedia

Forse l’avevo anche imparata a memoria come compito a casa: alle medie l’indimenticabile e indimenticato professor Brivio e, al ginnasio, l’altrettanto indimenticabile e indimenticato Padre Egidio Edini ci facevano studiare le poesie a memoria. E, con il senno di poi naturalmente, sono loro molto grato. Il primo dei due, una volta che mi ero giustificato per non aver saputo recitare l’inno alla carità della 1ª lettera di Paolo ai Corinzi raccontando che avevo dovuto studiare il pianoforte (ma come si fa a far studiare una cosa così, mi dicevo, che non ha né rime né ritmo?), mi ammonì: «Sì, continua così, studia pure piano», provocando le risate di scherno di tutta la classe. Me l’ero cercata.

Forse l’avevo semplicemente imparata a memoria perché mi piaceva. Fatto sta che il distico iniziale («Non s’ode singulto di fonte / non alito s’ode di vento») non l’ho più dimenticato (il resto sì, lo confesso). Mi piaceva soprattutto il chiasmo s’ode : singulto :: alito : s’ode, che trovavo (e trovo) semplice ed elegantissimo. E mi piaceva anche la tematica, così semplice e pascoliana.

Qui sta il problema. Non avevo dubbi: era una poesia di Giovanni Pascoli. Non una delle più famose, magari, in qualche raccolta un po’ oscura. Ma i temi cari a Giovanni Pascoli c’erano tutti: il respiro della notte, il mondo contadino, il bimbo, il cavallo. Però, per quanto la cercassi, questa poesia di Pascoli, non la trovavo. Prima con i mezzi antichi (scartabellando nei libri di casa, perché mia madre – professoressa e laureata in lettere – aveva Myricae e i Canti di Castelvecchio in edizioni originali, vagamente liberty), più di recente con i motori di ricerca. Niente. Neanche su liberliber.it, dove pure ci sono tutte le poesie di Pascoli. Tutte, cioè, tranne la mia.

L’altro giorno, un’altra annoiata ricerca su Google: bingo! eccola qui! Ma non è una poesia di Pascoli, è di Luigi Siciliani, che di Pascoli fu un talentuoso ma dimenticato discepolo.

Cominciamo dalla biografia, che traggo da Wikipedia:

Luigi Siciliani nacque a Cirò da nobile famiglia il 15 febbraio 1881. Dopo avere studiato nel Liceo di Catanzaro si trasferì al Collegio Nazareno di Roma, dove ancora giovanissimo iniziò la sua brillante attività letteraria. Conseguì la laurea in giurisprudenza e quella in lettere.
Si unì in matrimonio con Ermelinda D’Angelo e nel 1907 si trasferì a Milano dove fondò, con Gualtiero Castellani, Enrico Corradini, Scipio Sighele, Luigi Federzoni ed altri, l’Associazione Nazionalista Italiana ed il settimanale interventista “Il Tricolore”, grazie al quale esercitò un’attiva propaganda patriottica.
Accorse volontario allo scoppio della prima guerra mondiale, visse in trincea, partecipò alla battaglia che fu detta di Santa Gorizia e dopo avere raggiunto il grado di capitano di fanteria fu chiamato al Comando supremo e destinato alla propaganda.
A lui fu attribuito il Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918 firmato da Armando Diaz (bollettino il cui testo è, invece, opera del fratello generale Domenico Siciliani). A guerra finita proseguì l’attività politica nell’Associazione Nazionalista Italiana (che poi si fuse col Partito Nazionale Fascista), partecipò con Gabriele D’Annunzio, al quale era legato da fraterna amicizia, alla leggendaria impresa di Fiume e nel 1919 fu eletto Deputato a Catanzaro in una lista di reduci e combattenti.
Alla Camera dei deputati fece parte del gruppo di Rinnovamento e fu uno dei 15 deputati che votò contro il Trattato di Rapallo. Confermato nella legislatura successiva fece parte del Gruppo Nazionalista del quale fu anche vice presidente. Nel 1922-23 fu Sottosegretario alla Pubblica Istruzione e Belle Arti nel governo Facta II e mantenne tale incarico anche nel governo Mussolini.
È sepolto nel cimitero di Cirò e nel maggio del 2013 i suoi resti sono stati spostati un ossario.

Un bel tipino, insomma. D’altra parte, il mite Pascoli si esaltò per la conquista della Libia nel 1911 al punto da scrivere «La grande proletaria s’è mossa», in cui la grande proletaria era l’Italietta scopertasi imperialista: il discorso fu pronunciato al Teatro comunale di Barga il 21 novembre 1911 e pubblicato su «La Tribuna» del 27 novembre dello stesso anno. Molti sostengono (per l’esattezza: mia madre la professoressa sostiene) che fu da questo discorso che Mussolini trasse l’iscrizione sul Palazzo della civiltà del lavoro:

Un popolo di poeti di artisti di eroi
di santi di pensatori di scienziati
di navigatori di trasmigratori

Questo, invece, il Pascoli:

Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d’Italia.

Giudicate voi. Per me c’è una rassomiglianza nemmeno troppo fedele. Al più, somiglianze di famiglia wittgensteiniane.

wikimedia.org/wikipedia

La corrispondenza tra Luigi Siciliani e Giovanni Pascoli la potete trovare qui – caso mai vi pungesse vaghezza.

Ma prima di farvi leggere l’agognata poesia, lasciatevi raccontare un altro piccolissimo aneddoto. Quando ho letto Luigi Siciliani e Cirò mi si è accesa una lampadina. Una ventina d’anni fa avevo fatto una ricerca per la neonata Associazione industriali di Crotone (il lavoro, regolarmente consegnato, se non ricordo male, non fu poi retribuito per non so più quale divergenza d’opinioni tra finanziatori del progetto) e, dopo una riunione a Crotone, fummo invitati nella bella villa di Luigi Siciliani, il nipote, produttore di vino e magnate locale. L’ospitalità fu sontuosa e squisita. Il vino e il riso abbondarono entrambi, un testa a testa da perderci la testa. Ma se avessi saputo che calcavo le pietre su cui aveva camminato un poeta che avevo tanto amato mi sarei emozionato molto di più.

archividifamiglia.it

La poesie Di sera è tratta dalla raccolta Arida nutrix del 1912 (la trovate integralmente qui):

Non s’ode singulto di fonte,
non alito s’ode di vento;
si distacca l’ombra dal monte:
su me, sulle cose la sento.

La notte discende tra poco:
nell’aria c’è il lento suo passo.
Risplende di qua e di là fuoco
di stoppie. Seduto sul sasso,

che fu mio cavallo quand’ero
un piccolo bimbo loquace,
interrogo adesso il mistero
notturno che sale e che tace.

A me, ancora oggi, pare un piccolo capolavoro. Più che degno di Giovanni Pascoli, a mio parere il poeta migliore di quegli anni. E anche con un piccolo sentore del D’Annunzio de La sera fiesolana:

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

2 Risposte to “Luigi Siciliani – Di sera”

  1. Carla Caprara Siciliani Says:

    Mi sono imbattuta , per caso, nel suo scritto su Luigi Siciliani e volevo Lei sapesse che il poeta continua a riposare dove è sempre stato : nella tomba di famiglia a Cirò. Cordialità, Carla Caprara Siciliani
    p.s. l’ “ossario” mi fa pensare a una..cancellazione del ricordo…
    13.04.2014


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