Santo Piazzese – Blues di mezz’autunno

Piazzese, Santo  (2013). Blues di mezz’autunno. Palermo: Sellerio. 2013. ISBN 9788838931093. Pagine 161. 12,00 €

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Una quindicina di anni fa, Santo Piazzese è stato un caso letterario. Nel 1994 aveva visto la luce il Commissario Montalbano di Camilleri (La forma dell’acqua) e aveva avuto un immediato e duraturo (e tuttora perdurante) successo. La stessa casa editrice di Montalbano, Sellerio di Palermo, propose pochi anni dopo (era il 1998) I delitti di via Medina-Sidonia di Santo Piazzese: delitti scritti e descritti da uno scrittore siciliano: facile farne il nuovo Montalbano, o il contro-Montalbano.

Ma era sufficiente iniziare la lettura per capire che ci si trovava di fronte più a un anti-Montalbano che a un Montalbano 2.0: tanto la scrittura di Camilleri è intessuta di forme ed espressioni dialettali, tanto quella di Piazzese è italiana e sottilmente esterofila; tanto l’ambientazione di Vigata è provinciale e rurale, tanto quella di Piazzese è metropolitana tinta di noir; tanto Mantalbano è un uomo della legge e un professionista scrupoloso anche se sui generis, tanto Lorenzo La Marca è uno svogliato dilettante.

Io che – come ormai sanno i frequentatori abituali delle recensioni di questo blog – non sono un lettore abituale del genere giallo e dei suoi sobborghi (anche se le mie letture più recenti potrebbero far supporre una conversione), sono venuto in contatto con Santo Piazzese qualche anno dopo, grazie al regalo che una carissima amica mi fece per le feste di fine anno del 2002.

La scrittura di Piazzese mi è subito piaciuta, per il tono scanzonato, il senso dell’ironia e il gusto della battuta. Il personaggio di Lorenzo La Marca – trasparente alter ego dell’autore – ex-sessantottino, svogliato ricercatore universitario, flâneur di professione, collezionista appassionato di fascini femminili, detective per caso era proprio riuscito e simpatico. Il caso – che amici palermitani mi confermarono essere basato su fatti realmente accaduti – era appassionante.

Ho letto in rapida successione i due romanzi successivi di Santo Piazzese: il vantaggio di incontrare un autore tardivamente è che non devi aspettare che pubblichi nuovi romanzi. Gli altri due capitoli della trilogia erano già stati pubblicati e per la fine di marzo del 2003 avevo letto tutto:  La doppia vita di M. Laurent (che mi era piaciuto un po’ meno del primo) e Il soffio della valanga (che invece mi era piaciuto moltissimo, benché, o forse proprio perché, il protagonista non fosse più Lorenzo La Marca ma il saturnino commissario Spotorno).

Poi Santo Piazzese è svanito dall’orizzonte ottico, come direbbe Ivano Fossati. Mi è dispiaciuto, ma me ne sono fatto una ragione: forse non aveva più storie da raccontare, o aveva altre priorità nella vita. Càpita ai blogger, capiterà anche agli scrittori “veri”, mi sono detto.

Poi la stessa amica che mi aveva regalato Il soffio della valanga (che chiameremo amica A. per distinguerla da quella che mi aveva regalato I delitti di via Medina-Sidonia, che potremmo chiamare amica B. ma invece chiameremo amica P.) mi ha regalato questo Blues di mezz’autunno.

Wow!, mi sono detto. Ho subito telefonato ad A. per ringraziarla e mi sono messo a leggere. E via via che leggevo cresceva la delusione. Il libro è scritto in prima persona singolare e la voce è quella inconfondibile di Lorenzo La Marca, ma è se possibile più compiaciuta dei suoi vezzi e piena di lamarchismi e freddure. Dopo una lunga introduzione-cornice di una trentina di pagine (ma il testo è poco più lungo di 150, e quindi stiamo parlando di un quinto del libro), inizia un lungo flash-back dove incontriamo il La Marca da giovane, al terz’anno di università, impegnato nella ricerca sul campo (o meglio sul mare) che lo avrebbe portato alla tesi di laurea. La parte dedicata alla vita sul motopeschereccio Santa Ninfa ci porta a metà libro. Restano poco più di 75 pagine per raccontare la vita sulla piccola isola di Spada dei Turchi (che gli amici palermitani mi dicono essere esemplata soprattutto su Levanzo, con qualche elemento di Marettimo). E per svelare il suo mistero.

Sì, mi aspettavo un mistero, perché le note di copertina dicono:

[Sulla Spada dei Turchi ci] vivevano «gli stravaganti» – così gli altri isolani chiamavano la colonia di individui finiti là, ognuno venuto da lontano, ognuno per ragioni diverse, qualcuno a viverci stabilmente, altri a ricercare periodicamente se stessi. Gravitavano intorno a un bar dal nome incongruo, fondato nel dopoguerra da un friulano precipitato in quello scoglio insieme alla moglie bellissima. Ma non si può dire che fossero un gruppo, sembrando tutti lasciati lì dalla risacca della vita.
O così piace immaginare a La Marca che comincia a carezzare discretamente le storie e i segreti di quel pezzo di mondo, così angusto per i corpi e sconfinato per le menti, che lo illude che il suo centro autentico sia lì. Fino a quando un fatto vero vi precipita e un segreto vero si squarcia. Come se La Marca l’avesse desiderato e temuto insieme, per molto tempo.
In questo lungo racconto di mare e di costa, calibratissimo tra l’ironia la nostalgia e la tensione, si narra insieme la formazione di un uomo e la nascita di un personaggio, l’una attraverso l’altra reciprocamente, esercizio di letteratura e di letteratura sulla letteratura. Il cui cuore pulsante potrebbe essere la forza ambigua del mistero, di cui si spera e si teme la soluzione.

Un momento: un fatto vero vi precipita? un segreto vero si squarcia? la forza ambigua del mistero, di cui si spera e si teme la soluzione? Una beatissima minchia, direbbe forse Salvo Montalbano.

Qui c’è una bella storia di nostalgia, ben raccontata, ma il mistero è tutto un pretesto. In fin dei conti, le note di copertina sono oneste: il cuore pulsante del romanzo potrebbe essere la forza ambigua del mistero. Potrebbe essere, ma non è.

Le ragioni del marketing, mi direte. Piazzese è giunto alla fama come scrittore di noir metropolitani e il mistero ci deve essere. Non mi convincerete: resto deluso e critico.

Piazzese è abbastanza onesto nella Nota dell’autore che chiude il volumetto. Ci informa che la storia di «Blues di mezz’autunno è la logica evoluzione di un racconto», L’estate di San Martino, pubblicato nel 2001 in francese e poi in italiano, ma scritto in precedenza, come tentativo di evasione dal personaggio di Lorenzo La Marca (tentativo non riuscito, come è agevole comprendere). «Il racconto – continua Piazzese – era molto piaciuto a Elvira Sellerio, che più di una volta mi aveva sollecitato a ricavarne qualcosa di più compiuto. […] L’occasione si è presentata quando l’Editore mi ha proposto la stesura di un racconto per un’antologia estiva. […] Il racconto però mi ha preso la mano, e alla fine mi sono imbattuto in un “oggetto letterario” il cui titolo alternativo avrebbe potuto anche essere: Per un ritratto del protagonista da giovane

Sì, sarebbe stato un titolo più vicino alla natura e al contenuto del testo. Che, per di più, ci avrebbe guadagnato se fosse restato nella forma e nelle dimensioni del racconto lungo, senza l’inutile parte iniziale, che si muove su un registro molto differente da quello della nostalgia. Già, ma i libretti di 120 pagine sono difficili da vendere. E quando l’Editore chiede, l’Autore, anche il più indisciplinato, obbedisce.

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