Il borsino del voto eguale secondo Renzi

1 vale 1?

No, al borsino di ieri valeva 0, 44.

A quello di oggi è salito a 0,48.

wikimedia.org/wikipedia/commons

Nel mio post di ieri (Profonda distonia [2]) proponevo un semplice calcolo sull’entità della distorsione del principio costituzionalmente sancito al voto eguale (art. 48 Cost.). Per vostra comodità – dato che quel post è molto lungo – riprendo e aggiorno la mia argomentazione.

La Corte costituzionale, nelle motivazioni della sentenza sull’incostituzionalità del Porcellum, sviluppa questa argomentazione per spiegare come l’Assemblea costituente non avesse voluto, nemmeno implicitamente, esprimere una preferenza per il sistema proporzionale:

  1. L’eguaglianza del voto deve esserci al momento dell’esercizio dell’elettorato attivo (traduzione per i non-giuristi: nel momento in cui vai a votare, deve essere garantito che uno vale uno).
  2. Quando si calcola quanti e quali sono gli eletti, il risultato (La corte dice: «risultato concreto della manifestazione di volontà dell’elettore») dipende dal sistema elettorale adottato (traduzione per i non-giuristi: dopo il voto, quando assegno i seggi, a seconda del sistema adottato, si può verificare uno scarto rispetto al principio «uno vale uno»).
  3. Questa argomentazione, ripetuta nella sentenza sul Porcellum, era già stata sviluppata dalla Corte nella sentenza  n. 43 del 1961.
  4. Nel riprenderla adesso la Corte chiosa: in qualsiasi sistema elettorale è presente «una distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi».
  5. Lo riconosco anch’io: questo è vero, anche se in misura limitata, anche nei sistemi proporzionali, per effetto del disegno dei collegi e della distribuzione della popolazione sul territorio. Ma si tratta – come vedremo – di scarti minimi.
  6. E comunque, fatta questa affermazione di principio, la Corte se ne allontana nel dichiarare l’illegittimità del Porcellum, con specifico riferimento al premio di maggioranza:
    «Il meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza prefigurato dalle norme censurate, inserite nel sistema proporzionale introdotto con la legge n. 270 del 2005, in quanto combinato con l’assenza di una ragionevole soglia di voti minima per competere all’assegnazione del premio, è pertanto tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto (art. 48, secondo comma, Cost.). Esso, infatti, pur non vincolando il legislatore ordinario alla scelta di un determinato sistema, esige comunque che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961)».
  7. Quindi (traduzione per i non-giuristi): una distorsione c’è sempre, ma se lo scarto è troppo ampio viola il principio del voto eguale.

Fin qui la Corte.

Adesso 2 conti sul retro di una busta, per vedere l’entità della distorsione prodotta dall’Italicum.

Alle ultime elezioni (quelle della primavera 2013) gli aventi diritto al voto erano circa 51 milioni e dovevano eleggere, alla Camera, 630 deputati (trascuriamo gli italiani all’estero, per semplicità). Facciamo conto che alle prossime elezioni questi numeri siano rimasti invariati.

In un sistema proporzionale puro, come quello con cui abbiamo votato tra il 1948 e il 1994, servirebbero poco meno di 81.000 voti per eleggere un deputato (naturalmente con un po’ di oscillazioni sopra e sotto questo valore, per effetto della sempre presente «distorsione fra voti espressi ed attribuzione di seggi»).

Nel meccanismo uscito dall’incontro Renzi-Berlusconi, al raggiungimento della soglia del 35% gli elettori della coalizione vincente eleggerebbero 347 deputati con 17.850.000 voti. Cioè basterebbero 52.000 voti per eleggere un deputato della coalizione vincente. Invece, gli elettori della o delle coalizioni perdenti eleggerebbero 283 deputati con 33.150.000 voti. Cioè sarebbero loro necessari 117.000 voti per eleggere un deputato. È un rapporto di 1 a 2,3. Cioè (al netto di tutti gli altri elementi di distorsione, come le soglie di sbarramento) se il voto dell’elettore della coalizione vincente vale 1, quello dell’elettore dell’opposizione varrebbe 0,44. Altro che 1 vale 1.

Ieri (28 gennaio 2014) c’è stata (forse, perché forse se l’è rimangiata) la grande concessione berlusconiana: l’innalzamento della soglia per far scattare il premio di maggioranza dal 35% al 37%. Il meccanismo diventa più equo? Rifacciamo i conti. Adesso servirebbero 54.500 voti per eleggere un deputato della coalizione vincente e 113.000 per eleggerne uno dei perdenti. Il rapporto di distorsione si abbassa da 1 a 2,3 a 1 a 2,1. Il valore del voto dell’elettore che ha votato i perdenti vale 0,48, da 0,44 che era.

Sarò incontentabile, ma non mi pare risolutivo. Anzi, mi sento anche un po’ preso per i fondelli.

Vi terremo aggiornati sui prossimi sviluppi, aggiornando e ripresentandovi lo stesso esempio numerico.

Una Risposta to “Il borsino del voto eguale secondo Renzi”


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