Girolamo Cardano – Il libro della mia vita

Cardano, Girolamo (1576-1663). Il libro della mia vita. (De propria vita liber; trad. Serafino Balduzzi). Milano: Luni. 2014. ISBN: 9788879843812. Pagine 201. 17,00 €

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Ho comprato e letto questo libro per dovere. Mi spiego: era un libro che mi sono sentito in obbligo di leggere per documentarmi nell’ambito di un progetto che sto (lentamente) realizzando. Ma che poi si è rivelato in sé una lettura piacevolissima e una piacevolissima sorpresa. Anzi, è una lettura che vi consiglio. Non solo per rendervi conto della vita (avventurosa) di un intellettuale del Cinquecento, ma proprio per il piacere della lettura.

Girolamo Cardano, milanese nato a Pavia nel 1501 e morto a Roma nel 1576, è stato un tipo bizzarro: così appare ai nostri occhi moderni, ma probabilmente appariva un po’ strano anche a quelli dei suoi contemporanei. In fin dei conti, ha scritto un elogio di Nerone e un oroscopo di Gesù Cristo. Noi lo ricordiamo (ammesso che lo ricordiamo) per qualche ricordo scolastico sul giunto cardanico nell’albero di trasmissione e nello sterzo delle automobili. Ma era laureato in medicina e considerava se stesso un intellettuale a tutto tondo. La sua autobiografia è intessuta di curiosità modernissime e superstizioni da farsi cadere le braccia: le stesse che, 150-200 anni dopo ci lasciano così perplessi nel Newton scienziato con un debole per l’alchimia. Ma del passaggio dalla curiosità alla scienza ne abbiamo parlato recensendo il bel libro di Philip Ball, Curiosity.

Ma non è questo il motivo principale per cui vi raccomando questo libro. È la vivacità con cui Cardano parla di sé, la varietà delle sue avventure, la capacità sorprendente di saltare di palo in frasca (dalle riflessioni filosofiche e scientifiche più alate e astratte alla descrizione di sordide avventure nei vicoli delle città alla descrizione delle funzioni corporee) senza la minima esitazione.

Contribuisce senza dubbio alla piacevolezza della lettura la spigliata traduzione di Serafino Balduzzi, che privilegia la vivezza della lingua alla deferenza rispetto a un originale che non è certo scritto nel latino di Cicerone o di Tacito. Una scelta che non posso che approvare: la fedeltà di una traduzione – penso si possa sostenere – si misura più sulla fedeltà alla lingua di destinazione (e al mondo culturale che la sottende) che sul rispetto pedissequo dei manierismi di quella di origine. Con molte eccezioni, naturalmente.

[Una piccola digressione. In V ginnasio, mi assegnarono come compito in classe (si fanno ancora?) una versione di latino tratta dalla Vita di Catone scritta da Cornelio Nepote, che iniziava così: “M. Cato, ortus municipio Tusculo adulescentulus, priusquam honoribus operam daret, versatus est in Sabinis …”. La mia traduzione – “Catone, nato a Frascati, prima di darsi alla carriera politica, visse da giovane in Sabina …” – mi costò un fregaccio con la matita blu, l’insufficienza e una sfuriata pubblica del professore, che adoravo e perciò mi bruciò tantissimo. Ma non ho cambiato idea. Tusculo è Frascati e honoribus sono la carriera politica]

Lasciatemi darvi un’idea delle scelte di Balduzzi, che fa lui stesso:

Animos scio esse immortales, modum nescio.
So che l’anima è immortale, ma non ho capito come funzioni la cosa. [p. 10]

* * *

Vi lascio anche qualche citazione (con parsimonia, perché il libro non è disponibile su Kindle).

[…] l’origine degli eventi è oscura, ma l’esito è incerto [p. 23]

Non è che io fossi un campione: non avete idea di quanti stupidi ci fossero in giro. Arriva la seppia, minaccia il delfino con i suoi tentacoli e lo mette in fuga; ma quella mollacciona non ha da pavoneggiarsi: è il delfino a valere poco. [p. 45]

Ben peggio i dadi; li insegnai anche ai miei figli, e spesso facevo della mia casa una bisca clandestina. Adesso non saprei quale scusa mendicare; si sa, ero povero, cercavo fortuna, avevo le manine svelte… non posso dire che non sapessi maneggiare bene i dadi. [p. 51]

Forse non c’è niente di lodevole in me: di sicuro la passione smodata che ho avuto per gli scacchi e i dadi è schiettamente riprovevole. Ho giocato a scacchi per più di quarant’anni, e ai dadi suppergiù per venticinque. Tanti anni, e in ciascuno ogni giorno, mi vergogno a dirlo. Ho gettato al vento buon nome, denaro e tempo. E non ho neppure uno straccio di scusa.
Chi volesse proprio prendere le mie difese potrebbe dire che non amavo il gioco, anzi lo detestavo: mi riducevo in quello stato in mancanza di alternative. Ero povero, umiliato e offeso, esposto all’insolenza: a farmi cadere in quell’ozio indegno furono il disprezzo altrui, il disordine delle mie cose e una natura morbosa. E lo si è visto: me ne sono tirato fuori non appena sono stato in grado di vivere da persona perbene . Dunque la molla non fu corruzione intima, ma odio e fuga. [p. 63]

È un po’ come valutare la probabilità di un lancio di dadi: non ci sarà nessuna regola? oppure c’è, ma la dobbiamo scoprire? [p. 136]

Che cos’è il caso e come funziona; come si verifichino casi interessanti: per esempio l’esito del lancio di un dado (non truccato) non è prevedibile, ma quello di mille lanci di mille dadi lo è. […] Il nocciolo è questo: ho insegnato a trasferire l’osservazione della natura nelle discipline e nelle tecniche operative. Questo non l’aveva mai fatto nessuno. [p. 148]

Poi c’è il libro sui Giochi. Scrittore e giocatore come sono, perché non avrei dovuto scriverlo? Magari si potrà commentare: “ex ungue leonem”, sotto il mantello spunta la coda. [p. 155]

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