Nature sulla politica della ricerca in Italia

Sì, lo so, quei comunisti di Nature! Degni compari dei comunisti di The Economist.

Nature 455, 835-836 (16 October 2008) | doi:10.1038/455835b; Published online 15 October 2008

Cut-throat savings

Abstract: In an attempt to boost its struggling economy, Italy’s government is focusing on easy, but unwise, targets.

It is a dark and angry time for scientists in Italy, faced as they are with a government acting out its own peculiar cost-cutting philosophy. Last week, tens of thousands of researchers took to the streets to register their opposition to a proposed bill designed to control civil-service spending. If passed, as expected, the bill would dispose of nearly 2,000 temporary research staff, who are the backbone of the country’s grossly understaffed research institutions — and about half of whom had already been selected for permanent jobs.

Even as the scientists were marching, Silvio Berlusconi’s centre-right government, which took office in May, decreed that the budgets of both universities and research could be used as funds to shore up Italy’s banks and credit institutes. This is not the first time that Berlusconi has targeted universities. In August, he signed a decree that cut university budgets by 10% and allowed only one in five of any vacant academic positions to be filled. It also allowed universities to convert into private foundations to bring in additional income. Given the current climate, university rectors believe that the latter step will be used to justify further budget cuts, and that it will eventually compel them to drop courses that have little commercial value, such as the classics, or even basic sciences. As that bombshell hit at the beginning of the summer holidays, the implications have only just been fully recognized — too late, as the decree is now being transformed into law.

Meanwhile, the government’s minister for education, universities and research, Mariastella Gelmini, has remained silent on all issues related to her ministry except secondary schools, and has allowed major and destructive governmental decisions to be carried through without raising objection. She has refused to meet with scientists and academics to hear their concerns, or explain to them the policies that seem to require their sacrifice. And she has failed to delegate an undersecretary to handle these issues in her place.

Scientific organizations affected by the civil-service bill have instead been received by the bill’s designer, Renato Brunetta, minister of public administration and innovation. Brunetta maintains that little can be done to stop or change the bill — even though it is still being discussed in committees, and has yet to be voted on by both chambers. In a newspaper interview, Brunetta also likened researchers to capitani di ventura, or Renaissance mercenary adventurers, saying that to give them permanent jobs would be “a little like killing them”. This misrepresents an issue that researchers have explained to him — that any country’s scientific base requires a healthy ratio of permanent to temporary staff, with the latter (such as postdocs) circulating between solid, well equipped, permanent research labs. In Italy, scientists tried to tell Brunetta, this ratio has become very unhealthy.

The Berlusconi government may feel that draconian budget measures are necessary, but its attacks on Italy’s research base are unwise and short-sighted. The government has treated research as just another expense to be cut, when in fact it is better seen as an investment in building a twenty-first-century knowledge economy. Indeed, Italy has already embraced this concept by signing up to the European Union’s 2000 Lisbon agenda, in which member states pledged to raise their research and development (R&D) budgets to 3% of their gross domestic product. Italy, a G8 country, has one of the lowest R&D expenditures in that group — at barely 1.1%, less than half that of comparable countries such as France and Germany.

The government needs to consider more than short-term gains brought about through a system of decrees made easy by compliant ministers. If it wants to prepare a realistic future for Italy, as it should, it should not idly reference the distant past, but understand how research works in Europe in the present.

Oggi ho visto nel corteo

Dedicato agli studenti che stamattina erano alla stazione di Firenze.

Non lasciamoli soli!

La canzone, in realtà, si chiama “La caccia alle streghe” ed è di Alfredo Bandelli. Bandelli, pisano (nessuno è perfetto) è nato nel 1945 e morto (nemmeno cinquantenne) nel 1994. Ma non la cantava anche Paolo Pietrangeli? Forse con un titolo diverso? “La violenza”?

È cominciata di nuovo la caccia alle streghe
stampa governo padroni e la televisione
in ogni scontento si vede uno sporco cinese
“uniamoci tutti a difendere le istituzioni”

Ma oggi ho visto nel corteo
tante facce sorridenti
le compagne quindicenni
gli operai con gli studenti

“Il potere agli operai
no al sistema del padrone
tutti uniti vinceremo
viva la rivoluzione”

Quando poi le camionette
hanno fatto i caroselli
i compagni hanno impugnato
i bastoni dei cartelli

Ed ho visto le autoblindo
rovesciate e poi bruciate
tanti e tanti poliziotti
con le teste fracassate.

La violenza la violenza
la violenza la rivolta              (2 volte)
chi ha esitato questa volta
lotterà con noi domani.

Uno due dieci vent’anni di democrazia
“le pietre non sono argomenti” ci dice un borghese
siamo d’accordo con voi miei cari signori
ma gli argomenti non hanno la forza di pietre.

Ma oggi ho visto nel corteo, ecc.

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Sicurezza (1)

Ieri sera, quando sono arrivato alla stazione della metropolitana di Eur Magliana ,a Roma, sulla banchina c’erano 2 carabinieri e 4 militari, tuta mimetica, gambe divaricate, atteggiamento tronfio e vagamente minaccioso.

So che susciterò qualche polemica, ma non mi sono sentito per niente più sicuro.

Sarà che ho visto troppi film ambientati in Sudamerica…

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Precario

Dei tanti significati della parola, ormai uno è prevalente, la sostantivizzazione del “lavoratore precario”, quello che (secondo il De Mauro online) “ha un rapporto di lavoro senza garanzie di continuità o stabilità, legato solamente a contratti a termine: personale precario; anche come sostantivo: assorbire i precari del pubblico impiego“.

Il termine fa originariamente riferimento al diritto romano (mio padre ci fece la tesi di laurea, nel 1949):

Concessione di un bene, gratuitamente o con un canone simbolico, con patto di restituzione in qualsiasi momento e senza necessità di preavviso (sempre dal De Mauro).

E per estensione, nel diritto moderno:

Comodato del quale non è stato stabilito il termine di scadenza e che prevede quindi che il bene dato in godimento possa essere richiesto in restituzione in qualsiasi momento

Impropriamente: concessione del godimento di un immobile dietro pagamento di una cifra simbolica, tale però da fare del concessionario solo un detentore del bene del concedente.

Come aggettivo, oltre a quello citato in precedenza, De Mauro cita altre 3 accezioni:

  1. che non dà garanzie di stabilità, incerto: una situazione lavorativa precaria, un governo precario, versare in precarie condizioni economiche; equilibrio psicologico precario; salute precaria, cagionevole
  2. temporaneo, provvisorio: per ora ho solo una sistemazione precaria presso un’amica
  3. che riguarda la concessione di un bene, gratuita o a canone simbolico, la cui restituzione può in qualunque momento essere richiesta dal concedente al concessionario: possesso precario, a titolo precario.

Nel diritto romano, se non ricordo male, l’uso precario (more precario, ablativo assoluto) legava il cliente al suo patrizio di riferimento: ciò che aveva il cliente, lo aveva in modo precario, cioè con il permesso e la tolleranza del concedente, e per una durata non prestabilita, ma revocabile con un cenno del concedente stesso. Non a caso, l’etimologia rimanda a prex, preghiera.

Con un (piccolissimo) scarto: la condizione precaria è profondamente offensiva della dignità del lavoratore.

Berlusconi

Giuro che è vero. Lo dico sùbito, ma tanto so che non mi crederete.

Sono in vacanza. Prendo un volo low cost per Barcellona. Curiosamente il bagaglio viene riconsegnato in un terminal differente da quello di arrivo (gli aeroporti sono perennemente in costruzione, come una volta le cattedrali). Le spiegazioni non sono chiare e ci troviamo al di fuori della zona “di sicurezza”. Quindi ci tocca, per ritirare il bagaglio, sottoporci di nuovo ai controlli di polizia: via cintura orologio oggetti metallici telefonino; laptop e liquidi in bella vista eccetera. Una seccatura. Sbuffo.

“Stanco?”, mi fa in italiano il poliziotto.

“No, ma tutta questa trafila per recuperare il mio bagaglio è una scocciatura”.

“Sì” fa lui. “Ve la facciamo pagare perché avete votato Berlusconi”.

“Ma io non l’ho votato!” protesto.

“Dite tutti così. Nessuno ammette di averlo votato, ma ha avuto la maggioranza”.

Fine della storiella. E vi rigiuro: tutto vero, nei minimi dettagli.

Forse perché le famose corna le fece qui in Spagna?

I Rom, l’Europa e noi

Mentre il Governo italiano (con il consenso del 67% degli elettori? lo sostiene Berlusconi) scheda e ghettizza i Rom, la Commissione europea inaugura il 1° vertice “per promuovere un impegno congiunto per migliorare l’integrazione di milioni di Rom”. Ma come? Ma noi italiani non eravamo i più europeisti tra i 27 Stati membri? Quando abbiamo perso tutto questo terreno?

Ecco il comunicato-stampa, che ho preso da qui. Vi prego di guardare alla sostanza e di perdonare alla burocrazia di Bruxelles il linguaggio (che pare sia uno dei motivi del disamore dei cittadini europei per le istituzioni comunitarie).

16/09/2008   Primo vertice a livello europeo per promuovere un impegno congiunto per migliorare l’integrazione di milioni di Rom

La Commissione europea apre oggi il primo vertice a livello europeo dedicato al miglioramento della situazione delle comunità Rom nell’Unione europea. ( Discorso del Presidente Barroso). La manifestazione, che ha luogo a Bruxelles, ha lo scopo di promuovere un impegno comune da parte dei rappresentanti nazionali, europei e della società civile per affrontare il fenomeno sempre più diffuso di discriminazione ed esclusione nei confronti di milioni di europei di origine Rom (si veda anche MEMO/08/559 ).

“Nel 21° secolo la situazione dei Rom costituisce una macchia sulla coscienza dell’Europa,” ha affermato Vladimír Špidla, il Commissario per le pari opportunità. “I problemi sono molteplici e complessi, ma noi abbiamo gli strumenti per migliorare l’integrazione mediante la legislazione, il finanziamento e condividendo politiche efficaci. Abbiamo ora bisogno di un impegno congiunto a livello locale, regionale, nazionale ed europeo per far sì che questi strumenti funzionino meglio e per garantire un futuro migliore per le comunità Rom in Europa. La situazione cambierà solo se ci impegniamo tutti.”

Con il vertice di oggi è la prima volta che le istituzioni europee, i governi nazionali e le organizzazioni della società civile che rappresentano la comunità Rom in tutta Europa si riuniscono ad altissimo livello per discutere la situazione dei Rom nell’UE e per trovare i mezzi per migliorarla. Ogni discriminazione basata sulla razza o l’origine etnica è vietata nell’Unione europea in tutti i settori della vita sociale (direttiva 2000/43/CEE). Eppure la discriminazione nei confronti dei Rom persiste e il 77% degli europei ritiene che essere Rom in Europa costituisce uno svantaggio.

La manifestazione sarà inaugurata dal Presidente della Commissione Josè Barroso e altri membri importanti della Commissione parteciperanno, come il Vicepresidente Barrot (Giustizia ed affari interni), il Commissario Špidla e il Commissario Figel (Istruzione, formazione, cultura e gioventù).

Si aggiungerà anche Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri e degli affari europei, e Christine Boutin, Ministro delegato delle Politiche urbane e degli alloggi (a nome della Presidenza francese dell’Unione europea), numerosi ministri provenienti da altri Stati membri dell’UE e dei paesi candidati oltre che George Soros, Presidente della Open Society Institute, Shigeo Katsu, Vicepresidente della World Bank, e Romani Rose, Presidente del Consiglio centrale tedesco dei Sinti e dei Rom.

L’intervento diretto delle organizzazioni e dei rappresentanti Rom costituisce un elemento fondamentale della manifestazione. Da segnalare quello di due membri del Parlamento europeo di origine Rom, Lívia Járóka (EPP-ED, Ungheria) e Viktória Mohácsi (ALDE, Ungheria).

Nell’Agenda sociale del 2 luglio 2008 la Commissione ha ribadito il rinnovato impegno per la non discriminazione in generale e per l’azione volta a migliorare la situazione dei Rom in particolare. Il documento di lavoro che è stato presentato esamina gli strumenti e le politiche disponibili a livello UE per promuovere l’integrazione dei Rom ( IP/08/1072, MEMO/08/462). Essa giunge alla conclusione che esiste una salda base di strumenti legislativi, finanziari e di coordinamento politico disponibili e che questi elementi sono utilizzati in misura crescente, ma negli Stati membri sussistono ancora lacune sul piano dell’attuazione.

Il vertice costituisce il nuovo passo avanti in questo processo ed ha lo scopo di sostenere e promuovere un impegno congiunto degli Stati membri, delle istituzioni europee e della società civile. Le conclusioni costituiranno la base del dibattito che avrà luogo nel dicembre 2008 al Consiglio europeo.

Ulteriori informazioni

Informazioni sulla manifestazione e programma: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=88&langId=en&eventsId=105&furtherEvents=yes

Azione della Commissione europea per i Rom: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=518&langId=en

Anno europeo del Dialogo interculturale: http://www.interculturaldialogue2008.eu

Notiziario video: Difendere i diritti dei Rom nell’UE: http://ec.europa.eu/avservices/video/video_prod_en.cfm?type=detail&prodid=6383

Taraf De Haidouks – Turceasca

Tolleranza e rispetto

Mi sembra pertinente, in questi tempi cupi, questo bell’intervento di Giovanna Zincone, che risale a circa un anno e mezzo fa (è stato pubblicato su La stampa del 23 febbraio 2007). Sembra passato un secolo, dai richiami alla tolleranza di Chirac, Merkel, Napolitano e Ciampi, tanto è cambiato il clima…

L’EROISMO DELLA TOLLERANZA

di Giovanna Zincone

La tolleranza è il principio cardine delle attuali democrazie europee. Se una civile convivenza richiede la condivisione di alcuni valori comuni, il primo di questi valori, quello che regge tutti gli altri, è la disponibilità a tollerare opinioni, pratiche religiose, costumi diversi da quelli maggioritari. Solo i regimi autoritari chiedono omogeneità di pensiero e di credo religioso, o magari di credo irreligioso. Solo quei regimi provvedono a disfarsi dei dissidenti, e talvolta pure a ripulire il loro territorio dalle minoranze etniche. I regimi liberali non hanno paura della protesta, dell’opposizione anche radicale, né delle diversità di comportamento persino quando sconfinano nella devianza. Non le temono in qualunque ambito esse si presentino. Basta che non facciano del male, che non si macchino di sopraffazione, violenza, meno che meno di sangue. Sembrano punti ovvi, acquisizioni solide delle democrazie europee. Eppure se ne ritorna a parlare con crescente frequenza sulla scena politica, come a segnalare che c’è un problema aperto. La prima a richiamare quest’anno la tolleranza come un valore fondante dell’Unione europea, nel suo discorso di apertura del semestre tedesco di presidenza del Consiglio d’Europa, è stata Angela Merkel, il 30 gennaio a Berlino. Da allora, durante queste prime settimane di febbraio, sulla centralità della tolleranza si sono accumulati consensi eminenti e ponderosi. Sono mattoni a sostegno di un pilastro centrale e tuttavia non solido. In una sorta di intervista di addio alla vita pubblica, è stato poi Jacques Chirac a ribadire il ruolo insostituibile del principio di tolleranza, ma ha pure indicato il rischio che si corroda, proprio in Francia, che lì perisca soprattutto sotto i colpi della destra xenofoba. Se questo accadesse, i conflitti tra minoranze di origine immigrata e maggioranze di tradizione nazionale diverrebbero sempre più aspri e, infine, ingovernabili. Questo teme il Presidente francese. Anche il nostro, Giorgio Napolitano, ha sentito la necessità di invitare al rispetto del principio di tolleranza tutti coloro che vivono in Italia, siano essi italiani per discendenza, stranieri diventati italiani, immigrati rimasti stranieri. Lo ha fatto nell’incontro al Quirinale con un gruppo di immigrati per i quali aveva lui stesso firmato il decreto di attribuzione della cittadinanza italiana. In quella occasione, anche il Presidente italiano ha evidenziato la presenza di molteplici tensioni a cui è sottoposto oggi il principio di tolleranza. Così ha fatto Carlo Azeglio Ciampi in un brillante dialogo con un gruppo di giovani studiosi europei convenuti a Torino. Insomma, sulla diagnosi importanti esponenti delle democrazie europee oggi concordano: la tolleranza che è necessaria all’Europa ha molti nemici. E non si tratta solo e non sempre di nemici esterni, estranei alla sua cultura. Sono gli spiriti mai spenti dei nazionalismi e dei fondamentalismi, che ritrovano vigore. Di fronte a questi rischi occorrono rimedi forti, bisogna imparare a chiedere qualcosa in più della tolleranza. L’ex Presidente Ciampi, nella conferenza torinese, ha invitato a fare un passo avanti. Non bisogna accontentarsi della tolleranza, occorre pretendere rispetto. Nella tolleranza c’è sempre un grumo di disprezzo, che nel concetto di rispetto è assente. Si tollerano comunità ed esseri fastidiosi, mentre si rispettano gruppi che consideriamo diversi da noi, ma tuttavia dotati di pari dignità. Teorici della tolleranza come il filosofo canadese Charles Taylor ci hanno insegnato quanto sia importante per un individuo, per la sua autostima, essere rispettato e non solo tollerato, fin da piccolo, non solo come singolo ma anche come membro del gruppo di appartenenza. Tuttavia non mi pare che tolleranza e rispetto si pongano in ordine gerarchico. Tolleranza non è peggiore di rispetto, è complementare, e qualche volta persino più eroica. Il rispetto dovrebbe riguardare le comunità nel loro insieme. La tolleranza dovrebbe riguardare specifici comportamenti, pratiche, credenze. Immagino di essere un cittadino europeo agnostico e animalista; rispetto le comunità ebree e musulmane nel loro insieme, ma posso deprecare la macellazione rituale, che mi può sembrare ancora più crudele di quella laica. Però la tollero, anche se contraddice il mio profondo amore per gli animali, anche se mi fa male all’anima. Sono un musulmano; rispetto la comunità nazionale in cui sono immigrato, ma trovo ignobile la mercificazione del corpo delle donne, l’impudicizia ostentata. Tuttavia la tollero, anche se mi provoca disgusto. La tolleranza è la difficile e specifica premessa di un generico rispetto. È eroica, perchè ci obbliga a superare i confini dei nostri principi, a volte di quei principi che ci stanno più a cuore. È un atteggiamento mentale e pratico doloroso, ma necessario. Una società umana moderna e plurale, in cui maggioranze e minoranze non accettino di valicare i confini del proprio insieme di valori, è destinata a conflitti insanabili. Lo è a maggior ragione se in quei confini si arroccano non solo un certo numero di comuni cittadini, non solo èlite religiose che un po’ arroccate tendono a esserlo di mestiere, ma anche èlite politiche e semiliberi pensatori.

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Ieri, dopo 65 anni, Roma è caduta davvero

Intanto ieri (8 settembre 2008) un buco nero fin troppo reale inghiottiva le illusioni di chi (non io!) si era illuso che i fascisti dopo la purificazione di Fiuggi non fossero più fascisti.

Non dico la mia, troppo schifato (mio nonno, come molti altri ufficiali del regio esercito, finì in campo di concentramento in Germania per aver saputo interpretare con rigore il giuramento di fedeltà allo Stato italiano – 600.000 militari italiani fecero quella scelta, raccontata in un bel libro di Alessandro Natta, L’altra resistenza).

Mi limito a riprendere qualche intervento da il manifesto di oggi (9 settembre 2008).

PERCHÉ STUPIRSI?

Marco Revelli

C’è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l’8 settembre – l’8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l’elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent’anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E’ rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E’ fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace… Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del ’94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro – e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all’esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione – e degenerazione – del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale – di «regime», potremmo dire – dell’assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall’avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l’altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce…), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l’8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un’Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E’ quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall’intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse – di contro – una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l’autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.

***

Vuoto di storia, vuoto di idee

Ida Dominijanni

«Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra rendersi conto non dico dell’entità della sconfitta subìta, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano». E l’incipit di un articolo di Biagio De Giovanni – filosofo, ex intellettuale di punta del Pci, svoltista convinto nell’89, poi parlamentare europeo – pubblicato sul “Riformista” di venerdì scorso, che mi pare importante rilanciare per la doppia rilevanza che assegna – finalmente – alla dimensione storica nell’analisi della débacle politica e culturale della sinistra. Doppia rilevanza, perché secondo De Giovanni la sconfitta di aprile non solo segna una cesura nella storia della Repubblica, ma è maturata, e rischia di diventare definitiva, proprio sul terreno della lettura della storia repubblicana: è qui che si sta giocando la partita dell egemonia culturale fra centrodestra e centrosinistra ed è qui che il centrosinistra la sta rovinosamente perdendo. […]
Su che cosa si esercita la costruzione di questa nuova legittimazione, ovvero di questo affondo del centrodestra sul piano dell’egemonia culturale? Secondo De Giovanni in primo luogo su quattro questioni cardinali: la rotazione dell’interpretazione del dualismo italiano dalla prospettiva della questione meridionale a quella della questione settentrionale; l’offensiva del revisionismo storico sulla Resistenza e sulla Costituzione (ultima puntata ieri); la visione «tremontiana» della globalizzazione cui non c’è replica da sinistra; l’abbattimento della forza e della stessa ragion d’essere del sindacato.
[…]
Su che cosa, se non su un filo di senso condiviso della storia, possono darsi sia continuità sia discontinuità generazionale? Se quel filo non si comincia a ritessere, né un Blair né un Obama verranno dal nulla.

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Lezioni di storia

Alberto Piccinini

«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo» (Ignazio La Russa, novembre 2003)
«Se guardiamo a Somalia, Etiopia e Libia, a come sono ridotte adesso e a com’erano prima con l’Italia, credo che questa pagina della storia sarà riscritta e ci sarà una rivalutazione del ruolo dell’Italia» (Gianfranco Fini, ottobre 2006)
«Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando» (Maurizio Gasparri, 2002)
«L’Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei» (Domenico Gramazio, 2005)
«Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo» (Francesco Storace, novembre 2007)
«Ora non è che per far contenti Rutelli e D’Alema ci metteremo pure a riallagare le paludi pontine e a portare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana» (Maurizio Gasparri, novembre 2003)
«Meglio fascisti che froci» (Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, 2006).

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Accardo, Alitalia e Berlusconi

L’ormai celebre lapsus del TG3 delle 19 del 28 agosto 2008.

Ma Francesco Accardo, l’autore del lapsus (di cui, naturalmente, la “stampa indipendente” non ha parlato…) lavora ancora in Rai? è vivo? o l’hanno appeso per le spalle a un aereo Alitalia?

Da Parma ad Abu Ghraib il passo è breve

La storia ormai la sanno tutti. I sindaci hanno avuto il potere di esercitare la loro “tolleranza zero” con ordinanze che nei migliori dei casi sono ridicole (tipo “vietato passeggiare con gli zoccoli durante l’ora della pennica”) e nei peggiori offensive dei diritti umani e della dignità delle persone.

In questo caso siamo di fronte a un’operazione ampiamente spettacolarizzata (l’assessore comunale alla sicurezza di Parma Costantino Monteverdi aveva invitato giornalisti e fotografi, evidentemente per far vedere di essere deciso e tosto e avere un po’ di notorietà), in cui naturalmente colpevoli della prostituzione sono le prostitute, meglio se straniere (chissà quante malattie portano) e non i loro sfruttatori e non – soprattutto – i loro italianissimi clienti.

Purtroppo per quel povero deficiente dell’assessore e dei suoi complici (dal ministro dell’interno alle forze dell’ordine, ora pronte a fare la parte degli assistenti sociali che rifocillano e offrono acqua e coperte alle fermate) l’immagine è lì che parla, nella sua cruda durezza. Una stanza nuda e spoglia. Una persona a terra, sfinita e in lacrime. Generi di conforto non se ne vedono.

A me ha fatto venire in mente la cella di Nelson Mandela a Robben Island.

Purtroppo non è un caso isolato. Non passa giorno che, tra l’indifferenza generale, le forze dell’ordine non se la prendano con qualche venditore ambulante (un’amica, giusto ieri, è stata testimone di uno di questi episodi). Non dobbiamo, non possiamo restare indifferenti. Ci siamo mossi per i diritti umani in Russia, in Iraq, in Tibet, in Sudafrica. Forse è il momento di muoversi anche per quello che sta succedendo da noi. Il fascismo e il nazismo si sono affermati con il sostegno di molti e l’indifferenza dei più. Per una volta mi tocca essere d’accordo (in parte) con Famiglia cristiana.

È un “Paese da marciapiede” quello che sta consumando gli ultimi giorni di un’estate all’insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell’accattonaggio da quelli veri.

Ma ancora più d’accordo sono con Alessandro Robecchi (da Il manifesto del 14 agosto 2008 )

ABUSO DI POTERE
Alessandro Robecchi
Giunto avventurosamente al potere, il dittatore dello stato libero di Bananas comunicava ai sudditi le sue prime riforme. Tra queste, l’obbligo di indossare la biancheria sopra i vestiti, e non sotto. Divertente. Ma ci scuserà Woody Allen se consideriamo la sua immaginazione superata – almeno nella repubblica delle banane che abitiamo noi – dal ministro degli interni e dai sindaci di mezza penisola.
Alle «ordinanze creative» e alla «fantasia» dei sindaci si era appellato qualche settimana fa Roberto Maroni, quello che persino una sonnacchiosa Europa dei diritti ha saputo riconoscere come un mix di malafede, xenofobia e razzismo. Ora che la fantasia è stata declinata in azione repressiva, lo scenario appare chiaro quanto grottesco. A Novara (sindaco leghista Massimo Giordano) non si può stare al parco in più di due dopo il tramonto. A Voghera non si può sedersi sulle panchine di notte. A Cernobbio se ti sposi arriva un’ispezione sanitaria a casa. A Rimini non si può bere dalla bottiglia per la strada (titolo sul Resto del Carlino: «Vietato bere dalle bottiglie anche di giorno», Woody, dilettante!). Lo stesso a Genova. A Firenze, la città del mitico assessore Cioni, è vietato agli strilloni vendere i giornali ai semafori, ma si vigila attentamente anche sui ragazzini che giocano a pallone in un parco pubblico, grave attentato alla sicurezza.
Estinti i lavavetri, la mamma dei capri espiatori è sempre incinta, e le multe serviranno a comprare nuove telecamere di controllo. A Venezia non si può girare per le calli con grosse borse. Groppello (comune di Cassano d’Adda, sindaco forzista Edoardo Sala), chiude nel giorno di ferragosto l’unica spiaggia sul fiume perché è in programma una festa di cittadini senegalesi. Motivazione: «Sicurezza del territorio, ma anche di questi immigrati, che arrivano in gran numero facendo confusione e rischiando di annegare». Come fantasia, come creatività, potrebbe bastare, ma non è che l’inizio.
L’arrivo – ci siamo – è l’immagine della prostituta nigeriana segregata e abbandonata a Parma da vigili urbani diventati secondini, privata di ogni dignità e fotografata come una bestia in gabbia. Per il nostro bene, per la nostra sicurezza, per la nostra tranquillità, piccole Abu Ghraib comunali crescono, nella certezza che le coscienze se ne faranno una ragione. La chiamano fantasia, o creatività, ma si tratta sempre della stessa cosa: un digeribile travestimento dell’abuso di potere. E infatti, che razza di fantasia ci sarebbe nel picchiare, deportare, angariare, multare, incarcerare, umiliare i più deboli? Nessuna. Inventare un’emergenza sicurezza è stato semplice, sostenerla e propagarla grazie ai media controllati dal capobanda che ha vinto le elezioni anche. Dedicarle aperture di tg e allarmati fondi sulla stampa pure. E ora? Ora che non si sa bene quale sicurezza garantire, e da che cosa, e da chi, si fa appello alla fantasia. Qualche senegalese non potrà fare il bagno nell’Adda, la prostituta nigeriana (con clienti italiani) non creerà più allarme, il paese è salvo. Fantasia. Del resto, sapete dire cos’ha trasformato il vecchio caro ed evocativo manganello in una semplice «mazzetta distanziatrice»? Sempre lei, la fantasia. La fantasia al potere. Ai tempi del colera.

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