Ieri, dopo 65 anni, Roma è caduta davvero

Intanto ieri (8 settembre 2008) un buco nero fin troppo reale inghiottiva le illusioni di chi (non io!) si era illuso che i fascisti dopo la purificazione di Fiuggi non fossero più fascisti.

Non dico la mia, troppo schifato (mio nonno, come molti altri ufficiali del regio esercito, finì in campo di concentramento in Germania per aver saputo interpretare con rigore il giuramento di fedeltà allo Stato italiano – 600.000 militari italiani fecero quella scelta, raccontata in un bel libro di Alessandro Natta, L’altra resistenza).

Mi limito a riprendere qualche intervento da il manifesto di oggi (9 settembre 2008).

PERCHÉ STUPIRSI?

Marco Revelli

C’è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l’8 settembre – l’8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l’elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent’anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E’ rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E’ fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace… Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del ’94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro – e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all’esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione – e degenerazione – del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale – di «regime», potremmo dire – dell’assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall’avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l’altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce…), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l’8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un’Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E’ quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall’intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse – di contro – una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l’autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.

***

Vuoto di storia, vuoto di idee

Ida Dominijanni

«Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra rendersi conto non dico dell’entità della sconfitta subìta, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano». E l’incipit di un articolo di Biagio De Giovanni – filosofo, ex intellettuale di punta del Pci, svoltista convinto nell’89, poi parlamentare europeo – pubblicato sul “Riformista” di venerdì scorso, che mi pare importante rilanciare per la doppia rilevanza che assegna – finalmente – alla dimensione storica nell’analisi della débacle politica e culturale della sinistra. Doppia rilevanza, perché secondo De Giovanni la sconfitta di aprile non solo segna una cesura nella storia della Repubblica, ma è maturata, e rischia di diventare definitiva, proprio sul terreno della lettura della storia repubblicana: è qui che si sta giocando la partita dell egemonia culturale fra centrodestra e centrosinistra ed è qui che il centrosinistra la sta rovinosamente perdendo. […]
Su che cosa si esercita la costruzione di questa nuova legittimazione, ovvero di questo affondo del centrodestra sul piano dell’egemonia culturale? Secondo De Giovanni in primo luogo su quattro questioni cardinali: la rotazione dell’interpretazione del dualismo italiano dalla prospettiva della questione meridionale a quella della questione settentrionale; l’offensiva del revisionismo storico sulla Resistenza e sulla Costituzione (ultima puntata ieri); la visione «tremontiana» della globalizzazione cui non c’è replica da sinistra; l’abbattimento della forza e della stessa ragion d’essere del sindacato.
[…]
Su che cosa, se non su un filo di senso condiviso della storia, possono darsi sia continuità sia discontinuità generazionale? Se quel filo non si comincia a ritessere, né un Blair né un Obama verranno dal nulla.

***

Lezioni di storia

Alberto Piccinini

«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo» (Ignazio La Russa, novembre 2003)
«Se guardiamo a Somalia, Etiopia e Libia, a come sono ridotte adesso e a com’erano prima con l’Italia, credo che questa pagina della storia sarà riscritta e ci sarà una rivalutazione del ruolo dell’Italia» (Gianfranco Fini, ottobre 2006)
«Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando» (Maurizio Gasparri, 2002)
«L’Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei» (Domenico Gramazio, 2005)
«Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo» (Francesco Storace, novembre 2007)
«Ora non è che per far contenti Rutelli e D’Alema ci metteremo pure a riallagare le paludi pontine e a portare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana» (Maurizio Gasparri, novembre 2003)
«Meglio fascisti che froci» (Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, 2006).

Pubblicato su Opinioni. 1 Comment »

Una Risposta to “Ieri, dopo 65 anni, Roma è caduta davvero”

  1. wu ming Says:

    “Vincere le elezioni – conclude Rosi Bindi – non autorizza a riscrivere la storia e chi riveste ruoli ministeriali e cariche istituzionali dovrebbe ricordare, ogni volta che interviene, la responsabilità morale di parlare a tutti gli italiani”.

    Non si può giocare sull’ambiguità sollecitata qualche anno fa da Violante. Bisogna distinguere tra le SCELTE INDIVIDUALI di chi si schiera dalla parte sbagliata – in buona o in mala fede – e tra le CONSEGUENZE sul piano collettivo di quelle SCELTE INDIVIDUALI. Le conseguenze non sono la semplice somma di tante azioni individuali, sono la STORIA ed è STORIA la collaborazione dei repubblichini alla strage di Sant’Anna di Stazzema ed è STORIA i partigiani che liberano le città dai tedeschi e dai fascisti spianando la strada alle forze angloamericane.


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