Un ragazzo e una ragazza, minorenni, si scambiano “effusioni amorose” in un parco di Modena.
Ne parlano tutti i giornali, forse anche per il vuoto di notizie d’agosto e per la tendenza in atto da qualche tempo sui telegiornali e sulla stampa, di dare notizie “leggere”. E ne parlano con un tono tra il morboso e il moralistico. Erano completamente nudi, ci tengono tutti a precisare (perché, i giornalisti fanno l’amore vestiti?). A quell’ora il parco è frequentato da mamme e bambini, ci spiegano. Sarà: a me, che ho guardato su Google Earth, sembra un’area vasta e non particolarmente ombreggiata all’estrema periferia sud della città, forse non frequentatissima a inizio agosto…
È scattata una denuncia per “atti osceni in luogo pubblico” e i due sono stati riportati dai genitori. Troppa severità forse, penso. Vado avanti a leggere e capisco: erano entrambi “di origine africana”.
Sono troppo paranoico se ipotizzo che il colore della pelle abbia influenzato lo scandalo di chi ha chiamato la polizia e la severità delle forze dell’ordine? Che se non fossero stati figli di immigrati ci si sarebbe limitati a ignorarli, magari con un’ombra di invidia e di rimpianto per i 17 anni che abbiamo avuto tutti? O per le difficoltà che i ragazzi che non hanno una stanza o un’automobile devono superare per avere un po’ d’intimità?
Ma io sono un post-sessantottino, e continuo a pensare che fare l’amore sia meglio che fare la guerra…
Sessantottino, secondo il De Mauro online, è “chi ha partecipato al movimento di contestazione giovanile del 1968; anche, ironicamente, chi ne continua le idee, gli atteggiamenti, eccetera”. Di post-sessantottino, il vocabolo utilizzato da Ignazio La Russa per indicare chi non vede di buon occhio il dispiegamento dell’esercito per compiti di ordine pubblico, nessuna traccia nei vocabolari.
Ma stia tranquillo La Russa, abbiamo capito lo stesso.
Io nel 1968 mi avviavo a compiere 16 anni. Per me il 1968, e gli anni che lo hanno preceduto e seguito, sono stati anni formativi. Ne continuo, per quanto posso, le idee e gli atteggiamenti, senza ironia e senza vergogna. Ringrazio i miei genitori, la mia scuola, i miei compagni e le disordinate letture di quegli anni per quello che mi hanno dato e mi hanno lasciato. Non mi nascondo le ingenuità e gli errori che ho commesso, da solo o dentro l’impegno politico e sociale. Ma quei valori e quegli atteggiamenti ho cercato, convinto, di trasmetterli anche ai miei figli.
La Russa, che è del 1947, nel 1968 di anni ne aveva 21. Studiava Giurisprudenza a Pavia, dopo aver fatto il liceo in un collegio svizzero, immagino perché la Statale di Milano era troppo rossa per lui, fascista e figlio di un senatore fascista. Però picchiava a Milano (“protagonista di tutte le battaglie politiche della Destra in Lombardia”, è la dizione eufemistica ed edulcorata della biografia sul suo sito): picchiava, confermo, con i suoi camerati. I fascisti a Milano in quegli anni picchiavano e basta (se non facevano di peggio). Dalla rete son scomparse – forse a suon di denunce – la maggior parte delle memorie sul La Russa di quegli anni.
Ma questi metodi tu li conosci bene, Ignazio La Russa. Io mi ricordo di te, sai? mi ricordo il picchiatore La Russa, mi ricordo cosa dicevi sulla pena di morte, sulle donne comuniste. Ti ho visto passare un mucchio di volte, e mi ricordo il coraggio, sempre in giro in branco, l’onore, sempre menare i più piccoli, e la lealtà, ti chiamavano Mennea, tanto eri bravo a dartela a gambe. [tratto da qui]
Ma non è di La Russa che voglio parlare. Siamo in un paese democratico, è stato eletto (anche se non scelto dai cittadini, ma dalle segreterie dei partiti), la sua coalizione ha vinto ed eccolo ministro. Nulla da eccepire. Parliamo invece dell’impiego dell’esercito per funzioni di pubblica sicurezza. In Italia operano 5 corpi nazionali, alle dirette dipendenze del governo, con funzioni di ordine pubblico:
La Polizia di Stato: 110.000 effettivi
L’Arma dei Carabinieri: 111.000 effettivi
La Guardia di Finanza: oltre 65.000 effettivi
La Polizia Penitenziaria: oltre 45.000 in organico
Il Corpo Forestale dello Stato (non sono riuscito a sapere quanti sono con esattezza, ma dovrebbero essere 8-10.000).
Alle forze nazionali di polizia (tutte quelle sopra elencate svolgono funzioni di pubblica sicurezza) si aggiungono quelle locali (la polizia municipale e quella provinciale).
Secondo una fonte internazionale citata anche nella rubrica di Beppe Severgnini, l’Italia è uno dei Paesi con il maggior numero di tutori dell’ordine in assoluto (322.483) e relativamente alla popolazione (5,6 per 1.000 abitanti: quasi il doppio della Germania e della Spagna, che ne hanno 2,9, mentre la Francia ne ha poco più di 2). I 3.000 militari messi in campo da La Russa incrementano il numero degli addetti alla pubblica sicurezza di meno dell’1%: penso sia ragionevole non aspettarsi risultati concreti, se non un po’ di pubblicità al governo e al ministro.
In Italia, i ricercatori (o meglio gli addetti alla ricerca e sviluppo, nel settore pubblico e in quello privato) sono 3 ogni 1.000 abitanti, valore che ci colloca agli ultimi posti in Europa e tra i paesi sviluppati.
Ma allora, le forze armate mettiamole a fare ricerca!
L’esterno, un parallelepipedo un po’ sprofondato e sormontato da cupole, non dà l’idea dell’interno: l’idea che un ragazzino delle medie può avere della reggia di Nerone, filtrata attraverso Quo Vadis e il Caesar’s Palace di Las Vegas.
Il velodromo olimpico di Roma è stato fatto saltare con la dinamite (evento rarissimo in Italia) il 24 luglio 2008.
Questa volta non stiamo parlando di un ecomostro, ma di un capolavoro dell’architettura italiana.
Ma una cosa per volta. Cominciamo dalle immagini spettacolari della demolizione:
Il velodromo – dicono quelli che hanno deciso la demolizione (la giunta Veltroni, ahimè, che evidentemente pensava che con le demolizioni si risolvano i problemi di degrado, come illustra anche l’abbattimento di 3 “ponti” al quartiere Laurentino) – era pericolante, abbandonato da anni, rifugio di senzatetto tossici giovinastri prostitute e tutto l’elenco degli “indesiderabili”. È vero, in parte, ma non immaginatevi una favela sudamericana: erano presenze ben nascoste in un’area sterminata. E convivevano con alcune strutture attive del CONI (ad esempio, la Federazione del ciclismo, e anche i miei figli ci hanno fatto attività sportiva in ere non remote) e con un bel po’ di vegetazione e fauna urbana (quella vera: animali selvatici o inselvatichiti).
Naturalmente, basta fermarsi a riflettere per capire che il punto non è questo. Ma l’abitudine di riflettere l’abbiamo persa. Basta dire che c’era una “emergenza Velodromo” e si agisce prima di pensare.
Di fronte a una struttura abbandonata o pericolante, propongo di iniziare chiedendosi: conviene rimetterla in sesto o demolirla? Come rispondere a questa domanda? Valutando i costi e i benefici delle due alternative e – trattandosi di una struttura pubblica – assumendo il punto di vista della collettività degli abitanti del quartiere e di Roma e non soltanto quello di un eventuale investitore privato.
Tra i benefici della conservazione, secondo me, si devono mettere la funzione svolta dalla struttura e il suo pregio architettonico. Sul primo punto, mi limito a osservare che a Roma non ci sono altri velodromi comparabili a questo (tanto che si è previsto di realizzarne uno a Tor Vergata, nell’estrema periferia sud-est) e che all’Eur (quartiere piuttosto privilegiato, peraltro, proprio grazie all’eredità olimpica del 1960, ma che svolge un ruolo di richiamo e di servizio per tutta la zona tra San Paolo e Ostia) una struttura di questo tipo sarebbe stata molto utile.
Per quanto riguarda il pregio architettonico lascio parlare la scheda che ho trovato qui.
Dati
Superficie; mq 55.500
Progettisti: C. Ligini, D. Ortensi e S. Ricci
Inizio e fine lavori: Progettato nel 1958, completato per le Olimpiadi del 1960
Destinazione attuale: Recentemente è stato riconsegnato dal CONI all’EUR SpA (che l’ha prontamente abbattuto!)
Il progetto
Costruito per le Olimpiadi di Roma, è stato ufficialmente inaugurato il 30 aprile del 1960. Ubicato a nord ovest del comprensorio dell’EUR, il velodromo occupa una superfice di 55.500 mq di proprietà dell’EUR SpA.
Il velodromo ha una struttura di cemento armato in corrispondenza della tribuna principale. Le altre tribune sono appoggiate su riporti di terra stabilizzata meccanicamente. Le gradinate consentono una perfetta visibilità da ogni ordine di posti: hanno infatti un andamento variabile non solo in senso trasversale ma anche longitudinale. La pista ha uno sviluppo di 400 metri, una larghezza costante di 7,5 metri, oltre la fascia azzurra di 0,75 metri.
L’impianto dispone di una capienza di 17.660 spettatori suddivisa in tre ordini di posti: in piedi in corrispondenza delle curve; seduti, nella gradinata principale di calcestruzzo armato, coperta parzialmente da una pensilina metallica; seduti, nella gradinata dei distinti.
Sulla pista del velodromo si sono svolte le gare ciclistiche delle Olimpiadi del 1960, i Campionati del mondo del 1968 e, nel 1967, vi è stato battuto il record dell’ora.
L’ultima manifestazione svoltasi al velodromo con la partecipazione di pubblico è stata quella dei mondiali del 1968. In seguito, essendosi verificati fenomeni di assestamento delle strutture e delle tribune del pubblico, si è limitato l’uso dell’impianto ai soli allenamenti del ciclismo e dell’ hockey su prato.
L’abbandono del Velodromo dell’Eur, dunque, data dal 1968, dopo soltanto 8 anni dalla sua inaugurazione in occasione delle Olimpiadi romane. E va attribuito non all’azione di poche decine di “indesiderabili”, ma all’inerzia degli amministratori (ma attenzione, anche l’inerzia in questo caso è una scelta politica). Un’inerzia durata 40 anni, che ha avuto come protagonisti le amministrazioni di diverso colore che si sono succedute in Comune, all’Ente Eur e al CONI.
Il risultato lo leggete e lo vedete qua sotto, nella testimonianza di un romano che ha visitato il sito poco più d’un anno fa.
Seguendo le indicazioni sui commenti di questo post di Archiwatch, sono andato a vedere la condizione del velodromo olimpico dell’Eur. Per entrare, a vostro rischio e pericolo, dato che in ogni angolo campeggiano minatori cartelli di divieto, si deve alzare una grata della rete di recinzione nell’ingresso di via del ciclismo. Questo ingresso è usato da alcune persone che vivono sotto la tribuna minore, non so chi siano, se migranti o chi altro, dato che ho solo visto uscire una persona quando stavo per arrivare.
Entrati nel recinto si salgono le scale, facendo attenzione a dove si mettono i piedi, si arriva sino all’anello che gira tutto intorno alle tribune. Lo spettacolo è senza dubbio affascinante, la forma sinuosa del bordo superiore che dialoga con quello che rimane della pista, la tribuna centrale con la sua copertura metallica appare lontana e senza una scala dimensionale precisa.
La storia di quest’architettura, sfortunata sin dall’inizio per problemi statici, ora ci lascia solo un rudere e un’opaca immagine del suo antico splendore, le immagini in bianco e nero ci riportano contrasti bicromatici e quasi metallici di questa dinamica forma.
La decisione, alla fine, non è stata quella di ripristinare, eventualmente ricostruendo fedelmente, una struttura bella e utile, conservandone la funzione. È stata invece di abbatterla, costruendo al suo posto una “Cittadella dell’acqua”: cioè una bella miscela di pubblico e privato, come va di moda adesso, sottraendo l’area all’uso pubblico, e destinandola ad attività tutte commerciali e soltanto in parte sportive (per il resto, naturalmente, i soliti usi commerciali con cui si pretende di fare qualità urbana!).
08/05/2006 – Entro il 2009 l’ex velodromo olimpico di Roma lascerà il posto alla “Cittadella dell’acqua, dello sport e del benessere”. Ad annunciarlo è il sindaco Veltroni, che informa inoltre dell’imminente lancio del bando per il concorso internazionale di progettazione.
Chiusa dal 1968, la struttura in cemento armato progettata da Cesare Ligini per le Olimpiadi del 1960 diventerà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo dedicato soprattutto agli sport acquatici e ad attività indoor e fitness. L’area ospiterà inoltre un polo medico per la riabilitazione sportiva e per le persone con ridotta capacità motoria.
L’intervento comporterà una spesa complessiva di 130 milioni di euro. A breve Eur Spa e Comune di Roma bandiranno un concorso internazionale di architettura finalizzato all’individuazione del progetto per la nuova cittadella dell’acqua. A confermare la procedura è la delibera del 3 aprile 2006 con la quale il Consiglio comunale ha approvato il programma di interventi “per il recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico e nuova edificazione dell’area denominata Oceano Pacifico”.
Il progetto di rifunzionalizzazione dell’area è stato presentato nei giorni scorsi dal sindaco Walter Veltroni, dall’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut, dal presidente e dall’amministratore delegato di Eur S.p.A.
L’area dell’ex velodromo ospiterà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo che si estenderà su una superficie di 32.500 metri quadrati. La struttura sarà dotata di spazi per attività di supporto: spazi commerciali, uffici, ristorazioni ed attrezzature ricettive/mediche. In particolare, è prevista la realizzazione di:
– un centro acquatico e di benessere per 9.000 mq, con piscina olimpica omologata per gare internazionali di nuoto e pallanuoto (12.000 mq);
– un albergo;
– un centro medico di diagnostica e riabilitazione motoria;
– uffici per la promozione e la gestione della struttura (per altri 13.500 mq);
– negozi e attività sportive esterne per ulteriori 7.000 mq.
Ho tratto queste informazioni da qui. Attiro la vostra attenzione su 3 punti, così impariamo insieme a leggere criticamente e decifrare il linguaggio della politica:
Il costo dell’operazione: 130 milioni di euro!
Il concorso internazionale di architettura non è ancora stato bandito. Prima si demolisce, poi si vedrà. Questa, verosimilmente, è una responsabilità della nuova giunta Alemanno, che ha fretta di mettersi in mostra.
La delibera della Giunta comunale è intitolata “recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico”: scrivi recupero, leggi demolizione! Così funzionano gli eufemismi della politica. Direte: ma è un uso del linguaggio volto a ingannare! Giusto, ma siamo noi che leggiamo distrattamente una notizia sul giornale e ci facciamo prendere in giro. Caveat emptor! Tra delibera e abbattimento sono passati più di 2 anni!
L’area del Velodromo è di 55.500 mq. Gli interventi previsti riguardano 32.500 mq (e già in quelli, oltre agli impianti sportivi, sono previsti negozi, alberghi e uffici). E gli altri 20.000 mq? Si accettano scommesse. Abitazioni private di lusso? L’area è pregiata.
Dell’accordo fanno parte anche altre opere pubbliche “in compensazione”, suppongo, del regalo alla speculazione: ma saranno realizzate altrove.
Che cosa resta adesso del Velodromo? Il rammarico per l’occasione perduta e la solita rabbia e la voglia di andarsene.
Stamattina l’altoparlante della metropolitana di Roma annunciava: “Si ricorda ai signori viaggiatori che nelle stazioni della metropolitana è vietato effettuare scatti fotografici”.
A parte il linguaggio burocratico (non si fanno foto, si effettuano scatti fotografici), “si ricorda”. Perché, ce l’avevano detto prima? È scritto da qualche parte, in caratteri minuti, sul contratto di trasporto?
E non è un’erosione, per quanto piccolissima, delle nostre libertà individuali?
Tanto più fastidiosa, dal momento che nelle stazioni della metropolitana siamo “videosorvegliati”, anche se – suppongo – per il nostro bene e per la nostra sicurezza?
O forse la ragione è biecamente commerciale, come questa notizia (tratta dal sito di Metroroma) induce a sospettare?
Metro è un set
Metropolitana di Roma S.p.A. offre molteplici soluzioni scenografiche, didascalie della realtà metropolitana, dove i moderni criteri architettonici si fondono con le testimonianze di forme passate. Lo dimostra il fatto che registi, fotografi e società di produzione ne fanno continua richiesta per ambientare film, cortometraggi, fiction, documentari e spot.
Ogni anno riceviamo oltre 150 richieste per poter effettuare riprese cinematografiche o eseguire servizi fotografici, all’interno delle stazioni della metropolitana di Roma e lungo le tratte ferroviarie Roma-Lido, Roma-Pantano e Roma-Viterbo, ospitando frequentemente troupe e cast artistici.
Negli ultimi due anni, per esempio, sono state accordate autorizzazioni alla Cecchi Gori Group, alla casa di produzione romana Cattleya, alla Bianca Film, alla Rai e a Mediaset.
Le stazioni della metropolitana e delle ferrovie regionali sono state scelte come location per i loro film da Vincenzo Salemme, Carlo Verdone, Penelope Cruz, Sergio Castellitto, Nicoletta Braschi, Donald
Sutherland, solo per citare alcuni nomi.
Numerose richieste anche dalle produzioni di fiction: l’ultima in ordine di tempo, quella di Distretto di Polizia, in onda su Canale 5, che ha ambientato alcune scene nelle stazioni di Anagnina e Saxa Rubra.
Metropolitana di Roma S.p.A., comunque, viene anche spesso incontro alle esigenze dei privati cittadini, dei laureandi in preparazione delle loro tesi, studenti di materie artistiche e tecniche che devono formarsi sul campo, dei giovani registi al primo ciak, che intendono girare dei corti/opere prime, fino alle richieste di intere scolaresche.
Chiunque desideri ricevere informazioni più dettagliate per la realizzazione di riprese cinematografiche, televisive, servizi fotografici all’interno delle strutture in gestione a Metropolitana di Roma S.p.A., può
contattare telefonicamente la Direzione Comunicazione al numero 06.57532846 oppure accedere qui sotto alla procedura di autorizzazione.
Le autorizzazioni saranno ad insindacabile giudizio di Metropolitana di Roma S.p.A..
A insindacabile giudizio. Alla faccia del bicarbonato.
Roma, 7 giugno 2008, ore 19. C’è stato il corteo del Gay Pride. Ormai tutti sono entrati a Piazza Navona, molti ballano, i più chiacchierano tra loro, s’incontrano, si abbracciamo. Tanti cominciano ad andarsene, alla spicciolata. E a piedi, perché i mezzi pubblici non hanno ripreso a funzionare. Tra loro anch’io, un tranquillo signore di mezza età, capelli grigi, pacifico e disarmato. Vado verso Piazza Venezia e, a Piazza del Gesù, mi accingo a imboccare Via del Plebiscito. Ma un cordone di polizia mi impedisce il passaggio a piedi, per motivi di ordine pubblico.
A me pare molto grave. Primo, per quanto una sfilata di gay e lesbiche possa essere sgradita all’attuale maggioranza – incrinandone le granitiche certezza sull’ortodossia dei comportamenti sessuali – dubito che possa rappresentare un qualsivoglia rischio per l’ordine pubblico. Secondo, in Via del Plebiscito non vi è alcuna sede istituzionale, ma l’abitazione privata del Presidente del consiglio pro tempore. Questa è una violazione dello spirito e della lettera non soltanto della nostra Costituzione repubblicana, ma degli stessi principi affermati dalla Rivoluzione francese del 1789, di abolizione dei privilegi e di eguaglianza dei cittadini, cui anche il Popolo delle libertà (sic!) dice di ispirarsi.
È un problema che ci riguarda tutti, perché se restiamo acquiescenti le libertà elementari ci saranno sfilate sotto il naso prima che ce ne accorgiamo. Principiis obsta, direbbero Ovidio e mia madre.
C’è sempre qualcuno più sfigato di te. Se è straniero, la risposta più semplice è la violenza xenofoba. Un’altra cosa che da noi non potrebbe succedere mai…
La stampa locale condanna le violenze contro gli immigrati che negli ultimi giorni hanno causato più di quaranta morti in tutto il paese.
Secondo il quotidiano Cape Argus, “le manifestazioni di xenofobia devono naturalmente essere condannate, ma questo è solo l’inizio. Bisogna elaborare al più presto una politica sui rifugiati e riportare la situazione alla normalità: i nostri fratelli africani non devono più sentirsi in pericolo in Sudafrica solo perché sono stranieri”.
Ma non tutti concordano sulle cause dell’ondata di violenze. “Le autorità parlano di azioni xenofobe commesse da criminali, ma questa tesi è riduttiva e rischia di alimentare le violenze”, osserva Pretoria News. “Bisogna trovare le vere cause di questo odio e, nel frattempo, trattenersi dal rilasciare dichiarazioni irresponsabili”.
Secondo alcuni commentatori il governo sudafricano ha sbagliato a ignorare la crisi nel vicino Zimbabwe, all’origine degli enormi flussi di profughi che si sono riversati oltre la frontiera. Il columnist di Cape Times Peter Fabricius sostiene che “l’esplosione di violenza deve essere analizzata nel più ampio contesto della politica estera sudafricana. Pretoria ha sempre negato l’esistenza di una crisi in Zimbabwe e, di conseguenza, non ha saputo gestire l’impatto che questa ha avuto sul nostro paese”.
Sul Times Justice Malala ricorda che in Sudafrica vivono tre milioni di zimbabwiani e osserva: “Queste persone non sarebbero qui se nove anni fa il presidente Thabo Mbeki avesse osato affrontare il suo amico Robert Mugabe”.
Molti, però, pensano che l’ostilità dei sudafricani verso gli stranieri sia radicata nella storia del paese. “Non abbiamo saputo decolonizzare le nostre menti”, scrive Andile Mngxitama su City Press, mentre un editoriale dello stesso quotidiano lancia un appello: “Noi più di qualunque altra nazione al mondo dovremmo rifuggire la xenofobia. Questa follia deve finire”.
SUDAFRICA: ATTACCHI XENOFOBI, VIOLENZA SI ESTENDE AL SUD
(AGI) – Citta’ del Capo, 23 mag. – Si estende in Sudafrica l’ondata di violenza xenofoba contro gli immigrati neri divampata dodici giorni fa dalle baraccopoli di Johannesburg e Durban. Gli attacchi a case e negozi gestiti soprattutto da somali, si sono estesi a Citta’ del Capo, dove la scorsa notte la polizia sudafricana ha sgomberato centinaia di immigrati da una baraccopoli della periferia. Esercizi gestiti da somali sono stati dati alle fiamme anche nella cittadina di Knysna, sulla costa sud-occidentale. In meno di due settimane di violenze si contano piu’ di 40 morti, centinaia di feriti e circa 25.000 sfollati. Il Mozambico ha fatto sapere che 10mila suoi cittadini sono gia’ rimpatriati e se ne attendono molti altri. In Zimbabwe l’opposizione di Morgan Tsvangirai si sta organizzando per assistere i connazionali in fuga. Gli arrestati sono oltre 500 e per scongiurare altri disordini il governo di Pretoria ha autorizzato l’intervento dell’esercito a fianco della polizia. Le violenze razziali, scoppiate per l’impennata dei prezzi dei generi alimentari e la miseria dilagante, hanno innescato una guerra tra poveri che inizia a ripercuotersi anche nel settore turistico, soprattutto in previsione dei mondiali di calcio del 2010. Citta’ del Capo e’ il cuore dell’industria del turismo sudafricano e il 67 per cento dei visitatori proviene da Paesi del continente nero. In Sudafrica vivono circa 5 milioni di immigrati ‘economici’, provenienti per la maggior parte dallo Zimbabwe, ma anche da moltissimi altri Stati africani. Migliaia di loro hanno deciso di tornare in patria, nonostante la minaccia di guerre, persecuzioni, carestie.
I pogrom sono spesso scatenati da credenze irrazionali, orientate ad arte verso i diversi, per distrarre le varie “maggioranze morali” (più o meno silenziose) dai problemi reali, e spesso drammatici, orientandole verso l’intolleranza religiosa e l’odio etnico.
Con la distanza che ci consentono la storia (ad esempio, nei confronti della “notte dei cristalli” e della propaganda antisemita della Germania nazista) o la geografia (come nel caso della caccia alle streghe nel Kenya, di cui parliamo oggi), ci sembrano episodi dettati dall’ignoranza e dall’oscurantismo. Da noi non può succedere, ci diciamo. Riparliamone…
La strage in un villaggio nella zona occidentale del paese
Caccia alle streghe in Kenia: 11 bruciati vivi
La folla inferocita lincia 8 donne e 3 uomini: «Sono muganga, devono morire»
NYAKEO — Undici persone (otto donne e tre uomini) accusate di stregoneria sono state bruciate vive a Nyakeo, 300 chilometri a ovest di Nairobi in Kenia. La notizia è stata confermata al Corriere dalla polizia, che però non ha voluto aggiungere nessun dettaglio tranne: «Erano accusate di essere muganga», una parola che in swahili vuol dire «stregone ». Secondo altre fonti, qualcosa di poco chiaro è successo nei dintorni del villaggio (forse due bambini sono morti) e la collera della popolazione è montata. Qualcuno ha indicato alcune donne come colpevoli di un malefizio e così è partita la spedizione punitiva.
Gruppi di uomini, armati di bastoni, sono andati casa per casa alla ricerca dei presunti stregoni. Una volta scovati, sono stati picchiati dalla folla esaltata ed eccitata e, dopo essere state cosparsi di benzina, accesi come fiammiferi. In tutta l’Africa centrale la magia nera è una pratica comune. Rivolgersi allo stregone quando si è malati, non per avere medicine adeguate, ancorché tradizionali, ma per «togliere dal corpo il maligno che ha causato l’infermità», è considerata una prassi normale, specie nelle zone rurali.
Gli stregoni in cambio della speranza ricevono i mezzi di sostentamento, cibo e denaro. Naturalmente la magia può essere usata per malefici e fatture. E così ogni tanto le cose per il «muganga» si mettono male. In caso di calamità, catastrofi o lutti occorre trovare un colpevole e lo stregone del villaggio viene accusato di essere la causa di tutti i mali. I «muganga» sono comuni nelle comunità cristiane e animiste, ma anche fra gli islamici. Nei Paesi di cultura musulmana subsahariani vengono chiamati «marabù».
In Kenia la stregoneria è talmente diffusa che nel 1992 l’ex parlamentare, ex ministro delle amministrazioni locali e ora consigliere speciale del presidente Mwai Kibaki, Musikari Kombo (l’uomo che assieme al ministero dell’ambiente italiano doveva chiudere la discarica più penosa e disumana del Paese, Dandora) fu dichiarato colpevole di praticarla contro i candidati rivali. Fu squalificato per cinque anni e allontanato così dal processo elettorale. In Liberia si diceva che il vecchio presidente Charles Taylor, gran pontefice di una setta esoterica, amasse mangiare il fegato crudo dei nemici uccisi. Lui non smentiva perché i suoi «sudditi» erano terrorizzati da queste pratiche. In Kenia la legge bandisce la stregoneria come reato penale e se si è condannati si rischia una multa di 5 euro o sei mesi di prigione.
Massimo A. Alberizzi
E bravo Massimo Alberizzi! Un bel salto mortale: dato che esistono persone che sbarcano il lunario dando a bere ai creduli di possedere poteri magici e praticando, verosimilmente, qualche tipo di medicina tradizionale, ci racconta che in Kenya “la stregoneria è diffusa”. Unico sprazzo di “garantismo” è che gli stregoni bruciati vivi fossero soltanto “presunti”. Il che non gli impedisce di raccontarci, con humour macabro, che sono stati “accesi come fiammiferi”. Ma tant’è: mica erano persone in carne e ossa, che tenevano famiglia; erano solo “muganga”!
I video li metto senza commenti. Ma se andate su YouTube, leggete i commenti lì. Da preoccuparsi veramente.
Però vorrei che leggeste l’articolo di Marco D’Eramo comparso su il manifesto del 15 maggio 2008:
Sicurezza
Destra vince, sinistra perde
Marco d’Eramo
Quando mi cade una tegola intesta, l’improbabilità dell’evento non mi consola. Me ne sbatto che la vita media sia di 80 anni se mi viene un tumore a 50: tra la constatazione oggettiva e il vissuto soggettivo si spalanca tutto il baratro aperto dall’irripetibilità della nostra effimera esistenza. Così, non rassicurano la mia insicurezza le statistiche che dimostrano che in Italia il numero degli omicidi cala costantemente e che Roma è una delle capitali più sicure d’Europa.
La ragazza che la sera deve camminare per una strada di periferia buia e isolata, guardandosi continuamente dietro le spalle, sempre pronta a scappare; l’anziano strattonato e depredato della sua grama pensione, la mamma assillata e terrorizzata dalle cronache di pedofilia… Non sono sentimenti da prendere alla leggera, stati d’animo da schernire. Hanno ragione quanti dicono che la sinistra non ha saputo affrontare il tema dell’insicurezza.
È vero: non si può fare finta che il problema non esista. C’è qualcosa di beffardo e aristocratico nel canzonare la paura: tanto più che il pericolo, o fosse anche solo la sua percezione, è fenomeno di classe. Molto più sicuro – anche se mai immune – a chi vive in quartieri agiati, con frequenti controlli di polizia, in strade bene illuminate e frequentate a tarda ora. Anche la sicurezza è una risorsa rara: è nei quartieri meno agiati che endemica la violenza mette la pelle d’oca. Quella ragazza che al buio cammina sola è assai più spesso una commessa che torna dalle sue 9 ore giornaliere per 800 euro al mese piuttosto che una giovane manager accessoriata di Smart. E il pensionato scippato non aveva certo inguattato i risparmi in Liechtenstein.
Il problema dunque è reale. Ma davvero le risposte rispondono? Il fatto è che non c’è limite all’insicurezza. Non basteranno mai espulsioni né poliziotti. Le ronde popolari non malmeneranno mai a sufficienza. Rimarrà sempre un pirata della strada, uno stupratore, un bandito a scatenare di nuovo la caccia all’uomo, la persecuzione del rom di turno (negli Stati uniti a fine ‘800 i «rom» da linciare erano gli italiani). Sotto quest’aspetto, la sicurezza è il tema perfetto per la destra: sempre troppo poco le leggi saranno poliziesche, le pene draconiane, le prigioni intasate. Come raccomandava il marchese de Sade ai giacobini durante il Terrore, così, dopo ogni legge liberticida, dopo ogni nuovo ordinamento repressivo, anche la destra nostrana potrà sempre dire: «Italiani, ancora uno sforzo!» La genialità del tema securitario è che esso si auto-alimenta: più risorse collettive saranno riversate nell’apparato di controllo e nel sistema correzionale, più miliardi di euro saranno spesi in prigioni e reparti di polizia, e meno fondi saranno disponibili per alloggi decenti, scuole, ospedali, per politiche d’inserimento: e quindi più aumenterà la microcriminalità e più crescerà l’insicurezza, in una spirale di cui gli Stati uniti ci hanno indicato la via.
«Legge e ordine» e «tolleranza zero» hanno portato negli Usa a una situazione aberrante in cui si spende di più per le prigioni che per le scuole e in cui un giovane nero ha più probabilità di finire in galera che di terminare gli studi. Senza che tutto ciò abbia il benché minimo impatto sulla sicurezza reale dei cittadini. Il tema securitario è perciò per la destra un argomento «win-win»: se la sinistra non lo affronta, sarà accusata a ragione di essere indifferente ai problemi reali della «gente»; se invece vi abbocca, sarà costretta a perseguire politiche di destra, ma senza mai la stessa convinzione estremista della destra vera, sempre con l’impotenza che – a torto o a ragione – viene imputata al buonismo. Basti un esempio di questa seconda deriva: come è universalmente noto, mendicanti, signore dai sacchetti di plastica, clochard, sono gli esseri più innocui e inoffensivi, a volte poveri di spirito, spesso di salute cagionevole o anziani. Per di più hanno sempre ricevuto buona stampa nei paesi cristiani, con la millenaria tradizione dell’elemosina sul sagrato. Che c’entra quindi l’espulsione dei mendicanti con una politica di sicurezza? Niente, se non un’affinità ideologica, un comune disgusto per «sporcizia, indolenza e pigrizia»: in fondo i mendicanti sono l’esito finale a cui si vorrebbero condannare tutti i fannulloni (già nel 1840 le signore inglesi chiedevano che i mendicanti fossero espulsi dalle vie di Manchester).
È su argomenti come questi che si sente, eccome, l’influenza dei mass-media, e quanto conta possedere tre televisioni. Ogni sera a cena il piccolo schermo ti porta in tavola uno stupro, un massacro gratuito, con dessert di abomini bestiali. Il problema con la paura, come con l’odio, è che, dopo averlo suscitato, non puoi più farlo rientrare. Per questo genere di sentimenti collettivi, ansia securitaria, razzismo, xenofobia, vale quel che scriveva Benedict Anderson sulla nascita del nazionalismo: le comunità nazionali sono state inventate di sana pianta, «comunità immaginarie», ma non per questo sono meno reali e sono meno letali. Una volta prodotte, queste «immaginazioni» diventano realtà per cui si muore e si uccide (gli stati nazionali hanno prodotto le guerre più sanguinose della storia umana). Lo stesso vale per la percezione del pericolo. Statistiche alla mano, si può dimostrare che la nostra è la società in assoluto meno violenta di tutta la storia umana (basti pensare che, a differenza di pochi secoli fa, un uomo normale va in giro disarmato senza per questo sentirsi inerme). Ma le comunicazioni di massa fanno sì che il minimo evento violento sia amplificato nella percezione di ognuno di noi: la società è più sicura, ma la sensazione di violenza è più acuta. E qui c’è poco da fare: opera una legge interna ai mass-media, una deriva quasi spontanea verso il sensazionalismo, secondo cui l’orrore fa più notizia del giubilo e la morte colpisce più della vita.
Ma se i media sono intrinsecamente ansiogeni, se il problema securitario è inaggirabile, non per questo l’unica soluzione sono palazzi recintati da cavalli di Frisia, cittadelle private con postazioni di mitragliatrici, proprietari di casa armati di Magnum. Un punto è riconoscere la questione della sicurezza, altro è dire che l’unica soluzione all’insicurezza è uno stato di polizia. Gli Stati uniti sono la prova vivente che più repressione può accompagnarsi con più criminalità. L’equazione «più polizia = più sicurezza» è una chimera che esprime un solo fatto: che la destra è egemonica. Basti un esempio: tutte le esperienze al mondo dimostrano che il metodo più efficace per ridurre il tasso di criminalità tra gli immigrati è una politica dei ricongiungimenti familiari. Un immigrato che la sera torna a casa da una compagna e non può rischiare di finire in galera, ha una propensione a delinquere minore di un clandestino che nella solitudine umana del suo dormitorio affollato non sa come sfogare male di vivere e rabbia col mondo se non coi pugni in tasca.
Ma non c’è un solo politico italiano, di destra o di sinistra, che si azzarda a proporre misure di ricongiungimento. Al contrario, tutte le misure avanzate vanno nella direzione opposta: rendere più difficili regolarizzazione e inserimento, e quindi più cronica la clandestinità. Lo stesso avviene in altri casi, a cominciare da più lampioni in periferia e più trasporti pubblici: inezie che però, accumulate, cambiano vite.
Perciò la questione sicurezza non va né schivata, come finora ha fatto la sinistra «radicale», né mutuata sic et simpliciter dalla destra, con soluzioni di destra (per cui comunque la destra è meglio attrezzata), ma ponendosi il problema di riconquistare l’egemonia, o meglio di come essere egemonici sul tema del pericolo: cioè come dimostrare, e convincere, che tutti saremo più sicuri non in una società più belluina e spietata, ma in un mondo che non abbia più un cronico bisogno di vite vendute, importate da lontano, spremute, e poi da incenerire o deportare come rifiuti umani.